Defixiones — Tavolette di maledizione e legamenti

Defixiones — Tavolette di maledizione e legamenti

Quando il nome dell’avversario veniva consegnato alla terra, agli dèi e ai morti

La lamina è abbastanza piccola da scomparire nel palmo di una mano. Il piombo oppone alla punta dello stilo una resistenza modesta, quasi sorda, mentre vi vengono incisi un nome, talvolta una genealogia, una professione, l’indicazione di una lite ancora da discutere o di una gara non ancora corsa. Poi il metallo viene piegato. In alcuni casi attraversato da un chiodo. Infine sparisce: dentro una tomba, in un pozzo, nell’acqua di una sorgente sacra, nel terreno di un santuario, presso uno spazio destinato alle competizioni. Ciò che resta in superficie continua a essere perfettamente ordinario; ciò che è stato nascosto dovrebbe invece cominciare a operare.

Le tavolette che la terminologia moderna raccoglie abitualmente sotto il nome di defixiones costituiscono una delle testimonianze archeologiche più concrete della magia nel mondo greco e romano, perché in esse la pratica non ci è raccontata da un filosofo ostile, da un legislatore preoccupato o da un poeta desideroso di impressionare il proprio pubblico: in molti casi possediamo l’oggetto stesso attraverso il quale qualcuno cercò di intervenire sulla vita di un altro individuo. Sono sopravvissute in migliaia di esemplari, distribuiti attraverso più di un millennio di storia mediterranea e imperiale, e restituiscono un universo molto più complesso della semplice “maledizione”. Dietro quelle superfici annerite e corrose compaiono processi giudiziari, amori respinti, rivalità professionali, competizioni atletiche, corse di carri, furti, affari economici, rancori privati e richieste di risarcimento; soprattutto compare una convinzione che attraversa molte forme della religiosità antica, secondo la quale una parola opportunamente formulata, fissata nella materia e consegnata all’interlocutore soprannaturale appropriato potesse modificare concretamente il corso degli eventi.

La stessa parola defixio richiede però cautela. La ricerca moderna l’ha utilizzata per lungo tempo quasi come sinonimo generale di “tavoletta di maledizione”, mentre il termine latino rimanda più precisamente all’idea di defigere, fissare, inchiodare, immobilizzare. Nel mondo greco una nozione analoga è espressa dal katadesmos, dal verbo katadein, “legare”. Il nucleo originario di molte di queste operazioni non consiste dunque necessariamente nel chiedere che qualcuno muoia o venga colpito da una sciagura, ma nell’impedirgli di agire efficacemente: fermare la sua lingua prima di una deposizione in tribunale, confonderne il pensiero, privarlo della capacità di competere, neutralizzarne l’abilità, ostacolarne gli affari o sottoporne desiderio e volontà al dominio di qualcun altro. Non ogni tavoletta di maledizione è pertanto una defixio in senso stretto, e non ogni defixio contiene ciò che oggi chiameremmo spontaneamente una maledizione. La distinzione diventa ancora più importante quando si incontrano le cosiddette “preghiere di giustizia”, nelle quali il richiedente non cerca di immobilizzare preventivamente un rivale, ma consegna a una divinità il responsabile, spesso ignoto, di un furto o di un torto affinché venga individuato, punito o costretto alla restituzione.

Le prime tavolette greche conservate risalgono alla fine del VI secolo a.C. e compaiono molto presto in regioni differenti del Mediterraneo greco, dalla Sicilia all’Attica e ad altre zone periferiche del mondo ellenico. Nei secoli successivi la tecnica viene adottata, trasformata e reinterpretata in contesti linguistici e culturali diversi; compaiono iscrizioni in osco, etrusco e più tardi in latino, mentre la pratica continua attraverso l’età imperiale e dentro la tarda antichità. Pensare a una semplice invenzione greca progressivamente esportata in maniera uniforme sarebbe però fuorviante. I reperti mostrano piuttosto una famiglia di tecnologie rituali continuamente adattate alle necessità locali, alle divinità disponibili, alle forme della scrittura e ai conflitti propri delle diverse comunità.

Scrivere per impedire

La superficie prediletta fu il piombo, ma non l’unica. Sono conosciuti testi analoghi su altri metalli e, più raramente, su supporti differenti; tuttavia il piombo possedeva qualità pratiche difficili da ignorare. Era relativamente economico, facilmente reperibile e sufficientemente morbido da poter essere inciso senza strumenti raffinati, quindi piegato, arrotolato o perforato. A queste caratteristiche materiali la ritualità poteva attribuire ulteriori significati, ma occorre evitare una tentazione abbastanza moderna: trasformare automaticamente ogni proprietà del metallo in un codice simbolico universale. Il colore spento, la pesantezza, la freddezza e il rapporto del piombo con il sottosuolo si prestano certamente a letture ctonie, e in alcuni contesti tali associazioni possono essere pertinenti; ciò che possiamo documentare con maggiore sicurezza, tuttavia, è che la materia si adattava perfettamente alla funzione dell’oggetto. Poteva ricevere la scrittura, essere deformata e soprattutto sottratta alla vista.

Quest’ultimo gesto era decisivo. Una defixio non era normalmente concepita per essere esposta come un’iscrizione pubblica. Doveva lasciare il mondo ordinario e raggiungere un luogo nel quale la comunicazione con potenze non umane appariva possibile. Da qui la deposizione nelle tombe, nei pozzi e nelle sorgenti, presso santuari o luoghi collegati alle competizioni. L’archeologia ha restituito concentrazioni significative di tavolette proprio là dove ambiente naturale, culto e immaginario religioso rendevano plausibile il passaggio della richiesta verso il destinatario soprannaturale. La tavoletta non era quindi soltanto un testo: era un messaggio che doveva essere spedito, e il luogo nel quale veniva deposta faceva parte della sua grammatica rituale.

Le tombe offrivano una possibilità particolarmente potente perché introducevano nella procedura la presenza dei morti. In alcuni contesti magici del mondo greco-romano i defunti, soprattutto coloro che erano morti prematuramente o violentemente, potevano essere immaginati come intermediari inquieti, ancora prossimi al mondo dei vivi e quindi utilizzabili nella trasmissione di una richiesta verso le potenze infernali. Sarebbe però eccessivo trasformare questo motivo in una regola: molte tavolette non dipendono affatto da un morto specifico e numerosi depositi appartengono a contesti templari, acquatici o agonistici. La geografia rituale delle defixiones è pluralistica quanto le loro intenzioni.

Il testo poteva essere straordinariamente semplice. Talvolta bastavano uno o più nomi. Altrove la formulazione diventava complessa, indicando ciò che doveva essere immobilizzato con una precisione quasi anatomica: la lingua, la mente, le mani, i piedi, la voce, la capacità di parlare o di ricordare, persino specifiche competenze dalle quali dipendeva il successo della vittima. Il nome non svolgeva una funzione puramente descrittiva. Nell’universo operativo della magia antica identificare con esattezza qualcuno significava renderlo raggiungibile. Da qui l’attenzione per patronimici, relazioni familiari, mestieri e altri elementi capaci di eliminare l’ambiguità quando più persone potevano portare lo stesso nome.

La scrittura poteva inoltre essere deformata, invertita o accompagnata, soprattutto nelle fasi più tarde e nei contesti più elaborati, da caratteri insoliti, segni, formule e voces magicae, sequenze fonetiche il cui valore non dipendeva necessariamente dal significato linguistico ordinario. Anche qui occorre distinguere cronologie e ambienti: non tutte le prime tavolette greche possiedono l’apparato spettacolare che diventerà familiare nella magia tardoantica. Le più antiche possono apparire sorprendentemente asciutte. Il dispositivo essenziale non richiedeva necessariamente una lunga invocazione; poteva bastare che il bersaglio fosse nominato, consegnato e legato.

Piegare la lamina rendeva fisico ciò che il testo dichiarava. Forarla con un chiodo, quando ciò avveniva, accentuava ulteriormente l’idea di fissazione. Il linguaggio e il gesto si rispecchiavano: si legava qualcuno scrivendo di legarlo e contemporaneamente manipolando un oggetto che lo rappresentava attraverso il suo nome. In alcuni casi alla tavoletta potevano essere associate piccole figure umane modellate, legate o perforate, una pratica nella quale il principio analogico diventava ancora più evidente. Chiamarle semplicemente “bambole voodoo”, come talvolta accade nella divulgazione, oltre a essere storicamente improprio introduce un confronto con tradizioni molto più tarde che oscura invece di spiegare. Ci troviamo davanti a una logica rituale autonoma, presente nel Mediterraneo antico, nella quale rappresentazione, denominazione e manipolazione convergevano sul medesimo bersaglio.

Tribunali, corse, affari e desiderio

Uno degli aspetti più rivelatori delle defixiones è la normalità dei conflitti che le generarono. Non appartengono soltanto alle zone marginali della società né testimoniano esclusivamente ossessioni individuali eccezionali. Molte nascono precisamente là dove l’esito di una situazione non può essere controllato con certezza.

Il tribunale ne è un esempio quasi perfetto. Un processo concentra rischio, esposizione pubblica e dipendenza dalle parole dell’avversario. Non sorprende quindi che numerosi testi cerchino di legare la lingua, la memoria o l’intelligenza di chi dovrà parlare contro il committente. Non è necessario immaginare che l’operatore desiderasse la morte del rivale; bastava che questi dimenticasse ciò che voleva dire, risultasse poco convincente, si contraddicesse o non riuscisse a esercitare pienamente la propria capacità retorica. La magia agiva, almeno nelle intenzioni del richiedente, esattamente nel punto in cui la procedura legale lasciava spazio all’incertezza.

Lo stesso meccanismo compare nelle competizioni. Un auriga non deve necessariamente essere distrutto: è sufficiente che perda il controllo dei cavalli. Un atleta può essere privato della forza o della coordinazione. Un concorrente può essere reso inefficace nel momento decisivo. Nel mondo romano delle corse circensi questa dimensione divenne particolarmente sviluppata e alcune tavolette contengono richieste minuziose contro aurighi, cavalli o intere fazioni. La violenza verbale può diventare estrema, ma dietro di essa si riconosce una forma di razionalità interna precisa: intervenire su tutte le variabili che l’azione ordinaria non riesce a governare.

Anche l’economia produceva le proprie forme di legamento. Rivali commerciali, concorrenti e persone coinvolte in dispute patrimoniali potevano essere consegnati alla potenza soprannaturale affinché le loro attività fossero ostacolate. Non esiste quindi una separazione netta fra una presunta “magia superstiziosa” e la vita economica concreta. La tavoletta nasce spesso nel punto esatto in cui un interesse materiale incontra l’impossibilità di garantirsi il risultato.

La magia erotica rende ancora più evidente la natura coercitiva di alcuni legamenti. Le fonti antiche conservano operazioni nelle quali una persona viene simbolicamente vincolata affinché il desiderio non le conceda riposo, affinché abbandoni altri rapporti o venga condotta verso chi commissiona l’azione. In questo caso il vocabolario amoroso non deve indurre a romanticizzare il gesto: ciò che viene richiesto può essere una vera subordinazione della volontà. Il bersaglio è trattato come qualcosa da attirare, tormentare, trattenere o rendere incapace di trovare soddisfazione altrove.

Questa differenza consente di comprendere quanto la categoria moderna di “incantesimo d’amore” sia insufficiente. Nel mondo greco e romano esistevano modi differenti di concepire la magia erotica, alcuni orientati verso l’intensificazione dell’affetto e della stabilità di una relazione, altri decisamente aggressivi e costrittivi. Le defixiones erotiche appartengono soprattutto al secondo versante: non chiedono semplicemente reciprocità, ma cercano di intervenire sulla libertà del desiderio altrui.

Eppure sarebbe altrettanto sbagliato pensare che tutte le tavolette esprimano aggressione illegittima. Il grande corpus romano-britannico proveniente da Bath e altri ritrovamenti mostrano persone che si considerano vittime, non aggressori. Qualcuno ha rubato un mantello, denaro, gioielli, animali o oggetti personali; il colpevole può essere ignoto e le normali possibilità di recuperare il bene sono insufficienti. La proprietà viene allora simbolicamente trasferita alla divinità, oppure il ladro stesso viene consegnato al dio, affinché la potenza divina eserciti una giustizia che gli uomini non sono riusciti a ottenere. Nel santuario di Sulis Minerva a Bath e in quello di Mercurio a Uley queste richieste possono assumere forme sorprendentemente concrete, facendo emergere attraverso la religione anche piccoli frammenti della vita quotidiana romana: vestiti scomparsi, denaro sottratto, animali rubati, oggetti domestici apparentemente insignificanti per la grande storia ma evidentemente importanti per chi li possedeva.

Questi documenti hanno spinto gli studiosi a distinguere le defixiones propriamente coercitive dalle “preghiere di giustizia”. La differenza non è puramente accademica. Nel primo caso chi scrive cerca di limitare preventivamente la capacità di un rivale; nel secondo presenta la propria causa a una divinità e domanda che un torto già avvenuto venga riparato o vendicato. Le due categorie possono sovrapporsi e i reperti reali sfuggono frequentemente alle classificazioni troppo nette, ma la distinzione impedisce di immaginare ogni lamina di piombo come espressione dello stesso gesto magico.

Gli dèi, i morti e il problema della magia

Quando una tavoletta viene deposta in una tomba e affidata a Hermes ctonio, Persefone, Ecate o ad altre potenze associate all’invisibile, la classificazione moderna come magia sembra quasi inevitabile. Le cose diventano meno semplici quando un individuo entra in un santuario riconosciuto, formula una richiesta secondo modalità rituali e domanda a una divinità pubblicamente venerata di restituirgli ciò che gli è stato rubato. Dove termina la religione e dove comincia la magia?

Il problema attraversa praticamente tutto lo studio della ritualità antica. Greci e Romani possedevano vocaboli per indicare pratiche considerate sospette, straniere, eccessive o illecite, ma non disponevano di una distinzione universale fra “religione” e “magia” coincidente con quella costruita dalla cultura occidentale moderna. Una medesima azione poteva apparire legittima o riprovevole a seconda di chi la compiva, contro chi era diretta, del luogo nel quale avveniva e della relazione che stabiliva con l’ordine sociale.

La defixio porta questa ambiguità al limite perché ricorre spesso agli stessi interlocutori soprannaturali riconosciuti dalla religione. Hermes può essere un dio pubblicamente onorato e al tempo stesso ricevere richieste sotterranee. Ecate appartiene al culto e contemporaneamente assume un ruolo privilegiato in molte elaborazioni magiche. Persefone è la regina degli inferi e può divenire destinataria di comunicazioni affidate alle tombe. Sulis Minerva e Mercurio, in Britannia, ricevono richieste punitive dentro santuari pienamente inseriti nel paesaggio religioso provinciale.

Ciò che cambia non è necessariamente l’identità della divinità, ma la relazione instaurata con essa. La preghiera pubblica tende idealmente a collocare il richiedente dentro una reciprocità riconosciuta dalla comunità; il legamento privato cerca invece di modificare una situazione particolare, spesso a danno di un altro individuo, mediante una procedura destinata a restare nascosta. Non è una distinzione assoluta, poiché anche le preghiere pubbliche potevano invocare la sconfitta dei nemici e anche le richieste private potevano appellarsi alla giustizia. È piuttosto una zona di attrito nella quale interessi personali, religione, diritto e potere rituale si sovrappongono.

In alcuni testi il rapporto con la potenza soprannaturale appare quasi contrattuale. Il bersaglio viene “consegnato” alla divinità; una parte del suo corpo, della sua attività o dei suoi beni viene simbolicamente trasferita alla sua giurisdizione. Altrove domina il linguaggio del comando. Nella magia più elaborata della tarda antichità l’operatore può ricorrere a nomi segreti, formule coercitive e gerarchie soprannaturali con l’intenzione non soltanto di supplicare una potenza, ma di costringerla o vincolarla attraverso una conoscenza ritenuta efficace.

Questa trasformazione non avviene secondo una linea semplice. La storia delle tavolette di maledizione non mostra il passaggio ordinato da una magia primitiva a una magia colta né la progressiva costruzione di un sistema uniforme. Al contrario, attraversa appropriazioni, contaminazioni e reinvenzioni locali. Per questo la ricerca contemporanea tende a descriverle meno come prodotto di una singola “tradizione magica” e più come una tecnologia rituale estremamente adattabile, capace di sopravvivere perché poteva essere rimodellata per rispondere a problemi differenti.

Il corpo scritto dell’avversario

C’è un elemento delle defixiones che merita particolare attenzione perché permette di comprenderne la logica esoterica senza pretendere di dimostrarne l’efficacia soprannaturale: la trasformazione dell’individuo in una struttura manipolabile attraverso il linguaggio.

Quando una tavoletta elenca la lingua, le mani, i piedi, gli occhi, il pensiero o altre parti della vittima, il corpo reale viene trasferito in una sorta di anatomia verbale. L’operatore non possiede fisicamente la persona, ma costruisce sulla lamina un suo equivalente rituale. Il nome stabilisce l’identità; l’enumerazione delimita le funzioni da controllare; il gesto di piegare o perforare introduce un’azione materiale; la deposizione trasferisce infine quell’identità in uno spazio sottratto alla vita quotidiana.

La logica appartiene a ciò che gli studiosi hanno spesso chiamato magia simpatica o analogica, ma queste categorie vanno utilizzate senza ridurre il fenomeno a una formula ottocentesca. Per chi compiva il rito, il rapporto fra nome, rappresentazione e persona poteva essere molto più concreto di una semplice somiglianza simbolica. La scrittura stessa costituiva un atto. Incidere il nome non significava soltanto parlare di qualcuno: all’interno del sistema rituale significava stabilire una presa su di lui.

Qui la differenza fra il nostro rapporto con la scrittura e quello espresso dalla defixio diventa particolarmente istruttiva. Nelle società antiche la scrittura possedeva naturalmente infinite funzioni amministrative, letterarie e quotidiane, ma in determinati contesti poteva essere caricata di un’efficacia performativa molto specifica. Una formula giuridica modifica uno status; un’iscrizione funeraria conserva un nome; una dedica trasferisce un oggetto alla sfera divina. La tavoletta di legamento porta questa capacità performativa dentro il conflitto privato: la scrittura non registra soltanto un desiderio, cerca di farlo accadere.

Da una prospettiva psicologica moderna sarebbe possibile leggere il gesto come tentativo di ricostruire una sensazione di controllo davanti all’incertezza. Un processo giudiziario, un tradimento, una competizione o un furto producono precisamente la condizione nella quale il comportamento dell’altro diventa imprevedibile e quindi minaccioso; comprimere quel conflitto in un oggetto manipolabile può restituire all’individuo la percezione di avere nuovamente un margine d’azione. Questa interpretazione ha valore come modello contemporaneo, ma non dovrebbe essere utilizzata per sostituire le categorie degli antichi. Dire che il rito possedeva una funzione psicologica non significa che chi lo praticava lo considerasse simbolico. Le tavolette furono create all’interno di culture nelle quali l’intervento divino, il potere della maledizione e l’efficacia di determinate procedure rituali potevano essere concepiti come possibilità reali.

La lettura esoterica insiste invece sulla corrispondenza fra parola, intenzione, rappresentazione e materia. In questa prospettiva la defixio appare come una macchina rituale estremamente compatta: identifica un bersaglio, definisce una trasformazione desiderata, la imprime sopra un supporto, ne riproduce materialmente il principio mediante legatura, piegatura o fissazione e infine consegna il complesso a una potenza incaricata dell’esecuzione. È una struttura che ricomparirà, con linguaggi e cosmologie differenti, in molte forme successive della magia occidentale. La continuità, tuttavia, deve essere trattata con prudenza: analogie operative non dimostrano necessariamente una trasmissione storica diretta.

Ciò che le tavolette non permettono di sapere

Una defixio conservata in un museo possiede qualcosa di ingannevolmente completo. Possiamo pesarla, analizzarne la lega metallica, decifrarne le lettere, individuare il luogo nel quale fu deposta e talvolta riconoscere le persone nominate. Ma il rituale che l’accompagnò è quasi sempre molto più grande dell’oggetto sopravvissuto.

Non sappiamo necessariamente quali parole furono pronunciate mentre veniva incisa. Non sappiamo se esistessero purificazioni preliminari, offerte, gesti, tempi astrologici o prescrizioni trasmesse oralmente. Non sappiamo sempre se il committente scrisse personalmente la tavoletta o si rivolse a uno specialista. La presenza di testi formulari e di competenze scrittorie particolari mostra che professionisti rituali dovettero avere un ruolo in alcuni ambienti, ma altre tavolette sono sufficientemente semplici da poter essere state prodotte autonomamente. L’oggetto archeologico è dunque la parte resistente di un rito in gran parte scomparso.

Anche l’efficacia attribuita alla segretezza può aver contribuito alla perdita delle informazioni. Ciò che veniva sepolto, gettato nell’acqua o nascosto non era destinato all’osservatore futuro. Gli archeologi lo recuperano proprio perché il rito aveva richiesto che sparisse.

Questa circostanza rende particolarmente fragile ogni tentativo moderno di ricostruire una “procedura standard delle defixiones”. Non ne esiste una sola. Le tavolette di Atene arcaica, quelle della Sicilia greca, i testi agonistici dell’età romana, le richieste di Bath e le formule tardoantiche appartengono a una parentela riconoscibile, ma non a un rituale immutabile ripetuto per mille anni. Materiali, formule, destinatari soprannaturali, luoghi di deposizione e concezioni dell’efficacia cambiarono continuamente.

La stessa presenza del chiodo, diventata quasi emblematica nell’immaginario moderno, non deve essere trasformata in requisito universale. Alcune tavolette furono perforate, altre piegate, arrotolate o semplicemente depositate. La potenza del gesto non risiedeva in un singolo accessorio obbligatorio, ma nell’insieme di relazioni costruite fra bersaglio, parola, materia, luogo e destinatario soprannaturale.

Dalla maledizione antica alla fantasia moderna

Le defixiones hanno esercitato un’attrazione crescente sull’immaginario esoterico contemporaneo perché sembrano offrire ciò che molte altre testimonianze della magia antica non possono dare: un oggetto realmente utilizzato. Non una ricostruzione rinascimentale dell’antichità, non il racconto di un autore ostile, ma la lamina che qualcuno incise e nascose duemila anni fa.

Proprio questa immediatezza favorisce però gli anacronismi. La moderna magia delle candele, alcune forme di stregoneria rituale, le pratiche di jar magic, i poppets, le bottiglie di maledizione, il hoodoo, certe forme di magia del caos e molte elaborazioni neopagane possiedono tecniche che possono ricordare per analogia le antiche pratiche di legamento. Da ciò non segue che derivino direttamente dalle defixiones. La storia della magia è piena di convergenze operative: legare un oggetto per rappresentare un impedimento o distruggere simbolicamente qualcosa per rappresentarne la distruzione sono idee che possono emergere indipendentemente in culture diverse.

Un secondo errore consiste nel pensare che le tavolette costituiscano il versante “oscuro” di una religione greca o romana altrimenti luminosa e ordinata. Questa opposizione dice più sulla sensibilità moderna che sul mondo antico. Gli stessi individui potevano sacrificare agli dèi della città, consultare oracoli, partecipare alle feste religiose, venerare gli antenati e, davanti a una causa giudiziaria o a un rivale, ricorrere a una tavoletta di legamento senza necessariamente percepire una contraddizione paragonabile alla nostra.

Anche la distinzione morale fra magia “bianca” e “nera” serve poco. Alcune defixiones sono inequivocabilmente aggressive; altre intendono neutralizzare un avversario; altre ancora chiedono vendetta contro un ladro e vengono formulate da qualcuno convinto di reclamare giustizia. Lo stesso atto può essere letto come protezione da chi lo commissiona e aggressione da chi ne è bersaglio. È proprio questa ambivalenza a rendere le tavolette tanto importanti per comprendere la magia antica: mostrano che il potere rituale non viveva in una categoria morale autonoma, ma dentro relazioni concrete fra persone che si percepivano come rivali, vittime, amanti, debitori, accusatori o concorrenti.

Alla fine rimane il piombo. Non la grande immagine letteraria della maga che chiama la luna dal cielo, non la teoria filosofica delle corrispondenze cosmiche, ma un oggetto minuscolo sul quale una mano reale ha graffiato il nome di un’altra persona. È forse questo a rendere le defixiones così perturbanti. La distanza di duemila anni si riduce improvvisamente perché le passioni che vi hanno lasciato traccia sono riconoscibili: paura di perdere, desiderio di possedere, rabbia per un’ingiustizia, gelosia, competizione, bisogno di impedire all’altro di agire.

Soltanto il modo di rispondere a quelle passioni appartiene a un universo differente. Invece di lasciare che il conflitto restasse confinato fra due esseri umani, chi incideva la lamina introduceva un terzo interlocutore, invisibile ma ritenuto operativo. Un dio, una dea, un morto, una potenza infernale ricevevano il nome e con esso la controversia. La tavoletta veniva chiusa, piegata e affidata a un luogo dal quale non avrebbe dovuto tornare.

Molte sono tornate.

Non per compiere ciò che chiedevano, almeno per quanto possiamo sapere, ma per mostrarci che la magia antica non abitava soltanto i grandi sistemi sacerdotali o i testi esoterici più complessi. Poteva stare nella tasca di qualcuno che attraversava una città portando con sé pochi centimetri di piombo e un problema che non riusciva a risolvere altrimenti.

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