Architettura dell'invisibile: il Sé e il corpo

Architettura dell’invisibile: il Sé e il corpo

Psiche, corpo e anima davanti a ciò che nell’esperienza non si lascia ridurre a una sola spiegazione

A volte il corpo sembra accorgersi di qualcosa prima che il pensiero abbia trovato le parole. Una stanza produce un disagio che non sappiamo motivare; un sogno conserva per giorni una qualità quasi fisica; un’immagine incontrata casualmente continua a ripresentarsi; una coincidenza, ordinaria se osservata dall’esterno, acquista per chi la vive una densità difficile da liquidare. Talvolta una crisi modifica improvvisamente il rapporto con il mondo, altre volte è una pratica meditativa, un lutto, un rito, una malattia o un incontro a rendere permeabile ciò che fino a poco prima sembrava perfettamente separato. Non è ancora necessario chiamare tutto questo spirituale, archetipico, energetico o soprannaturale. Prima delle interpretazioni esiste il fatto più elementare e più difficile da rispettare: qualcosa è stato vissuto.

È precisamente in questo intervallo, fra ciò che accade e il nome che gli attribuiamo, che prende forma Architettura dell’invisibile.

La parola invisibile non verrà usata qui per indicare automaticamente un mondo occulto posto dietro quello materiale, né per trasformare ogni movimento della psiche in una prova dell’esistenza di realtà sovrasensibili. Indica anzitutto ciò che partecipa alla nostra esperienza senza essere immediatamente disponibile allo sguardo cosciente: motivazioni che ignoriamo, immagini che ci attraversano, strutture simboliche, memorie corporee, proiezioni, fantasie, intuizioni, emozioni, configurazioni archetipiche e quelle esperienze di presenza, significato o alterità che differenti tradizioni hanno interpretato in modi molto diversi.

Alcune di queste realtà appartengono senza difficoltà al campo psicologico. Altre sono state descritte dall’esoterismo attraverso cosmologie, corpi sottili, spiriti, corrispondenze e livelli dell’essere. Altre ancora abitano quella regione ambigua nella quale una descrizione psicologica può essere plausibile senza necessariamente esaurire ciò che l’esperienza significa per chi la vive.

Il compito di questo percorso non sarà chiudere quella regione, ma imparare ad attraversarla.

L’architettura non è una mappa del cielo

Parlare di architettura potrebbe suggerire una struttura già pronta: stanze, piani, passaggi, un centro riconoscibile e magari una scala che conduca ordinatamente verso l’alto. Molti sistemi esoterici hanno effettivamente immaginato l’essere umano in questo modo. Corpo, anima e spirito; microcosmo e macrocosmo; corpo fisico, astrale e mentale; sfere planetarie; centri sottili; mondi sovrapposti. Le loro mappe cambiano profondamente secondo il luogo, l’epoca e la tradizione, ma condividono spesso la convinzione che l’essere umano non possa essere spiegato soltanto attraverso ciò che appare alla superficie.

La psicologia analitica arriva a una conclusione formalmente simile attraverso un percorso completamente diverso. Anche qui l’Io non coincide con l’intera psiche; sotto o attorno alla coscienza agiscono contenuti che possiedono una relativa autonomia; immagini e simboli possono organizzare esperienze che non abbiamo deliberatamente costruito; esistono processi di trasformazione nei quali la personalità viene costretta a rivedere l’immagine che aveva di se stessa.

La somiglianza è affascinante, ma proprio per questo richiede cautela.

L’inconscio non è semplicemente un altro nome per il piano astrale. Il Sé junghiano non è la traduzione psicologica di una monade divina. Un archetipo non diventa automaticamente una divinità, così come un’immagine religiosa non può essere ridotta senza residui a un contenuto dell’inconscio. Quando due sistemi costruiti in epoche differenti sembrano descrivere fenomeni analoghi, la tentazione più facile consiste nel dichiararli equivalenti. È anche il modo più rapido per perdere la precisione di entrambi.

L’architettura che cercheremo di comprendere non sarà quindi una cosmologia universale nella quale tutte le tradizioni finiscono per dire la stessa cosa. Sarà piuttosto una architettura delle relazioni: fra Io e ciò che lo eccede, fra corpo e immagine, fra esperienza e interpretazione, fra interiorità e mondo, fra bisogno di significato e capacità di mantenere il dubbio.

Non avremo bisogno che tutte le porte conducano nella stessa stanza.

Il Sé non è la versione migliore di noi

Nel linguaggio della spiritualità contemporanea il termine è diventato quasi inevitabile. Si parla di vero Sé, Sé autentico, Sé superiore, anima profonda, coscienza superiore. Spesso queste espressioni suggeriscono l’esistenza di una parte intatta e sapiente dell’individuo, nascosta sotto le deformazioni dell’educazione, della paura e dell’ego, alla quale sarebbe possibile tornare attraverso un processo di risveglio.

È una rappresentazione potente e, in alcuni contesti, anche feconda. Non coincide però con ciò che Carl Gustav Jung intendeva quando parlava del Selbst, il Sé.

Nella psicologia analitica il Sé non rappresenta semplicemente ciò che di noi è più elevato, luminoso o spirituale. È il principio della totalità psichica, una totalità che comprende la coscienza e ciò che la coscienza non controlla, gli aspetti desiderabili e quelli incompatibili con l’immagine che abbiamo costruito di noi stessi. L’Io ne costituisce un centro della coscienza, necessario e reale, ma non coincide con l’intera personalità.

Questa differenza modifica profondamente il significato del percorso interiore. Se immaginiamo il Sé soltanto come una versione superiore di noi, il lavoro spirituale rischia di diventare una selezione: trattenere ciò che appare luminoso, eliminare ciò che disturba, liberarsi delle parti giudicate “basse”, “negative” o “non allineate”. Se il Sé viene invece pensato come totalità, la trasformazione richiede anche l’incontro con ciò che non avremmo scelto di includere.

Da qui nasce la centralità dell’Ombra, ma anche il problema dei complessi, delle proiezioni, della Persona e delle immagini archetipiche. L’Io non cresce soltanto accumulando consapevolezza; spesso cresce quando scopre di non essere padrone della casa nella misura in cui credeva.

Questa esperienza può essere destabilizzante. È anche uno dei punti nei quali il linguaggio psicologico e quello spirituale cominciano a sfiorarsi. Molte tradizioni hanno descritto momenti nei quali l’identità consueta viene relativizzata da una realtà percepita come più vasta. La mistica può parlare di trascendimento dell’Io, l’esoterismo di contatto con un principio superiore, la psicologia del profondo di confronto con contenuti transpersonali o archetipici.

Ciò che non possiamo fare è saltare direttamente dalla somiglianza alla conclusione.

Un’esperienza di vastità non dimostra automaticamente che siamo entrati in contatto con un’entità trascendente; ma definirla semplicemente una fantasia può essere altrettanto povero, se con quella parola intendiamo qualcosa di irrilevante. Una fantasia può cambiare una vita. Un sogno può riorganizzare il modo in cui una persona comprende se stessa. Un simbolo può concentrare conflitti che nessun ragionamento discorsivo era riuscito a rendere visibili.

La domanda interessante non è soltanto da dove proviene?.

È anche: che cosa sta facendo dentro di noi?

Il corpo come limite e come partecipazione

Ogni discorso sullo spirito può diventare sorprendentemente astratto finché il corpo non reclama qualcosa. Fame, stanchezza, desiderio, dolore, eccitazione, paura, respiro, temperatura, postura: basta poco perché l’essere umano ricordi di non essere una coscienza sospesa nel vuoto.

Molte tradizioni esoteriche hanno attribuito al corpo una posizione ambivalente. Talvolta è stato considerato un ostacolo da disciplinare o trascendere; altrove è diventato un microcosmo, una condensazione del cosmo, il luogo stesso nel quale le potenze spirituali possono essere percepite, ordinate o trasformate. Tantra, alchimia interiore, pratiche respiratorie, sistemi energetici e ritualità iniziatiche hanno costruito immagini molto diverse del rapporto fra materia e spirito.

Anche la psicologia contemporanea ha progressivamente abbandonato l’idea di una mente completamente separabile dall’organismo. Emozione e percezione corporea partecipano continuamente alla costruzione dell’esperienza. La postura modifica il nostro modo di incontrare il mondo; la paura possiede ritmo cardiaco, respiro e tensione muscolare; una memoria può essere accompagnata da reazioni fisiche prima ancora che venga formulata verbalmente.

Questo non autorizza però la scorciatoia opposta: trasformare il corpo in un oracolo infallibile.

La spiritualità contemporanea ha prodotto interi repertori nei quali determinati sintomi vengono associati automaticamente a specifici conflitti interiori: la gola significherebbe ciò che non riusciamo a dire, la schiena il peso delle responsabilità, lo stomaco ciò che non sappiamo “digerire”. Il valore simbolico di queste associazioni può essere interessante come strumento immaginativo; diventa problematico quando viene scambiato per spiegazione causale.

Una metafora non è una diagnosi.

Il fatto che una persona percepisca un dolore come collegato a un determinato momento della propria vita può possedere un significato psicologico autentico senza dimostrare che quel significato abbia causato la patologia. Il corpo può partecipare alla nostra storia simbolica e continuare contemporaneamente a rispondere a fattori biologici, ambientali e fisiologici.

Per questo, in questo percorso, il corpo avrà una duplice funzione. Sarà ascoltato come parte dell’esperienza, ma rimarrà anche il limite che impedisce all’interpretazione di sostituirsi completamente alla realtà.

Non tutto ciò che sentiamo nel corpo è un messaggio. Ma nessun messaggio che pretenda di trasformarci può ignorare indefinitamente il corpo nel quale dovrà diventare vita concreta.

Anima, psiche e spirito: parole che non coincidono

Una delle confusioni più frequenti nasce dal modo in cui utilizziamo parole apparentemente familiari. Anima, psiche, spirito, mente, coscienza: termini che nella conversazione ordinaria possono sembrare quasi intercambiabili, ma che possiedono genealogie filosofiche, religiose e psicologiche differenti.

La psyché greca non coincide con l’inconscio della psicologia moderna. L’anima della teologia cristiana non coincide con l’Anima junghiana. Lo spiritus della filosofia rinascimentale non è la stessa cosa della “spiritualità” contemporanea. Il corpo astrale dell’occultismo ottocentesco non può essere semplicemente sovrapposto al corpo sottile delle tradizioni tantriche.

Queste distinzioni non sono pedanteria. Diventano essenziali proprio nel momento in cui vogliamo far dialogare sistemi differenti.

Una persona può utilizzare la parola anima per indicare il nucleo della propria identità, la dimensione spirituale dell’essere, una funzione psichica o ciò che ritiene sopravviva alla morte. Le quattro idee possono convivere nella stessa cultura e persino nella stessa persona senza essere logicamente equivalenti.

Il nostro metodo dovrà quindi chiedere continuamente: in quale linguaggio stiamo parlando?

Quando diciamo “energia”, intendiamo una grandezza fisica, una sensazione corporea, una metafora della vitalità oppure una sostanza sottile postulata da una tradizione? Quando diciamo “presenza”, parliamo di attenzione cosciente o di un’entità percepita come esterna? Quando diciamo “intuizione”, intendiamo una funzione psicologica, una forma di riconoscimento implicito o una conoscenza ritenuta proveniente da una fonte trascendente?

Spesso le discussioni fra scetticismo e spiritualità diventano sterili perché le stesse parole vengono utilizzate contemporaneamente con significati diversi.

Architettura dell’invisibile non tenterà di risolvere questa pluralità attraverso un dizionario definitivo. Cercherà invece di renderla visibile.

L’esperienza spirituale prima della spiegazione

Esistono esperienze che producono un senso di realtà difficilmente comunicabile a chi non le ha vissute. Possono accadere durante un rito o una meditazione, ma anche senza alcuna preparazione: davanti a un paesaggio, durante un lutto, in prossimità della nascita o della morte, all’interno di un sogno, in un momento di estrema vulnerabilità.

Rudolf Otto utilizzò il termine numinoso per descrivere una particolare qualità dell’esperienza del sacro, nella quale fascinazione e timore possono presentarsi insieme davanti a qualcosa percepito come radicalmente altro. Jung riprese il concetto attribuendo al numinoso un’importanza considerevole nella trasformazione psichica. L’esperienza numinosa non è semplicemente una convinzione intellettuale: coinvolge la persona, la attraversa e spesso modifica temporaneamente la relazione fra l’Io e ciò che esso considera reale.

Le tradizioni religiose hanno interpretato esperienze simili come presenza divina, intervento degli spiriti, rivelazione, chiamata o grazia. L’occultismo ha elaborato altri vocabolari: contatto, influsso, presenza, piano sottile, intelligenza spirituale. La psicologia può interrogare gli stessi fenomeni attraverso stati modificati di coscienza, configurazioni archetipiche, dissociazione, immaginazione, proiezione e dinamiche dell’inconscio.

È possibile che, in casi differenti, spiegazioni differenti siano più appropriate.

Ma esiste una disciplina preliminare che viene prima della spiegazione: descrivere bene ciò che è accaduto.

Che cosa abbiamo effettivamente percepito? Che cosa abbiamo aggiunto successivamente? Quale parte dell’interpretazione appartiene alla nostra cultura? Quanto del racconto è stato costruito dopo aver consultato libri, video, gruppi o operatori spirituali? L’esperienza continua a conservare la stessa forma quando viene riletta a distanza di tempo?

Questo modo di procedere può sembrare meno affascinante dell’affermazione immediata “ho ricevuto un segno”, ma permette all’esperienza di diventare più profonda invece che più povera.

La certezza troppo rapida spesso interrompe l’indagine proprio nel momento in cui stava cominciando.

Simbolo, immagine e quella regione intermedia

Fra materia e concetto esiste una regione che la cultura moderna tende facilmente a sottovalutare: quella dell’immagine.

Un simbolo non è semplicemente un codice da decifrare. Quando è vivo, non può essere esaurito da una definizione. Una porta può indicare un passaggio, ma può anche rappresentare esclusione, possibilità, morte, nascita, paura, scelta, iniziazione. Il suo significato dipende dal contesto, dalla storia individuale, dal sistema culturale nel quale appare e dalla particolare situazione in cui viene incontrata.

Per Jung il simbolo possiede valore proprio perché rimanda a qualcosa che la coscienza non riesce ancora a formulare completamente. Non è soltanto il rivestimento figurativo di un concetto già noto. È una forma attraverso la quale ciò che non è ancora pienamente pensabile può cominciare a entrare in relazione con l’Io.

Le tradizioni esoteriche hanno attribuito alle immagini funzioni ancora più estese. Sigilli, talismani, diagrammi, mandala, immagini astrologiche e figure rituali non sono sempre stati concepiti come semplici rappresentazioni. In alcuni sistemi partecipano operativamente alla realtà che raffigurano, stabilendo corrispondenze, concentrando influenze o rendendo accessibile una determinata potenza.

Ancora una volta, somiglianza e identità devono essere mantenute separate.

Quando una persona lavora con un simbolo e ne viene trasformata, la psicologia può interrogare il processo attraverso associazioni, proiezioni e dinamiche dell’inconscio. La tradizione esoterica può attribuire allo stesso simbolo una funzione oggettiva all’interno di una cosmologia. Una lettura non cancella automaticamente l’altra, ma nemmeno le dimostra equivalenti.

È precisamente questa regione intermedia che rende l’invisibile così difficile da trattare.

L’immagine può essere interiormente prodotta e contemporaneamente vissuta come incontro. Può avere una storia culturale e diventare radicalmente personale. Può essere interpretata senza essere esaurita.

Le pagine successive entreranno più profondamente proprio qui.

Il problema dei segni

Poche idee hanno attraversato la spiritualità contemporanea con tanta facilità quanto quella secondo cui l’universo invierebbe continuamente segni destinati a orientare la nostra vita.

Una sequenza numerica, un animale incontrato più volte, una frase ascoltata casualmente, una canzone nel momento giusto, un sogno, un nome che ritorna: qualunque coincidenza può essere trasformata in comunicazione.

Sarebbe facile liquidare tutto come superstizione. Sarebbe altrettanto facile dichiarare che ogni coincidenza significativa sia realmente un messaggio.

Entrambe le risposte evitano il problema.

Gli esseri umani sono creature che producono connessioni. La capacità di riconoscere schemi è indispensabile per orientarsi nel mondo e può, nello stesso tempo, indurci a vedere strutture dove non esistono. Desiderio, paura e aspettativa influenzano ciò che notiamo. Quando pensiamo intensamente a qualcosa, diventiamo più sensibili agli elementi che vi sono associati.

Questo non rende insignificante ogni coincidenza.

Jung elaborò il concetto di sincronicità proprio tentando di pensare quelle coincidenze nelle quali un evento interiore e uno esteriore sembrano essere collegati attraverso il significato anziché attraverso una relazione causale evidente. Il concetto è complesso, controverso e molto più prudente dell’uso popolare che ne viene fatto oggi.

Nel nostro percorso la sincronicità non diventerà la prova che “l’universo ci parla”. Sarà un problema.

Che cosa rende una coincidenza significativa? In quale momento la ricerca di significato diventa selezione confermativa? Che differenza esiste fra intuizione e desiderio? Quanto possiamo fidarci di un segno che ci dice esattamente ciò che speravamo?

La capacità di ricevere un significato e la capacità di dubitarne non sono nemiche.

Potrebbero essere due aspetti della stessa maturità.

La spiritualità può diventare una difesa

Ogni sistema che promette trasformazione può essere utilizzato per evitare la trasformazione.

La spiritualità contemporanea possiede un vocabolario particolarmente adatto a questo paradosso. Possiamo chiamare “energia negativa” una persona con cui non vogliamo confrontarci, “lezione karmica” un comportamento che continuiamo a ripetere, “intuizione” una paura, “sincronicità” una selezione di coincidenze, “guida superiore” una decisione che non vogliamo assumerci direttamente.

Il fenomeno indicato oggi con l’espressione spiritual bypassing descrive proprio l’utilizzo di idee o pratiche spirituali per aggirare conflitti emotivi, vulnerabilità, responsabilità o problemi concreti. Non significa che meditazione, ritualità o ricerca spirituale siano necessariamente forme di fuga. Significa che possono diventarlo.

Jung individuava un rischio affine nell’inflazione, quando l’Io entra in contatto con immagini o contenuti di grande potenza e finisce per identificarsi con essi. L’esperienza di qualcosa di più vasto non rende automaticamente più vasto chi la vive. Talvolta produce l’effetto opposto: una persona si sente scelta, investita di un destino eccezionale, depositaria di conoscenze che la sottrarrebbero ai limiti ordinari.

Il problema non riguarda soltanto casi estremi.

Ogni volta che un’esperienza spirituale viene utilizzata per rendere l’Io meno discutibile, dovremmo almeno interrogarci.

Una trasformazione autentica, qualunque significato attribuiamo a questa espressione, tende prima o poi a diventare verificabile nel modo in cui trattiamo gli altri, tolleriamo la frustrazione, assumiamo responsabilità, riconosciamo i nostri limiti e sopportiamo di non sapere.

L’invisibile non dovrebbe renderci meno capaci di abitare il visibile.

Fra riduzione e credulità

Esistono due modi molto semplici di affrontare tutto ciò che incontreremo in questo percorso.

Il primo consiste nel crederci immediatamente.

Il secondo consiste nel spiegare immediatamente perché non dovremmo crederci.

Entrambi offrono una forma di sicurezza.

Molto più difficile è mantenere aperta una domanda abbastanza a lungo da permetterle di modificare il modo in cui pensiamo.

Se una persona sogna ripetutamente una figura sconosciuta, potremmo dire che è una produzione dell’inconscio. È plausibile, ma abbiamo appena cominciato. Quale funzione assume quella figura? Come cambia? Quali emozioni produce? Possiede paralleli culturali? Che cosa accade quando viene osservata invece che interpretata immediatamente?

Una tradizione spirituale potrebbe attribuirle un’identità autonoma. Anche qui abbiamo soltanto cominciato. In base a quali criteri? Quali elementi distinguono una presenza spirituale da un’immagine interiore all’interno di quella tradizione? Esistono pratiche di verifica? Quanto intervengono aspettativa e suggestione?

Prendere seriamente una tradizione non significa sospendere ogni domanda.

Prendere seriamente la psicologia non significa utilizzarla come macchina universale per dimostrare che ogni esperienza spirituale “è soltanto nella mente”.

La parola soltanto è spesso il punto nel quale una spiegazione smette di essere indagine e diventa ideologia.

Il metodo di questo percorso

Architettura dell’invisibile procederà quindi per distinzioni più che per dogmi.

Distingueremo l’Io dal Sé senza trasformare il Sé in un’entità metafisica. Distingueremo il Sé junghiano dal Sé superiore della spiritualità contemporanea. Distingueremo esperienza corporea e interpretazione simbolica. Distingueremo intuizione, proiezione e desiderio senza pretendere che siano sempre facilmente separabili. Distingueremo il simbolo dalla semplice allegoria e l’archetipo dalla caricatura moderna dei “personaggi interiori”. Distingueremo la sincronicità dall’idea indiscriminata secondo cui ogni coincidenza costituisca un messaggio.

Entreremo inoltre in territori nei quali le distinzioni diventano meno comode: l’immaginazione attiva, il numinoso, le immagini spontanee, la guida interiore, l’inflazione spirituale e quelle esperienze nelle quali il confine fra ciò che percepiamo come interno e ciò che percepiamo come esterno può diventare incerto.

Non cercheremo una formula capace di risolvere quella incertezza una volta per tutte.

Cercheremo strumenti migliori per abitarla.

Questo significa dare valore all’esperienza senza trasformarla automaticamente in verità oggettiva; riconoscere la forza del simbolo senza convertirlo in superstizione; utilizzare la psicologia senza ridurre il sacro a patologia; studiare l’esoterismo senza trasformare le sue cosmologie in descrizioni scientifiche del mondo.

Significa, soprattutto, accettare che il discernimento non sia il momento nel quale smettiamo di sentire, ma quello nel quale impariamo a non confondere immediatamente ciò che sentiamo con ciò che sappiamo.

Prima di entrare

Le pagine che seguono esploreranno progressivamente questa architettura.

Incontreremo la relazione fra Io e Sé, la Persona attraverso cui ci presentiamo al mondo, i complessi e le proiezioni che deformano la percezione, il corpo come luogo nel quale esperienza e significato possono incontrarsi. Torneremo sull’Ombra, ma non per trasformarla in una parola elegante con cui chiamare tutto ciò che ci disturba. Vedremo come il simbolo possa modificare la coscienza, come gli archetipi emergano attraverso immagini e configurazioni ricorrenti, come l’immaginazione attiva possa diventare una pratica di confronto con il mondo interiore.

Affronteremo poi la sincronicità, il problema dei segni, l’intuizione e il numinoso; entreremo nel territorio più delicato della guida interiore e del Sé superiore, dove psicologia ed esoterismo sembrano talvolta avvicinarsi fino quasi a sovrapporsi. Proprio lì sarà necessario diventare più precisi.

E arriveremo infine al lato meno raccontato della ricerca spirituale: l’inflazione, l’eccesso di interpretazione, il bisogno di sentirsi scelti, la possibilità che il linguaggio dell’anima venga utilizzato per difendere ciò che avrebbe invece bisogno di essere messo in discussione.

Non è una conclusione pessimistica.

È ciò che impedisce all’intero percorso di diventare una raccolta di consolazioni.

L’architettura dell’invisibile, se davvero esiste qualcosa che merita questo nome, non dovrebbe offrirci semplicemente una casa più elegante nella quale rinchiudere le nostre convinzioni. Dovrebbe costringerci ogni tanto a scoprire che una parete che credevamo portante era soltanto una separazione costruita dall’abitudine, mentre qualche apertura che avevamo scambiato per una via d’uscita conduceva semplicemente in un’altra stanza di noi stessi.

Fra queste due possibilità rimane il lavoro.

Ed è da lì che cominciamo.

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