I Tarocchi di Thoth

I Tarocchi di Thoth

Il capolavoro esoterico di Aleister Crowley e Frieda Harris: un mazzo in cui Tarocchi, Cabala, astrologia, alchimia e magia occidentale convergono in una visione simbolica totale.

Alcuni mazzi illustrano i Tarocchi. I Tarocchi di Thoth fanno qualcosa di più rischioso: tentano di condensare una cosmologia. Ogni carta sembra attraversata da una corrente che non si lascia fermare nella figura, come se l’immagine fosse soltanto il punto visibile di una struttura molto più ampia. Colori, lettere ebraiche, segni zodiacali, pianeti, formule alchemiche, geometrie e divinità non sono disposti come ornamenti. Agiscono come parti di una macchina simbolica, e il lettore che vi entra senza preparazione può sentirsi, almeno all’inizio, osservato dal mazzo più di quanto riesca a osservarlo.

I Tarocchi di Thoth sono uno dei mazzi più importanti del Novecento esoterico. Furono concepiti da Aleister Crowley e dipinti da Lady Frieda Harris tra la fine degli anni Trenta e i primi anni Quaranta del secolo scorso. Crowley, occultista, poeta, mago cerimoniale e figura controversa della modernità esoterica, intendeva inizialmente realizzare una revisione del simbolismo tradizionale dei Tarocchi. Il progetto, però, crebbe rapidamente oltre ogni misura. Quello che poteva sembrare un aggiornamento iconografico divenne un’opera complessa, ambiziosa, quasi enciclopedica, nella quale confluirono l’eredità della Golden Dawn, la Cabala ermetica, l’astrologia, l’alchimia, la magia cerimoniale e la filosofia di Thelema.

Frieda Harris non fu una semplice esecutrice. Questo punto è essenziale. La storia dei Tarocchi di Thoth è stata spesso raccontata mettendo Crowley al centro e lasciando Harris ai margini, come se avesse soltanto tradotto in immagini le istruzioni dell’occultista. In realtà il mazzo esiste nella forma che conosciamo grazie alla tensione creativa fra i due. Harris studiò, sperimentò, ridisegnò più volte alcune carte, introdusse una sensibilità pittorica e geometrica che rese il mazzo molto diverso da un semplice manuale illustrato di corrispondenze. La sua ricerca sulla geometria proiettiva, la sua attenzione alla luce, alla trasparenza e al movimento interno delle forme trasformarono le indicazioni di Crowley in immagini capaci di vibrare.

Il risultato non è un mazzo facile. Ma definirlo semplicemente difficile è riduttivo. I Tarocchi di Thoth non sono difficili perché oscuri per capriccio; sono difficili perché stratificati. Ogni carta porta con sé più livelli di lettura. Il primo è quello visivo, immediato, fatto di figure, colori, posture, dinamiche interne. Il secondo è quello cabalistico, legato all’Albero della Vita, alle Sephiroth e ai sentieri. Il terzo è quello astrologico, attraverso pianeti, segni e decani. Il quarto è quello alchemico, con i processi di trasformazione della materia e della coscienza. Il quinto è quello magico e iniziatico, connesso alla tradizione ermetica e alla visione thelemica di Crowley. Una carta del Thoth raramente parla da una sola voce.

Per questo il confronto con il Rider-Waite-Smith, pur inevitabile, deve essere condotto con attenzione. Il mazzo Rider-Waite-Smith, pubblicato nel 1909, ha reso i Tarocchi leggibili a un pubblico molto vasto grazie alle scene illustrate anche negli Arcani Minori. I Tarocchi di Thoth procedono diversamente. Non cercano tanto di raccontare una scena quotidiana quanto di mostrare una forza in atto. Gli Arcani Minori, per esempio, non sono piccole scene narrative come nel Rider-Waite-Smith, ma configurazioni simboliche in cui numero, seme, astrologia e qualità energetica si fondono. Il Due di Coppe non è semplicemente una situazione affettiva armonica: è il principio della relazione nel mondo delle emozioni, modulato da precise corrispondenze astrologiche e cabalistiche. Il Cinque di Spade non è soltanto una sconfitta: è il manifestarsi di una tensione mentale, di una rottura, di un conflitto che ha radici nella struttura stessa della carta.

Il nome “Thoth” rimanda al dio egizio della scrittura, della sapienza, della misura e della parola sacra. Ma questo riferimento non deve trarre in inganno. Il mazzo non è una ricostruzione dell’antico Egitto, né una testimonianza diretta di una sapienza egizia originaria. Appartiene piuttosto alla lunga tradizione esoterica occidentale che, dal Settecento in poi, ha immaginato nei Tarocchi una sopravvivenza simbolica di antichi misteri. Crowley riprende questa eredità, la rielabora e la piega alla propria visione. “Thoth” diventa così il nome di un principio: la scrittura occulta del cosmo, il linguaggio che collega numero, immagine e destino.

Il testo fondamentale per comprendere il mazzo è The Book of Thoth, pubblicato da Crowley nel 1944. Non si tratta di un libretto di istruzioni nel senso moderno del termine. È un’opera complessa, a tratti ardua, nella quale Crowley espone attribuzioni, dottrina, corrispondenze e interpretazioni. Il libro è quasi inseparabile dal mazzo. Studiare i Tarocchi di Thoth senza confrontarsi con il testo significa usare una porta ignorando la casa in cui quella porta conduce. Naturalmente il lettore contemporaneo può avvicinarsi alle carte anche in modo intuitivo, ma il sistema profondo del Thoth richiede studio. Non basta guardare la carta; bisogna comprendere la rete che la sostiene.

Uno degli elementi più evidenti del mazzo è il colore. Nei Tarocchi di Thoth il colore non ha una funzione semplicemente estetica. Non serve solo a rendere le carte più belle o più intense. È parte del linguaggio iniziatico dell’immagine. Crowley e Harris lavorano all’interno di una tradizione che attribuisce ai colori un valore simbolico preciso, legato alla Cabala ermetica e alle scale cromatiche della Golden Dawn. La luce non cade sulle figure dall’esterno: sembra spesso emergere da esse, come se ogni carta fosse attraversata da una radiazione propria. I blu profondi, i rossi incandescenti, i verdi acidi, i gialli elettrici e le trasparenze quasi minerali non sono decorazione visionaria. Sono la materia cromatica del simbolo.

Questa scelta rende il mazzo immediatamente riconoscibile. Le carte non hanno l’aspetto di figure immobili, ma di campi di forza. La pittura di Harris tende a dissolvere la rigidità del contorno. Le forme sembrano ruotare, irradiarsi, attraversarsi. Alcuni Arcani hanno una qualità quasi cristallina; altri sembrano costruiti come vortici; altri ancora ricordano un apparato rituale visto dall’interno, non dalla platea. Questa intensità visiva è una delle ragioni per cui il mazzo continua ad affascinare anche lettori che non condividono la dottrina di Crowley. Prima ancora di essere compreso, il Thoth viene percepito.

La Cabala è uno degli assi portanti del sistema. Nel mazzo, gli Arcani Maggiori corrispondono ai sentieri dell’Albero della Vita, mentre gli Arcani Minori si distribuiscono secondo il rapporto tra i quattro semi, le dieci Sephiroth e i quattro mondi cabalistici. Questo significa che ogni carta numerale non rappresenta soltanto un numero dentro un seme, ma una specifica manifestazione di energia in una determinata sfera dell’Albero. Gli Assi appartengono alla radice del seme, i Due alla prima stabilizzazione, i Tre alla formazione, i Quattro alla struttura, i Cinque alla crisi, i Sei all’armonia centrale, e così via fino ai Dieci, nei quali l’energia arriva alla massima densità materiale.

I quattro semi conservano la tradizionale relazione con gli elementi, ma nel Thoth questa relazione viene resa più rigorosa. Bastoni corrisponde al Fuoco, Coppe all’Acqua, Spade all’Aria, Dischi alla Terra. Già questa terminologia rivela una differenza: il seme di Denari diventa Dischi. Non è un cambiamento casuale. Il disco non indica soltanto ricchezza, moneta o possesso materiale. Richiama la materia come campo di manifestazione, il mondo concreto come supporto del simbolo, la forma visibile in cui l’energia si stabilizza. Nei Tarocchi di Thoth anche la materia è un processo, non una cosa morta.

Gli Arcani Minori ricevono inoltre titoli specifici. Non abbiamo soltanto, per esempio, il Tre di Bastoni, ma “Virtù”; il Cinque di Coppe è “Delusione”; il Sei di Spade è “Scienza”; il Nove di Dischi è “Guadagno”. Questi titoli aiutano, ma possono anche ingannare. Non vanno letti come etichette psicologiche semplici. “Delusione” non significa soltanto tristezza; “Scienza” non significa soltanto sapere razionale; “Guadagno” non coincide automaticamente con successo economico. Ogni titolo è una formula sintetica, una chiave d’ingresso. Dietro la parola resta la struttura astrologica, cabalistica ed elementale della carta.

L’astrologia è un altro pilastro del mazzo. Gli Arcani Maggiori sono collegati a pianeti, segni zodiacali ed elementi, mentre molti Arcani Minori corrispondono ai decani zodiacali. Questo rende il Thoth uno dei mazzi più organicamente astrologici della tradizione moderna. La carta non indica soltanto una qualità astratta, ma una forza collocata in un ritmo cosmico. Marte in Scorpione, Venere in Cancro, Saturno in Toro, Sole in Ariete: ogni attribuzione crea una temperatura precisa. Il lettore che conosce l’astrologia può penetrare nella carta con una profondità ulteriore, cogliendo non solo il “che cosa” ma anche il “come” dell’energia.

Questa struttura rende le letture con il Thoth particolarmente dense. Una carta apparentemente favorevole può contenere una tensione, una carta apparentemente dura può indicare una necessità evolutiva. Non è un mazzo che si lasci dividere facilmente in positivo e negativo. Anche le carte più luminose hanno una loro esigente severità; anche quelle più difficili possiedono una funzione trasformativa. Il Thoth non consola facilmente. Più spesso costringe a guardare la dinamica della situazione fino al suo nucleo.

Le figure di corte hanno una struttura particolare. Nel Thoth troviamo Cavalieri, Regine, Principi e Principesse, secondo una disposizione diversa da quella di molti mazzi moderni. Anche qui non si tratta di semplici personaggi. Le carte di corte rappresentano combinazioni elementali. Il Cavaliere è associato a una forma dinamica e ardente; la Regina alla dimensione ricettiva e acquatica; il Principe alla funzione aerea e mentale; la Principessa alla terra e alla manifestazione. Ogni figura è dunque un modo in cui un elemento agisce attraverso un altro elemento. Il Cavaliere di Bastoni non è soltanto un uomo impetuoso o una persona energica: è il Fuoco del Fuoco, una qualità di espansione, impulso, forza irradiante. La Regina di Coppe è l’Acqua dell’Acqua, ricettività profonda, immaginazione, specchio emotivo, ma anche rischio di dissoluzione nell’indistinto.

Gli Arcani Maggiori mostrano in modo ancora più evidente la distanza del Thoth da altre tradizioni. Alcune carte cambiano nome, e questi cambiamenti sono rivelatori. La Giustizia diventa “Adjustment”, cioè Aggiustamento, Equilibrio, Rettifica. Non è soltanto la giustizia come legge morale, ma la ricerca di una misura dinamica nell’universo. La Forza diventa “Lust”, Lussuria o Desiderio ardente, e perde ogni tono moralistico: non si tratta di reprimere la forza animale, ma di assumerla, trasformarla, cavalcarla. La Temperanza diventa “Art”, Arte, e viene riletta come operazione alchemica di combinazione degli opposti. Il Giudizio diventa “The Aeon”, l’Eone, perché per Crowley la carta non poteva più rappresentare soltanto il giudizio finale cristiano, ma l’avvento di una nuova formula spirituale.

Qui entra in gioco Thelema, la corrente religiosa e magica fondata da Crowley a partire dalla ricezione del Liber AL vel Legis, o Book of the Law, nel 1904. Senza trasformare questa pagina in una trattazione su Thelema, è necessario capire che i Tarocchi di Thoth non sono neutrali rispetto alla visione di Crowley. Il mazzo traduce in immagini un passaggio d’epoca, quello che Crowley chiamava l’Eone di Horus. La spiritualità non è più pensata nei termini dell’obbedienza, della colpa e della redenzione, ma della volontà, della conoscenza di sé, della forza creativa e della responsabilità magica dell’individuo. Questa prospettiva attraversa molte carte, anche quando non viene dichiarata apertamente.

La carta dell’Eone è uno dei punti più evidenti. Al posto della scena tradizionale del Giudizio, con i morti che risorgono al suono della tromba angelica, il Thoth propone una visione radicalmente diversa. Non più soltanto resurrezione finale, ma mutamento di paradigma. La carta parla di chiamata, risveglio, rinascita, ma in una cornice cosmica e iniziatica. È il mondo che cambia formula, non soltanto l’individuo che viene giudicato. In questo senso il Thoth sposta spesso l’accento dal destino personale alla struttura universale in cui quel destino si inscrive.

Anche “Art”, corrispondente alla Temperanza, è fondamentale. Nei mazzi più tradizionali la Temperanza viene rappresentata come una figura angelica che versa liquido da una coppa all’altra, immagine di misura e moderazione. Nel Thoth, invece, la carta diventa un laboratorio alchemico. Gli opposti vengono mescolati, fusi, trasmutati. Non c’è soltanto equilibrio: c’è operazione. L’Arte è la capacità di unire ciò che appare separato senza confonderlo in modo indistinto. È solve et coagula, dissoluzione e ricomposizione. Per questo la carta ha un’importanza enorme nel mazzo: mostra che la trasformazione non è un vago miglioramento interiore, ma un procedimento preciso, quasi chimico, della coscienza.

“Lust” è altrettanto significativa. La carta che in molti mazzi viene chiamata Forza assume qui un carattere estatico, dionisiaco, sessuale e magico. Non è la virtù cristiana che doma l’animale per superiorità morale. È l’energia vitale che si unisce alla bestia, la cavalca, la attraversa. Crowley rovescia l’idea di controllo repressivo: la forza non consiste nel negare l’istinto, ma nel riconoscerlo come potenza da integrare nella volontà. È una carta che può turbare chi si aspetta dai Tarocchi un simbolismo più composto, ma proprio per questo rivela molto del progetto thothiano.

“Adjustment”, al posto della Giustizia, introduce un altro slittamento decisivo. La carta non parla soltanto di legge, giudizio, merito o colpa. Parla di equilibrio cosmico, di compensazione, di esattezza. L’universo viene pensato come un sistema in cui ogni movimento richiede un aggiustamento. In lettura questa carta può indicare lucidità, misura, conseguenze, necessità di riallineamento. Ma non ha il tono moralistico della punizione. È piuttosto la lama sottile che corregge una deviazione.

Il Matto, nel Thoth, conserva il suo carattere di principio originario, ma viene caricato di una potenza quasi cosmica. Non è soltanto il viandante ingenuo dei mazzi più noti. È la scintilla primordiale, il soffio creativo, l’energia che precede la forma. Attorno a lui si muovono simboli vegetali, animali, sessuali, cosmici. Il Matto del Thoth non cammina semplicemente verso l’esperienza: trabocca di possibilità. È lo zero come pienezza non ancora differenziata, non come vuoto sterile. Per questo nel mazzo assume una funzione quasi metafisica.

Il Mago, o Magus, è un’altra carta complessa. Nel Thoth non appare come un semplice prestigiatore sacro davanti al tavolo degli strumenti. È il principio mercuriale della comunicazione, della creazione attraverso il linguaggio, della trasmissione tra piani diversi. Mercurio, parola, mente, gesto e magia sono inseparabili. Il Magus non si limita a usare strumenti: è egli stesso lo strumento attraverso cui il simbolo diventa operazione.

La Papessa diventa Priestess, la Sacerdotessa. La sua immagine nel Thoth è una delle più raffinate: veli, luce lunare, profondità, ricettività, mistero. Se nel Rider-Waite-Smith la Papessa custodisce un sapere scritto e nascosto, nel Thoth la Priestess sembra appartenere a una dimensione più astratta e sottile. Non custodisce soltanto un libro: è il velo stesso attraverso cui la conoscenza appare e si ritrae. La sua funzione è profondamente lunare, ma non semplicemente sentimentale o intuitiva. È la coscienza che percepisce prima della formulazione razionale.

Gli Arcani più duri del mazzo sono spesso tra i più potenti. La Torre, chiamata “The Tower”, non è soltanto crollo. È scarica, liberazione violenta, distruzione delle forme ormai false. La Morte non è un’immagine macabra in senso ordinario, ma una danza trasformativa, un processo di dissoluzione e rigenerazione. Il Diavolo conserva una forza materiale, sessuale, generativa, più ambigua e più complessa della semplice tentazione morale. In generale, il Thoth tende a sottrarre le carte alla lettura moralistica. Le forze non sono buone o cattive in modo elementare. Sono potenze. Possono liberare o incatenare secondo il livello di coscienza con cui vengono vissute.

Questa è una delle prospettive più importanti del mazzo. Il Thoth non legge il mondo come un insieme di eventi da prevedere, ma come una circolazione di energie da comprendere. La divinazione, in questo contesto, non è soltanto sapere che cosa accadrà. È riconoscere quale forza sta agendo, da quale piano proviene, quale forma assume nella vita concreta e quale rapporto abbiamo con essa. Un consultante può chiedere notizie su una relazione, ma le carte possono mostrare un problema di volontà, proiezione, dipendenza, comunicazione o trasformazione interiore. Il Thoth raramente resta alla superficie della domanda.

Naturalmente questo non significa che il mazzo non possa essere usato per letture pratiche. Può esserlo, e spesso con grande precisione. Ma richiede un lettore capace di tradurre simboli complessi in indicazioni comprensibili. Non basta dire al consultante che una carta corrisponde a un certo decano o a una certa Sephirah. La conoscenza tecnica deve diventare interpretazione viva. Se resta sfoggio di erudizione, il mazzo si chiude. Il lettore deve attraversare il sistema per poi restituire una parola chiara, senza impoverire il simbolo.

Uno degli errori più frequenti è usare i Tarocchi di Thoth come se fossero un mazzo qualsiasi, limitandosi alle parole chiave. “Sconfitta”, “Lussuria”, “Interferenza”, “Futilità”, “Guadagno”, “Piacere”: i titoli degli Arcani Minori possono sembrare immediati, ma vanno maneggiati con attenzione. “Interferenza”, per esempio, non è soltanto un fastidio esterno. Può indicare un blocco mentale, una dispersione dell’energia, un ostacolo che nasce dall’eccesso di pensiero o da una struttura che impedisce il fluire. “Piacere” non è necessariamente felicità profonda; può essere armonia sensibile, godimento, appagamento, ma anche una condizione che va compresa nel contesto. Il titolo apre la porta, non sostituisce la stanza.

Un altro errore è considerare il Thoth un mazzo “negativo” o “oscuro”. Questa percezione nasce spesso dalla sua intensità visiva e dalla fama di Crowley. In realtà il mazzo non è più oscuro di altri; è meno disposto a semplificare. Le sue carte luminose non sono zuccherate, e le sue carte dure non sono solo minacciose. Il Thoth ha una qualità chirurgica. Taglia le illusioni, mostra le correnti profonde, rende visibile il conflitto tra desiderio e volontà, tra forma e trasformazione, tra coscienza e automatismo. Per alcuni lettori questa franchezza è disturbante; per altri è proprio ciò che rende il mazzo insostituibile.

La figura di Crowley, inevitabilmente, pesa sulla ricezione del mazzo. È stato esaltato, demonizzato, frainteso, studiato, usato come maschera scandalosa e come bersaglio facile. Per una lettura seria dei Tarocchi di Thoth è necessario mantenere una doppia attenzione. Da un lato non si può separare completamente il mazzo dalla sua visione: Thelema, magia cerimoniale, Golden Dawn, Cabala e volontà sono elementi strutturali dell’opera. Dall’altro lato, non è necessario trasformare Crowley in un oggetto di culto per riconoscere la grandezza simbolica del mazzo. L’opera va studiata con rigore, non venerata né liquidata.

Frieda Harris, in questo senso, merita uno spazio maggiore di quello che spesso le viene concesso. Senza il suo linguaggio pittorico, i Tarocchi di Thoth sarebbero probabilmente rimasti un sistema teorico imponente ma meno vivo. Harris diede corpo alle corrispondenze. Fece respirare la geometria. Rese il colore una sostanza iniziatica. Le sue immagini non illustrano semplicemente Crowley; in molti casi sembrano interpretarlo, ampliarlo, talvolta persino correggerlo attraverso la pittura. Il mazzo è una collaborazione, non un monologo.

Dal punto di vista della lettura, i Tarocchi di Thoth chiedono tempo. Non sono ideali per chi vuole soltanto risposte rapide, benché possano darle. Sono particolarmente adatti a domande complesse, percorsi interiori, indagini simboliche, lavoro magico, analisi di dinamiche profonde. Una stesa con il Thoth tende a mostrare la struttura energetica del problema. Per questo può risultare meno rassicurante, ma spesso più precisa. Dove altri mazzi raccontano una scena, il Thoth mostra il principio che la muove.

Chi comincia a studiarlo dovrebbe evitare di affrontare subito tutto insieme. È utile partire dagli Arcani Maggiori, osservando le differenze di nome, immagine e attribuzione rispetto ai mazzi più familiari. Poi si può passare agli Arcani Minori, studiando i semi, i numeri e i titoli. In seguito conviene integrare l’astrologia dei decani e la struttura dell’Albero della Vita. Le carte di corte, infine, richiedono un lavoro specifico sulle combinazioni elementali. Il mazzo si apre per strati. Forzarlo significa rimanere alla superficie.

Un buon esercizio consiste nell’osservare una carta senza interpretarla subito. Che movimento ha? Dove conduce lo sguardo? Quale colore domina? La figura sembra stabile o in trasformazione? L’immagine produce attrazione, disagio, calma, tensione? Solo dopo questa prima osservazione conviene passare alle attribuzioni. Il Thoth è un mazzo estremamente dottrinale, ma non deve essere studiato in modo cieco. L’immagine parla. La dottrina la sostiene, ma non la sostituisce.

Nel lavoro divinatorio, una carta del Thoth può essere letta su almeno tre livelli. Il primo è il livello concreto: che cosa indica nella situazione? Il secondo è il livello psicologico: quale dinamica interiore mostra? Il terzo è il livello iniziatico: quale forza o passaggio simbolico è in atto? Non tutte le letture richiedono tutti e tre i livelli, ma il lettore dovrebbe sapere che esistono. Una domanda sul lavoro può avere una risposta pratica, ma può anche rivelare un problema di volontà, identità o direzione. Una domanda amorosa può parlare di relazione, ma anche di dipendenza, proiezione, desiderio o trasformazione della propria immagine affettiva.

Le stese più semplici funzionano molto bene con questo mazzo. Tre carte possono bastare: forza in atto, ostacolo, direzione. Oppure: radice, manifestazione, trasformazione. Anche una carta singola può essere potentissima, purché non venga appiattita in una parola chiave. Le stese troppo ampie rischiano, soprattutto all’inizio, di sommergere il lettore. Il Thoth è già denso carta per carta; dieci carte del Thoth possono diventare un piccolo sistema planetario sul tavolo. Prima di usare grandi disposizioni, è bene imparare ad ascoltare bene una lama.

Un aspetto interessante è che il mazzo non separa nettamente spirituale e materiale. L’alchimia del Thoth lavora proprio sulla trasformazione della materia, non sulla sua negazione. I Dischi non sono il piano basso dell’esistenza, ma la manifestazione finale dell’energia. Il corpo, il denaro, il lavoro, la sessualità, la forma, la fatica, il limite appartengono pienamente al percorso. Questo rende il mazzo più moderno di quanto possa sembrare. La spiritualità non viene collocata altrove, ma dentro il processo della vita.

Anche la prospettiva sulla volontà è centrale. Nel contesto thelemico, la volontà non va confusa con il capriccio personale o con il desiderio immediato. È qualcosa di più profondo: una direzione essenziale dell’essere, una legge interiore da scoprire e incarnare. Nei Tarocchi di Thoth molte carte possono essere lette come prove della volontà. Alcune mostrano la volontà dispersa, altre repressa, altre distorta, altre finalmente allineata. Questo è uno dei motivi per cui il mazzo può essere usato non solo per la divinazione, ma anche per il lavoro interiore.

La presenza dell’alchimia attraversa molte immagini. Non soltanto nella carta Art, dove è dichiarata, ma nell’intero modo in cui il mazzo pensa la trasformazione. Le carte non sono fotografie di stati fissi; sono processi. Anche quando sembrano indicare una condizione, suggeriscono un movimento interno: coagulazione, dissoluzione, tensione, fusione, separazione, sublimazione. L’immagine non dice soltanto “sei qui”. Dice anche “questa è la materia che sta lavorando dentro la situazione”.

Per questo i Tarocchi di Thoth possono risultare particolarmente adatti a chi studia l’esoterismo occidentale in modo serio. Non perché siano superiori a ogni altro mazzo, ma perché obbligano a mettere in relazione discipline diverse. Chi li studia incontra la Golden Dawn, Crowley, la Cabala ermetica, l’astrologia, l’alchimia, il simbolismo egizio riletto in chiave moderna, la pittura del Novecento, la geometria sacra, la magia cerimoniale. Il mazzo diventa così una biblioteca compressa in settantotto immagini.

Bisogna però evitare un equivoco: la complessità non autorizza l’arbitrio. Dire che una carta è stratificata non significa che possa voler dire qualunque cosa. Al contrario, più il sistema è complesso, più richiede disciplina. Le attribuzioni servono a orientare, non a imprigionare. L’intuizione è necessaria, ma deve essere educata. Il Thoth non perdona molto le letture vaghe travestite da profondità. Chiede precisione, e insieme capacità visionaria. Una combinazione rara, come tutte le cose davvero utili.

In una pagina dedicata ai Tarocchi di Thoth è importante anche dire che non sono il mazzo più adatto a tutti. Chi cerca un linguaggio narrativo immediato può trovarsi meglio con il Rider-Waite-Smith o con mazzi da esso derivati. Chi desidera un contatto più storico può orientarsi verso i Marsigliesi. Chi lavora con immagini meditative o psicologiche può preferire mazzi contemporanei meno dottrinali. Il Thoth ha un carattere preciso. Non è neutro, non è morbido, non è accomodante. Ma per chi entra nella sua logica, diventa uno strumento di profondità straordinaria.

Il suo fascino nasce proprio da questa tensione. Da un lato è un mazzo moderno, nato nel pieno del Novecento, con una pittura che non appartiene all’immaginario medievaleggiante di molte carte. Dall’altro lato è profondamente radicato nella tradizione ermetica, nella Cabala, nell’astrologia antica, nell’alchimia e nella magia cerimoniale. È antico e moderno nello stesso momento. Ha qualcosa del manoscritto iniziatico e qualcosa della pittura visionaria. Si presenta come mazzo di carte, ma si comporta come sistema.

Studiare i Tarocchi di Thoth significa accettare che i Tarocchi non siano soltanto un linguaggio di predizione. Sono anche una filosofia dell’immagine. Ogni carta è una domanda sulla struttura del reale: che cos’è la volontà, che cos’è il desiderio, che cos’è la forma, che cos’è la trasformazione, che cosa accade quando una forza spirituale si manifesta nella materia. Il mazzo non offre risposte semplici, ma costringe a pensare simbolicamente. E pensare simbolicamente non significa fuggire dal reale: significa riconoscere che il reale ha più strati di quelli che lo sguardo ordinario ammette.

Alla fine, i Tarocchi di Thoth restano un’opera scomoda. Troppo esoterici per chi vuole carte immediate, troppo belli per essere ridotti a schema, troppo dottrinali per essere usati con leggerezza, troppo vivi per restare chiusi nella teoria. Il lettore che li prende in mano deve accettare una certa disciplina. Deve studiare, confrontare, osservare, sbagliare, tornare sulle carte, lasciarsi correggere dalle immagini.

Eppure è proprio questa esigenza a renderli così importanti. Il Thoth non cerca di piacere a tutti. Non accompagna il consultante con voce gentile lungo un sentiero già battuto. Apre una stanza piena di luce obliqua, strumenti, formule, animali sacri, lame, coppe, dischi, stelle, lettere e segni. Poi lascia che il lettore si accorga di una cosa: le carte non sono lì per semplificare il mistero. Sono lì per dargli una forma abbastanza precisa da poter essere interrogata.

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