Materia prima alchemica

Materia prima

La sostanza originaria che precede la forma e rende possibile la trasformazione

Sul fondo del vaso la materia ha già perduto il proprio nome, ma non ancora la propria resistenza. Non è più del tutto metallo, sale, minerale o terra; qualcosa della sua identità consueta si è incrinato, mentre ciò che potrebbe diventare non possiede ancora una figura riconoscibile. L’alchimista osserva precisamente questo intervallo, nel quale la sostanza non coincide più con la forma ricevuta dalla natura e tuttavia non si è ancora disposta ad accoglierne una nuova.

È qui che compare la materia prima, una delle nozioni più importanti e insieme più elusive dell’intero linguaggio alchemico. Cercarne una definizione unica significa però imporre ordine a una tradizione che si è sviluppata per secoli attraverso lingue, culture e concezioni della natura differenti. La materia prima può essere il fondamento indistinto dal quale tutte le cose ricevono forma; può indicare la sostanza scelta per iniziare il lavoro; può essere ciò che rimane quando un corpo viene dissolto, purificato o ricondotto a una condizione precedente alla propria organizzazione visibile. In alcuni testi è una realtà cosmologica, in altri una materia presente sul banco dell’operatore. Molto spesso è entrambe le cose, poiché l’alchimia tende a leggere il frammento materiale come espressione concentrata di una legge universale.

L’espressione latina affonda le proprie radici nella filosofia greca, soprattutto nella riflessione sul rapporto tra materia e forma. Secondo l’interpretazione tradizionale di Aristotele, dietro la trasformazione reciproca degli elementi dovrebbe esistere un substrato capace di ricevere qualità differenti senza coincidere stabilmente con nessuna di esse. Acqua, aria, terra e fuoco sono definiti dalle combinazioni di caldo, freddo, secco e umido; se un elemento può trasformarsi in un altro, deve esservi qualcosa che permane mentre le qualità mutano. Questa materia originaria viene descritta come pura potenzialità: non un corpo dotato di caratteristiche proprie, ma la possibilità di assumere qualsiasi forma. Gli studiosi discutono ancora se Aristotele abbia sostenuto una dottrina compiuta della materia prima assoluta oppure abbia usato l’espressione anche in senso relativo, per indicare la materia più prossima di una determinata cosa. Proprio questa oscillazione, già presente nella riflessione filosofica, sarà destinata a riemergere nell’alchimia. Platone aveva parlato di un ricettacolo capace di accogliere le forme e di apparire diverso secondo ciò che in esso si imprime. Il ricettacolo platonico non coincide semplicemente con la materia prima aristotelica, ma offre un’immagine destinata a esercitare una lunga influenza: qualcosa che non possiede una forma determinata e proprio per questo può riceverle tutte. La materia non è pensata come un oggetto fra gli altri. È il luogo concettuale nel quale il mutamento diviene possibile, una disponibilità che non appare mai isolata, perché la incontriamo soltanto nelle configurazioni concrete che essa assume. eco-egiziana non ricevette questa concezione come una formula già conclusa. La trasformò facendola passare attraverso il forno, gli apparecchi di distillazione, i pigmenti, i minerali e le sostanze metalliche. Nei testi attribuiti a Zosimo di Panopoli, attivo tra la fine del III e l’inizio del IV secolo, la materia viene descritta attraverso processi di composizione e separazione, incorporazione e disincorporazione, estrazione dello spirito dai corpi e sua successiva fissazione. Il corpo materiale possiede componenti volatili che possono essere liberate, purificate e nuovamente congiunte. Le operazioni concrete e il linguaggio religioso non costituiscono necessariamente due sistemi separati: la conversione della materia e quella dell’operatore possono essere raccontate mediante immagini analoghe, senza che l’una debba essere ridotta a semplice metafora dell’altra. testo, tornare alla prima condizione della materia non significa annientarla. Significa sciogliere la coesione che la mantiene nella forma presente, liberarne le componenti mobili, separare ciò che appare unito e predisporlo a una nuova unione. Il corpo deve perdere la propria rigidità affinché ciò che contiene possa essere riconosciuto e trattato. La materia prima non è dunque soltanto ciò che esiste prima dell’Opera. Può essere anche ciò che l’Opera produce nelle sue fasi iniziali, restituendo una sostanza formata a una condizione più aperta e meno determinata.

La tradizione araba ereditò molte conoscenze greche, egiziane e tardoantiche, ma le organizzò entro nuove teorie della materia, nuovi repertori di sostanze e un linguaggio operativo più articolato. Nel corpus attribuito a Jābir ibn Ḥayyān, la cui formazione fu probabilmente il risultato di più autori e periodi, la composizione dei metalli venne interpretata attraverso le qualità elementari e la teoria dello zolfo e del mercurio. La medesima teoria compare anche nel Segreto della creazione attribuito ad Apollonio di Tiana, una delle opere che contribuirono alla sua trasmissione. I metalli sarebbero generati nel sottosuolo dall’incontro di un principio sulfureo, caldo e secco, con un principio mercuriale, freddo e umido. Dalla purezza, dalla proporzione e dalla maturazione di questi principi deriverebbero le differenze tra i metalli. mercurio di questa teoria non vanno identificati automaticamente con le sole sostanze oggi indicate da quei nomi. Potevano riferirsi a materiali realmente impiegati, ma anche alle proprietà che quelle sostanze rendevano visibili: combustibilità e fissità, volatilità e fluidità, capacità di tingere, penetrare o coagularsi. La distinzione tra principio filosofico e sostanza di laboratorio non era sempre netta, né necessariamente doveva esserlo. Le ricerche storiche hanno mostrato che gli alchimisti medievali non consideravano invariabilmente zolfo e mercurio come entità puramente metafisiche e irraggiungibili; molti ritenevano possibile estrarli, prepararli o manifestarli mediante operazioni concrete. Il principio era conosciuto attraverso la materia, mentre la materia veniva interpretata alla luce del principio. tati arabi cominciarono a essere tradotti regolarmente in latino nella prima metà del XII secolo, l’Occidente ricevette non soltanto ricette e descrizioni di apparecchi, ma un’intera concezione della trasformabilità dei corpi. Il lessico aristotelico della materia e della forma incontrò le teorie metalliche arabe, le pratiche minerarie, la medicina e l’esperienza delle officine. Nel XIII secolo gran parte di questo patrimonio era già stata assimilata dagli autori latini, che iniziarono a produrre opere originali servendosi di dottrine, nomi e procedimenti provenienti dal mondo arabo. ontro nacque una delle ambiguità più feconde della materia prima. Da un lato essa rimaneva il substrato universale, privo di determinazioni proprie, dal quale tutte le forme corporee avrebbero avuto origine. Dall’altro diventava la materia iniziale della Pietra, il soggetto concreto sul quale condurre il lavoro. Le due nozioni potevano sovrapporsi, ma non coincidevano necessariamente. La materia prima filosofica, intesa come pura possibilità, non poteva essere collocata da sola in un recipiente, perché una materia completamente priva di forma non sarebbe percepibile né manipolabile. L’alchimista lavorava invece su corpi già determinati, cercando di scioglierne la forma, separarne le componenti e ricondurli a uno stato ritenuto più vicino alla loro origine.

Per orientarsi nei testi è quindi utile distinguere, senza trasformare la distinzione in una regola valida per ogni autore, almeno tre significati. Vi è una materia prima universale, fondamento comune delle forme naturali. Vi è una materia dell’Opera, cioè il soggetto scelto per iniziare la preparazione della Pietra o dell’elisir. Vi è infine la prima materia ottenuta mediante l’arte, lo stato nel quale il corpo è stato privato della sua struttura precedente ed è divenuto nuovamente capace di ricevere forma. La stessa espressione può passare da un significato all’altro anche all’interno di una sola opera, specialmente quando l’autore considera il processo di laboratorio una ripetizione in scala ridotta della generazione naturale.

Il Libro segreto di Artefio, diffuso nella tradizione latina sotto il nome di un leggendario sapiente, offre un esempio significativo. Nel testo, i corpi metallici devono essere ridotti alla loro prima materia attraverso una dissoluzione che li renda molli, fluidi e penetrabili. La prima materia viene identificata con zolfo e argento vivo, mentre l’operazione è descritta come un ritorno del corpo metallico a una condizione cruda, precedente alla sua fissazione. La trasformazione non dovrebbe distruggere la natura del corpo, ma liberarne le potenzialità affinché possa assumere una forma più perfetta. La materia viene disciolta e al tempo stesso preparata alla coagulazione: ciò che perde una forma ne rende possibile un’altra. one viene talvolta chiamata reincrudazione, dal latino reincrudare, riportare allo stato crudo. Un metallo formato e indurito dalla natura deve essere reso nuovamente giovane, incompiuto, disponibile. Il termine non implica un semplice ritorno fisico al minerale originario. Indica piuttosto una regressione controllata della forma, ottenuta attraverso macinazione, calcinazione, soluzione, putrefazione, sublimazione o altre operazioni, secondo il procedimento seguito. Il corpo viene aperto affinché le sue parti possano separarsi, incontrarsi diversamente e generare una nuova composizione.

Per questo motivo gli alchimisti non concordarono mai su un’unica sostanza identificabile come materia prima. Mercurio, zolfo, antimonio, piombo, vetriolo, magnesia, sale, acqua, terra, rugiada e minerali diversi poterono ricevere questo nome. In altri casi furono impiegate immagini come caos, microcosmo, drago, serpente, latte, sangue, nube, veleno, acqua di vita o acqua permanente. Il Lexicon alchemiae pubblicato da Martin Ruland il Giovane nel 1612 raccoglie decine di denominazioni, alcune materiali, altre cosmologiche, animali, bibliche o corporee. Una simile proliferazione non segnala soltanto il desiderio di nascondere un ingrediente. Rivela anche la difficoltà di nominare qualcosa che cambia identità secondo il momento dell’Opera e secondo la relazione nella quale viene osservato. alchemico non funziona come un moderno inventario di laboratorio, nel quale a ogni nome corrisponde una sostanza definita una volta per tutte. Uno stesso termine può designare materie differenti accomunate da una funzione; una stessa materia può ricevere nomi diversi secondo lo stato attraversato. “Mercurio” può indicare il metallo liquido, un principio di volatilità, una sostanza preparata mediante l’arte, un solvente o il composto in trasformazione. “Acqua” può essere un liquido concreto, un distillato, una sostanza corrosiva, una fase fluida della materia oppure il principio capace di sciogliere e trasportare ciò che era fisso. Il significato deve essere ricavato dalla sequenza delle operazioni, dalle proprietà attribuite alla sostanza e dal sistema teorico dell’autore.

La segretezza contribuiva a rendere questo linguaggio ancora più mobile. Molti trattati dichiarano apertamente che la conoscenza non deve essere consegnata a lettori impreparati o mossi soltanto dal desiderio di ricchezza. Le istruzioni potevano essere disperse in punti lontani dell’opera, presentate in ordine alterato o affidate a nomi convenzionali. Nel corpus jabiriano questa tecnica di dispersione del sapere è attestata come una precisa strategia compositiva. Il lettore doveva ricostruire il procedimento, riconoscendo sotto la varietà delle immagini una continuità operativa. via riduttivo spiegare ogni oscurità come un semplice codice destinato a proteggere una ricetta. L’alchimista disponeva di un vocabolario nel quale sostanze, processi e principi naturali non erano nettamente separati. Ciò che una materia era dipendeva anche da ciò che faceva: se evaporava, penetrava, tingeva, bruciava, resisteva al fuoco o rimaneva come residuo. Le immagini permettevano di descrivere comportamenti difficili da isolare concettualmente. Il serpente poteva indicare il movimento circolare e dissolvente; il drago la materia volatile e velenosa; il matrimonio l’unione di componenti opposte; la morte la perdita della forma precedente. La metafora non sostituiva necessariamente l’operazione, ma ne registrava il carattere dinamico.

La materia prima viene spesso detta vile, povera, comune o disprezzata. Le raccolte alchemiche la accostano a sostanze umili, residui, escrezioni, polveri e materiali che l’occhio inesperto scarterebbe. Questo motivo non conduce a un ingrediente unico nascosto sotto ogni immagine. Esprime soprattutto un rovesciamento del valore apparente: ciò che possiede una grande potenzialità può trovarsi sotto una forma ordinaria, impura o incompleta. Il pregio della materia non dipende dalla sua bellezza iniziale, ma dalla presenza di qualità che l’arte è capace di separare e portare a maturazione.

La materia adatta all’Opera deve infatti contenere ciò che il processo intende sviluppare. L’alchimista non crea dal nulla una perfezione estranea al soggetto; accelera, corregge o completa un movimento che ritiene già presente nella natura. Se i metalli appartengono a uno stesso genere e differiscono per composizione, purezza o maturazione, la trasmutazione diventa concepibile come una riorganizzazione delle loro qualità. La materia prima è quindi anche una materia gravida della propria possibilità futura. Il risultato deve trovarsi in essa non come forma già compiuta, ma come tendenza che può essere liberata e condotta a termine.

Da qui deriva il frequente richiamo alla natura come guida dell’arte. L’operatore non dovrebbe violentare la materia imponendole qualsiasi trasformazione, ma riconoscerne le disposizioni, scegliere il calore appropriato, rispettarne i tempi e accompagnarne le separazioni. L’arte imita la natura non copiandone l’aspetto esteriore, ma riproducendo in condizioni controllate i processi di generazione, corruzione e maturazione. L’athanor diviene un ambiente nel quale la materia può attraversare più rapidamente ciò che nel sottosuolo richiederebbe tempi immensamente più lunghi.

Nel XVI secolo Paracelso riorganizzò parte di questo patrimonio attraverso i tre principi di zolfo, mercurio e sale. Essi non sostituirono semplicemente i quattro elementi aristotelici, ma offrirono un diverso modo di interpretare le proprietà manifestate dalle sostanze. Lo zolfo venne associato a ciò che brucia, il mercurio a ciò che si volatilizza e il sale a ciò che rimane stabile come residuo. Il legno esposto al fuoco poteva mostrare i tre principi attraverso la fiamma, il fumo e la cenere. La materia prima paracelsiana non è quindi una massa inerte, ma un composto nel quale differenti principi possono essere rivelati mediante la separazione spagirica. to caso, i principi non sono soltanto elementi materiali nel senso moderno. Indicano modi di comportamento, funzioni e strutture riconoscibili attraverso l’esperienza. La materia si lascia conoscere quando viene aperta e costretta a manifestare le proprie componenti. Ciò che appare unitario nel corpo naturale può rivelarsi molteplice nel laboratorio; ciò che viene separato può essere nuovamente riunito in una forma purificata. La prima materia è pertanto collegata tanto alla confusione originaria quanto alla possibilità di discriminare ciò che quella confusione contiene.

Il suo rapporto con il caos deve essere inteso in questo senso. Il caos alchemico non è il nulla, ma una totalità priva di ordine visibile, una mescolanza nella quale le differenze esistono senza essere ancora disposte secondo una forma stabile. La materia prima può essere descritta come caos perché contiene virtualmente più possibilità di quante la sua apparenza attuale lasci riconoscere. Il lavoro non introduce qualcosa in una materia vuota; separa, misura, purifica e ricompone ciò che vi si trova in una condizione confusa.

Per la stessa ragione, materia prima e nigredo sono strettamente connesse ma non perfettamente identiche. La nigredo è la fase o il fenomeno del nero, spesso associato alla putrefazione, alla dissoluzione e alla perdita della forma precedente. La materia prima è ciò che viene sottoposto a tale processo oppure lo stato radicalmente indifferenziato che il processo rende manifesto. Il nero segnala che l’ordine visibile è stato compromesso, ma non basta da solo a dimostrare che la materia sia stata veramente aperta. Nei testi, una semplice colorazione scura può essere un incidente, mentre il nero filosofico dovrebbe corrispondere a una trasformazione dell’intera composizione.

La materia prima non coincide neppure con la Pietra filosofale. La prima appartiene all’inizio, la seconda rappresenta il compimento, la fissazione e l’acquisizione di una forma capace di agire su altri corpi. Tuttavia, l’alchimia ama le strutture circolari e talvolta avvicina i due estremi. La Pietra compiuta conserva in sé la potenza universale attribuita alla materia originaria, ma non si trova più in uno stato caotico: quella potenza è stata ordinata, purificata e resa stabile. All’inizio vi è una ricchezza non governata; alla fine, secondo la logica dell’Opera, la stessa ricchezza diviene unità operante.

La ricerca della materia prima non consiste dunque nel trovare un oggetto misterioso nascosto da qualche parte nel mondo. Consiste nel riconoscere, all’interno di una sostanza concreta e di una determinata tradizione operativa, il punto nel quale la forma può essere sciolta senza che la potenzialità della materia venga perduta. Ogni scuola ha indicato soggetti differenti perché differenti erano le teorie, le finalità e le pratiche. Un procedimento metallurgico, una preparazione medicinale e una speculazione sulla Pietra non richiedevano necessariamente la medesima materia, benché potessero essere descritti mediante immagini comuni.

Le letture interiori dell’alchimia hanno riconosciuto nella materia prima anche la condizione non elaborata dell’essere umano: passioni contraddittorie, immagini inconsce, desideri, paure, memorie e parti della personalità non ancora integrate. Una simile interpretazione non è priva di precedenti, poiché già alcuni testi tardoantichi stabilivano corrispondenze tra la conversione materiale e quella spirituale. Non è però necessario supporre che ogni ricetta antica o medievale fosse il travestimento di un processo psicologico. Nel corso della storia, il lavoro sul corpo materiale e quello sull’operatore hanno potuto affiancarsi, riflettersi o separarsi secondo il contesto. nteriormente, la materia prima non è una parte malvagia da eliminare. È ciò che non ha ancora ricevuto una forma sufficientemente cosciente, ciò che agisce senza essere riconosciuto oppure ciò che è rimasto confuso perché elementi differenti sono stati costretti troppo a lungo nella medesima struttura. Il lavoro comincia quando questa massa viene osservata senza fretta di nobilitarla. Prima della purificazione occorre sapere che cosa è stato mescolato; prima della congiunzione occorre distinguere; prima della fissazione occorre permettere a ciò che era irrigidito di tornare mobile.

È forse questa la ragione per cui gli alchimisti insistettero tanto sulla difficoltà di riconoscere la prima materia. Essa non è nascosta perché lontana, ma perché viene abitualmente osservata soltanto nella forma che ha già assunto. L’occhio vede il piombo, la pietra, il sale, il residuo o il conflitto interiore e li considera conclusi nel proprio nome. L’alchimia guarda invece ciò che, dentro quella forma, non ha ancora terminato di divenire.

L’Opera non comincia dall’oro. Comincia da una materia che non offre garanzie, spesso opaca, instabile o apparentemente priva di valore. Deve essere scelta, aperta e ricondotta a una condizione nella quale le sue possibilità non siano più trattenute dall’ordine precedente. Soltanto allora la trasformazione può avere luogo.

La materia prima rimane sul fondo del vaso, ancora incerta fra ciò che è stato dissolto e ciò che non possiede un nome. Non è più il corpo di prima, ma non è ancora la sostanza promessa. In questa sospensione, che l’alchimista deve imparare a sostenere senza abbreviare, la materia conserva tutte le forme che potrebbe ricevere e nessuna che possa già essere dichiarata compiuta.

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