L’unguento delle streghe
Il volo, il corpo e la notte
La donna giace immobile da ore. Chi la sorveglia le parla, la scuote, forse la colpisce; il corpo non risponde. Quando finalmente riapre gli occhi, non ricorda la stanza, né le persone rimaste accanto a lei. Racconta di aver attraversato terre e mari, di aver udito musiche, incontrato esseri impossibili e partecipato a un convegno notturno dal quale, per quanto la riguarda, è appena tornata.
Fra il corpo rimasto disteso e il viaggio narrato si apre lo spazio dell’unguento delle streghe.
Poche immagini hanno esercitato una seduzione altrettanto tenace sull’immaginario europeo. Un vaso scuro, alcune piante raccolte di notte, una sostanza spalmata sulla pelle e il successivo volo verso il sabba: l’intera stregoneria sembra potersi raccogliere dentro questa sequenza. Vi sono il sapere vegetale, la metamorfosi, l’uscita dal corpo, la riunione segreta, il desiderio di oltrepassare i limiti imposti alla vita ordinaria. Vi è anche il veleno, che l’immaginazione moderna tende talvolta a dimenticare proprio quando il racconto si fa più affascinante.
L’unguento delle streghe non fu però una preparazione unica, tramandata attraverso i secoli secondo una formula stabile. Con questo nome vengono oggi riuniti testi teologici, ricette letterarie, testimonianze processuali, medicamenti soporiferi, racconti popolari e interpretazioni farmacologiche appartenenti a epoche e contesti differenti. Alcune fonti parlano di unguenti capaci di trasportare fisicamente il corpo; altre li ritengono strumenti del demonio; altre ancora cercano nelle sostanze naturali la causa di sogni, deliri e convinzioni di volo.
Chiedersi se l’unguento sia realmente esistito richiede quindi una domanda più precisa. Sono esistite preparazioni vegetali capaci di indurre sonno profondo, alterazioni percettive e delirio? Certamente. Alcune persone accusate di stregoneria possedevano o utilizzavano unguenti? Le fonti indicano che in determinati casi poteva accadere. Esistette invece una farmacopea segreta e uniforme, custodita da una comunità organizzata di streghe e impiegata regolarmente per raggiungere il sabba? Le prove disponibili non permettono di affermarlo. Gli storici continuano a discutere il rapporto fra preparazioni reali, immaginario demonologico e successive ricostruzioni farmacologiche.
Proprio questa incertezza rende l’unguento importante. Non è soltanto una sostanza perduta. È un oggetto sul quale epoche differenti hanno proiettato il proprio modo di intendere la stregoneria, il corpo femminile, il sogno e il confine fra esperienza interiore e realtà condivisa.
Prima dell’unguento, il viaggio notturno
Il volo delle streghe non nasce dentro un vaso.
Molto prima che i demonologi descrivessero il sabba, testi ecclesiastici medievali condannavano la credenza secondo cui alcune donne cavalcassero di notte insieme a Diana, Erodiade o altre figure sovrannaturali, attraversando grandi distanze al seguito di una schiera femminile. Il testo conosciuto come Canon Episcopi, entrato nella tradizione canonica medievale attraverso diverse redazioni, interpretava queste esperienze come inganni diabolici vissuti nella mente: le donne credevano di viaggiare, ma il loro corpo non aveva lasciato il luogo in cui si trovava.
Questa distinzione è decisiva. Il viaggio notturno precede la costruzione pienamente sviluppata della strega diabolica e non richiede ancora né il sabba né l’unguento. La donna cavalca animali, segue una signora notturna, entra in case, visita morti e partecipa a processioni invisibili. Le autorità ecclesiastiche possono condannare la credenza, ma il nucleo dell’esperienza rimane: durante la notte qualcosa si separa dalla vita ordinaria e percorre un territorio al quale il corpo desto non ha accesso.
Nel corso del Medioevo questo materiale folklorico e religioso venne progressivamente avvicinato a nuove concezioni del maleficio. Il viaggio con Diana o con le “buone donne” fu reinterpretato attraverso il patto con il demonio, l’apostasia e la riunione notturna degli eretici. Ciò che in precedenza poteva essere descritto come illusione o credenza superstiziosa divenne, per alcuni teologi e inquisitori, un crimine compiuto realmente.
L’unguento entrò in questo processo come spiegazione e come prova. Poteva essere il mezzo naturale attraverso cui il demonio alterava la percezione, il sacramento rovesciato che consacrava il corpo alla sua autorità oppure la sostanza concreta grazie alla quale la strega si sollevava da terra. Ogni interpretazione attribuiva al medesimo vaso un diverso grado di realtà.
Una ricerca di Ayelet Even-Ezra ha individuato già nella Summa del domenicano Rolando da Cremona, composta negli anni Trenta del XIII secolo, una connessione fra unguenti, esperienze notturne e credenze di viaggio. Questo precedente modifica l’idea, ripetuta a lungo, secondo cui la descrizione dell’unguento di volo sarebbe comparsa soltanto nel Quattrocento. Nel 1456 Johannes Hartlieb ne offrì comunque una delle prime trattazioni tardomedievali più esplicite nel suo Libro di tutte le arti proibite, scritto per mettere in guardia un principe contro superstizione e magia.
L’unguento non emerge dunque da un archivio segreto delle streghe, ma soprattutto dai testi di coloro che intendevano descriverle, giudicarle o confutarle. È una differenza che accompagnerà l’intera pagina.
Il vaso costruito dai demonologi
Quando la strega europea assunse la propria forma più minacciosa, il suo unguento divenne una parodia dei sacramenti.
La religione cristiana conosceva l’unzione dei malati, dei sovrani, dei sacerdoti e dei morenti. L’olio consacrato segnava il corpo, lo affidava a un’autorità sacra e ne modificava ritualmente la condizione. La strega descritta dai demonologi compiva un gesto analogo ma rovesciato: ungeva il proprio corpo per sottrarlo all’ordine cristiano, consegnarlo al demonio e renderlo capace di un movimento impossibile.
Questa struttura simbolica aiuta a comprendere perché le formule attribuite agli unguenti potessero contenere materiali mostruosi. Nei testi compaiono talvolta grassi umani, resti di bambini, sostanze impure e parti di animali associati alla notte. Non siamo davanti a semplici indicazioni farmaceutiche. Il bambino non battezzato, il cadavere sottratto alla tomba e la materia corporea profanata servivano a costruire la strega come nemica radicale della comunità, della maternità e della religione.
La presenza di simili ingredienti non deve essere accolta ingenuamente come testimonianza delle pratiche effettive. Le accuse di infanticidio rituale e profanazione dei corpi appartengono a una lunga storia europea di fantasie persecutorie, applicate in epoche diverse a eretici, minoranze religiose e gruppi ritenuti segreti. Nell’unguento demonologico, il grasso del bambino prova che la strega ha spezzato ogni vincolo umano prima ancora di sollevarsi in volo.
Il vaso diviene così una piccola teologia del male. Mescola la natura velenosa, il corpo violato e l’intenzione sacrilega; trasforma l’abilità femminile nella preparazione di rimedi in una cucina infernale. Una guaritrice che conosceva oli, grassi ed erbe poteva essere reinterpretata come colei che altera la materia per rovesciare l’ordine stabilito.
Gli studi sui processi mostrano però un quadro meno uniforme. In alcuni casi furono rinvenuti unguenti e preparazioni domestiche, ma non è sempre possibile determinarne la composizione o lo scopo. Medicamenti contro il dolore, pomate veterinarie e rimedi popolari potevano ricevere sotto interrogatorio un significato diabolico che non possedevano in origine. L’oggetto era reale; la sua trasformazione in “unguento del sabba” poteva avvenire nella stanza del giudice.
La stessa sostanza poteva dunque attraversare tre racconti differenti. Per chi l’aveva preparata era un rimedio. Per il tribunale era la prova di una relazione con il demonio. Per lo storico moderno diventava una possibile preparazione psicoattiva. Nessuna di queste letture dovrebbe essere accettata senza verificare chi parla, in quale contesto e con quale interesse.
Confessioni che conoscevano già la risposta
Le deposizioni processuali sono fonti indispensabili e, nello stesso tempo, profondamente compromesse.
Molte persone accusate di stregoneria furono interrogate sotto minaccia, detenzione prolungata, pressione religiosa o tortura. I giudici disponevano di una trama già pronta: patto con il demonio, marchio, maleficio, volo, sabba, banchetto e rapporti sessuali con spiriti. Le domande potevano suggerire gli elementi che la confessione avrebbe dovuto contenere, mentre la ripetizione dell’interrogatorio spingeva l’accusato a produrre un racconto compatibile con le aspettative del tribunale.
Questo non significa che ogni dettaglio fosse inventato dal giudice. Le persone interrogate conoscevano racconti, pratiche e credenze della propria comunità; potevano rielaborarli, adattarli alle domande o utilizzarli per dare un senso alle esperienze vissute. Il processo non creava tutto dal nulla, ma costringeva materiali differenti dentro una forma giudiziaria.
L’unguento era particolarmente adatto a questa operazione perché offriva un oggetto concreto. Il volo poteva essere negato; un vaso, una sostanza grassa o un mazzo di erbe potevano essere sequestrati e mostrati. Dal momento in cui il tribunale li chiamava “unguento delle streghe”, il significato precedente diventava difficile da recuperare.
Anche le descrizioni degli effetti devono essere trattate con cautela. Una donna poteva raccontare di essere caduta in un sonno profondo, di aver visto figure o di essersi sentita trasportata. Poteva aver assunto una sostanza, attraversato una forma spontanea di trance, sognato, ripetuto una credenza della comunità o cercato di offrire all’interrogatore la risposta che avrebbe interrotto la tortura. Il documento registra le parole, non permette sempre di ricostruire l’esperienza che le ha generate.
Lo storico Michael Ostling ha mostrato quanto sia fragile la tendenza a trasformare le “ricette” processuali in prove dirette di una pratica farmacologica organizzata. Molti ingredienti attribuiti agli unguenti non erano psicoattivi; alcune preparazioni potevano essere medicinali, mentre altre composizioni derivavano dai testi demonologici più che dall’effettivo sapere degli accusati. L’immagine moderna dell’unguento allucinogeno nasce anche dal desiderio di trovare una spiegazione materiale unitaria per fonti che, in realtà, non raccontano tutte la stessa cosa.
La prudenza non obbliga a concludere che nessun unguento sia mai stato usato a fini estatici. Impedisce soltanto di trasformare una possibilità in un fatto generale.
Medici, maghi naturali e sogni prodotti dalla materia
Nel Cinquecento l’unguento entrò anche nel dibattito sulla magia naturale. Alcuni autori cercarono di spiegare l’esperienza delle streghe senza concedere loro un autentico volo corporeo e, talvolta, senza attribuire ogni fenomeno all’azione diretta del demonio.
Il medico spagnolo Andrés Laguna raccontò di aver esaminato una preparazione sequestrata nella casa di persone accusate di stregoneria. Secondo il suo resoconto, una donna alla quale la sostanza venne applicata cadde in un sonno profondo e, dopo il risveglio, riferì esperienze che per lei erano state reali. Laguna interpretò il racconto come effetto naturale di una sostanza soporifera, non come prova di un viaggio effettivamente compiuto. La ricostruzione ci è giunta attraverso un autore che desiderava dimostrare una tesi, e anche il suo episodio non può essere letto come un moderno esperimento clinico; rimane tuttavia una testimonianza importante della spiegazione naturalistica del volo.
Girolamo Cardano descrisse a sua volta un unguento capace di produrre immagini di luoghi, banchetti, persone e creature percepite come reali. Giambattista della Porta riprese parte di questo materiale nella prima edizione della Magia naturalis, pubblicata nel 1558, inserendo una descrizione destinata a diventare celebre. Della Porta sosteneva che le sostanze naturali potessero far credere alle streghe di essere trasportate nell’aria, di ascoltare musiche e di incontrare giovani o esseri fantastici.
La sua opera ebbe una diffusione considerevole, ma il capitolo provocò difficoltà con le autorità ecclesiastiche. La versione ampliata del 1589 venne privata della discussa preparazione, mentre Della Porta rimase a lungo sotto la sorveglianza dell’Inquisizione. Il caso mostra quanto fosse instabile il confine fra magia naturale e demonologia: spiegare il volo attraverso le proprietà della materia poteva apparire come una difesa delle streghe o, al contrario, come la divulgazione di un sapere proibito.
Il racconto secondo cui Della Porta avrebbe osservato personalmente una donna cadere in uno stato simile alla morte e risvegliarsi narrando viaggi meravigliosi è divenuto una delle principali prove invocate dai sostenitori dell’unguento psicoattivo. L’analisi filologica di Daniele Piomelli e Antonino Pollio ha però mostrato che il testo di Della Porta dipende in misura significativa da Cardano e presenta evidenti somiglianze con Laguna. Non è quindi possibile trattare ogni passaggio come una registrazione indipendente di un esperimento realmente compiuto.
Anche quando la spiegazione diventa naturale, la fonte non smette di essere letteraria.
Il sonno non era ancora anestesia
Le piante attribuite agli unguenti appartenevano a una cultura medica che conosceva da secoli sostanze capaci di ridurre il dolore, provocare sonno o alterare la coscienza. Mandragora, giusquiamo e altre specie compaiono in preparazioni soporifere medievali, comprese quelle destinate a rendere più sopportabili gli interventi chirurgici.
Ciò non significa che la medicina premoderna possedesse dosaggi prevedibili o separasse sempre nettamente sedazione, anestesia e avvelenamento. Le concentrazioni dei principi attivi variavano enormemente; l’identificazione delle specie non corrispondeva alla tassonomia contemporanea e la distanza fra l’effetto desiderato e l’intossicazione poteva essere minima.
Piomelli e Pollio hanno confrontato le descrizioni rinascimentali dell’unguento con preparazioni medicinali soporifere, rilevando alcune sovrapposizioni ma anche differenze considerevoli. Le ricette attribuite alle streghe contenevano elementi fantastici, nomi botanici ambigui e sostanze prive di un chiaro ruolo farmacologico, mentre i rimedi medici seguivano tradizioni proprie. L’esistenza di medicine vegetali narcotiche rende plausibile la disponibilità di preparazioni capaci di alterare la coscienza, ma non dimostra che ogni formula demonologica derivi da una farmacopea clandestina.
L’unguento si colloca così fra due arti della trasformazione corporea. La prima cerca di sospendere il dolore affinché il medico possa intervenire. La seconda, almeno nel racconto, sospende la presenza ordinaria affinché la strega possa viaggiare.
Entrambe dipendono da una materia che conduce il corpo vicino a un limite. A distinguerle non è soltanto la composizione, ma la cornice interpretativa: il malato dorme perché deve essere curato; la strega dorme perché la sua parte invisibile, o il suo doppio, possa raggiungere la notte.
Ciò che gli alcaloidi possono realmente produrre
Le interpretazioni farmacologiche moderne si sono concentrate soprattutto sulle Solanacee contenenti alcaloidi tropanici, fra cui mandragora, belladonna e giusquiamo. Queste piante possono contenere iosciamina, atropina e scopolamina, sostanze capaci di interferire con i recettori muscarinici dell’acetilcolina. Non sono ingredienti visionari nel senso rassicurante che la parola ha assunto in alcuni ambienti contemporanei: sono potenti delirianti e possono provocare intossicazioni gravi.
Gli effetti possono comprendere pupille dilatate, secchezza estrema, accelerazione cardiaca, aumento della temperatura corporea, difficoltà urinarie, agitazione, disorientamento, perdita della memoria, convulsioni e coma. La persona può vedere o interagire con figure inesistenti senza riconoscere che si tratta di un’alterazione. Nei casi più gravi, le complicazioni possono essere fatali.
Questo quadro offre alcuni elementi compatibili con i racconti dell’unguento: sonno profondo, amnesia, sensazione di spostamento, incontri percepiti come reali e ritorno alla coscienza dopo un intervallo non ricordato. La compatibilità farmacologica, però, non sostituisce la prova storica. Dimostra che alcune piante avrebbero potuto produrre certe esperienze, non che le composizioni tramandate fossero autentiche, correttamente identificate o effettivamente usate dalle persone processate.
Anche l’applicazione esterna non rende sicure queste sostanze. Alcuni composti possono essere assorbiti attraverso la pelle, soprattutto quando si trovano in preparazioni concentrate, ma la quantità assorbita è imprevedibile e dipende da numerosi fattori. Il termine “unguento” può indurre a pensare a qualcosa di meno pericoloso di una pozione ingerita; dal punto di vista tossicologico, questa distinzione non offre una garanzia.
La farmacologia permette quindi di comprendere come un corpo possa credere di volare senza essersi mosso. Non ci dice che cosa quel volo abbia significato per chi lo raccontava.
Volo estatico o delirio?
La differenza fra esperienza estatica e intossicazione delirante non può essere risolta soltanto osservando le immagini prodotte.
Una persona può incontrare una figura divina durante una pratica religiosa, sognarla spontaneamente o vederla nel corso di un avvelenamento. Il contenuto simbolico può apparire simile, ma la qualità della coscienza, la capacità di orientarsi e le conseguenze corporee non sono le stesse.
L’estasi rituale possiede normalmente una cornice. Vi sono una preparazione, un linguaggio condiviso, tecniche di ingresso e ritorno, persone in grado di riconoscere ciò che sta accadendo e forme attraverso le quali l’esperienza può essere interpretata. Il delirio anticolinergico tende invece a distruggere l’orientamento. La persona non contempla necessariamente una visione: può essere interamente assorbita da una realtà che non riesce più a distinguere da quella esterna.
Questo non rende il contenuto psicologicamente privo di significato. Anche un delirio utilizza immagini, timori, memorie e attese della cultura nella quale avviene. Una donna che conosceva le storie del sabba poteva organizzare l’alterazione attraverso quelle immagini, così come una persona contemporanea potrebbe interpretarla mediante extraterrestri, ospedali o tecnologie di controllo.
Il problema nasce quando la violenza fisiologica dell’intossicazione viene trasformata retroattivamente in una raffinata tecnica spirituale. La perdita di memoria diventa segretezza iniziatica; la confusione viene chiamata apertura; il pericolo cardiaco diventa prezzo della conoscenza. In questo modo la spiegazione esoterica smette di interpretare l’esperienza e comincia a nasconderne il danno.
Non ogni volo conduce in un altro mondo. Alcuni terminano in un reparto d’urgenza.
Il bastone e la scopa
La scopa sembra inseparabile dall’unguento, ma la loro unione è meno semplice di quanto suggerisca l’iconografia moderna.
Bastoni, pertiche, animali e oggetti domestici compaiono nei racconti di viaggio notturno e nelle immagini della stregoneria. La scopa possedeva un’evidente forza simbolica: apparteneva al lavoro femminile, alla pulizia della casa e al focolare, ma poteva essere capovolta e trasformata in cavalcatura. Un oggetto destinato a rimuovere la sporcizia attraversava il camino e portava la donna fuori dall’ordine domestico che avrebbe dovuto custodire.
Nei racconti processuali un bastone poteva essere unto, cavalcato o consegnato dal demonio. Ciò non dimostra necessariamente che servisse ad applicare sostanze al corpo. La celebre interpretazione secondo cui la scopa sarebbe stata soprattutto uno strumento per l’assorbimento dell’unguento attraverso parti intime è ampiamente diffusa nella cultura popolare contemporanea, ma poggia su prove storiche molto deboli e su letture retrospettive di testi ambigui. Le fonti non permettono di trasformarla in una spiegazione generale dell’iconografia della strega volante.
La sessualizzazione della scopa risponde bene ai desideri moderni: offre una spiegazione scandalosa, farmacologica e apparentemente razionale nello stesso momento. Proprio per questo dovrebbe renderci sospettosi. Una teoria non diventa più vera soltanto perché sostituisce il demonio con una modalità di somministrazione.
La scopa rimane un oggetto magico più complesso. Pulisce e contamina, appartiene alla casa e la abbandona, tocca il pavimento ma viene immaginata nell’aria. È la domesticità che si ribella alla propria funzione. L’unguento non crea questo significato; vi si innesta.
Il corpo rimasto nella stanza
Il problema più profondo dell’unguento non riguarda il movimento nello spazio, ma la duplicazione della persona.
Se il corpo rimane disteso, chi partecipa al sabba? L’anima, il sogno, il doppio, lo spirito, la fantasia o una coscienza alterata? Le tradizioni europee hanno offerto risposte differenti, e non sempre le hanno considerate reciprocamente esclusive.
Il Canon Episcopi affermava che la donna veniva ingannata nella mente. Alcune tradizioni popolari lasciavano invece aperta la possibilità che una parte sottile della persona abbandonasse realmente il corpo. I demonologi più intransigenti potevano sostenere il trasporto fisico operato dal diavolo, mentre gli autori naturalisti attribuivano il viaggio all’effetto delle sostanze.
L’unguento si colloca esattamente fra queste interpretazioni. Viene applicato al corpo, ma produce un’esperienza nella quale il corpo non sembra più necessario. È materia che conduce verso l’immateriale; proprio per questo ha continuato ad affascinare tanto gli studiosi della farmacologia quanto gli occultisti.
Nella magia, ungere significa spesso segnare una superficie affinché possa ricevere una qualità. Vengono unti gli strumenti, le candele, le immagini e il corpo. L’olio aderisce, penetra, rende visibile il contatto e permane dopo che la mano si è ritirata. L’unguento delle streghe radicalizza questo gesto: il corpo viene consacrato non perché rimanga più saldamente nel proprio luogo, ma perché possa essere oltrepassato.
La pelle assume allora il ruolo di frontiera. Non è soltanto l’involucro dell’individuo, ma il territorio in cui l’interno incontra l’esterno. Ciò che viene posto sulla pelle dovrebbe modificare il rapporto fra queste due regioni, rendendo permeabile il confine senza distruggerlo.
Il veleno mostra che questa permeabilità non è priva di conseguenze.
Il sabba come destinazione
L’unguento non prometteva semplicemente il volo. Il viaggio aveva una destinazione.
Il sabba, così come venne costruito dalla demonologia tardo-medievale e moderna, riuniva apostasia, banchetto, danza, metamorfosi, sessualità, omaggio al demonio e progettazione dei malefici. Era l’immagine rovesciata della società cristiana: una liturgia notturna in cui ogni ordine veniva capovolto.
Le confessioni processuali non possono essere lette come resoconti neutrali di cerimonie realmente celebrate. Il sabba nacque dall’incontro fra credenze popolari, immagini teologiche, stereotipi dell’eresia e procedure giudiziarie. Ciò non significa che sia privo di rapporto con le esperienze umane. Contiene desideri, paure e forme di socialità immaginata che potevano essere riconosciute anche da chi veniva interrogato.
Per una donna sottoposta a una vita di lavoro, controllo e dipendenza, il racconto del volo poteva contenere qualcosa di più di un inganno. Nel sabba si mangiava, si danzava, si incontravano persone, si ricevevano poteri e si attraversavano distanze altrimenti impossibili. L’immagine era costruita dagli accusatori come prova della degradazione; poteva conservare, nello stesso tempo, una fantasia di libertà.
Non sarebbe corretto romanticizzare le vittime dei processi trasformandole tutte in praticanti consapevoli di una religione estatica. Sarebbe però altrettanto povero ridurre ogni racconto a un errore cerebrale. Le immagini del volo potevano dare forma a esperienze oniriche, dissociative, rituali o immaginarie che la persona riconosceva come significative.
L’unguento rende questa ambiguità quasi insopportabile. Se la sostanza produceva il viaggio, il sabba era forse un delirio; se il viaggio avveniva nello spirito, la sostanza poteva essere soltanto una chiave; se il racconto era stato imposto dal tribunale, il vaso diventava una prova costruita dopo il crimine.
Le tre possibilità continuano a riflettersi l’una nell’altra senza annullarsi completamente.
La ricetta che non esiste
La cultura contemporanea cerca spesso “la vera ricetta” dell’unguento delle streghe, come se dietro la varietà delle fonti dovesse nascondersi una formula originaria.
È una ricerca destinata a produrre falsi risultati. Le preparazioni tramandate differiscono profondamente; alcuni nomi vegetali sono ambigui, altri sono stati tradotti in modo errato, e le liste demonologiche includono materiali simbolici o fantastici. Autori successivi copiarono testi precedenti, modificandoli e presentandoli talvolta come testimonianze indipendenti. Della Porta riprese Cardano; la sua descrizione venne a sua volta ripetuta, censurata, tradotta e reinterpretata.
La moderna identificazione botanica crea ulteriori difficoltà. Il termine “solano” poteva indicare piante differenti; la presenza di una parola simile a “aconito” non garantisce che l’autore intendesse la specie oggi classificata con quel nome. Alcune piante entrate stabilmente nell’immaginario dell’unguento potrebbero non essere state disponibili in determinate regioni o epoche.
La ricerca della ricetta autentica tende inoltre a selezionare soltanto gli ingredienti farmacologicamente suggestivi, scartando quelli che non producono effetti compatibili con il volo. Così facendo non si ricostruisce la fonte: la si riscrive affinché confermi una teoria moderna.
Anche quando una composizione contiene piante realmente delirianti, non possediamo le informazioni necessarie per trasformarla in una preparazione riproducibile. Mancano l’identificazione certa, la concentrazione, le condizioni di conservazione e la comprensione delle variazioni chimiche fra esemplari. Tentare di colmare queste lacune con l’esperimento domestico significa usare il proprio corpo come strumento per risolvere un problema che la storia ha lasciato incompleto.
La ricetta più autentica è forse proprio quella che non può essere ricostruita. Non perché sia stata protetta da una catena iniziatica infallibile, ma perché ciò che chiamiamo unguento delle streghe non è mai stato un solo oggetto.
L’unguento nella stregoneria contemporanea
Il termine “unguento di volo” è tornato a circolare nella stregoneria moderna, nell’occultismo e nel mercato esoterico. Talvolta indica preparazioni aromatiche non tossiche, usate per accompagnare meditazione, sogno lucido o lavoro immaginativo; in altri casi richiama esplicitamente le Solanacee velenose e rivendica una continuità con le pratiche storiche.
Le preparazioni prive di piante pericolose possono utilizzare il nome in senso simbolico, purché non vengano presentate come ricostruzioni autentiche di una formula medievale. Il volo può indicare la visualizzazione, il sogno, il viaggio interiore o l’uscita momentanea dai ruoli ordinari. Il linguaggio magico non è obbligato a coincidere con la farmacologia.
Più problematico è il mercato di prodotti che contengono sostanze tossiche o lasciano intenzionalmente vaga la propria composizione. Etichette come “tradizionale”, “sciamanico”, “rituale” e “solo per uso esterno” non garantiscono sicurezza. Una preparazione artigianale può presentare concentrazioni imprevedibili, contaminazioni, identificazioni errate e interazioni non considerate.
Anche la vendita come oggetto da altare non elimina il rischio quando il prodotto può essere aperto, manipolato, raggiunto da animali o scambiato per una preparazione cosmetica. Chi produce o divulga materiale su queste sostanze assume una responsabilità che non può essere dissolta con una breve formula legale.
La ricerca contemporanea può recuperare il simbolismo dell’unguento senza riprodurne il pericolo. Può lavorare sull’unzione come consacrazione, sul vaso come custodia del segreto, sulla notte come territorio psichico e sul volo come immagine di una coscienza che oltrepassa temporaneamente la propria configurazione abituale.
Non è necessario sostituire la tradizione con una crema profumata e fingere che nulla sia cambiato. È più onesto riconoscere la trasformazione: stiamo costruendo una pratica nuova con un simbolo antico.
Il vaso sigillato
Questa pratica non prevede la preparazione, l’acquisto o l’applicazione di alcun unguento. Non vengono usate piante velenose, oli essenziali o sostanze destinate al corpo.
Occorrono un piccolo recipiente vuoto dotato di coperchio, un quadrato di stoffa scura, un cordoncino e un foglio sul quale scrivere. Il recipiente può essere nuovo oppure accuratamente pulito; non deve avere contenuto, residui o odori particolari.
La stoffa viene stesa sul piano e il vaso collocato al centro. Si osserva per qualche minuto il recipiente chiuso, considerando la differenza fra ciò che può essere conosciuto attraverso lo studio e ciò che non deve essere verificato mediante il rischio.
Sul foglio si scrivono due frasi. Nella prima si indica ciò da cui si desidera prendere temporaneamente distanza: un ruolo, un’abitudine mentale, un timore o una definizione divenuta troppo stretta. Nella seconda si descrive la qualità con cui si intende ritornare: lucidità, coraggio, immaginazione, discernimento.
Il foglio viene piegato e legato all’esterno del vaso con il cordoncino. Non viene inserito al suo interno, perché il recipiente deve rimanere vuoto. Quel vuoto rappresenta l’unguento che non verrà preparato e la conoscenza che non richiede avvelenamento.
Seduti davanti al vaso, si chiudono gli occhi e si immagina di lasciare la stanza senza muovere il corpo. Non occorre costruire un sabba né forzare apparizioni. Si segue il primo paesaggio che emerge, mantenendo una parte dell’attenzione sul respiro e sul contatto con il pavimento. Quando l’immagine comincia a perdere coerenza o l’attenzione si affatica, si torna consapevolmente al luogo di partenza.
Al termine si apre il vaso, mostrando che è ancora vuoto. Il gesto conclude il viaggio e ricorda che nulla è entrato nel corpo per produrlo. Il foglio viene sciolto e conservato nell’erbario o nel diario rituale.
Il recipiente non deve diventare un feticcio della trasgressione mancata. Può essere riutilizzato per la stessa pratica o restituito alla vita ordinaria. Il suo compito consiste nel custodire un’assenza: quella sostanza che la curiosità potrebbe desiderare e che il discernimento ha scelto di non fabbricare.
L’etica di una conoscenza incompleta
La storia dell’unguento delle streghe non ci consegna una formula. Ci consegna una responsabilità.
Possiamo riconoscere che alcune preparazioni vegetali fossero capaci di produrre esperienze profonde senza trasformare ogni accusa inquisitoriale in una testimonianza farmacologica. Possiamo rispettare la dimensione estatica della stregoneria senza fingere che il delirio tossico sia una via spirituale sicura. Possiamo studiare le piante del confine senza trattare il corpo come il luogo in cui dimostrare la nostra autenticità.
La prudenza non deve diventare un’altra forma di censura. L’unguento appartiene alla storia dell’immaginazione magica e mostra che l’essere umano ha cercato vie per separarsi dalla propria condizione ordinaria, raggiungere i morti, incontrare potenze e attraversare la notte. Eliminare questa tensione significherebbe ridurre il tema a un capitolo di tossicologia.
Ma la fascinazione non deve cancellare le vittime. Dietro le formule attribuite alle streghe vi sono persone interrogate, torturate e uccise; dietro le piante vi sono sostanze capaci di produrre sofferenza reale. Ricreare l’unguento come prova di fedeltà alla tradizione rischia di ripetere la stessa indifferenza verso il corpo che i processi avevano già imposto alle accusate.
Il volo rimane. Può avvenire nel sogno, nella visione, nel rito, nella scrittura e in quella regione dell’esperienza in cui l’identità smette per qualche istante di coincidere con la propria forma quotidiana. Non tutto ciò che è invisibile ha bisogno di una spiegazione chimica, così come non tutto ciò che appare durante un’intossicazione è una rivelazione.
Sul tavolo il vaso resta chiuso. Dentro non vi è una sostanza dimenticata, né la ricetta che finalmente restituirà alle streghe il loro segreto. Vi è il punto esatto in cui la ricerca accetta di non trasformare ogni mistero in consumo.
Forse è da lì che il volo ricomincia.
Nota etica e di responsabilità
Questa pagina ricostruisce l’unguento delle streghe come tema storico, culturale, farmacologico ed esoterico. Non contiene né intende suggerire ricette, quantità, metodi di estrazione, modalità di applicazione o procedimenti destinati a produrre alterazioni della coscienza.
Le piante frequentemente associate agli unguenti storici, fra cui mandragora, belladonna e giusquiamo, possono contenere alcaloidi tropanici capaci di provocare delirio, amnesia, aritmie, convulsioni, coma e morte. L’impiego esterno non deve essere considerato sicuro: sostanze tossiche possono essere assorbite attraverso la pelle, e le preparazioni artigianali presentano concentrazioni imprevedibili.
Non devono essere realizzati, acquistati, sperimentati o condivisi unguenti contenenti piante velenose. Le formule storiche e le ricostruzioni diffuse online non possono essere trasformate in istruzioni pratiche. La ricerca esoterica non richiede di esporre il corpo a un veleno, e il rispetto della tradizione comprende la responsabilità di non trasformarne gli aspetti più pericolosi in una prova di autenticità.
In caso di esposizione accidentale o sospetta intossicazione è necessario contattare immediatamente il 112 o un Centro Antiveleni, senza attendere la comparsa dei sintomi e senza tentare rimedi domestici.

