Meditazione e Presenza
Il ritorno a quel punto immobile dove tutto respira
La stanza non diventa silenziosa soltanto perché ci siamo seduti.
Continua il rumore della strada, un elettrodomestico si accende nella stanza vicina, il legno si assesta, una voce attraversa il muro. Anche il corpo sembra improvvisamente più rumoroso: il peso della schiena, un prurito sul volto, il battito percepito nel petto, la necessità di cambiare posizione. La mente, che fino a un momento prima appariva impegnata in pensieri ordinari, comincia a produrre ricordi, programmi, immagini e conversazioni immaginarie.
Chi prova a meditare per la prima volta può avere l’impressione di avere commesso un errore.
Pensava di trovare quiete e incontra movimento. Cercava uno spazio vuoto e scopre una moltitudine. Credeva che la meditazione consistesse nel non pensare e si accorge che i pensieri non chiedono il permesso prima di comparire.
È proprio da questo incontro che la pratica comincia.
Meditare non significa diventare immediatamente silenziosi. Significa accorgersi del rumore senza essere costretti a seguirne ogni direzione. Non richiede di svuotare la mente, ma di riconoscere ciò che la attraversa. Non promette di eliminare emozioni, sensazioni e immagini; crea uno spazio nel quale esse possono essere incontrate senza coincidere completamente con l’intera realtà.
La presenza non nasce quando tutto si ferma.
Nasce quando, dentro ciò che continua a muoversi, qualcosa comincia a vedere.
Una soglia, non una fuga
La meditazione viene spesso cercata nei momenti in cui la vita appare troppo piena. Si desidera calmare l’ansia, interrompere la successione dei pensieri, dormire meglio o trovare una pausa dentro giornate dominate dalle richieste.
Queste motivazioni sono comprensibili. Il bisogno di sollievo può essere la prima porta attraverso cui ci si avvicina alla pratica. La meditazione, però, non coincide con una tecnica capace di produrre quiete ogni volta che viene applicata.
Alcune sedute possono essere distese. Altre incontrano agitazione, noia, stanchezza o emozioni che avevano trovato poco spazio durante il giorno. La pratica non crea sempre ciò che desideriamo sentire; rende talvolta più percepibile ciò che era già presente.
Per questo meditare non significa fuggire dalla vita in una regione priva di conflitti.
Significa costruire una relazione diversa con ciò che accade.
Nella vita ordinaria l’attenzione viene continuamente chiamata all’esterno. Passiamo da un compito all’altro, rispondiamo a messaggi, anticipiamo problemi, ricordiamo ciò che avremmo dovuto fare e immaginiamo ciò che potrebbe accadere. Persino nei momenti liberi continuiamo spesso a cercare stimoli, come se l’assenza di un’occupazione dovesse essere riempita immediatamente.
La meditazione interrompe per alcuni minuti questa corsa.
Non chiede di risolvere tutto. Chiede di rimanere abbastanza a lungo nello stesso luogo da accorgersi del modo in cui l’esperienza si forma.
Un suono compare e scompare. Una sensazione aumenta, cambia e perde intensità. Un pensiero sembra urgente, ma pochi istanti dopo viene sostituito da un altro. L’emozione che appariva compatta rivela sfumature, movimenti e pause.
La pratica non rende irreale ciò che proviamo.
Mostra che anche ciò che è reale può essere mutevole.
Il luogo della coscienza
Nelle pagine di Architettura dell’invisibile abbiamo incontrato l’Ego come centro della coscienza e il Sé come totalità più vasta, capace di comprendere ciò che sappiamo di essere e ciò che rimane ancora nell’Ombra.
La meditazione diventa uno dei luoghi nei quali questa relazione può essere percepita.
Quando l’Ego smette temporaneamente di occupare ogni spazio con programmi, spiegazioni e giudizi, non scompare. Continua a riconoscere, scegliere e orientare l’attenzione. Smette però, almeno per alcuni istanti, di considerare ogni pensiero una dichiarazione definitiva sull’identità e ogni emozione un ordine da eseguire.
Si forma una distanza sottile.
Non siamo completamente separati dal pensiero, perché è la nostra mente a produrlo. Non siamo nemmeno obbligati a diventare quel pensiero, seguirlo o considerarlo vero soltanto perché è apparso.
Possiamo riconoscere: c’è preoccupazione. C’è un ricordo. C’è il desiderio che questa esperienza finisca. C’è la fantasia di stare meditando bene.
Questa distanza non divide l’essere.
Gli restituisce spazio.
L’Ego continua a essere presente, ma non deve più difendere senza tregua la propria immagine. L’Ombra può lasciare emergere una reazione senza essere immediatamente respinta. Il corpo può essere sentito senza venire trasformato subito in un messaggio. Il simbolo può comparire senza che la coscienza debba decifrarlo nello stesso istante.
La meditazione non garantisce un contatto diretto e infallibile con il Sé. Non tutto ciò che emerge durante la pratica proviene da una profondità superiore. Molti contenuti appartengono alla memoria, alla fantasia, alle preoccupazioni quotidiane e alle associazioni della mente.
Il valore della meditazione non dipende dalla provenienza straordinaria di ciò che appare.
Risiede nella qualità della relazione che impariamo a costruire con l’esperienza.
Presenza non significa controllo
Chi comincia a meditare può trasformare la presenza in un altro compito da svolgere correttamente.
Cerca di mantenere l’attenzione immobile, sorveglia ogni pensiero, corregge la postura e valuta continuamente il proprio stato. Quando si distrae, considera perduti i minuti precedenti. Quando prova agitazione, conclude di non essere portato per la meditazione.
In questo modo la pratica diventa una forma più sottile di controllo.
La presenza non consiste nel vigilare su ogni movimento della mente. È la capacità di riconoscere ciò che sta accadendo e, quando possibile, ritornare all’oggetto scelto.
La parola decisiva è ritornare.
Durante una meditazione sul respiro, l’attenzione rimarrà per qualche istante sul movimento dell’aria e poi verrà catturata da un pensiero. A un certo punto ci accorgeremo di essere altrove. Quell’istante non dimostra che la pratica sia fallita.
È la pratica.
Accorgersi e ritornare costituiscono il movimento fondamentale della meditazione. Non dobbiamo evitare ogni distrazione; dobbiamo imparare a riconoscerla senza aggiungere una condanna.
Una seduta di cinque minuti può contenere decine di ritorni. Ciascuno di essi è un momento di presenza.
La concentrazione perfetta non è il requisito per cominciare. È sufficiente una disponibilità intermittente a tornare.
L’immobilità non è assenza di movimento
Meditare viene spesso associato all’immagine di una persona perfettamente immobile, seduta a gambe incrociate, con la schiena diritta e il volto sereno.
Quella postura può appartenere alla pratica, ma non ne rappresenta l’unica forma.
Si può meditare su una sedia, su un cuscino, in piedi, camminando o distesi. Si possono tenere gli occhi chiusi oppure lasciarli aperti. Le mani possono riposare sulle gambe senza assumere una posizione rituale. Non occorre essere flessibili, riuscire a sedersi sul pavimento o sopportare dolore.
L’immobilità meditativa non è una prova di resistenza.
È la scelta di ridurre temporaneamente i movimenti non necessari, affinché l’attenzione possa osservare con maggiore chiarezza ciò che rimane. Anche in una posizione stabile il corpo continua a respirare, aggiustare il tono muscolare, deglutire e rispondere all’ambiente.
Non dobbiamo costringerlo a sembrare immobile.
Quando compare un disagio lieve, possiamo osservarlo per qualche istante e verificare se cambia. Se il dolore aumenta, se compare intorpidimento o se la posizione non è sostenibile, possiamo muoverci lentamente.
Cambiare posizione non interrompe necessariamente la meditazione.
Anche il movimento può essere compiuto con presenza: riconoscere l’intenzione, spostare il peso, trovare un nuovo sostegno e tornare all’oggetto della pratica.
La forma deve sostenere l’attenzione.
Non sacrificarla.
Il corpo come porta
Il corpo è una delle prime soglie della meditazione perché esiste sempre nel presente.
La mente può ricordare il passato e anticipare il futuro, mentre il corpo continua a incontrare la temperatura, il peso, il respiro e il contatto con ciò che lo sostiene. Prestare attenzione a queste sensazioni può aiutare a tornare a ciò che sta accadendo ora.
Questo non significa che il corpo sia sempre un luogo tranquillo.
Per alcune persone le sensazioni interne sono familiari e rassicuranti. Per altre possono risultare confuse, dolorose o allarmanti. Concentrare l’attenzione sul petto, sul cuore o sul respiro può aumentare la percezione dell’ansia; una scansione corporea può avvicinare zone che non ci si sente pronti a esplorare.
Non esiste l’obbligo di rivolgere l’attenzione all’interno.
Il corpo può essere incontrato attraverso i punti di contatto con la sedia, il peso dei piedi, le mani appoggiate sulle gambe oppure il movimento durante il cammino. Si può scegliere un suono esterno, un oggetto o la luce della stanza.
La presenza non dipende da una porta particolare.
Il corpo non viene utilizzato per trovare messaggi nascosti o stabilire quale emozione sia contenuta in una tensione. Nella meditazione di base impariamo prima di tutto a sentire: pressione, calore, movimento, formicolio, assenza di una sensazione chiara.
L’interpretazione può attendere.
Il respiro come compagno, non come comando
Il respiro è uno degli oggetti meditativi più utilizzati perché accompagna l’intera vita e possiede un ritmo che può essere percepito senza doverlo creare.
Osservarlo non significa respirare profondamente.
Non bisogna riempire completamente i polmoni, allungare l’espirazione o trovare un ritmo ideale. In una semplice meditazione sul respiro si lascia che la respirazione proceda nel proprio modo e si sceglie un punto nel quale sentirla.
Può essere il passaggio dell’aria alle narici, il movimento del petto, quello dell’addome oppure la sensazione generale dell’inspirazione e dell’espirazione.
All’inizio accade spesso che, appena osservato, il respiro diventi artificiale. La persona cerca di controllarlo, si domanda se stia respirando correttamente e non riesce più a distinguere il ritmo spontaneo da quello volontario.
Non è un problema.
Si può riconoscere: in questo momento il respiro viene controllato. Anche questa è un’esperienza presente. Dopo qualche ciclo, spesso l’organismo ritrova una maggiore spontaneità. Se non accade, possiamo spostare l’attenzione sui suoni o sui punti di contatto.
Il respiro non deve diventare una gabbia.
È un sostegno disponibile, non un oggetto obbligatorio.
Il silenzio che non è vuoto
Il silenzio non coincide con l’assenza completa di suoni.
Una stanza perfettamente silenziosa è rara. Anche quando il mondo esterno tace, rimangono il respiro, il battito, il movimento del corpo e l’attività della mente.
Il silenzio meditativo è piuttosto uno spazio nel quale non dobbiamo rispondere immediatamente a tutto ciò che appare.
Un pensiero può sorgere senza trasformarsi in una conversazione. Un rumore può essere ascoltato senza che sia necessario stabilirne la causa. Una sensazione può esistere per alcuni istanti prima di essere giudicata piacevole, sgradevole o significativa.
Il silenzio non cancella i contenuti.
Li rende più udibili.
Per questo non è sempre pacifico. Può mostrare stanchezza, rabbia, inquietudine o tristezza che l’attività quotidiana teneva sullo sfondo. Può anche non mostrare nulla di particolare.
Non ogni silenzio nasconde una rivelazione.
Talvolta è soltanto un intervallo.
La meditazione insegna a non riempire automaticamente quell’intervallo e a non pretendere che produca un’esperienza spirituale.
L’esperienza spirituale e la vita ordinaria
La meditazione può aprire momenti di intensità.
Il confine dell’Io può sembrare meno rigido, il corpo più leggero o più vasto, il tempo differente. Possono emergere immagini, sensazioni di unità, commozione, intuizioni e una profonda percezione del sacro.
Queste esperienze appartengono alla storia della meditazione e alla ricerca spirituale, ma non rappresentano l’obiettivo obbligatorio di ogni pratica.
Una seduta ordinaria, nella quale abbiamo seguito il respiro per pochi istanti e ci siamo distratti molte volte, non vale meno di un’esperienza luminosa.
L’intensità non è una misura sicura della profondità.
Un’immagine comparsa durante la meditazione può essere accolta e annotata, senza essere trasformata immediatamente in un messaggio del Sé, in una visione profetica o nella presenza certa di un’entità. La pratica crea uno spazio di ascolto, ma non rende infallibile l’interpretazione.
Ciò che emerge deve poter essere portato nella vita.
Un’esperienza spirituale che accresce responsabilità, rispetto e capacità di relazione può diventare parte dell’opera interiore. Un’esperienza che alimenta superiorità, paura, dipendenza o perdita del contatto con la realtà richiede invece prudenza.
La meditazione non ci sottrae al discernimento.
Lo rende necessario.
Non esiste una sola meditazione
Sotto la parola meditazione vengono raccolte pratiche molto differenti.
Alcune educano l’attenzione a rimanere su un unico oggetto. Altre osservano il movimento dell’esperienza senza sceglierne uno. Alcune utilizzano il corpo, il respiro, il suono o la ripetizione di un mantra; altre lavorano con immagini, simboli, benevolenza, compassione, preghiera o contemplazione.
Non tutte cercano lo stesso risultato.
Una pratica può sviluppare stabilità dell’attenzione, un’altra ampliare la capacità di osservazione, un’altra ancora costruire una relazione con una divinità, una qualità spirituale o una particolare spirituale o una particolare visione della realtà.
Questo percorso non tenterà di ridurre ogni tradizione a un’unica tecnica universale.
Cercherà invece di mostrare le principali porte, spiegando come vengono attraversate e ricordando che ogni pratica porta con sé un contesto, un linguaggio e una finalità.
Chi comincia non deve conoscere subito tutte le forme.
Ha bisogno di una prima esperienza abbastanza semplice da poter distinguere la meditazione dall’idea che se ne era fatto.
Ciò che la meditazione non promette
Meditare non garantisce serenità permanente.
Non elimina automaticamente l’ansia, non risolve i conflitti, non rende ogni decisione più chiara e non trasforma necessariamente la persona in qualcuno di più gentile o spiritualmente maturo.
Può offrire una maggiore consapevolezza dei propri movimenti interiori, ma la consapevolezza non coincide da sola con il cambiamento. Possiamo riconoscere una reazione e continuare a ripeterla. Possiamo comprendere un meccanismo e avere comunque bisogno di sostegno, tempo o strumenti differenti.
La meditazione non sostituisce la medicina, la psicoterapia, il riposo, la sicurezza materiale o una decisione concreta.
Può accompagnare alcuni di questi processi.
Può creare un intervallo nel quale osservare, respirare, pregare, contemplare o ritrovare una direzione. Il suo valore non ha bisogno di essere trasformato in una promessa universale di guarigione.
Le pratiche meditative e di mindfulness sono generalmente considerate a basso rischio per molte persone, ma la ricerca sulla sicurezza rimane limitata e una parte dei praticanti riferisce esperienze negative, più frequentemente un aumento dell’ansia o dell’umore depresso. Per questo una pratica deve poter essere adattata, sospesa o accompagnata, senza interpretare ogni difficoltà come339search0turn871339search1
Meditare non significa rimanere a qualunque costo.
La difficoltà non è sempre un ostacolo
Durante la pratica compariranno distrazione, noia, impazienza e desiderio di alzarsi. Sono esperienze comuni e possono essere osservate senza concludere che qualcosa stia andando male.
Non ogni difficoltà deve però essere attraversata nello stesso modo.
Un lieve disagio posturale può invitare a trovare un sostegno migliore. Una forte agitazione può richiedere di aprire gli occhi e orientarsi nella stanza. Un ricordo intrusivo può indicare che, per quel momento, è preferibile interrompere.
La frase «anche questo fa parte della pratica» non deve diventare un obbligo a sopportare.
Fa parte della pratica anche riconoscere il limite.
Possiamo distinguere tre possibilità:
Una difficoltà osservabile può rimanere per qualche istante nel campo dell’attenzione. È il caso di un pensiero ripetitivo, della noia o del bisogno lieve di muoversi.
Una difficoltà modificabile richiede un cambiamento: aprire gli occhi, spostare la postura, scegliere un suono anziché il respiro, ridurre la durata.
Una difficoltà non sostenibile richiede di concludere la pratica e tornare all’ambiente, eventualmente cercando un sostegno adeguato.
Questa distinzione non deve essere perfetta. Si impara gradualmente a riconoscere la differenza fra il disagio di incontrare qualcosa e il segnale che la pratica non è adatta in quella forma o in quel momento.
La prima pratica
Quella che segue è una meditazione di base pensata anche per chi non ha mai provato. Non serve a raggiungere uno stato particolare. Il suo unico obiettivo è fare esperienza del movimento fondamentale della meditazione: scegliere un punto di attenzione, accorgersi della distrazione e ritornare.
Cinque minuti sono sufficienti.
Una durata breve non è una versione inferiore della pratica. Permette di impararne la struttura senza trasformare la prima esperienza in una prova di resistenza.
Prima di cominciare
Scegli un momento nel quale non devi rispondere immediatamente a qualcuno. Non è necessario che la casa sia completamente silenziosa, ma può essere utile ridurre le interruzioni prevedibili.
Puoi impostare un timer con un suono non troppo brusco. Cinque minuti comprendono anche il tempo necessario per trovare la posizione e concludere; non occorre iniziare a contarli soltanto quando ti senti concentrato.
Siediti su una sedia stabile. Non è necessario utilizzare il pavimento o un cuscino da meditazione.
Appoggia i piedi dove riescono a ricevere sostegno. Le gambe non devono formare un angolo perfetto e la schiena può toccare lo schienale. Cerca una posizione sufficientemente comoda da non richiedere correzioni continue, ma non impiegare troppo tempo per trovarla.
Lascia le mani sulle cosce oppure una dentro l’altra.
Puoi chiudere gli occhi, socchiuderli o mantenerli aperti. Se li lasci aperti, posa lo sguardo su un punto semplice davanti a te senza fissarlo con forza.
Non devi apparire composto.
Devi poter rimanere.
Il primo minuto: arrivare
Prima di dirigere l’attenzione sul respiro, riconosci la stanza.
Nota la luce, la temperatura e i suoni presenti. Non cercare di identificarli tutti. Lascia che arrivino.
Senti i punti nei quali il corpo incontra la sedia e il pavimento. Puoi percepire chiaramente il peso oppure avere una sensazione vaga. Non è necessario produrne una più intensa.
Riconosci che, per alcuni minuti, non devi andare da nessuna parte.
Non occorre convincerti di essere calmo.
Se sei agitato, la pratica comincia dall’agitazione.
Il secondo minuto: scegliere un punto
Porta l’attenzione verso un punto semplice.
Può essere il contatto dei piedi con il pavimento, le mani appoggiate sulle gambe oppure il respiro.
Per questa prima esperienza, scegli ciò che appare più facile da percepire, non ciò che consideri più spirituale.
Se scegli il respiro, non modificarlo intenzionalmente. Nota soltanto un’inspirazione e un’espirazione. Puoi sentire l’aria alle narici, il movimento del torace o quello dell’addome.
Se il respiro diventa artificiale, lascialo essere artificiale. Non tentare di aggiustarlo. Puoi anche tornare ai piedi o alle mani.
Rimani con il punto scelto per quanto riesci.
Il terzo minuto: incontrare la distrazione
A un certo punto scoprirai di stare pensando a qualcosa.
Forse sarà un ricordo, un programma, un commento sulla pratica oppure la domanda su quanto tempo sia trascorso.
Non cercare di interrompere il pensiero con forza.
Riconoscilo con una parola semplice: «pensiero», «ricordo», «programma». La parola non serve a classificare perfettamente ciò che accade; serve soltanto a ricordarti che lo hai notato.
Torna poi al punto scelto.
Se dopo pochi secondi la mente si allontana di nuovo, ripeti lo stesso movimento.
Non contare le distrazioni.
Non devi dimostrare di riuscire a rimanere.
Il quarto minuto: includere ciò che appare
Se compare una sensazione evidente, puoi riconoscerla senza abbandonare completamente il punto di attenzione.
Avverti un rumore, una tensione o il desiderio di muoverti. Nota che è presente e osserva per un momento che cosa accade.
Se il disagio è lieve, puoi attendere alcuni secondi. Se aumenta o richiede un cambiamento, muoviti lentamente.
Non hai rovinato la meditazione.
Riconosci l’intenzione di muoverti, compi il gesto e torna al contatto, al respiro o alle mani.
La pratica comprende anche l’adattamento.
Il quinto minuto: concludere
Quando il timer suona, non alzarti immediatamente.
Lascia che il suono termini e riconosci nuovamente la stanza. Se avevi gli occhi chiusi, aprili con calma.
Nota il corpo nella sua interezza, senza cercare una sensazione particolare.
Puoi domandarti soltanto: che cosa è presente adesso?
Non devi rispondere con una spiegazione. Potresti sentire calma, agitazione, indifferenza, stanchezza oppure nulla di chiaramente definibile.
Porta un piccolo movimento alle mani e ai piedi. Alzati quando ti senti pronto.
La meditazione è terminata.
Non occorre conservarne lo stato.
Che cosa può accadere la prima volta
Potresti avere la sensazione che cinque minuti siano molto lunghi. Potresti invece stupirti quando il timer suona.
La mente potrebbe sembrare più agitata del solito. Questo non dimostra necessariamente che la meditazione abbia prodotto agitazione: può significare che, riducendo le attività, hai notato più chiaramente il movimento già presente. Se però la pratica aumenta realmente il disagio, non sei tenuto a continuare nello stesso modo.
Potresti sentirti assonnato. La sonnolenza può dipendere dall’orario, dalla stanchezza o dalla posizione. Nelle pratiche successive impareremo a distinguere il rilassamento dalla perdita di presenza e a utilizzare, quando serve, una postura più eretta o la meditazione camminata.
Potresti non sentire niente di speciale.
Questa è una delle esperienze più importanti.
La meditazione non deve produrre immediatamente luce, profondità o intuizioni. Una seduta può essere soltanto il tempo durante il quale ti sei seduto, hai ascoltato alcuni respiri e ti sei accorto di esserti distratto.
Non è necessario aggiungere un significato.
Dopo la pratica
Per le prime volte può essere utile annotare poche righe, senza trasformare il diario in una valutazione.
Puoi registrare la durata, l’oggetto utilizzato e una difficoltà incontrata. Per esempio:
«Cinque minuti, attenzione ai piedi. Ho pensato spesso al lavoro. Tenere gli occhi aperti è stato più semplice».
Una nota simile offre informazioni pratiche. Non stabilisce se la meditazione sia stata buona o cattiva.
Evita di assegnare un voto, di misurare la percentuale di presenza o di confrontare ogni seduta con la precedente. La pratica cambia secondo il sonno, l’ambiente, la salute e ciò che stiamo attraversando.
L’obiettivo iniziale non è migliorare continuamente.
È conoscere il modo in cui entriamo in relazione con la pratica.
Quando aprire gli occhi o interrompere
Puoi aprire gli occhi in qualunque momento.
Puoi anche concludere prima del timer. Non devi ottenere il permesso della pratica né dimostrare di sapere attraversare tutto ciò che emerge.
È opportuno interrompere quando avverti un aumento marcato del panico, un forte senso di irrealtà, immagini intrusive difficili da sostenere, vertigini, dolore significativo o la sensazione di non riuscire a orientarti nell’ambiente.
Guarda la stanza e nomina mentalmente alcuni oggetti. Senti i piedi o tocca una superficie. Puoi alzarti, bere acqua, parlare con qualcuno o svolgere un’attività ordinaria.
Non interpretare immediatamente l’esperienza come un’apertura spirituale, un rilascio o una purificazione.
Se reazioni intense si ripetono, peggiorano o continuano dopo la pratica, è prudente sospendere e confrontarsi con un professionista qualificato, soprattutto quando esiste una storia di trauma, episodi dissociativi o condizioni psicologiche importanti.
La meditazione deve poter essere adattata alla persona.
Non la persona sacrificata alla meditazione.
Una disciplina che verrà dopo
Dopo una prima esperienza può sorgere la domanda su quanto spesso meditare.
Non è necessario decidere subito.
Prima di costruire una disciplina occorre incontrare alcune forme, comprendere quali sostegni funzionino meglio e riconoscere il proprio rapporto con il silenzio, il corpo e l’attenzione.
Cinque minuti occasionali possono essere un inizio sufficiente.
La continuità verrà costruita più avanti, senza ricorrere a promesse rigide, conteggi ossessivi o idee secondo cui saltare un giorno cancellerebbe il lavoro precedente.
La meditazione non è una catena che si spezza.
È una relazione alla quale possiamo tornare.
Le porte del percorso
Nelle pagine successive entreremo più profondamente nella storia e nel significato della meditazione, distinguendo le tradizioni e le finalità che oggi vengono spesso raccolte sotto un unico nome.
Impareremo a preparare lo spazio, la postura e il tempo della pratica. Incontreremo l’attenzione focalizzata, la presenza aperta, il corpo, il respiro, il suono, il mantra e la meditazione camminata.
Attraverseremo la visualizzazione e il potere dell’immagine, collegandoli al simbolo come trasformatore e alla relazione fra Ego e Sé. Conosceremo pratiche di benevolenza e compassione, non come obbligo di amare tutto, ma come educazione della disposizione con cui incontriamo noi stessi e gli altri.
Osserveremo il silenzio e le difficoltà. Dedicheremo uno spazio particolare all’ansia, alla centratura e all’intuizione, imparando che una pratica può essere spiritualmente profonda e, nello stesso tempo, richiedere misura, verifica e libertà di interrompere.
Infine, costruiremo una disciplina sostenibile e torneremo alla vita quotidiana, perché la meditazione non deve trasformare ogni momento in una sorveglianza dell’esperienza.
Questo percorso non promette una presenza permanente.
Nessun essere umano vive ininterrottamente nel presente. Ricordiamo, immaginiamo, progettiamo e ci perdiamo nei pensieri perché anche queste capacità appartengono alla coscienza.
La presenza non elimina il viaggio della mente.
Ci offre un luogo al quale tornare.
Il punto immobile
Il punto immobile evocato nel titolo non è una regione priva di pensieri, emozioni o movimento.
Non è nascosto in una profondità alla quale possano accedere soltanto i praticanti esperti. Non richiede anni di disciplina prima di poter essere intravisto.
Appare ogni volta che ci accorgiamo.
Per un istante il pensiero viene visto come pensiero, il suono come suono, il respiro come movimento. L’esperienza non si ferma, ma non siamo completamente trascinati dalla sua corrente.
Quel punto non rimane.
Anche questo fa parte della sua natura. La mente riprende il proprio viaggio, l’attenzione viene catturata e la presenza sembra scomparire.
Poi qualcosa si accorge nuovamente.
La meditazione cresce attraverso questi ritorni, non attraverso la conquista di una condizione definitiva.
Il Sé non viene raggiunto come una meta, l’Ego non viene annientato e l’Ombra non svanisce. Per alcuni istanti, però, l’intera architettura dell’essere può essere osservata senza che una sola parte pretenda di essere il tutto.
Il corpo respira.
La mente produce immagini.
I suoni attraversano la stanza.
La coscienza riconosce ciò che sta accadendo e, prima di trasformarlo in giudizio, rimane per un momento sulla soglia.
Questo è il principio della meditazione.
Non chiudere gli occhi per non vedere il mondo, ma imparare a guardarne il movimento senza essere costretti a inseguirlo continuamente.
Non raggiungere un silenzio perfetto, ma scoprire lo spazio nel quale anche il rumore può essere ascoltato.
Non diventare qualcun altro.
Tornare, ancora una volta, a ciò che è presente.

