Introduzione alla meditazione
Origini, tradizioni e significati di una pratica che non possiede un’unica forma
Non sappiamo chi sia stato il primo essere umano a interrompere volontariamente il movimento, a sedersi in silenzio e a rivolgere l’attenzione verso ciò che stava accadendo dentro e intorno a sé.
Forse non vi fu un primo momento riconoscibile. Prima che esistessero parole precise per nominare la contemplazione, uomini e donne avevano già conosciuto l’attesa, la veglia, la ripetizione del canto, l’ascolto del respiro, l’osservazione del fuoco e il silenzio davanti alla morte, alla nascita, al cielo e ai luoghi considerati sacri.
Da queste esperienze non nacque una sola meditazione.
Nacquero pratiche differenti, legate a concezioni diverse dell’essere umano, della coscienza, del divino e della liberazione. Alcune cercavano di disciplinare l’attenzione, altre di oltrepassare l’identificazione con la personalità ordinaria; alcune conducevano verso una divinità, altre verso la comprensione della natura della mente, altre ancora verso l’unione con un principio assoluto o la dissoluzione delle illusioni che alimentano la sofferenza.
La parola meditazione, così come viene utilizzata oggi, raccoglie quindi una famiglia molto ampia di esercizi, metodi e vie spirituali. La somiglianza esteriore può ingannare: due persone possono rimanere sedute nello stesso silenzio e compiere interiormente operazioni molto differenti.
Una può seguire il respiro per stabilizzare l’attenzione. Un’altra ripetere un nome divino. Un’altra osservare il sorgere e lo svanire delle sensazioni. Un’altra ancora visualizzare una figura sacra, interrogare simbolicamente un’immagine oppure sostare davanti a una domanda senza cercare di risolverla.
Per comprendere la meditazione è necessario rispettare questa molteplicità.
Non ogni pratica è una versione imperfetta della stessa tecnica e non tutte le tradizioni hanno scoperto, con parole differenti, un identico metodo universale. Esistono risonanze profonde, ma anche differenze che non dovrebbero essere cancellate.
Meditare significa sempre entrare in una relazione con la coscienza.
Il senso di quella relazione dipende però dalla visione del mondo nella quale la pratica prende forma.
Prima della tecnica
Nel mondo contemporaneo la meditazione viene spesso presentata come una tecnica.
Si impara a dirigere l’attenzione, si stabilisce una durata, si assume una posizione e si seguono alcune istruzioni. Questo approccio possiede un’utilità evidente, soprattutto per chi non ha mai praticato e ha bisogno di una struttura semplice dalla quale cominciare.
Ma la meditazione non è nata come un esercizio isolato dal resto dell’esistenza.
Nelle tradizioni che l’hanno coltivata per secoli, la pratica apparteneva generalmente a un cammino più vasto, composto da una concezione dell’essere umano, da un’etica, da una comunità, da una disciplina e da un modo particolare di comprendere il mondo.
La postura non era separata dalla condotta. L’attenzione non era indipendente dalla responsabilità. La ricerca della conoscenza interiore non poteva essere completamente distinta dal modo in cui si viveva, si parlava e si entrava in relazione.
Questo elemento viene facilmente dimenticato quando la meditazione viene estratta dal proprio contesto e proposta come strumento capace di ridurre lo stress, aumentare la concentrazione o migliorare l’efficienza.
Tali impieghi non sono necessariamente illegittimi. Una pratica può essere adattata e assumere funzioni nuove. È però importante riconoscere che stiamo utilizzando soltanto una parte di un’eredità più vasta.
La meditazione non è semplicemente ciò che accade durante alcuni minuti trascorsi con gli occhi chiusi.
È anche la visione attraverso cui interpretiamo ciò che incontriamo in quei minuti.
Le vie dell’India
Nel vasto mondo religioso e filosofico dell’India antica si svilupparono alcune delle tradizioni meditative che avrebbero maggiormente influenzato la storia successiva.
Non esisteva una sola concezione della pratica. Le scuole indiane elaboravano immagini differenti dell’essere umano, del cosmo e della liberazione, ma condividevano spesso l’intuizione che la coscienza ordinaria non rappresentasse l’ultima possibilità dell’esperienza.
La vita comune veniva considerata segnata dall’identificazione, dal desiderio, dall’ignoranza e dalla ripetizione. La mente si muoveva fra oggetti, ricordi, paure e attrazioni, scambiando questo movimento per la propria natura più profonda.
La meditazione diventava allora una via di conoscenza e trasformazione.
In alcune correnti legate alle Upaniṣad, il raccoglimento interiore accompagnava la ricerca del rapporto fra il principio individuale e la realtà assoluta. La domanda non era soltanto come calmare la mente, ma quale fosse la natura del Sé e in quale modo l’essere umano partecipasse a una dimensione più vasta della propria identità visibile.
La pratica yogica sviluppò progressivamente metodi rivolti al corpo, al respiro, alla concentrazione e all’assorbimento meditativo. Nel sistema attribuito a Patañjali, la meditazione non compare come esercizio autonomo, ma come parte di un cammino articolato che comprende condotta, disciplina, postura, regolazione del respiro, ritiro dei sensi, concentrazione e stati più profondi di raccoglimento.
Il termine sanscrito dhyāna, spesso tradotto come meditazione, indica una continuità dell’attenzione nella quale il rapporto con l’oggetto cambia rispetto alla concentrazione iniziale. Non è semplicemente pensare intensamente a qualcosa né riflettere razionalmente su un argomento. È una forma di assorbimento nella quale l’attività dispersiva della mente si riduce e l’esperienza assume una qualità più unificata.
Le pratiche tantriche introdussero e svilupparono ulteriormente l’uso di mantra, geometrie sacre, divinità, immagini interiori, gesti rituali ed energie sottili. In questo contesto la meditazione poteva diventare costruzione di un corpo simbolico, incontro con una potenza divina e trasformazione dell’identità attraverso forme attentamente trasmesse.
La meditazione indiana non può quindi essere ridotta all’osservazione neutrale del presente.
Comprende concentrazione, contemplazione, devozione, conoscenza, visualizzazione, suono, respiro e pratiche rivolte alla liberazione spirituale. Le diverse scuole non attribuiscono necessariamente lo stesso significato al Sé, all’Io, alla coscienza o al divino.
Parlare dell’India significa entrare in un continente di pratiche, non trovare l’origine di un unico metodo.
La rivoluzione buddhista
Il buddhismo nacque all’interno del mondo religioso indiano, accogliendone alcuni linguaggi e trasformandone profondamente altri.
La meditazione buddhista viene spesso riassunta attraverso la formula vedere le cose così come sono. L’espressione coglie una parte importante della pratica, ma può sembrare più semplice di quanto sia realmente.
Vedere non significa assumere uno sguardo completamente privo di cultura, insegnamento e interpretazione. Il praticante buddhista osserva l’esperienza all’interno di una via che comprende una concezione della sofferenza, delle sue cause e della possibilità di liberarsene.
La meditazione non viene separata dalla condotta etica e dalla comprensione.
Fra i termini più conosciuti compare sati, oggi frequentemente tradotto come consapevolezza o mindfulness. Il suo significato non coincide però con la semplice attenzione al momento presente. Comprende anche la capacità di ricordare e mantenere presente l’orientamento della pratica, evitando che la mente perda completamente il rapporto con ciò che sta osservando.
Accanto a sati operano concentrazione, discernimento, energia, equilibrio e altre qualità che variano secondo le scuole e i sistemi di insegnamento.
La meditazione buddhista comprende molte forme.
Alcune stabilizzano l’attenzione attraverso il respiro, un oggetto visivo o una qualità mentale. Altre osservano corpo, sensazioni, stati della mente e fenomeni per riconoscerne impermanenza, insoddisfazione e assenza di un’identità indipendente e immutabile.
Vi sono pratiche rivolte alla benevolenza, alla compassione, alla gioia partecipe e all’equanimità. Vi sono contemplazioni sulla morte, sulla natura del corpo e sulle condizioni che rendono possibile l’esperienza.
Le tradizioni successive svilupparono ulteriori metodi. Nel buddhismo Mahāyāna la meditazione venne intrecciata all’ideale del bodhisattva e alla liberazione di tutti gli esseri. Nel Vajrayāna assunse forme rituali e immaginali molto complesse, con mantra, mandala, divinità meditative e pratiche che richiedono trasmissione e preparazione.
Il buddhismo Chan in Cina e lo Zen in Giappone posero una particolare enfasi sulla pratica seduta, sulla disciplina della presenza e sulla possibilità di un’intuizione diretta della propria natura, pur sviluppando scuole, metodi e interpretazioni differenti.
Non esiste quindi una meditazione buddhista unica.
Esistono vie accomunate dall’insegnamento del Buddha, ma differenziate da secoli di elaborazioni filosofiche, rituali e culturali.
Le tradizioni cinesi
Anche le culture cinesi svilupparono pratiche contemplative che non possono essere ricondotte interamente all’influenza indiana.
Nel taoismo il raccoglimento poteva assumere la forma di quiete, osservazione, respirazione, visualizzazione interiore e coltivazione dell’energia vitale. Corpo, respiro e cosmo venivano considerati parti di un ordine nel quale l’essere umano poteva imparare a inserirsi con minore costrizione.
L’ideale non consisteva necessariamente nel dominare la mente, ma nel ridurre l’azione artificiosa, ascoltare il movimento della vita e permettere che la coscienza tornasse a una condizione meno frammentata.
Le immagini taoiste parlano spesso di vuoto, centro, valle, acqua e ritorno. Non indicano una passività priva di volontà, ma la capacità di agire senza opporsi continuamente al ritmo delle cose.
Con l’incontro fra buddhismo e cultura cinese nacquero nuove sintesi. Il Chan non fu una semplice traduzione del buddhismo indiano né un taoismo rivestito di termini buddhisti. Divenne una tradizione autonoma, segnata dall’importanza della pratica, del rapporto con il maestro, della disciplina comunitaria e di un linguaggio capace talvolta di spezzare le abitudini della comprensione razionale.
Anche qui, il silenzio non rappresentava soltanto una condizione rilassante.
Era lo spazio nel quale le forme consuete della coscienza potevano essere interrogate.
La contemplazione in Occidente
Affermare che la meditazione appartenga soltanto all’Oriente significherebbe dimenticare una parte importante della storia occidentale.
Le tradizioni europee e mediterranee non utilizzavano sempre la parola meditazione nel significato moderno, ma conoscevano esercizi di attenzione, raccoglimento, esame di sé, preghiera silenziosa e contemplazione.
Nella filosofia antica, pensare non significava soltanto costruire teorie.
Le scuole filosofiche proponevano modi di vivere. La riflessione sulla morte, l’osservazione delle rappresentazioni mentali, il controllo dei giudizi, la memoria dei principi e l’esame quotidiano delle azioni erano esercizi attraverso cui la persona cercava di trasformare il proprio rapporto con l’esistenza.
Lo stoico non meditava per ottenere una sensazione generica di calma. Cercava di distinguere ciò che dipendeva da lui da ciò che non poteva controllare, di riconoscere il ruolo dei giudizi nella sofferenza e di vivere secondo una determinata concezione della ragione e della natura.
Nel neoplatonismo la contemplazione poteva diventare una via di ritorno dell’anima verso l’Uno. Il movimento interiore non era rivolto soltanto all’osservazione dei pensieri, ma al superamento della dispersione e al ricongiungimento con il principio dal quale l’essere derivava.
All’interno del cristianesimo si svilupparono pratiche di preghiera, silenzio e vigilanza molto differenti fra loro. I padri e le madri del deserto cercavano nel ritiro non un benessere psicologico, ma il confronto con le passioni, la preghiera e la trasformazione della vita.
La tradizione esicasta coltivò il raccoglimento e la preghiera continua, talvolta in relazione al ritmo del respiro. La lectio divina costruì un percorso di lettura, meditazione, preghiera e contemplazione delle Scritture. La mistica occidentale produsse forme di silenzio rivolte all’incontro con Dio, all’abbandono della volontà personale e alla purificazione dell’anima.
Queste pratiche possono ricordare alcune meditazioni orientali per l’immobilità, la ripetizione e l’attenzione. Il loro senso, tuttavia, appartiene a una relazione teologica precisa.
La contemplazione cristiana non è semplicemente mindfulness con un diverso vocabolario. È rivolta a Dio, alla preghiera e a una determinata concezione della persona e della grazia.
Riconoscere la parentela delle forme non significa cancellarne la direzione.
Il ricordo del divino
Anche le tradizioni islamiche conobbero pratiche di raccoglimento e ripetizione sacra.
Nel sufismo, il dhikr è il ricordo di Dio attraverso il nome, la formula, il respiro, il movimento o il silenzio. Non coincide con una generica attenzione al presente: il centro della pratica è il rapporto con il divino e il superamento della dimenticanza che allontana l’essere umano dalla propria origine.
La ripetizione non serve semplicemente a concentrare la mente. Trasforma progressivamente la qualità della presenza, orientando l’intero essere verso ciò che viene ricordato.
In alcune confraternite il dhikr può essere silenzioso; in altre assume una forma vocale, ritmica e corporea. Respiro, canto e movimento entrano nella pratica, mostrando ancora una volta che la meditazione non deve essere identificata esclusivamente con l’immagine di una persona immobile.
Il ricordo sacro appartiene anche ad altre tradizioni. Mantra, nomi divini, giaculatorie, salmi e formule rituali mostrano come la ripetizione possa diventare una via per raccogliere l’attenzione e trasformare l’identità.
La parola ripetuta modifica lo spazio interiore.
Non perché ogni suono agisca nello stesso modo, ma perché significato, ritmo, respiro, fede e intenzione partecipano insieme alla pratica.
Meditazione, preghiera e contemplazione
Meditazione, preghiera e contemplazione vengono talvolta utilizzate come sinonimi. In altri contesti vengono separate rigidamente.
Una distinzione assoluta è difficile, perché le tradizioni impiegano queste parole in modi differenti. Possiamo tuttavia riconoscere alcune tendenze.
La meditazione può indicare un esercizio ordinato dell’attenzione, dell’osservazione o dell’immaginazione. La preghiera implica generalmente una relazione, un’invocazione, una lode, una richiesta o un orientamento verso il divino. La contemplazione suggerisce un sostare davanti a una realtà senza tentare di possederla attraverso il pensiero discorsivo.
Queste forme possono intrecciarsi.
Una preghiera ripetuta diventa oggetto di concentrazione. La meditazione su un’immagine sacra conduce alla contemplazione. Il silenzio contemplativo può essere vissuto come ascolto di una presenza.
Non è necessario costringerle dentro confini perfetti.
È però importante domandarsi quale relazione stiamo costruendo.
Stiamo osservando un processo mentale? Stiamo coltivando una qualità? Stiamo rivolgendoci a una divinità? Stiamo permettendo a un simbolo di agire? Stiamo cercando di riconoscere la natura della coscienza?
La risposta modifica il significato della pratica.
Dall’ascesi alla stanza di casa
Per molti secoli le pratiche meditative furono legate a monasteri, eremi, comunità religiose, scuole filosofiche e rapporti diretti fra maestro e discepolo.
Il praticante non sceglieva semplicemente una tecnica da un elenco. Entrava, almeno in una certa misura, in un mondo organizzato da testi, simboli, regole e finalità condivise.
La modernità modificò profondamente questa situazione.
L’incontro più diretto fra Oriente e Occidente, le traduzioni dei testi, i movimenti coloniali, le migrazioni, l’interesse per l’esoterismo e la nascita della psicologia portarono le pratiche contemplative fuori dai loro contesti originari.
Yoga, buddhismo, Vedānta e meditazione vennero interpretati attraverso categorie occidentali, talvolta con grande profondità, altre volte semplificandoli per adattarli alle aspettative del nuovo pubblico.
Nel corso del Novecento la meditazione entrò progressivamente nella cultura popolare, nei movimenti spirituali, nei programmi educativi e negli ambienti sanitari. Il linguaggio della liberazione, dell’illuminazione e dell’unione con il divino venne spesso sostituito da termini come consapevolezza, benessere, regolazione e riduzione dello stress.
Questa trasformazione rese la pratica accessibile a milioni di persone.
Produsse però anche una perdita di contesto.
Meditare divenne qualcosa che poteva essere fatto per pochi minuti attraverso un’applicazione, senza conoscere la tradizione dalla quale la tecnica era stata estratta e senza aderire alla sua visione religiosa.
Non dobbiamo considerare questa trasformazione soltanto come una degenerazione.
Le tradizioni sono sempre cambiate incontrando nuove culture. Una pratica può essere reinterpretata e continuare a offrire valore.
Occorre però sapere che cosa è stato modificato.
Una meditazione utilizzata per il benessere psicologico non coincide necessariamente con la via spirituale dalla quale deriva, anche quando conserva la stessa postura e lo stesso oggetto di attenzione.
La nascita della mindfulness contemporanea
La parola mindfulness è divenuta uno dei termini più diffusi del linguaggio contemporaneo del benessere.
Viene utilizzata per indicare pratiche di attenzione al presente, programmi clinici, esercizi educativi e un atteggiamento generale verso l’esperienza. La sua diffusione ha permesso a molte persone di incontrare la meditazione senza dover aderire a una religione.
La mindfulness moderna deriva in parte da pratiche buddhiste, ma non ne rappresenta una semplice trasposizione completa.
Quando entra in un contesto clinico o laico, vengono generalmente ridotti o rimossi gli insegnamenti sulla rinascita, sul karma, sulla liberazione e sulla struttura complessiva del sentiero buddhista. Rimangono alcuni metodi di osservazione del corpo, del respiro, dei pensieri e delle emozioni, adattati a finalità nuove.
Questa operazione può essere utile, purché venga riconosciuta.
La mindfulness non è l’intero buddhismo e il buddhismo non è una forma antica di terapia cognitiva.
Anche l’espressione vivere nel presente può essere fraintesa. La coscienza umana non dovrebbe smettere di ricordare e progettare. Memoria e anticipazione sono funzioni necessarie.
La presenza non richiede di rimanere continuamente concentrati su ciò che accade in questo preciso istante.
Consiste piuttosto nella possibilità di accorgersi di dove si trova la mente e di scegliere, quando è utile, di tornare all’esperienza attuale.
Meditazione e scienza
L’ingresso della meditazione nella medicina e nella psicologia ha prodotto un vasto campo di ricerca.
Sono stati studiati programmi basati sulla mindfulness, pratiche di attenzione, meditazioni di compassione e altri interventi contemplativi. Alcuni risultati suggeriscono possibili benefici in determinate condizioni e per alcune persone.
La ricerca non autorizza però a parlare della meditazione come di una cura universale.
Gli studi utilizzano pratiche, durate, popolazioni e metodi differenti. Anche la parola meditazione può indicare attività molto lontane fra loro. Non è quindi corretto attribuire a ogni tecnica gli effetti osservati in un programma specifico.
La scienza incontra inoltre una difficoltà particolare: può misurare alcuni cambiamenti fisiologici, comportamentali o psicologici, ma non stabilisce da sola il significato spirituale dell’esperienza.
Una sensazione di unità può essere studiata attraverso ciò che accade nel cervello e nel corpo. Questa descrizione non decide se l’esperienza sia soltanto un prodotto neurologico oppure un contatto con una dimensione più vasta.
La misurazione e l’interpretazione metafisica appartengono a domande differenti.
Una posizione matura non utilizza le neuroscienze per dimostrare la verità di una tradizione spirituale, ma neppure conclude che un’esperienza sia priva di valore perché possiede correlati biologici.
Ogni esperienza umana attraversa il corpo.
Questo non esaurisce necessariamente ciò che essa significa.
La meditazione nell’esoterismo
La meditazione occupa un ruolo importante anche nelle correnti esoteriche occidentali e contemporanee.
Può essere utilizzata per raccogliere la volontà, costruire immagini, entrare in relazione con simboli, preparare un rito, sviluppare la percezione sottile o stabilire un contatto con il proprio centro interiore.
In questo contesto non viene sempre cercato il semplice silenzio della mente.
Il praticante può dirigere intenzionalmente l’immaginazione, costruire un tempio interiore, contemplare un sigillo, attraversare una figura archetipica oppure rivolgere l’attenzione verso il campo energetico.
La meditazione diventa allora una tecnologia dell’immaginazione sacra.
Questa espressione non deve essere confusa con la fantasia arbitraria. Una pratica immaginale tradizionale possiede forme, simboli e corrispondenze che guidano l’esperienza. L’immagine non viene utilizzata soltanto per visualizzare ciò che si desidera ottenere, ma per creare una relazione con qualcosa che supera la volontà ordinaria.
All’interno di Architettura dell’invisibile abbiamo riconosciuto il simbolo come mediatore fra Ego e Sé. La meditazione offre uno spazio nel quale tale mediazione può diventare esperienza.
Una figura può emergere dal silenzio, un’immagine rituale può essere costruita consapevolmente e un simbolo può trasformarsi mentre viene contemplato.
Non tutto ciò che appare deve però essere considerato una comunicazione proveniente dal Sé superiore o da un’entità.
L’immaginazione possiede una propria attività, raccoglie ricordi, desideri, paure e materiali culturali. Il fatto che un’immagine sia intensa non ne stabilisce automaticamente l’origine.
La pratica esoterica richiede quindi un doppio movimento: apertura all’invisibile e capacità di non interpretare ogni contenuto come rivelazione.
Il problema dello scopo
Domandare quale sia lo scopo della meditazione sembra semplice, ma non esiste una risposta valida per ogni tradizione.
Per qualcuno lo scopo è stabilizzare la mente. Per un altro è comprendere l’impermanenza, raggiungere l’unione con il divino, riconoscere il Sé, coltivare la compassione, preparare il rito o diventare più consapevole delle proprie reazioni.
Nel mondo contemporaneo si medita anche per dormire, ridurre la tensione, concentrarsi o trovare alcuni minuti di pausa.
Queste finalità non possiedono necessariamente lo stesso peso, ma possono essere tutte legittime quando vengono dichiarate con chiarezza.
Il problema nasce quando una tecnica viene giudicata attraverso uno scopo che non le appartiene.
Una pratica rivolta all’osservazione non fallisce perché non rilassa immediatamente. Una meditazione devozionale non deve essere valutata soltanto attraverso la sua capacità di migliorare l’attenzione. Una pratica clinica non deve produrre visioni spirituali per essere utile.
Anche il praticante dovrebbe sapere che cosa sta cercando, pur senza trasformare ogni seduta in una verifica del risultato.
L’intenzione orienta.
L’aspettativa pretende.
Possiamo iniziare una meditazione con l’intenzione di osservare il respiro o coltivare benevolenza. Non possiamo imporre che l’esperienza produca calma, intuizione o trasformazione.
Svuotare la mente
Uno degli equivoci più persistenti consiste nel credere che meditare significhi non avere pensieri.
La mente produce attività.
Ricorda, associa, anticipa e costruisce immagini. Non smette necessariamente di svolgere queste funzioni perché ci siamo seduti.
Alcune pratiche possono condurre verso stati nei quali il pensiero discorsivo si riduce notevolmente. Questo non rappresenta però la condizione richiesta per cominciare e non deve diventare il criterio con cui giudicare ogni meditazione.
Quando un principiante tenta di svuotare la mente, generalmente crea un conflitto.
Compare un pensiero, la persona cerca di eliminarlo e la lotta lo rende ancora più centrale. La meditazione si trasforma nella sorveglianza continua di ciò che non dovrebbe accadere.
Una pratica di base compie un movimento differente.
Il pensiero viene riconosciuto. Non occorre seguirlo e non occorre espellerlo. L’attenzione può tornare al respiro, al corpo, al suono o all’oggetto scelto.
Il pensiero non è un nemico.
È uno degli eventi che mostrano la natura mobile della mente.
Anche la parola vuoto richiede attenzione. Nelle tradizioni spirituali non indica necessariamente una mente priva di contenuti. Può riferirsi all’assenza di un’identità indipendente, alla disponibilità, all’apertura o alla natura non afferrabile dei fenomeni.
Ridurre il vuoto a uno schermo bianco significa perdere la profondità del concetto.
Osservare senza giudicare
Un’altra formula molto diffusa invita a osservare senza giudicare.
Anche questa espressione può diventare un nuovo ideale irraggiungibile. Il giudizio compare rapidamente: piacevole, fastidioso, interessante, inutile, corretto, sbagliato.
La mente valuta continuamente perché la valutazione partecipa all’orientamento.
Meditare senza giudicare non significa impedire la comparsa di qualunque valutazione. Significa accorgersi che il giudizio è apparso e non considerarlo necessariamente la descrizione definitiva della realtà.
Possiamo notare: «Sto giudicando questa sensazione come sgradevole».
Il giudizio rimane presente, ma diventa osservabile.
Non occorre aggiungere un secondo giudizio: «Non dovrei giudicare».
La meditazione non costruisce una coscienza neutrale e priva di preferenze. Può rendere più visibili i movimenti attraverso cui una preferenza diventa rifiuto, attaccamento o reazione automatica.
L’Ego nella meditazione
Il linguaggio spirituale presenta spesso l’Ego come l’ostacolo principale.
Meditare servirebbe a farlo tacere, superarlo o dissolverlo affinché possa emergere una coscienza più vasta. Questa immagine descrive alcune esperienze reali, ma può diventare pericolosamente semplice.
L’Ego è il centro attraverso cui riconosciamo la nostra biografia, scegliamo e distinguiamo l’esperienza interiore dalla realtà condivisa. Senza una sua sufficiente stabilità, l’apertura all’inconscio e al simbolico può diventare confusione.
La meditazione non deve distruggere l’Ego.
Può ridimensionarne la pretesa di essere l’intero essere.
Quando osserviamo un pensiero, scopriamo che l’Io non coincide completamente con ogni contenuto della mente. Quando riconosciamo un’emozione senza agire immediatamente, creiamo una distanza. Quando emerge un’immagine inattesa, incontriamo una regione che la volontà non ha costruito consapevolmente.
L’Ego rimane presente come testimone, interprete e custode della pratica.
È colui che sceglie di sedersi, decide quando interrompere e porta l’esperienza nella vita quotidiana.
Una meditazione che conduca alla totalità non chiede alla coscienza di rinunciare alla propria funzione.
Le insegna a entrare in relazione.
Stati e trasformazione
Durante la meditazione possono comparire stati particolari.
Quiete, leggerezza, espansione, luminosità, assenza temporanea del dialogo interno e mutamento della percezione del tempo fanno parte delle esperienze riportate in numerose tradizioni.
Questi stati possono essere profondi, ma rimangono stati: sorgono, durano per un periodo e terminano.
Il loro carattere piacevole o numinoso può spingere il praticante a inseguirli. La meditazione diventa allora il tentativo di riprodurre un’esperienza precedente, e ogni seduta viene giudicata attraverso la distanza da quel momento.
Una trasformazione stabile non coincide con la capacità di entrare continuamente in uno stato straordinario.
Può manifestarsi nel rapporto con le reazioni, nelle scelte, nell’etica e nella capacità di riconoscere i propri limiti.
Una persona può sperimentare un senso di unità e continuare a trattare gli altri senza rispetto. Un’altra può non vivere mai esperienze particolarmente intense e sviluppare, attraverso una pratica sobria, maggiore pazienza e discernimento.
Lo stato non certifica la trasformazione.
Può aprirne la possibilità.
La meditazione non è sempre quieta
Non tutte le pratiche meditano attraverso l’immobilità.
Esistono meditazioni camminate, gesti ripetuti, danze, recitazioni, canti e forme nelle quali il corpo diventa il principale oggetto della presenza.
Anche durante la meditazione seduta può essere necessario muoversi.
L’idea che una vera pratica richieda immobilità assoluta deriva da immagini specifiche e non dovrebbe essere imposta a ogni corpo. La posizione deve servire la tecnica e rispettare le possibilità della persona.
Allo stesso modo, non tutte le meditazioni sono silenziose. Il mantra, la preghiera, la campana e il ritmo possono raccogliere la mente proprio attraverso il suono.
Il criterio non è l’apparenza esteriore.
È la qualità dell’attenzione e la funzione del gesto.
La meditazione non appartiene soltanto ai momenti difficili
Molte persone incontrano la meditazione perché stanno male.
Il bisogno di una tregua può aprire la porta, ma se la pratica viene utilizzata soltanto durante le crisi rischia di assumere la funzione di un intervento d’emergenza dal quale ci aspettiamo un cambiamento immediato.
Meditare anche nei periodi ordinari permette di conoscere la pratica quando non deve risolvere nulla.
Si può osservare una mente tranquilla, una giornata soddisfacente, un corpo che non sta chiedendo attenzione. La meditazione non è riservata al dolore e non deve cercare continuamente qualcosa da guarire.
La presenza può incontrare anche la neutralità, il piacere e la semplicità.
Questo elemento è importante perché evita di trasformare l’interiorità in un cantiere permanente.
Non ci sediamo sempre per correggere una parte di noi.
Talvolta ci sediamo per esserci.
Il principiante e il mito della predisposizione
Chi comincia può credere che alcune persone possiedano una predisposizione naturale alla meditazione.
Sembrano più calme, capaci di rimanere immobili e dotate di una mente meno rumorosa. Questa impressione nasce spesso dal confronto fra la propria esperienza interna e l’aspetto esteriore degli altri.
Non sappiamo che cosa stia accadendo nella loro mente.
Una persona inquieta può praticare con grande profondità, perché ogni ritorno dell’attenzione viene compiuto consapevolmente. Una persona apparentemente tranquilla può trascorrere l’intera seduta in una fantasia senza accorgersene.
La meditazione non richiede un particolare carattere.
La pratica dovrà però essere adattata.
Chi tende alla sonnolenza potrà utilizzare gli occhi aperti, una postura più attiva o la meditazione camminata. Chi incontra ansia attraverso il respiro potrà scegliere i suoni o i punti di contatto. Chi visualizza con difficoltà potrà lavorare con parole, sensazioni o forme astratte.
Non tutti entrano dalla stessa porta.
Questo non rende alcune porte meno autentiche.
Dalla pratica alla via
Una tecnica può essere imparata in pochi minuti.
Una via richiede tempo.
Conoscere le istruzioni per seguire il respiro non significa avere compreso la meditazione, così come conoscere una formula rituale non significa avere attraversato il mistero al quale rimanda.
La pratica diventa via quando comincia a modificare le domande.
All’inizio ci chiediamo se stiamo meditando bene, quanto tempo occorra e quale tecnica sia più efficace. In seguito potremmo domandarci chi sia colui che vuole riuscire, perché determinate esperienze vengano respinte e quale rapporto esista fra il silenzio della seduta e il modo in cui viviamo.
Non tutti devono trasformare la meditazione in un cammino spirituale centrale.
Può rimanere una pratica limitata e concreta, utilizzata per alcuni minuti e integrata nella vita senza assumere un significato più vasto.
Quando però entra nella ricerca interiore, la meditazione diventa una soglia.
Non aggiunge soltanto un’attività alle giornate. Interroga il modo in cui costruiamo l’identità, inseguiamo i pensieri e interpretiamo ciò che emerge dalle regioni invisibili dell’essere.
Una parola per pratiche differenti
Dopo questo viaggio possiamo comprendere perché sia impossibile racchiudere la meditazione in una sola definizione.
È disciplina dell’attenzione, ma non soltanto.
È osservazione, ma può essere anche visualizzazione, preghiera, mantra e relazione simbolica.
Può cercare quiete, conoscenza, liberazione, unione, compassione o presenza.
Può appartenere a una religione, a una scuola filosofica, a una corrente esoterica oppure a un contesto laico.
Ciò che unisce queste forme non è un’identica dottrina.
È il gesto attraverso cui la coscienza interrompe almeno temporaneamente il proprio movimento abituale e si dispone verso un oggetto, un’esperienza, una presenza o un mistero.
La direzione del gesto cambia.
La soglia rimane riconoscibile.
La mappa e l’esperienza
Conoscere la storia della meditazione impedisce due errori opposti.
Il primo consiste nel pensare che tutte le pratiche siano equivalenti e possano essere mescolate senza comprenderne l’origine. Il secondo nel credere che sia necessario conoscere ogni tradizione prima di poter cominciare.
La mappa serve a orientare.
Non sostituisce il cammino.
Il principiante può continuare a utilizzare la semplice pratica incontrata nella pagina precedente: sedersi per pochi minuti, scegliere un punto di attenzione, riconoscere la distrazione e ritornare.
Ora sa però che quel gesto non rappresenta l’intera meditazione.
È una porta iniziale all’interno di un edificio molto più vasto.
Nelle pagine successive impareremo a preparare la pratica, distinguere le principali forme e scegliere un metodo adatto alla condizione presente. Entreremo nel respiro, nel corpo, nel suono, nel movimento e nell’immagine.
Non cercheremo una tecnica superiore alle altre.
Cercheremo di comprendere quale relazione ciascuna di esse costruisca con la coscienza.
La meditazione non appartiene a una sola cultura, ma non per questo è priva di radici. Non possiede uno scopo universale, ma non per questo è un insieme casuale di esercizi.
È una costellazione di vie nate attorno a una domanda antica: che cosa accade quando l’essere umano smette, per alcuni istanti, di inseguire ciò che appare e rivolge lo sguardo verso la sorgente dalla quale l’esperienza continua a sorgere?
Ogni tradizione ha risposto in modo differente.
Alcune hanno parlato di mente, altre di anima, vuoto, coscienza, Dio, natura originaria o Sé. Nessuna parola contiene interamente ciò che tenta di indicare.
La meditazione comincia prima della risposta.
Comincia nel gesto con cui ci fermiamo, riconosciamo di non sapere ancora e permettiamo alla domanda di rimanere abbastanza a lungo da trasformare la qualità dello sguardo.

