Il simbolo come trasformatore
Il simbolo come trasformatore
Un oggetto rimane sul tavolo per anni senza possedere alcuna importanza particolare, poi qualcosa accade e quello stesso oggetto non è più soltanto ciò che era. Una chiave appartenuta a una persona morta smette di essere un piccolo strumento di metallo; una casa vista in sogno acquista una profondità che nessuna pianta architettonica potrebbe restituire; un serpente incontrato in un momento preciso sembra raccogliere attorno a sé significati che precedono e superano l’animale reale. Non abbiamo necessariamente scoperto un codice nascosto nel mondo. È accaduto qualcosa di più difficile da descrivere: un’immagine concreta è diventata capace di contenere più significato di quanto la coscienza riesca a formulare in una sola volta.
È in questo eccesso che comincia il simbolo.
La parola viene utilizzata con una tale facilità da aver quasi perso la propria precisione. Una bandiera è un simbolo, un logo è un simbolo, un colore è simbolico, un sogno è pieno di simboli, una figura rituale viene chiamata simbolo, perfino un’icona sullo schermo del telefono rientra ordinariamente nella stessa categoria. Eppure, se tutto ciò che rappresenta qualcosa viene definito simbolico, scompare proprio la differenza che rende il simbolo interessante per la psicologia del profondo e per l’esoterismo.
Per Jung, un simbolo autentico non è semplicemente un segno convenzionale che rimanda a qualcosa di già conosciuto. La distinzione è fondamentale: il segno rinvia a un significato che, almeno in linea di principio, possiamo esprimere diversamente; il simbolo tenta invece di dare la migliore forma disponibile a qualcosa che la coscienza non comprende ancora completamente. Finché quell’eccedenza rimane viva, l’immagine conserva il proprio carattere simbolico; quando il significato viene definitivamente fissato e l’immagine diventa soltanto abbreviazione di un concetto noto, il simbolo tende a trasformarsi in segno. È uno dei nuclei più caratteristici della concezione junghiana del simbolismo.
La differenza cambia completamente il modo in cui dobbiamo avvicinarci alle immagini interiori e ai simboli delle tradizioni esoteriche. Se un serpente significa semplicemente “trasformazione”, una porta “passaggio”, l’acqua “emozione” e un albero “crescita”, non abbiamo più simboli. Abbiamo costruito un dizionario. Il lavoro consiste allora nel riconoscere l’immagine, cercarla nell’elenco e sostituirla con la definizione corrispondente. È efficiente, rassicurante e quasi sempre troppo povero.
Un simbolo vivo fa esattamente il contrario.
Non riduce l’incertezza sostituendola con una formula; organizza l’incertezza abbastanza da poterla sostenere.
Il segno indica, il simbolo trattiene
Un semaforo rosso deve essere inequivocabile. Il suo valore dipende precisamente dal fatto che non richieda interpretazione: chi guida non dovrebbe trovarsi davanti al rosso e interrogarsi sulla storia culturale di quel colore, sulle proprie associazioni infantili o sul suo rapporto con Marte. Il segno funziona perché il significato è convenzionale, sufficientemente stabile e condiviso.
Il simbolo lavora quasi nella direzione opposta.
Prendiamo il cerchio. Può rappresentare totalità, protezione, eternità, recinto, ciclo, centro, perfezione, prigionia, ripetizione. In un diagramma magico può delimitare uno spazio operativo; in un mandala può organizzare immagini attorno a un centro; nell’alchimia può entrare in configurazioni cosmologiche; in un sogno personale può essere una stanza senza uscita. Nessuna di queste interpretazioni può essere applicata automaticamente alle altre.
L’immagine conserva una struttura riconoscibile ma non un unico significato.
Questo è precisamente ciò che consente al simbolo di svolgere una funzione trasformativa. Se il suo contenuto fosse già interamente noto alla coscienza, non potrebbe portarle nulla di nuovo. Sarebbe soltanto un modo più elegante per dire qualcosa che sapevamo già.
Il simbolo diventa psicologicamente interessante quando collega una forma percepibile a un contenuto che rimane parzialmente oltre la capacità attuale dell’Io di comprenderlo. È abbastanza determinato da poter essere incontrato, ricordato, disegnato, sognato, contemplato o utilizzato ritualmente; abbastanza indeterminato da non poter essere esaurito dalla prima interpretazione.
Per questo alcune immagini rimangono con noi per anni.
Non perché nascondano necessariamente una soluzione segreta, ma perché continuiamo a cambiare davanti a esse e, cambiando, scopriamo significati che prima non potevano apparire.
Un simbolo può invecchiare insieme a chi lo guarda.
La stessa immagine che a vent’anni rappresentava libertà può, vent’anni dopo, mostrare qualcosa della fuga. Un luogo sognato ripetutamente può cambiare struttura nel corso del tempo. Un simbolo religioso ereditato nell’infanzia può essere rifiutato, dimenticato e successivamente tornare con un significato che non coincide più né con la fede originaria né con il rifiuto che l’aveva sostituita.
Non è l’immagine a possedere magicamente un numero infinito di definizioni.
È la relazione a rimanere viva.
Il punto in cui gli opposti smettono di potersi eliminare
La funzione trasformativa del simbolo appare con particolare chiarezza quando la coscienza si trova davanti a due posizioni che non riesce più a conciliare attraverso il ragionamento ordinario.
Voglio restare e voglio partire.
Desidero indipendenza e appartenenza.
Una parte di me vuole mantenere ciò che ho costruito, un’altra avverte che proprio quella costruzione è diventata troppo stretta.
Il pensiero razionale può elencare vantaggi e svantaggi, cercare compromessi, decidere quale posizione sia più ragionevole. A volte questo basta. Altre volte, però, il conflitto non dipende dalla mancanza di informazioni. Dipende dal fatto che entrambe le posizioni contengono una verità psichica e che scegliere troppo rapidamente una delle due significherebbe semplicemente ricacciare l’altra nell’inconscio.
È qui che Jung colloca una delle sue idee più importanti, la funzione trascendente.
Il termine può trarre in inganno. Non indica necessariamente una trascendenza metafisica né un’uscita dalla condizione umana; Jung lo utilizza per descrivere il processo attraverso cui la tensione fra posizione cosciente e contenuti inconsci può produrre una terza configurazione, non riducibile alla semplice vittoria di una parte sull’altra. Nelle formulazioni contemporanee della psicologia analitica, il simbolo costituisce precisamente uno dei luoghi nei quali coscienza e inconscio possono incontrarsi e generare una possibilità nuova.
La terza posizione non è necessariamente un compromesso.
Se una persona è divisa fra rimanere in una relazione e abbandonarla, la funzione simbolica non produce magicamente la soluzione “resta un po’ meno”. Potrebbe invece emergere un sogno nel quale la casa condivisa compare senza tetto; oppure un’immagine di viaggio in cui il protagonista continua a portare con sé una stanza. Nessuna delle due immagini contiene una istruzione letterale. Entrambe possono però riorganizzare il problema, mostrando che ciò che sembrava una scelta esclusivamente esterna riguarda anche appartenenza, protezione, identità, libertà.
Il simbolo non risolve il conflitto al posto dell’Io.
Modifica il campo nel quale il conflitto viene pensato.
È questo che significa chiamarlo trasformatore.
La funzione trascendente, nella lettura junghiana, richiede che la coscienza riesca a sostenere abbastanza a lungo la tensione fra contenuti opposti perché non venga imposta una soluzione prematura. Il processo non cancella coscienza o inconscio: entrambi vengono in qualche misura modificati dalla nuova configurazione che emerge. L’International Association for Analytical Psychology descrive proprio questa dinamica come una transizione da un atteggiamento psicologico a un altro, resa possibile dal confronto creativo fra coscienza e inconscio.
In questa prospettiva il simbolo non è un ornamento della trasformazione.
È una delle forme attraverso cui la trasformazione diventa pensabile prima ancora di essere completamente compresa.
Un ponte che non appartiene interamente a nessuna delle due rive
Le pagine precedenti hanno mostrato quanto sia difficile parlare della psiche come se fosse una struttura perfettamente unitaria. L’Io possiede una posizione, la Persona seleziona ciò che mostriamo, i complessi organizzano nuclei affettivi relativamente autonomi, l’Ombra contiene ciò che l’identità cosciente non riesce facilmente a riconoscere. Di fronte a questa pluralità potrebbe sembrare che il compito della coscienza consista semplicemente nell’acquisire informazioni: portare tutto alla luce, nominare ogni parte, comprendere ogni dinamica.
Ma l’inconscio non è un archivio che aspetta di essere completamente catalogato.
Una parte decisiva del suo rapporto con la coscienza avviene attraverso immagini.
Il sogno raramente ci consegna un saggio argomentativo sulla situazione psicologica in corso. Produce scene, personaggi, luoghi, trasformazioni impossibili, animali, oggetti fuori posto. Una emozione può coagularsi attorno a un’immagine molto prima che riusciamo a descriverla. Un disegno spontaneo può organizzare elementi che il pensiero discorsivo continuava a tenere separati.
Il simbolo nasce precisamente in questa regione intermedia.
Non appartiene completamente alla coscienza, perché l’Io non l’ha necessariamente costruito secondo un progetto deliberato. Ma non è nemmeno un oggetto totalmente estraneo alla coscienza, perché deve essere percepito, ricordato e interpretato da essa.
È un ponte che esiste soltanto finché le due rive rimangono differenti.
Se lo riduciamo interamente a ciò che l’Io già conosce, il ponte diventa inutile.
Se lo trasformiamo in un messaggio proveniente da una fonte assolutamente esterna e dotata di autorità infallibile, l’Io rinuncia alla propria funzione interpretativa.
Il lavoro simbolico vive fra questi due rischi.
La psicologia analitica lo pensa come relazione fra coscienza e inconscio; molte tradizioni esoteriche lo collocano invece dentro una cosmologia nella quale l’immagine può stabilire rapporti fra diversi livelli della realtà. È qui che il dialogo fra psicologia ed esoterismo diventa particolarmente interessante, purché continuiamo a distinguere i linguaggi.
Nell’esoterismo il simbolo non è sempre una semplice rappresentazione
Un errore tipicamente moderno consiste nel guardare un sigillo, un pentacolo, una figura alchemica o un diagramma cosmologico e domandarsi immediatamente: che cosa rappresenta?
La domanda è legittima.
Non sempre è sufficiente.
In molte tradizioni esoteriche un simbolo non viene considerato soltanto una rappresentazione mentale di una realtà assente. Può appartenere alla struttura stessa dell’operazione. Un pentacolo consacrato non è necessariamente pensato dal praticante come un semplice promemoria grafico; un sigillo può essere inteso come forma attraverso cui una potenza viene identificata, convocata o resa presente; una figura astrologica può esprimere una rete di corrispondenze che, all’interno di quella cosmologia, non è puramente soggettiva.
È qui che dobbiamo evitare una riduzione psicologica troppo facile.
Dire che un simbolo rituale produce determinati effetti sulla psiche non dimostra che la tradizione che lo utilizza abbia sempre parlato soltanto di processi psicologici senza saperlo. Sarebbe un modo molto contemporaneo di appropriarsi di sistemi storici differenti, traducendoli retroattivamente nel nostro vocabolario.
Per un mago rinascimentale, un alchimista, un cabalista o un praticante di una tradizione rituale, l’universo simbolico poteva essere concepito come una struttura reale di corrispondenze. Il simbolo non era necessariamente collocato da una parte e la realtà dall’altra; poteva partecipare alla relazione fra microcosmo e macrocosmo, fra qualità terrestre e influenza celeste, fra nome e potenza, fra immagine e ciò che l’immagine rendeva accessibile.
La psicologia può interrogare ciò che avviene nell’operatore quando utilizza tali immagini.
Non può, attraverso quel solo interrogativo, decidere definitivamente la questione ontologica.
Questo è uno dei punti metodologici più importanti dell’intero percorso.
Un simbolo può essere studiato psicologicamente senza essere ridotto alla psicologia.
La tradizione esoterica può attribuirgli un’efficacia reale senza che tale attribuzione venga presentata come un fatto scientificamente dimostrato.
Le due descrizioni possono essere tenute contemporaneamente davanti allo sguardo senza essere costrette a diventare la stessa cosa.
Il simbolo alchemico e la materia che pensa per immagini
È comprensibile che Jung abbia trovato nell’alchimia un territorio privilegiato per riflettere sul simbolo.
I testi alchemici sono pieni di immagini che resistono ostinatamente alla traduzione in una sola definizione: re e regine, matrimoni, morti, corvi, leoni, draghi, fontane, soli e lune, vasi chiusi, corpi dissolti, figure ermafrodite, bambini regali. Alcune di queste immagini appartengono a procedure materiali, altre a cosmologie naturali, altre ancora a elaborazioni filosofiche e religiose che mutano considerevolmente secondo periodo e autore.
Jung vi riconobbe una straordinaria riserva di rappresentazioni capaci di descrivere dinamiche della trasformazione psichica.
La lettura junghiana dell’alchimia non coincide naturalmente con la storia della disciplina alchemica nel suo complesso. Gli alchimisti non stavano semplicemente facendo psicoterapia inconsapevole. Ma il materiale iconografico e testuale alchemico offrì a Jung qualcosa che la terminologia psicologica poteva esprimere soltanto con maggiore difficoltà: immagini nelle quali opposizione, dissoluzione, morte, unione e nascita potevano coesistere senza essere ridotte immediatamente a concetti.
È una delle grandi proprietà del simbolo.
Può contenere contraddizioni che una proposizione logica dovrebbe separare.
Il mercurio alchemico, per esempio, può apparire mobile e fisso, materiale e spirituale, velenoso e medicinale, principio di dissoluzione e di unione. Un’immagine simile non deve necessariamente essere “risolta” decidendo quale significato sia quello corretto. È precisamente la compresenza delle qualità opposte a renderla simbolicamente produttiva.
Il simbolo consente alla coscienza di incontrare una complessità prima di poterla concettualizzare pienamente.
In questo senso trasforma perché mantiene insieme.
Il simbolo non contiene soltanto idee
Se il lavoro simbolico fosse esclusivamente intellettuale, sarebbe sufficiente comprendere il significato di un’immagine per esaurirne la funzione.
Ma sappiamo che non accade così.
Possiamo conoscere perfettamente le interpretazioni tradizionali della morte e continuare a essere sconvolti da un sogno nel quale moriamo. Possiamo studiare il significato del labirinto e accorgerci che un particolare labirinto incontrato in un momento della vita produce una reazione che nessun trattato aveva previsto. Possiamo sapere che il serpente possiede una storia simbolica sterminata e rimanere comunque incapaci di spiegare perché proprio un determinato serpente sognato ci abbia accompagnati per settimane.
Il simbolo coinvolge l’affetto.
E spesso coinvolge il corpo.
Un’immagine può attirare oppure respingere prima ancora che abbiamo costruito un’interpretazione. Può produrre curiosità, timore, familiarità, disgusto, commozione. È proprio questa carica che distingue spesso il simbolo vivente dalla semplice figura decorativa.
Non basta quindi chiedere che cosa significa?
Dobbiamo chiedere anche che cosa produce?
Che cosa cambia nel modo di pensare una situazione?
Quale emozione diventa finalmente accessibile?
Quale opposizione rende visibile?
Quale parte dell’esperienza, prima priva di forma, riesce improvvisamente a organizzarsi attorno a quell’immagine?
La funzione trasformativa non risiede soltanto nel contenuto interpretato.
Risiede nella relazione che l’immagine mette in moto.
I sogni e l’errore del dizionario
Nessun luogo mostra tanto chiaramente questo problema quanto il sogno.
L’industria dell’interpretazione onirica ha prodotto per secoli repertori nei quali ogni elemento possiede un significato sufficientemente prevedibile. Cadere significa perdere il controllo; acqua significa emozione; serpente significa sessualità o trasformazione; casa significa psiche; denti che cadono indicano ansia o perdita.
Queste equivalenze possono occasionalmente coincidere con una esperienza personale.
Il problema nasce quando vengono considerate un metodo.
Per Jung il significato di un’immagine onirica richiede attenzione alle associazioni del sognatore e, quando necessario, un processo di amplificazione, attraverso il quale l’immagine personale viene confrontata con materiali mitologici, religiosi, artistici e culturali affini. L’obiettivo non è trovare nel mito la definizione corretta, ma ampliare la rete di significati senza perdere il rapporto con il sogno concreto.
Questo impedisce due errori opposti.
Il primo consiste nel privatizzare completamente il simbolo, come se ogni immagine significasse soltanto ciò che il singolo associa immediatamente.
Il secondo consiste nel sommergere l’esperienza personale sotto una montagna di mitologia.
Se sogno un cane, la mia relazione biografica con i cani conta. Ma esistono anche millenni di immagini culturali legate al cane: guardiano, psicopompo, compagno, animale impuro, protettore, cacciatore. Nessuna di queste associazioni deve essere applicata automaticamente; tutte possono diventare rilevanti se aiutano l’immagine a mostrare dimensioni che il sognatore non aveva considerato.
L’amplificazione non sostituisce il simbolo.
Gli offre spazio.
Il dizionario, al contrario, lo riduce fino a farlo coincidere con la definizione.
Archetipo e simbolo non sono la stessa cosa
Un’altra confusione molto comune consiste nel trattare simbolo e archetipo come sinonimi.
L’archetipo, nella teoria junghiana, non è semplicemente una immagine universale già pronta e conservata nell’inconscio collettivo come una fotografia. È una struttura o disposizione che diventa percepibile attraverso immagini, motivi e configurazioni concrete. Il simbolo costituisce una delle forme attraverso cui un contenuto archetipico può manifestarsi, ma non coincide con l’archetipo in quanto tale.
Questa differenza è importante perché impedisce di costruire nuovi dizionari travestiti da psicologia del profondo.
Il serpente non è “l’archetipo del serpente” nel senso ingenuo di una immagine identica per tutta l’umanità. Culture differenti hanno costruito attorno ai serpenti significati profondamente differenti e talvolta opposti. Anche quando emergono motivi ricorrenti, essi vengono sempre incarnati in sistemi culturali e biografie particolari.
L’archetipo non cancella la storia.
Se mai, permette di interrogare perché alcune strutture di esperienza tendano a produrre immagini comparabili senza concludere che ogni immagine possieda un significato universale.
La pagina successiva entrerà più direttamente nel problema degli archetipi. Qui basta conservare un principio: il simbolo è sempre una forma concreta attraverso cui qualcosa diventa incontrabile.
Può essere una immagine, un oggetto, una figura mitica, una configurazione narrativa, perfino un evento.
Ma il significato rimane vivo soltanto finché non pretendiamo di possederlo interamente.
Quando un simbolo diventa morto
Anche i simboli possono morire.
Non necessariamente perché scompaiono.
Talvolta continuano a essere ripetuti proprio dopo aver perso la capacità di trasformare.
Un simbolo religioso può diventare un puro distintivo identitario. Un segno iniziatico può ridursi a ornamento. Una figura esoterica può essere stampata su migliaia di oggetti finché nessuno si domanda più da quale sistema provenga. Un tatuaggio può utilizzare un’immagine tradizionale soltanto perché appare affascinante.
Niente di tutto questo è necessariamente sbagliato.
Indica però una trasformazione della funzione.
Il simbolo smette di aprire e comincia semplicemente a identificare.
Dice: appartengo a questo gruppo.
Credo questo.
Mi piace questa estetica.
Il significato non eccede più la coscienza; viene utilizzato dalla coscienza per dichiarare qualcosa che sa già.
Nel linguaggio junghiano potremmo dire che il simbolo è vivo finché continua a essere la migliore formulazione disponibile di qualcosa non ancora completamente compreso. Quando il contenuto diventa interamente traducibile e l’immagine non aggiunge più nulla, il carattere simbolico si indebolisce.
È un criterio particolarmente utile anche nell’esoterismo contemporaneo.
Possiamo circondarci di simboli e non avere alcuna relazione simbolica con essi.
Una stanza può essere piena di pentagrammi, lune, sigilli, cristalli, statue e carte senza che nessuna di quelle immagini abbia mai messo in difficoltà una sola convinzione dell’Io.
La quantità di simboli non misura la profondità simbolica.
Qualche volta un oggetto completamente ordinario possiede maggiore forza trasformativa di un intero altare.
Il rischio opposto: vedere simboli dappertutto
Se il primo rischio è trasformare i simboli in decorazioni, il secondo consiste nel simbolizzare ogni cosa.
Un animale incontrato per strada deve avere un messaggio.
Un numero ripetuto deve significare qualcosa.
Un oggetto che cade durante un rito è necessariamente un segno.
Una malattia diventa metafora.
Una coincidenza diventa comunicazione.
Il mondo intero viene progressivamente trasformato in un testo scritto per noi.
È una posizione estremamente seducente perché restituisce centralità all’esperienza individuale. Nulla è casuale, ogni evento può essere letto, la vita acquista una trama.
Ma un mondo nel quale tutto significa qualcosa per noi rischia di diventare un mondo nel quale tutto riguarda noi.
È qui che la capacità simbolica può scivolare verso l’inflazione interpretativa.
Il simbolo autentico non si riconosce dal fatto che produce una certezza immediata.
Spesso produce una domanda.
Una immagine che coincide perfettamente con ciò che desideravamo credere merita almeno una cautela supplementare. Una interpretazione che ci conferma sempre, ci assolve sempre o ci assegna continuamente un ruolo speciale possiede un curioso rapporto con quella funzione trasformativa che dovrebbe, almeno occasionalmente, modificare la posizione dell’Io.
Non tutto deve essere simbolo.
E non tutto ciò che diventa simbolico deve necessariamente provenire da una intelligenza esterna che ha scelto di comunicarci qualcosa.
Possiamo trovare un significato in un evento senza sostenere che l’evento sia accaduto allo scopo di trasmettercelo.
È la stessa distinzione che abbiamo incontrato parlando del corpo.
Il significato non ha bisogno di essere la causa dell’evento per essere reale.
Simbolo e rituale
Il rituale produce un contesto particolarmente potente per l’attivazione simbolica perché sottrae oggetti e gesti all’uso ordinario.
Una candela accesa durante una cena e una candela accesa all’interno di una consacrazione possono essere fisicamente molto simili. Ciò che cambia è la rete di intenzioni, corrispondenze, parole, tempi e aspettative nella quale il gesto viene collocato.
L’acqua ordinaria può diventare acqua rituale.
Una lama può diventare strumento consacrato.
Un cerchio tracciato sul pavimento può delimitare simbolicamente o, secondo la cosmologia della tradizione, operativamente uno spazio differente.
Il rito modifica lo statuto dell’oggetto.
Dal punto di vista psicologico concentra attenzione, affetto, memoria e aspettativa. Dal punto di vista di molte tradizioni esoteriche produce invece una trasformazione reale della condizione rituale dell’oggetto o dello spazio.
Ancora una volta non abbiamo bisogno di costringere le due letture a coincidere.
Ciò che conta, per questa pagina, è osservare come il simbolo diventi particolarmente potente quando non viene soltanto contemplato ma agito.
Tracciare un cerchio non è la stessa cosa che leggere una definizione del cerchio.
Indossare un oggetto ereditato non è la stessa cosa che descriverlo.
Distruggere simbolicamente qualcosa può produrre una esperienza differente dal semplice formulare il desiderio di lasciarlo andare.
Il corpo entra nell’immagine.
Ed è forse proprio questo incontro fra immagine, gesto, materia e intenzione a spiegare una parte della forza che il rituale possiede anche quando venga osservato senza accettarne necessariamente la cosmologia.
Un simbolo agito può raggiungere regioni dell’esperienza che un concetto rimane incapace di toccare.
Il simbolo non deve essere bello
La cultura contemporanea tende a estetizzare il simbolico.
Mandalas perfetti, geometrie raffinate, immagini luminose, colori armoniosi. Il simbolo diventa facilmente qualcosa che deve suggerire equilibrio, mistero, profondità.
Ma una immagine trasformativa può essere disturbante, sgradevole, perfino apparentemente banale.
I sogni non possiedono un art director.
Possono offrirci un corridoio sporco, un animale ferito, un ascensore che non arriva, un oggetto domestico incomprensibilmente importante. Ciò che conta non è la nobiltà iconografica dell’immagine, ma la funzione che essa assume nella situazione concreta.
Anche nell’alchimia molte immagini che Jung considerò psicologicamente fertili sono grottesche, violente, corporee: smembramenti, putrefazione, accoppiamenti, uccisioni. Non rappresentano una estetica rassicurante della trasformazione.
Ricordano che trasformarsi non significa necessariamente diventare più armoniosi in ogni momento.
A volte il simbolo arriva proprio dove la vecchia armonia non regge più.
Interpretare meno, restare di più
Esiste una strana ansia davanti al simbolo: appena appare, vogliamo sapere che cosa significa.
È comprensibile.
L’interpretazione restituisce controllo.
Ma una interpretazione troppo rapida può diventare una forma sofisticata di evitamento. Se sogno una porta nera e decido immediatamente che rappresenta “una nuova fase della vita”, ho forse trovato una definizione, ma posso aver perso tutto ciò che rendeva quella porta particolare: era aperta o chiusa? Mi attirava o mi terrorizzava? Che cosa c’era attorno? Avevo una chiave? Era la porta di una casa conosciuta? Che cosa accadeva nel corpo mentre la vedevo?
Il simbolo deve essere frequentato prima di essere archiviato.
È uno dei motivi per cui Jung attribuisce tanta importanza all’immaginazione e alla possibilità di sviluppare un rapporto con le immagini che emergono dall’inconscio. Nella funzione trascendente, la capacità di sostenere il divario fra ciò che è presente e ciò che viene immaginato è parte decisiva della trasformazione; la letteratura analitica contemporanea continua a sottolineare che la simbolizzazione richiede una immaginazione capace di non confondere immediatamente fantasia e realtà materiale.
Restare davanti a un’immagine significa permetterle di produrre associazioni, ricordi, emozioni, domande.
Non significa obbedirle.
Il simbolo non è un ordine.
Può suggerire, provocare, destabilizzare, rendere visibile.
La decisione rimane dell’Io.
La trasformazione non appartiene all’immagine da sola
Possiamo allora precisare il titolo.
Il simbolo come trasformatore non significa che alcune immagini possiedano automaticamente il potere di trasformare chiunque le osservi.
La croce non produce lo stesso effetto in ogni persona.
Un mandala non integra automaticamente la psiche.
Un pentacolo non apre di per sé una comprensione esoterica.
Il simbolo diventa trasformatore dentro una relazione.
Servono una psiche, un contesto, una storia, una tensione sufficientemente reale perché l’immagine possa raccogliere qualcosa che la coscienza non riesce ancora a contenere direttamente.
Questo spiega perché lo stesso simbolo possa essere vivo per una persona e completamente morto per un’altra.
E perché possa smettere di essere vivo perfino per la stessa persona.
Quando il passaggio è avvenuto, l’immagine può rimanere importante come memoria, ma la sua funzione cambia. Ciò che un tempo apriva un territorio può diventare un segno di qualcosa ormai acquisito.
Altri simboli emergeranno.
La trasformazione psichica non possiede un vocabolario definitivo.
Fra coscienza e invisibile
Arrivati a questo punto possiamo finalmente comprendere perché questa pagina occupi una posizione centrale nel percorso.
Abbiamo parlato del Sé e dell’Io, della Persona, dei complessi, delle proiezioni, del corpo e dell’Ombra. Tutto ciò ci ha mostrato che la coscienza non coincide con l’intera esperienza e che ciò che rimane fuori dal suo campo non scompare per questo.
Ma come può qualcosa che non è ancora pienamente cosciente diventare incontrabile?
Una delle risposte è: attraverso immagini capaci di sostenere più significato di quello che sappiamo già formulare.
È qui che il simbolo diventa mediatore.
Per la psicologia analitica, può essere il luogo in cui materiale cosciente e inconscio entrano in una relazione nuova, rendendo possibile quella funzione trasformativa che Jung chiamò trascendente.
Per molte tradizioni esoteriche, il simbolo può essere qualcosa di ancora diverso e più radicale: una forma attraverso cui livelli differenti della realtà vengono messi in corrispondenza, resi presenti o operativamente collegati.
Non dobbiamo decidere che una delle due descrizioni sia soltanto la versione ingenua dell’altra.
Possiamo osservare invece ciò che condividono senza confonderle: entrambe rifiutano, in modi differenti, l’idea che l’immagine sia soltanto decorazione.
Il simbolo fa qualcosa.
Psicologicamente può riorganizzare un conflitto, dare forma a un contenuto ancora informe, trasformare la relazione dell’Io con una parte della propria esperienza.
Ritualmente, all’interno di una cosmologia esoterica, può essere concepito come elemento operativo di una corrispondenza, di una consacrazione, di una evocazione o di una trasformazione.
Fra queste due letture rimane una regione che non abbiamo bisogno di chiudere.
È la stessa regione che questo percorso continua a esplorare.
Una porta non serve se sappiamo già che cosa c’è dietro
Il simbolo viene spesso rappresentato come una chiave.
È una immagine suggestiva, ma forse troppo rassicurante. La chiave presuppone una serratura determinata e, dietro la serratura, una stanza già esistente che dobbiamo soltanto aprire.
Un simbolo vivo assomiglia meno a una chiave e più a una porta che modifica la casa mentre viene attraversata.
Ciò che troviamo dall’altra parte non era necessariamente già disponibile nella forma in cui lo incontriamo, perché il passaggio stesso ha cambiato la posizione dalla quale guardiamo.
È precisamente questo che la funzione trascendente tenta di descrivere: non la scoperta di una soluzione nascosta che l’inconscio possedeva da sempre, ma la possibilità che dal confronto fra posizioni differenti emerga qualcosa che prima non esisteva nella stessa forma.
Per questo il simbolo non consegna risposte facili.
Produce movimento.
E qualche volta il movimento consiste nel rendere impossibile continuare a formulare la domanda come la formulavamo prima.
Un sogno cambia il modo in cui pensiamo una relazione.
Un’immagine rituale modifica il modo in cui percepiamo uno spazio.
Una figura incontrata in meditazione raccoglie emozioni che non riuscivano a stare insieme.
Un simbolo antico, studiato per ragioni puramente storiche, comincia improvvisamente a riguardarci.
Il punto non è decidere troppo rapidamente da dove sia arrivato.
Il punto è accorgersi che qualcosa è accaduto nel rapporto fra ciò che sapevamo e ciò che non riuscivamo ancora a sapere.
Il simbolo abita quel passaggio.
Non perché spieghi l’invisibile.
Perché gli permette, qualche volta, di acquisire abbastanza forma da poter essere incontrato senza essere immediatamente ridotto a ciò che conosciamo già.
Ed è forse questa la sua funzione più radicale.
Non mostrarci ciò che sta dietro l’immagine, come se il simbolo fosse un velo da togliere.
Ma costringerci a riconoscere che alcune cose possono raggiungere la coscienza soltanto conservando, almeno per un certo tempo, una parte della propria oscurità.

