L'ombra nel campo energetico

L’ombra nel campo energetico

Jung, energia psichica e linguaggio sottile: ciò che accade quando il rimosso viene percepito come blocco, densità o presenza negativa

Ci sono persone davanti alle quali il corpo sembra arretrare di qualche millimetro prima ancora che sia accaduto qualcosa, stanze che dopo una discussione vengono descritte come «pesanti», periodi della vita nei quali si ha l’impressione che ogni gesto richieda più forza del consueto. Nel linguaggio contemporaneo queste esperienze vengono facilmente tradotte in termini energetici: un ambiente avrebbe assorbito energia negativa, una persona porterebbe con sé una particolare densità, qualcosa nel campo sarebbe bloccato, contaminato o appesantito. Talvolta si ricorre all’immagine dell’aura, altre volte ai chakra, alle vibrazioni, alle frequenze o semplicemente a quella parola, energia, che possiede ormai abbastanza significati da poter attraversare senza difficoltà psicologia, spiritualità, benessere e occultismo.

Una parte di queste espressioni può sembrare sorprendentemente vicina al linguaggio dell’Ombra junghiana. Anche l’Ombra, infatti, riguarda ciò che non viene riconosciuto dalla coscienza e che tuttavia continua ad agire; può emergere attraverso reazioni sproporzionate, atmosfere emotive, proiezioni, sogni, irritazioni improvvise, attrazioni difficili da spiegare. Ma la somiglianza può diventare ingannevole se concludiamo troppo rapidamente che il «blocco energetico» sia semplicemente un altro nome dell’Ombra, oppure che ciò che Jung chiamava energia psichica coincida con l’energia sottile delle tradizioni esoteriche e della spiritualità New Age.

Non è così.

Questa pagina nasce precisamente dalla necessità di mantenere aperto il confronto senza confondere i livelli. L’Ombra appartiene alla cartografia della psicologia analitica; il campo energetico, l’aura, i corpi sottili e le nozioni contemporanee di densità o vibrazione appartengono a genealogie religiose ed esoteriche differenti, profondamente rielaborate fra occultismo moderno e New Age. Possiamo mettere questi linguaggi l’uno accanto all’altro e osservare ciò che ciascuno permette di vedere, purché non fingiamo che nominino la stessa realtà.

L’interesse comincia proprio nel punto in cui le parole divergono.

L’Ombra non è la parte cattiva di noi

Il termine è stato consumato abbastanza da sembrare ormai intuitivo. «Lavorare sull’Ombra» significa spesso affrontare traumi, emozioni negative, aspetti repressi, comportamenti che non ci piacciono. Nei social e nella spiritualità contemporanea la shadow work è diventata quasi una categoria autonoma di crescita personale, spesso accompagnata da esercizi, diari, domande introspettive e pratiche di liberazione.

La concezione junghiana è più precisa e, proprio per questo, più scomoda.

L’Ombra comprende innanzitutto ciò che la coscienza non riconosce come compatibile con l’immagine attraverso cui l’Io si identifica. Si forma anche attraverso ciò che viene respinto perché inaccettabile per la famiglia, l’ambiente sociale, la morale collettiva o la Persona che abbiamo dovuto costruire per adattarci. Ma ciò che viene escluso non è necessariamente malvagio. Possono finire nell’Ombra aggressività e invidia, certamente, ma anche sessualità, spontaneità, ambizione, creatività, capacità di opporsi, generosità o un talento che l’ambiente non aveva saputo accogliere. Le fonti della psicologia analitica insistono proprio su questo aspetto: nell’Ombra possono trovarsi tanto qualità problematiche quanto possibilità vitali che l’Io non ha ancora saputo integrare.

Questo modifica radicalmente l’immagine.

L’Ombra non è una discarica psichica nella quale depositiamo tutto ciò che deve essere eliminato. È piuttosto la conseguenza inevitabile del fatto che ogni identità è selettiva. Nel momento in cui diciamo «io sono questo», qualcosa rimane necessariamente fuori dalla definizione. Una persona che fonda la propria identità sull’essere razionale avrà maggiore difficoltà a riconoscere ciò che appare irrazionale; chi deve essere sempre disponibile può relegare nell’Ombra il diritto di sottrarsi; chi si identifica con una spiritualità di amore e compassione può diventare sorprendentemente incapace di riconoscere la propria aggressività.

L’Ombra non nasce quindi perché siamo insufficientemente evoluti. Nasce perché non possiamo essere coscienti contemporaneamente di tutto ciò che siamo.

Il problema non è possederla.

Il problema comincia quando ciò che non riconosciamo continua a organizzare il nostro rapporto con il mondo mentre siamo convinti che appartenga interamente agli altri.

L’Ombra fuori di noi

Poche dinamiche rendono l’Ombra tanto visibile quanto la proiezione. Una qualità che non riusciamo a riconoscere interiormente può diventare straordinariamente evidente in qualcun altro. Ci irrita la sua vanità, la sua dipendenza, la sua arroganza, la sua debolezza, il bisogno di essere notato; oppure ne siamo affascinati, quasi ipnotizzati, perché sembra incarnare una libertà, una potenza o una capacità che non riusciamo ancora ad attribuire a noi stessi.

Naturalmente non ogni giudizio è una proiezione. Esistono persone arroganti, manipolative, violente, generose o creative indipendentemente da ciò che proiettiamo su di loro. Il concetto diventa sterile se lo usiamo per sostenere che qualunque cosa vediamo nell’altro sia soltanto una parte di noi.

La questione interessante è l’eccedenza.

Perché proprio quella caratteristica ci colpisce con tanta forza? Perché continuiamo a pensarci quando l’evento è terminato? Perché una persona quasi sconosciuta sembra possedere improvvisamente la capacità di concentrare una quantità enorme di emozione? È spesso in questa sproporzione che il contenuto proiettato diventa riconoscibile. Nella prospettiva junghiana l’Ombra è strettamente legata proprio a questo processo: ciò che non viene riconosciuto può essere incontrato all’esterno come se appartenesse esclusivamente a un’altra persona, a un gruppo o perfino a un nemico collettivo.

La stessa dinamica può assumere forme più sottili nel linguaggio energetico contemporaneo.

«Quella persona ha un’energia terribile.»

«Quando entra nella stanza cambia tutto.»

«Mi drena.»

«Ha una vibrazione molto bassa.»

A volte queste frasi descrivono qualcosa di estremamente concreto. Potremmo trovarci davanti a una persona invasiva, ostile, manipolativa, imprevedibile; il sistema nervoso registra comportamenti, toni di voce, distanze, microsegnali e precedenti esperienze prima che la coscienza riesca a formulare una spiegazione. Altre volte la stessa espressione può contenere una proiezione: ciò che viene avvertito come «energia negativa» appartiene in parte alla reazione che quella persona attiva in noi.

Le due possibilità non si escludono.

Qualcuno può comportarsi realmente in modo aggressivo e contemporaneamente attivare una nostra configurazione inconscia che amplifica l’esperienza. Il discernimento non consiste nel decidere che tutto è proiezione oppure che tutto è percezione sottile. Consiste nel riuscire a trattenere entrambe le ipotesi abbastanza a lungo da non dover trasformare subito una sensazione in una cosmologia.

Da energia psichica a energia sottile

La confusione aumenta perché lo stesso Jung utilizza diffusamente il linguaggio dell’energia psichica. Nella sua elaborazione della libido, egli amplia molto il concetto rispetto alla libido sessuale freudiana e lo impiega per descrivere la dinamica generale degli investimenti, delle tensioni e delle trasformazioni nella psiche. Nei suoi scritti l’energia psicologica può muoversi, concentrarsi, regredire, essere sottratta a una posizione e investita altrove; la tensione degli opposti assume una funzione decisiva nei processi di trasformazione.

È facile, leggendo queste pagine accanto alla letteratura esoterica, effettuare un passaggio quasi impercettibile.

Se Jung parla di energia e le tradizioni sottili parlano di energia, allora starebbero parlando della stessa sostanza con vocabolari differenti.

Ma la parola condivisa non dimostra l’identità del concetto.

L’energia psichica junghiana appartiene a un modello psicodinamico. Non è un fluido misurabile che circonda il corpo, non viene descritta come un’aura colorata e non possiede automaticamente la struttura dei chakra, dei nāḍī o dei corpi astrali. Jung stesso utilizza frequentemente analogie energetiche e attinge a tradizioni simboliche nelle quali il confine fra psicologia, religione e cosmologia può diventare complesso, ma tradurre direttamente la libido in «energia sottile» significa sovrapporre sistemi differenti.

Il concetto moderno di aura, nel senso di campo sottile che circonderebbe l’essere umano e rifletterebbe condizioni psicologiche o spirituali, ha invece una genealogia particolarmente importante nell’occultismo ottocentesco e nella Teosofia. La letteratura teosofica descrive corpi o veicoli sottili capaci di estendersi oltre il corpo fisico e sostiene che chiaroveggenti possano percepirne colori e configurazioni, interpretandoli come espressioni di condizioni interiori. Nel corso del Novecento questo immaginario è entrato in dialogo con pratiche di guarigione energetica e, più tardi, con il vasto ambiente New Age, nel quale aura, vibrazione, frequenza, chakra, pensiero e benessere sono stati frequentemente combinati in sistemi sempre nuovi. La storiografia delle religioni ha studiato proprio questo intreccio fra guarigione attraverso energie sottili e cultura New Age.

Dal punto di vista scientifico, però, occorre mantenere un’altra distinzione: non esistono prove consolidate dell’esistenza del tipo di campo energetico sottile postulato, per esempio, nelle spiegazioni del Reiki. Il National Center for Complementary and Integrative Health statunitense lo dichiara esplicitamente parlando del campo energetico supposto da quella pratica.

Questo non significa che una persona non possa sperimentare sensazioni descritte come energetiche.

Significa che dobbiamo distinguere tre cose che vengono continuamente fuse: l’esperienza, l’interpretazione tradizionale dell’esperienza e l’affermazione che quella interpretazione descriva una realtà fisica dimostrata.

Sono piani differenti.

Ed è soltanto tenendoli separati che possiamo realmente far dialogare psicologia ed esoterismo.

Densità, blocchi e «energia negativa»

Il lessico energetico contemporaneo possiede una caratteristica interessante: trasforma facilmente eventi psichici complessi in qualità quasi materiali. Un conflitto diventa un blocco, una emozione trattenuta una densità, una relazione difficile un legame energetico, un ambiente emotivamente carico un luogo impregnato, una persona in crisi qualcuno dalla vibrazione bassa.

Queste immagini non sono necessariamente inutili.

Al contrario, possono risultare estremamente efficaci perché danno forma percettiva a qualcosa di altrimenti difficile da esprimere. Dire «mi sento bloccato» significa trasformare una condizione complessa in un’immagine spaziale immediata: qualcosa impedisce il passaggio. Dire «quella situazione mi pesa» introduce gravità e carico. Parlare di «densità» rende quasi tattile un’esperienza nella quale pensiero ed emozione sembrano perdere mobilità.

Il problema comincia quando dimentichiamo che stiamo utilizzando un’immagine.

Una persona può descrivere un periodo di depressione, conflitto o stanchezza come stagnazione energetica e trovare questo linguaggio intimamente adeguato. Ma trasformare quella metafora in una diagnosi oggettiva, affermando che esista letteralmente una massa energetica collocata in un determinato punto del campo, richiede un passaggio ulteriore che il semplice vissuto non può dimostrare.

Lo stesso vale per l’Ombra.

Possiamo dire, metaforicamente, che un contenuto d’Ombra sottrae energia alla coscienza, perché una grande quantità di attività psichica può essere necessaria per mantenere una parte di noi fuori dall’immagine consapevole. La psicologia analitica stessa utilizza un vocabolario energetico per descrivere tali dinamiche. Ma non segue da questo che l’Ombra formi necessariamente una «macchia nell’aura» oppure che l’integrazione possa essere verificata osservando un cambiamento del campo sottile.

E tuttavia la metafora può continuare a essere utile, se sappiamo di utilizzarla come metafora.

Immaginare un blocco può rendere percepibile una resistenza.

Immaginare una parte densa può aiutarci a riconoscere quanto una determinata esperienza sia diventata immobile.

Visualizzare qualcosa che torna a fluire può accompagnare un cambiamento soggettivamente reale.

Non abbiamo bisogno di dichiarare che una sostanza invisibile abbia fisicamente ricominciato a circolare perché l’esperienza conservi significato.

È il punto in cui il simbolo evita di diventare pseudoscienza e rimane simbolo.

La trappola della «negatività»

Fra tutte le semplificazioni introdotte dal vocabolario energetico, quella della negatività è probabilmente la più pericolosa per un lavoro sull’Ombra.

Il ragionamento sembra innocente. Esistono emozioni piacevoli e spiacevoli, ambienti che ci fanno sentire bene e altri che ci affaticano; possiamo quindi distinguere energie positive ed energie negative e cercare di aumentare le prime eliminando le seconde.

Ma applicato alla psiche questo schema produce rapidamente un problema.

Rabbia, gelosia, paura, invidia, aggressività, tristezza, desiderio di potere, impulso alla fuga diventano «energie basse». Devono essere purificate, trasmutate, rilasciate. La persona impara così a interpretare il disagio non come un’esperienza da comprendere ma come qualcosa che contamina il proprio stato energetico.

L’Ombra, a quel punto, non viene integrata.

Viene espulsa una seconda volta con un vocabolario spirituale.

È la stessa operazione che la Persona compie quando stabilisce quali caratteristiche siano compatibili con l’identità cosciente e quali debbano essere rimosse, soltanto che ora la divisione non viene più formulata attraverso il linguaggio morale di «buono» e «cattivo». Utilizza termini apparentemente neutri: alta e bassa vibrazione, luce e densità, espansione e contrazione.

Il risultato può essere identico.

Una persona arrabbiata non deve più chiedersi che cosa la rabbia difenda, dove nasca o che responsabilità richieda. Deve semplicemente «alzare la frequenza». L’invidia non viene riconosciuta come possibile indicazione di un desiderio frustrato o di un confronto doloroso con ciò che non abbiamo sviluppato; diventa energia tossica. L’aggressività, che può essere distruttiva ma può anche fornire forza per stabilire un limite, viene trattata come una contaminazione.

Questo contraddice precisamente uno degli aspetti più interessanti dell’Ombra junghiana: ciò che viene escluso può contenere tanto materiali difficili quanto risorse necessarie alla vita. La Society of Analytical Psychology ricorda esplicitamente che nell’Ombra possono esistere reazioni appropriate, intuizioni realistiche, impulsi creativi e altri elementi positivi, non soltanto qualità moralmente problematiche.

Una spiritualità che desidera soltanto diventare più luminosa rischia quindi di produrre un’Ombra sempre più scura.

Non perché la luce sia il problema.

Perché tutto ciò che viene illuminato selettivamente getta inevitabilmente qualcos’altro fuori dal campo.

Quando «proteggersi energeticamente» protegge soprattutto l’identità

C’è una scena che ricorre spesso nei linguaggi contemporanei del benessere spirituale: dopo un incontro difficile, una discussione o una permanenza in un luogo percepito come pesante, si avverte il bisogno di «pulirsi», «scaricare», «tagliare», «chiudere il campo», «rimandare indietro ciò che non ci appartiene».

Queste pratiche possiedono genealogie molto differenti e non possono essere ridotte a un unico modello. Abluzioni, fumigazioni, scongiuri, benedizioni e forme rituali di purificazione appartengono a tradizioni religiose molto più antiche della New Age e possiedono significati specifici all’interno dei rispettivi sistemi. Non sarebbe corretto trattarle tutte come semplici meccanismi psicologici.

Ma quando il linguaggio della purificazione viene applicato indistintamente alle relazioni quotidiane, può assumere anche una funzione difensiva interessante.

Dire «questa energia non è mia» può essere perfettamente sensato quando serve a distinguere le emozioni di qualcun altro dalle proprie. Una persona che vive accanto a qualcuno molto ansioso può accorgersi di assorbire il clima emotivo dell’ambiente e trovare utile ricordarsi che non deve farsene carico.

La stessa frase, però, può diventare un mezzo estremamente efficiente per non chiedersi che cosa una relazione abbia attivato interiormente.

Se ogni emozione spiacevole comparsa dopo un incontro viene attribuita all’energia dell’altro, l’Ombra ha trovato una forma perfetta di invisibilità.

L’irritazione è stata assorbita.

La paura è stata imposta.

Il disagio appartiene al campo esterno.

L’altro è tossico.

A volte sarà davvero necessario allontanarsi da una relazione dannosa. Il lavoro sull’Ombra non richiede di sopportare abusi né trasforma ogni comportamento altrui in una nostra proiezione. La maturità consiste proprio nel riuscire a distinguere ciò che appartiene effettivamente all’altro da ciò che nasce dalla nostra risposta, e spesso le due cose sono entrambe presenti.

Ma la domanda deve rimanere possibile:

che cosa in me ha incontrato questa esperienza?

Non soltanto: che cosa devo togliere da me dopo averla incontrata?

Ombra e vampirismo energetico

Un discorso analogo riguarda l’immagine del vampiro energetico, ormai diffusissima nella cultura popolare spirituale. Alcune persone vengono descritte come individui capaci di sottrarre energia agli altri attraverso lamentela, manipolazione, bisogno continuo di attenzione, conflitto o semplice prossimità.

Il linguaggio descrive un’esperienza riconoscibile. Esistono relazioni che lasciano esausti perché richiedono continua vigilanza, regolazione emotiva, disponibilità, difesa o attenzione. Esistono persone che monopolizzano lo spazio relazionale, utilizzano il senso di colpa o riversano sistematicamente sugli altri il proprio stato emotivo.

Non occorre postulare un trasferimento letterale di energia sottile per comprendere perché simili incontri possano essere vissuti come drenanti.

La metafora diventa problematica quando trasforma una dinamica relazionale in un’essenza della persona.

«Questa relazione mi esaurisce» lascia ancora aperta una domanda.

«Quella persona è un vampiro energetico» sembra chiuderla.

Nel primo caso possiamo indagare comportamenti, confini, aspettative e nostre vulnerabilità. Nel secondo, l’altro viene trasformato in portatore di una qualità quasi ontologica. È facile vedere quanto rapidamente un simile linguaggio possa diventare terreno di proiezione dell’Ombra.

La persona dalla quale ci sentiamo «drenati» potrebbe effettivamente avere comportamenti problematici.

Ma potrebbe anche incarnare un bisogno che non sappiamo rifiutare, una dipendenza che ci terrorizza, una fragilità che disprezziamo in noi stessi, oppure semplicemente il limite della nostra capacità di essere disponibili.

Il punto non è assolvere l’altro.

È non rinunciare troppo presto alla possibilità di conoscere noi stessi.

L’Ombra spirituale

La parte più interessante del problema appare quando l’Ombra entra direttamente nella costruzione dell’identità spirituale.

Ogni tradizione e ogni comunità produce implicitamente un’immagine di ciò che significa essere un buon praticante. Ci si aspetta determinati atteggiamenti, virtù, forme di comportamento; perfino gli ambienti che proclamano libertà assoluta possiedono spesso un proprio codice invisibile.

La spiritualità contemporanea valorizza frequentemente pace, amore, compassione, gratitudine, perdono, positività, abbondanza, apertura.

Tutte qualità legittime.

Ma più l’identità si costruisce su di esse, più ciò che le contraddice può diventare difficile da riconoscere.

Una persona che deve essere compassionevole può relegare nell’Ombra la propria ostilità. Chi si considera profondamente intuitivo può faticare a riconoscere quando desiderio e paura modificano le proprie percezioni. Chi ha costruito un’identità sull’amore universale può trovare intollerabile la propria capacità di odiare.

L’Ombra spirituale non è quindi necessariamente più oscura di quella ordinaria.

È spesso più difficile da vedere perché possiede a disposizione un vocabolario capace di reinterpretare tutto ciò che la minaccia.

Non sono arrabbiato: sto percependo una vibrazione incompatibile.

Non provo invidia: quella persona ha un’energia che non mi risuona.

Non desidero dominarla: sento che devo guidarla.

Non ho paura: la mia intuizione mi sta proteggendo.

Il linguaggio spirituale può naturalmente descrivere esperienze sincere. Ma quanto più una spiegazione rende impossibile mettere in discussione l’immagine positiva che abbiamo di noi stessi, tanto più diventa utile domandarsi quale funzione stia svolgendo.

L’Ombra non ama particolarmente il buio.

Ama ciò che non viene guardato.

Può quindi nascondersi perfettamente anche nella luce.

Il campo come immagine relazionale

Esiste tuttavia un modo più fertile di conservare la metafora energetica senza trasformarla in una dichiarazione fisica.

Possiamo pensare il campo come immagine della relazione.

Quando due persone entrano in contatto non portano soltanto due identità separate. Portano aspettative, stati emotivi, proiezioni, memorie, posture, ruoli, desideri, paure e modi di reagire. Ciò che accade fra loro non appartiene interamente né all’una né all’altra: emerge dall’incontro.

Parlare di «atmosfera» di una stanza è già un modo quotidiano di descrivere questo fenomeno.

Entriamo dopo una discussione e percepiamo qualcosa prima di conoscere l’evento. Non abbiamo bisogno di supporre che le pareti abbiano assorbito una sostanza; possono bastare silenzio, espressioni, posture, posizione dei corpi, residui del comportamento, aspettativa. Ma dal punto di vista soggettivo la sensazione può essere quella di entrare in un campo già organizzato.

In questo senso l’immagine energetica può essere potente.

Il campo non diventa una cosa.

Diventa un modo per pensare ciò che emerge tra.

E anche l’Ombra può essere osservata in questa regione relazionale. Non soltanto «la mia Ombra» custodita in un contenitore interiore, ma ciò che viene costellato in uno specifico rapporto. Una persona evoca in me una qualità che con altre non emerge; un gruppo autorizza comportamenti che individualmente non adotterei; un ambiente spirituale costruito interamente attorno alla positività può produrre una quantità sorprendente di aggressività indiretta.

Non serve scegliere fra psicologia e metafora energetica.

Possiamo dire: questo campo mi sembra pesante.

E poi continuare:

che cosa sta accadendo, concretamente, qui dentro?

È proprio la seconda domanda a impedire alla prima di diventare una superstizione autosufficiente.

Integrare non significa trasformare tutto in luce

La parola integrazione corre quasi lo stesso rischio della parola Ombra.

Può essere interpretata come un processo attraverso cui ciò che era oscuro viene purificato finché diventa compatibile con la personalità cosciente. Ma integrare non significa necessariamente rendere gradevole ciò che prima ci disturbava.

Significa poter riconoscere una qualità come nostra senza essere obbligati né ad agirla né a fingere che non esista.

Riconoscere la propria aggressività non significa diventare aggressivi.

Può significare imparare che possediamo una capacità di attacco e che quella stessa forza, trasformata e resa cosciente, può servire a difendere un limite.

Riconoscere l’invidia non significa approvarla.

Può significare permetterle di indicarci ciò che desideriamo e che non abbiamo avuto il coraggio di desiderare apertamente.

Riconoscere un bisogno di riconoscimento non obbliga a costruire la vita intorno all’approvazione altrui.

Ma impedisce almeno di chiamare «missione spirituale» ogni occasione nella quale desideriamo essere ammirati.

Questo è uno dei motivi per cui l’Ombra contiene energia nel senso psicologico del termine. Ciò che viene continuamente escluso richiede lavoro per rimanere escluso e può tornare in forme indirette. Quando un contenuto diventa riconoscibile, qualcosa della rigidità con cui era stato tenuto fuori può modificarsi; la letteratura junghiana descrive proprio il recupero di qualità represse come un possibile ritorno di vitalità psichica.

Possiamo, se vogliamo, utilizzare anche qui l’immagine del flusso.

Ma con una cautela fondamentale: ciò che torna a fluire non è necessariamente un fluido invisibile.

Può essere la nostra capacità di sentire, scegliere e agire in modi che prima erano bloccati dall’immagine troppo stretta che avevamo costruito di noi stessi.

Pulizia e integrazione sono operazioni differenti

Questa distinzione potrebbe essere una delle più utili per il dialogo fra psicologia ed esoterismo.

Esistono tradizioni rituali nelle quali la purificazione possiede un significato preciso: si rimuovono contaminazioni, si prepara uno spazio, si separa il sacro dal profano, si ristabilisce una condizione rituale. Non è necessario reinterpretare queste pratiche psicologicamente per riconoscerne la coerenza all’interno delle rispettive cosmologie.

L’Ombra, però, non è una contaminazione rituale.

Non possiamo purificarci dalla nostra Ombra senza produrne altra.

Se ogni volta che emerge rabbia immaginiamo di espellerla, se ogni pensiero aggressivo viene bruciato simbolicamente, se ogni parte scomoda viene trattata come energia estranea da rimuovere, il rituale può finire per rafforzare la divisione che l’individuazione dovrebbe rendere più consapevole.

Ci sono cose delle quali può essere necessario liberarci: comportamenti, relazioni, abitudini, oggetti, situazioni.

Ma non tutto ciò che vogliamo smettere di agire deve essere espulso dalla coscienza.

Posso non voler più reagire con violenza e avere comunque bisogno di conoscere la parte di me capace di violenza.

Posso decidere di interrompere una relazione e continuare a interrogare ciò che quella relazione ha fatto emergere.

Posso compiere una purificazione rituale perché appartiene alla mia pratica spirituale senza trasformarla nella fantasia che, dopo il rito, tutto ciò che mi disturbava appartenga necessariamente a qualcosa di esterno.

La differenza è sottile.

Ma decide se il rito accompagna la coscienza oppure diventa un modo elegante per evitarla.

L’Ombra collettiva e la «bassa vibrazione» degli altri

Finché l’Ombra riguarda il singolo individuo, i suoi effetti possono rimanere relativamente circoscritti. Diventa molto più pericolosa quando la stessa logica viene applicata ai gruppi.

Ogni collettività costruisce immagini di ciò che considera accettabile, civile, puro, evoluto, spirituale. Ciò che contraddice queste immagini può essere proiettato su un altro gruppo, che diventa depositario di caratteristiche incompatibili con l’identità collettiva.

La psicologia analitica parla anche di Ombra collettiva, legata a contenuti rifiutati da famiglie, comunità e culture; il meccanismo del capro espiatorio costituisce una delle sue espressioni più riconoscibili.

Il linguaggio energetico non è immune da questa dinamica.

Definire persone o gruppi «a bassa vibrazione» può sembrare meno aggressivo che chiamarli moralmente inferiori, ma può svolgere la stessa funzione. Invece di dire che sono cattivi, diciamo che sono energeticamente incompatibili, inconsapevoli, densi, non risvegliati.

La gerarchia rimane.

Ha semplicemente cambiato vocabolario.

E quando un sistema divide il mondo fra coloro che vibrano alto e coloro che vibrano basso, fra persone illuminate e persone tossiche, fra chi è sveglio e chi dorme, l’Ombra collettiva trova una superficie perfetta sulla quale proiettarsi.

Il problema non è negare che esistano comportamenti dannosi, livelli differenti di maturità o persone dalle quali sia necessario proteggersi.

È il salto dalla valutazione di un comportamento alla definizione essenziale dell’altro.

Quando una persona diventa la sua vibrazione, non abbiamo più bisogno di incontrarne la complessità.

E spesso non abbiamo più bisogno di incontrare nemmeno la nostra.

Sentire qualcosa senza sapere ancora che cos’è

Arriviamo così al punto che forse interessa maggiormente questo percorso.

Una persona entra in una stanza e sente un disagio.

Che cosa deve farne?

La risposta più rigorosa è anche la meno spettacolare: prima di tutto, sentirlo.

Non deve negarlo perché non può provarlo scientificamente, ma non deve nemmeno decidere immediatamente che sta percependo una contaminazione del campo.

Può osservare ciò che accade nel corpo, le immagini che emergono, le associazioni, la storia del luogo se la conosce, le persone presenti, le proprie aspettative. Può uscire dalla stanza e verificare se la sensazione cambia. Può tornarvi in un momento diverso.

La stessa disciplina può essere applicata alle persone.

«Sento qualcosa di strano» può rimanere per un certo tempo una descrizione sufficiente.

La necessità di sapere immediatamente se si tratti di intuizione, proiezione, memoria implicita, paura, percezione sottile o antipatia è spesso più forte dell’esperienza stessa.

Ma è proprio nell’intervallo prima della conclusione che il discernimento diventa possibile.

L’Ombra abita facilmente le spiegazioni troppo rapide perché offre all’Io ciò che desidera maggiormente: una causa esterna che non richiede revisione.

Il linguaggio energetico, quando rimane simbolico e fenomenologico, può invece aiutarci a descrivere con grande precisione qualità dell’esperienza difficili da ridurre a concetti ordinari. Pesantezza, espansione, chiusura, densità, fluidità sono parole corporee e immaginative che possono rivelarsi preziose.

Non dobbiamo abolirle.

Dobbiamo resistere alla tentazione di trasformarle immediatamente in oggetti.

Un campo abbastanza ampio da contenere anche l’Ombra

Forse possiamo allora conservare il titolo di questa pagina attribuendogli un significato più esigente.

L’Ombra nel campo energetico non significa che esista necessariamente una porzione oscura misurabile attorno al corpo nella quale si accumulano emozioni represse.

Può significare qualcosa di più interessante.

Significa chiedersi che cosa accade quando la psiche incontra una cosmologia energetica; quali immagini produce per descrivere ciò che non riesce ancora a riconoscere; come parole come blocco, densità e vibrazione possano diventare strumenti di comprensione oppure nuove forme di rimozione; come il bisogno spirituale di purificazione possa entrare in conflitto con il compito psicologico dell’integrazione.

L’esoterismo possiede pieno diritto di parlare attraverso le proprie cosmologie.

La psicologia possiede pieno diritto di parlare attraverso le proprie.

Il nostro compito non è costringere una delle due a confessare di aver sempre parlato dell’altra.

Possiamo praticare una purificazione rituale e contemporaneamente domandarci che cosa abbiamo proiettato.

Possiamo lavorare con l’immagine di un campo sottile e sapere che la sua realtà appartiene a un sistema esoterico, non a un fatto scientificamente stabilito.

Possiamo sentire una relazione come energeticamente pesante senza concludere che tutta quella pesantezza appartenga all’altra persona.

Possiamo utilizzare il linguaggio della luce senza trasformare tutto ciò che non è luminoso in qualcosa da espellere.

È forse qui che la metafora del campo diventa finalmente adeguata.

Un campo abbastanza vasto non contiene soltanto ciò che preferiamo essere.

Contiene anche ciò che respingiamo, ciò che proiettiamo, ciò che ci imbarazza e ciò che non abbiamo ancora imparato a nominare. Contiene la nostra capacità di amore e quella di ferire, il bisogno di appartenenza e quello di dominarne gli altri, la generosità e l’invidia, la compassione e l’aggressività, la parte spirituale e quella che vorrebbe utilizzare la spiritualità per sentirsi superiore.

Se chiamiamo tutto questo energia, dobbiamo accettare almeno una conseguenza: non tutta l’energia che ci appartiene sarà luminosa nell’immagine che abbiamo costruito di noi stessi.

Ed è precisamente lì che l’Ombra torna a essere ciò che Jung aveva reso così difficile da evitare.

Non un demone interiore.

Non una contaminazione.

Non una frequenza da alzare.

Ma ciò che continua ad appartenerci anche dopo che abbiamo deciso che non dovrebbe.

La vera frontiera fra psicologia ed esoterismo potrebbe trovarsi proprio qui, molto meno lontano di quanto immaginiamo: nel momento in cui sentiamo qualcosa che ci appare oscuro e, invece di chiederci soltanto come eliminarlo, riusciamo ancora a formulare una domanda più scomoda.

Che cosa, di tutto questo, è mio?

Non sempre la risposta sarà tutto.

Non sempre sarà niente.

Ma finché quella domanda rimane possibile, l’Ombra non è più soltanto qualcosa che ci segue.

È diventata parte del modo in cui impariamo a vedere.

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