Il piano astrale — Storia di un concetto

Il piano astrale — Storia di un concetto

Dalle sfere celesti al mondo del desiderio, dalla luce astrale di Éliphas Lévi alle cartografie teosofiche: nascita e metamorfosi del più celebre territorio dell’occultismo moderno.

La stanza non è cambiata. Il corpo è ancora nel letto, il respiro procede con la monotonia discreta del sonno, il mobilio conserva le proprie ombre e fuori dalla finestra la notte continua senza particolari prodigi. Eppure, per colui che sogna, qualcosa si è già spostato. Cammina attraverso un corridoio che non appartiene alla casa, incontra persone morte da anni, attraversa un paesaggio dotato di profondità e distanza, avverte la consistenza delle superfici e può perfino accorgersi di stare sognando senza che per questo il luogo scompaia. In altre esperienze, più rare e perturbanti, la percezione sembra collocarsi fuori dal corpo stesso: chi le racconta afferma di essersi visto dall’alto, di aver attraversato la stanza senza muovere l’organismo fisico, talvolta di essere entrato in uno spazio che possedeva una propria geografia.

Per l’occultismo moderno, una parte di queste esperienze ha ricevuto un nome capace di diventare quasi più famoso delle dottrine che lo hanno prodotto: piano astrale.

Oggi l’espressione sembra antica. Viene applicata con tale naturalezza a sogni lucidi, esperienze extracorporee, visioni, apparizioni dei morti, entità, forme-pensiero e viaggi spirituali che è facile immaginare una dottrina dell’astrale trasmessa dall’Egitto ai neoplatonici, dai cabalisti agli alchimisti e infine agli occultisti dell’Ottocento. La storia reale è molto meno lineare. Il termine astrale è antico nel proprio riferimento alle stelle; antiche sono le dottrine sulle sfere planetarie, sui veicoli dell’anima e sui mondi intermedi; antica è anche l’idea che l’anima possa attraversare regioni cosmiche durante la discesa nell’incarnazione o dopo la morte. Il piano astrale inteso come specifico livello sovrafisico della realtà, dotato di materia propria, abitanti, sottoregioni e corrispondente veicolo umano, appartiene invece soprattutto alla sistematizzazione occultistica della seconda metà del XIX secolo.

La differenza non consiste soltanto nelle parole. Fra le sfere planetarie dell’antichità e il piano astrale di Charles Webster Leadbeater è cambiato il modo stesso di immaginare l’invisibile.

Quando astrale significava stellare

Prima di indicare fantasmi, corpi sottili o paesaggi invisibili, “astrale” significa semplicemente ciò che appartiene agli astri.

La radice rimanda alle stelle e conserva a lungo questo significato fondamentale. Nella filosofia, nell’astrologia e nella medicina premoderna una virtù astrale è una qualità proveniente dai corpi celesti; una configurazione astrale riguarda le stelle e i pianeti; un corpo astrale o sidereo, quando l’espressione compare, può indicare ciò che nell’uomo dipende dalla dimensione celeste del cosmo.

Il cielo antico, inoltre, non era soltanto spazio. Nella cosmologia geocentrica ereditata e trasformata dalle tradizioni filosofiche del Mediterraneo, le regioni celesti erano ordinate attraverso sfere, pianeti e differenti gradi di prossimità al principio divino. Le dottrine platoniche e neoplatoniche potevano descrivere l’anima come realtà capace di discendere verso il mondo corporeo e di ritornare verso l’intelligibile; in alcune elaborazioni tardoantiche, durante questa discesa essa assumeva rapporti con le potenze delle sfere e possedeva un veicolo, un ochēma, attraverso cui poteva entrare in relazione con la corporeità.

Queste concezioni costituiscono una genealogia importante dell’immaginario astrale, ma non devono essere trasformate retrospettivamente nella Teosofia. Il veicolo neoplatonico dell’anima non è semplicemente il “corpo astrale” di Leadbeater scritto in greco, così come la sfera di Venere non è un sottopiano emozionale. Le antiche gerarchie cosmiche sono strutture astronomiche, metafisiche, religiose e simboliche che rispondono a categorie proprie.

Un elemento destinato a sopravvivere, tuttavia, è già presente: l’uomo non appartiene esclusivamente alla Terra.

La sua costituzione può riflettere la struttura del cosmo.

Ciò che si trova sopra e ciò che si trova dentro non sono realtà necessariamente separate.

È questa possibilità che attraverserà l’astrologia, l’ermetismo e la magia rinascimentale, offrendo all’occultismo moderno il materiale necessario per costruire un’anatomia cosmica dell’essere umano.

Marsilio Ficino pensa l’universo come una struttura animata attraversata da mediazioni attraverso cui anima, spiritus, corpo e influssi celesti possono entrare in rapporto. Paracelso e la tradizione paracelsiana utilizzano più esplicitamente il linguaggio del sidereo e dell’astrale per descrivere componenti invisibili e influenze celesti nell’essere umano. Anche in questo caso, però, l’astralità rimane anzitutto stellarità: appartenenza agli astra.

Il grande slittamento avverrà quando ciò che è astrale smetterà progressivamente di indicare soltanto ciò che proviene dalle stelle e comincerà a designare una condizione della materia e infine un territorio dell’esistenza.

Prima, tuttavia, deve apparire qualcosa che assomigli a un oceano capace di contenere quelle forme.

Lévi e un astrale che non è ancora un piano

A metà Ottocento Éliphas Lévi pone al centro della propria magia la luce astrale, il grande agente attraverso cui immaginazione, volontà, magnetismo e materia sarebbero collegati. La sua elaborazione raccoglie suggestioni provenienti da neoplatonismo, filosofia rinascimentale, Cabala, alchimia e magnetismo ottocentesco, ma produce una sintesi profondamente moderna. La luce astrale diventa un mezzo plastico capace di ricevere e trasmettere immagini, conservare impressioni e rendere comprensibili, all’interno del suo sistema, fenomeni di chiaroveggenza, apparizione e magia.

È essenziale ricordare che la luce astrale di Lévi non è ancora il piano astrale nel senso che diventerà comune pochi decenni più tardi.

Lévi pensa soprattutto un agente, non una regione geografica. La luce astrale avvolge e penetra il mondo; è il mezzo nel quale le immagini possono imprimersi, il grande specchio magnetico della natura, ma non viene organizzata sistematicamente come un universo composto di sette sottopiani sui quali esseri umani disincarnati e altre entità conducono una propria esistenza.

La differenza può sembrare sottile, ma determina tutto ciò che seguirà.

Da Lévi l’occultismo eredita infatti alcune proprietà che verranno successivamente trasferite al piano astrale: plasticità, rapporto con l’immaginazione, conservazione delle immagini, capacità di riflettere forme e desideri, ambiguità fra percezione autentica e miraggio. Quando la Teosofia trasformerà l’astrale in una regione cosmica, quella regione continuerà a comportarsi come la luce astrale: sarà impressionabile, mutevole, strettamente legata alla vita emotiva e popolata non soltanto da esseri, ma dalle forme prodotte dalla coscienza.

L’astrale moderno nasce dunque prima come mezzo delle immagini e soltanto in seguito diventa mondo delle immagini.

Nel frattempo un altro movimento sta modificando profondamente il paesaggio religioso occidentale: lo Spiritismo.

Sedute medianiche, apparizioni, comunicazioni con i morti, scrittura automatica e fenomeni attribuiti ai defunti pongono nel XIX secolo una questione che nessuna teoria dell’invisibile può evitare. Se la coscienza sopravvive alla morte, dove si trova? Se il morto comunica con i viventi, attraverso quale mezzo lo fa? Se durante il sonno o la trance una persona afferma di raggiungere luoghi lontani, che cosa si è spostato?

Lo Spiritismo offre risposte proprie, spesso imperniate sul mondo degli spiriti e sulla continuità della personalità dopo la morte. L’occultismo e successivamente la Teosofia saranno invece molto più diffidenti verso l’identificazione automatica di ogni manifestazione medianica con un defunto autenticamente cosciente.

Per farlo avranno bisogno di una geografia più complessa.

La Teosofia costruisce i piani

La Società Teosofica, fondata a New York nel 1875, nasce precisamente nell’intersezione fra occultismo occidentale, Spiritismo, interesse per le religioni asiatiche e aspirazione a una nuova scienza dell’invisibile. Helena Petrovna Blavatsky riprende ampiamente il linguaggio astrale, ma la sua terminologia rimane meno stabile di quella che diventerà familiare nella generazione teosofica successiva. Astrale può riferirsi al doppio sottile dell’essere umano, alla luce astrale, a regioni invisibili della natura e a condizioni intermedie che verranno successivamente distinte con maggiore precisione.

Il punto è importante perché la Teosofia non nasce già completa della famosa tavola scolastica dei piani.

La classificazione si assesta progressivamente.

All’interno di questa cosmologia acquistano crescente importanza termini sanscriti reinterpretati attraverso il sistema teosofico. Kāma, desiderio, diventa fondamentale per descrivere la componente passionale dell’essere umano; kāma-loka, letteralmente il “mondo” o la “regione del desiderio”, viene associato alla condizione post mortem e all’ambito astrale vicino alla Terra. Nella letteratura teosofica successiva il kāma-loka viene descritto come regione astrale che penetra e circonda il mondo fisico, uno stato e insieme un ordine di esistenza legato alla purificazione delle componenti desideranti della personalità.

Anche qui è indispensabile evitare un facile equivoco. La Teosofia non sta semplicemente traducendo una cosmologia indiana già strutturata secondo i propri piani. Sta costruendo un sistema sincretico nel quale termini sanscriti, concezioni occidentali del corpo sottile, luce astrale, reincarnazione, Spiritismo e cosmologie esoteriche vengono riorganizzati secondo una nuova architettura.

È questa architettura a diventare uno dei lasciti più potenti della Teosofia alla spiritualità occidentale.

La realtà viene progressivamente pensata come una successione di piani, ciascuno dotato di una materia o sostanza più sottile rispetto a quello inferiore e corrispondente a differenti modalità della coscienza. Il fisico non è più l’unico mondo nel quale l’individuo possiede un veicolo; a diversi livelli corrispondono diversi corpi.

Il passaggio decisivo è avvenuto.

Non abbiamo più soltanto un universo nel quale esistono forze invisibili.

Abbiamo una geografia dell’invisibile.

1895: il territorio riceve una mappa

Nel 1895 Charles Webster Leadbeater pubblica The Astral Plane: Its Scenery, Inhabitants and Phenomena. Il titolo è già una dichiarazione programmatica: l’astrale possiede un paesaggio, degli abitanti e fenomeni caratteristici. Non viene presentato semplicemente come ipotesi filosofica, ma come una regione che l’autore dichiara esplorabile attraverso facoltà chiaroveggenti addestrate. Il testo nasce esplicitamente come manuale teosofico destinato a rendere accessibile al pubblico una dottrina fino ad allora dispersa in opere più complesse.

Probabilmente nessun singolo libro ha contribuito altrettanto alla forma assunta dall’astrale nell’immaginario esoterico del Novecento.

Leadbeater lo descrive come il piano immediatamente successivo al fisico nella scala della materia sottile. La sua sostanza interpenetrerebbe quella del mondo ordinario, così che gli oggetti fisici possiederebbero una controparte percepibile astralmente. Non sarebbe dunque necessario immaginare un altro universo posto milioni di chilometri sopra la Terra: il piano astrale condividerebbe lo spazio con quello fisico secondo un differente grado di materia e percezione.

È uno dei principi fondamentali della cosmografia teosofica.

I piani non sono necessariamente impilati come i piani di un edificio.

Si interpenetrano.

Dire che l’astrale è “superiore” al fisico significa principalmente considerarlo composto di materia più sottile e associato a modalità differenti della coscienza, non collocarlo geograficamente sopra il soffitto.

Leadbeater divide il piano astrale in sette grandi regioni o sottopiani, ordinati secondo la relativa densità della materia astrale. La disposizione produce una vera topografia morale e percettiva: le zone inferiori vengono associate alle passioni più grossolane, alle condizioni più dense e alle forme più strettamente legate alla vita terrena; procedendo verso livelli più sottili, l’ambiente diventerebbe più luminoso e meno vincolato alle forme fisiche ordinarie.

È qui che nasce gran parte della successiva opposizione fra “basso astrale” e “alto astrale”.

Nella letteratura popolare questi termini verranno spesso moralizzati fino a trasformare il piano inferiore in una sorta di quartiere pericoloso dell’universo e quello superiore in una regione quasi angelica. Il sistema teosofico è più articolato: la distinzione riguarda anzitutto la qualità e densità della materia astrale e l’affinità fra questa e gli stati di desiderio della coscienza.

La regola fondamentale è quella dell’attrazione.

Una coscienza dominata da passioni grossolane sarebbe naturalmente affine alle regioni più dense; una coscienza meno vincolata al desiderio potrebbe funzionare in condizioni più sottili. Lo spazio astrale diventa così contemporaneamente cosmologia e psicologia morale.

Il luogo nel quale ci si trova riflette ciò che si è.

Un mondo costruito anche da chi lo abita

L’aspetto forse più singolare dell’astrale teosofico consiste nella sua plasticità.

La materia astrale sarebbe molto più facilmente modificabile dal pensiero e soprattutto dal desiderio rispetto alla materia fisica. Emozioni e immagini non rimarrebbero quindi confinate all’interiorità della persona, ma produrrebbero effetti visibili sul piano corrispondente. Questa concezione verrà sviluppata ulteriormente da Annie Besant e dallo stesso Leadbeater nella teoria delle forme-pensiero, ma il principio è già essenziale alla comprensione del piano astrale.

Chi vi entra non osserva semplicemente un paesaggio.

Contribuisce a produrlo.

È una caratteristica che rende la cosmografia astrale radicalmente differente dalla geografia fisica. Una montagna non cambia forma perché chi la osserva è arrabbiato; secondo la concezione occultistica, un ambiente astrale può invece reagire alle condizioni emotive e immaginative di chi lo percepisce.

Da qui deriva anche la sua pericolosa ambiguità.

Se desiderio e immaginazione possono modificare ciò che appare, come distinguere una percezione indipendente da una forma prodotta dall’osservatore?

Il problema non è marginale. Diventa una delle questioni centrali dell’epistemologia occulta.

Lévi aveva già considerato la luce astrale un grande deposito di immagini capace di produrre miraggi; la Teosofia trasferisce questa diffidenza nella propria geografia. Chi percepisce astralmente potrebbe incontrare forme realmente autonome, ma potrebbe anche vedere residui, immagini create da altri, forme prodotte dalle proprie aspettative o strutture deformate dalla limitazione delle proprie facoltà.

L’astrale diventa pertanto il luogo nel quale vedere non equivale ancora a sapere.

Una visione può essere autentica come esperienza e falsa come interpretazione.

È una distinzione molto più raffinata di quella, oggi comune, secondo cui ogni immagine ottenuta durante meditazione, trance o sogno lucido costituirebbe automaticamente un messaggio proveniente da un livello superiore.

Nella concezione occultistica classica, l’astrale è precisamente il luogo nel quale questa ingenuità diventa più rischiosa.

Chi abita l’astrale

Una volta trasformato in ambiente, il piano astrale deve necessariamente possedere una popolazione.

Leadbeater ne offre una classificazione estremamente vasta, distinguendo esseri umani viventi temporaneamente attivi sul piano, persone morte, entità non umane e forme artificiali. Il sistema risente contemporaneamente dello Spiritismo, del folklore europeo, della Teosofia e della precedente tradizione occultistica, ma li organizza in una gerarchia nuova.

Gli esseri umani viventi potrebbero funzionare astralmente soprattutto durante il sonno o in condizioni particolari di coscienza. Nella teoria teosofica successiva il corpo astrale, distinto dal doppio eterico, è il veicolo delle emozioni e dei desideri; durante il sonno il corpo fisico rimarrebbe inattivo mentre la coscienza potrebbe manifestarsi in misura variabile attraverso il veicolo astrale.

Questa attività non implicherebbe necessariamente lucidità.

La maggioranza degli individui, secondo la dottrina, sarebbe poco consapevole delle proprie esperienze astrali e ne conserverebbe al risveglio ricordi frammentari, deformati o confusi con il sogno. L’occultista addestrato dovrebbe invece progressivamente acquistare continuità della coscienza e capacità di discriminare ciò che percepisce.

Il secondo grande gruppo è costituito dai morti.

Ma proprio qui la Teosofia introduce una distinzione radicale rispetto allo Spiritismo popolare: non ogni figura di un defunto incontrata nell’astrale corrisponde necessariamente alla sua individualità spirituale completa. Dopo la morte la persona attraverserebbe processi di separazione dai principi inferiori, e potrebbero rimanere involucri o “gusci” che conservano per un certo tempo alcune caratteristiche della personalità senza possederne la piena coscienza. La letteratura teosofica utilizzerà questa dottrina per spiegare almeno una parte delle manifestazioni delle sedute spiritiche.

È una concezione importante perché rende l’astrale una regione di residui oltre che di individui.

Un volto può sopravvivere al soggetto che lo portava.

Una memoria può continuare a reagire.

Un’abitudine può assumere forma.

È il terreno dal quale nascerà tutta la complessa letteratura occultistica sulle larve, sui gusci e sui residui astrali, che richiederà una pagina autonoma.

Accanto agli esseri umani vengono poi collocate diverse categorie di entità non umane: spiriti della natura, elementali e altre forme della vita invisibile, secondo tassonomie che cambiano notevolmente fra autori e scuole. Infine compaiono gli esseri artificiali, cioè strutture prodotte intenzionalmente o involontariamente dal pensiero e dal desiderio.

Con quest’ultima categoria l’astrale rivela forse la propria caratteristica più perturbante: non tutto ciò che sembra vivo deve necessariamente essere nato.

Qualcosa può essere stato costruito.

L’astrale e il desiderio

Nella sistemazione teosofica matura il piano astrale viene sempre più strettamente associato alla vita emotiva e desiderante.

È un passaggio fondamentale, perché modifica definitivamente il significato antico del termine.

Le stelle sono ormai quasi scomparse.

Ciò che era astrale perché celeste diventa astrale perché emotivo.

Il collegamento avviene soprattutto attraverso la reinterpretazione teosofica di kāma, il principio del desiderio. Il corpo astrale, chiamato anche in determinati contesti corpo del desiderio, reagirebbe continuamente agli impulsi emotivi; colori, forme e movimenti della materia astrale renderebbero visibili passioni che nel mondo fisico appaiono interiori. Nella sistemazione di Besant del 1897 il piano astrale viene posto immediatamente oltre il fisico, costituito da materia più fine che permea quella fisica e strettamente collegato alla vita emotiva.

Questa associazione avrà una fortuna straordinaria.

Rabbia, paura, desiderio sessuale, gelosia, entusiasmo, devozione e affetto diventano non soltanto stati psicologici ma attività che, secondo la dottrina, agitano una sostanza sovrafisica. L’emozione possiede quindi forma, colore, movimento e durata oltre i confini dell’individuo.

È facile riconoscere quanto di questa cosmologia sia sopravvissuto nel linguaggio contemporaneo anche quando il termine astrale non viene più utilizzato. L’idea che una persona “lasci energia” in un ambiente, che un luogo sia carico di paura, che emozioni intense generino presenze o che pensieri ripetuti costruiscano forme persistenti appartiene alla medesima famiglia concettuale.

Nel sistema originario, tuttavia, non si tratta genericamente di energia.

È materia astrale organizzata dal desiderio.

La differenza permette di capire perché l’astrale venga considerato contemporaneamente un mondo esterno e il grande teatro delle passioni umane. La sua geografia non può essere separata dalla psicologia di chi la attraversa.

È forse questo l’elemento più originale della costruzione teosofica: aver trasformato una cosmologia in una fisiologia delle emozioni.

Il piano astrale non è il piano eterico

La terminologia moderna ha prodotto una confusione particolarmente frequente fra eterico e astrale.

Nelle sistemazioni teosofiche sviluppate da Besant e Leadbeater la distinzione è invece abbastanza netta. Il doppio eterico appartiene ancora al piano fisico, benché composto dei quattro stati più sottili della materia fisica; il corpo astrale appartiene al piano immediatamente successivo ed è collegato principalmente alla vita emotiva e desiderante.

Questa differenza ha conseguenze precise.

Il doppio eterico viene pensato come strettamente collegato all’organismo e alla vitalità, mentre il corpo astrale sarebbe capace di un’attività molto più autonoma durante il sonno e dopo la morte. L’eterico costituisce il margine invisibile del fisico; l’astrale appartiene già a un differente ordine della cosmografia.

Nell’esoterismo popolare del XX secolo i due concetti finiranno spesso per sovrapporsi. Il “doppio” che esce dal corpo durante una proiezione viene chiamato indifferentemente eterico o astrale, e persino la successione dei piani viene modificata inserendo un autonomo “piano eterico” fra fisico e astrale.

La tradizione non è mai rimasta immobile.

È una delle ragioni per cui parlare genericamente di “ciò che insegna l’occultismo sul piano astrale” è quasi sempre insufficiente. Bisogna chiedere quale occultismo, in quale epoca e secondo quale classificazione.

La Golden Dawn trasforma la mappa in pratica

Mentre la Teosofia sta costruendo la propria cosmografia, in Gran Bretagna nasce la Hermetic Order of the Golden Dawn, fondata nel 1888. La sua tradizione magica sviluppa un rapporto differente con l’astrale: meno interessato, almeno in alcune sue componenti, alla compilazione enciclopedica degli abitanti del mondo invisibile e maggiormente concentrato sulla visione spirituale come tecnica iniziatica.

Nei documenti interni dell’Ordine compaiono pratiche di chiaroveggenza, costruzione di immagini telesmatiche e “Spirit Vision”, inserite in una complessa struttura di simboli cabalistici, elementi, colori, nomi divini e corrispondenze. Alcuni dei cosiddetti Flying Rolls degli anni Novanta dell’Ottocento trattano esplicitamente visione spirituale, immaginazione e chiaroveggenza.

Il territorio astrale diventa così uno spazio che deve essere letto simbolicamente.

Una figura incontrata non viene valutata soltanto per l’impressione che produce. Può essere interrogata, verificata mediante simboli e confrontata con le corrispondenze della tradizione. La visualizzazione non costituisce necessariamente fantasia nel significato dispregiativo moderno: è una facoltà addestrata attraverso la quale la coscienza costruisce il proprio accesso alla visione.

Ma proprio perché l’immaginazione partecipa all’esperienza, la possibilità dell’autoinganno rimane costante.

È significativo che la magia cerimoniale moderna sviluppi contemporaneamente tecniche per generare immagini e tecniche per verificarle.

L’occultista sa che potrebbe incontrare se stesso travestito da angelo.

Questa cautela distingue nettamente la concezione iniziatica dell’astrale da molte forme successive di spiritualità spontanea, nelle quali una figura luminosa percepita interiormente tende a essere accolta immediatamente come guida, maestro o entità indipendente.

Per la tradizione magica il problema non consiste soltanto nell’aprire la visione.

Consiste nel sopravvivere intellettualmente a ciò che la visione produce.

Crowley e il Corpo di Luce

Aleister Crowley eredita dalla Golden Dawn questa impostazione e la porta all’interno del proprio sistema magico.

Il concetto di Body of Light, Corpo di Luce, diventa particolarmente importante. Attraverso di esso il praticante dovrebbe poter operare in condizioni non limitate al corpo fisico, esplorando regioni e simboli del mondo sottile. Crowley continuerà a utilizzare il linguaggio del piano astrale, pur mostrandosi consapevole dell’imprecisione e della convenzionalità di parte della terminologia; nei suoi scritti più tardi arriva a descrivere l’“astrale” come un termine pratico e a distinguere componenti più grossolane e più sottili dello stesso veicolo.

Ma l’aspetto più interessante non è la geografia.

È il metodo.

Crowley insiste ripetutamente sulla necessità di non considerare una visione affidabile soltanto perché impressionante. Le esperienze devono essere controllate, messe in relazione con sistemi simbolici coerenti, annotate e sottoposte a critica. L’astrale possiede una propria capacità di mimetismo e può adattarsi alle aspettative dell’operatore.

In questo senso la magia cerimoniale sviluppa quasi una forma di scetticismo interno.

Non dubita necessariamente che esista una dimensione sovrafisica; dubita che l’operatore sappia automaticamente distinguere ciò che vi incontra.

È una differenza enorme.

Il viaggio astrale non viene quindi concepito soltanto come il piacere di abbandonare il corpo e visitare luoghi fantastici. È anche un esercizio sul problema della conoscenza: quando la percezione non possiede più l’ancoraggio stabile dei sensi fisici, quali criteri permettono di riconoscere il vero?

L’intera questione dell’astrale può essere ricondotta a questa domanda.

Dormire non significa necessariamente viaggiare

L’associazione fra piano astrale e sogno è inevitabile.

Per la Teosofia il sonno rappresenta una condizione nella quale la coscienza può funzionare attraverso il corpo astrale mentre l’organismo fisico riposa. Tuttavia non ogni sogno viene interpretato come ricordo letterale di un viaggio astrale. Le impressioni ricevute potrebbero mescolarsi con immagini prodotte dalla mente, ricordi, associazioni e processi onirici propriamente detti.

Nelle successive tradizioni esoteriche le classificazioni diventano numerosissime.

Alcuni autori distinguono nettamente sogno, sogno lucido e proiezione astrale; altri considerano il sogno un accesso inconsapevole allo stesso livello; altri ancora ritengono che soltanto determinate esperienze, caratterizzate da forte lucidità, sensazione di separazione corporea e continuità percettiva, possano essere definite astrali.

Non esiste un criterio condiviso fra tutte le scuole.

Questo dato è importante perché buona parte della letteratura contemporanea tende a presentare classificazioni particolari come se appartenessero a una tradizione universale. In realtà la linea che separa sogno lucido, immaginazione attiva, visione rituale ed esperienza extracorporea cambia secondo la cosmologia adottata.

La fenomenologia, inoltre, presenta sovrapposizioni reali. Una persona può percepire se stessa fuori dal corpo durante il sonno, conservare lucidità in un sogno, provare la sensazione di fluttuare o attraversare ambienti estremamente realistici senza che dall’esperienza soggettiva sia possibile stabilirne automaticamente la natura ontologica.

L’occultismo dice: potrebbero esistere differenti mondi e differenti veicoli della coscienza.

La psicologia chiede: quali processi producono l’esperienza?

Sono domande diverse.

L’esperienza extracorporea e il problema della prova

La ricerca neuroscientifica contemporanea offre spiegazioni importanti per almeno una parte dei fenomeni comunemente associati al viaggio astrale.

Le esperienze extracorporee, nelle quali il soggetto percepisce il proprio centro di coscienza come collocato fuori dal corpo e può talvolta vedersi da una posizione esterna, sono state studiate in rapporto all’integrazione delle informazioni visive, vestibolari, tattili e propriocettive. Alterazioni nell’area della giunzione temporo-parietale e nei processi che costruiscono la posizione percepita del sé possono produrre fenomeni autoscopici e sensazioni di disincarnazione; condizioni analoghe possono essere parzialmente indotte sperimentalmente manipolando gli stimoli multisensoriali.

Questo risultato viene talvolta interpretato troppo rapidamente in entrambe le direzioni.

Dal punto di vista scientifico non esiste una dimostrazione condivisa che durante un’esperienza extracorporea un corpo astrale lasci realmente l’organismo e acquisisca informazioni attraverso un piano indipendente. Le evidenze disponibili mostrano invece che il senso di essere localizzati nel corpo è una costruzione neurocognitiva modificabile e che la sua alterazione può produrre esperienze sorprendentemente realistiche.

Ma neppure la constatazione che il cervello partecipi alla produzione dell’esperienza risolve per definizione ogni questione metafisica.

Se qualcuno sostenesse l’esistenza di un piano astrale, dovrebbe comunque spiegare attraverso quali processi cerebrali l’esperienza viene percepita e ricordata. Identificare il correlato neurale non è logicamente identico a dimostrare che ogni possibile referente dell’esperienza sia inesistente, benché elimini la necessità scientifica di postularlo quando il fenomeno può essere spiegato attraverso processi conosciuti.

La distinzione è sottile ma necessaria.

La ricerca esoterica può scegliere di mantenere aperta la questione ontologica.

Non può però trasformare tale apertura in una prova.

L’astrale non è l’immaginale

Un’altra sovrapposizione contemporanea richiede particolare cautela: quella fra piano astrale e mundus imaginalis.

Il termine reso celebre da Henry Corbin nasce dall’interpretazione di precise tradizioni filosofiche e mistiche islamiche, nelle quali un mondo intermedio delle immagini possiede una realtà ontologica propria e permette allo spirituale di assumere forma senza diventare materia sensibile.

Le somiglianze con l’astrale sono evidenti.

Entrambi descrivono un ordine intermedio.

Entrambi attribuiscono alle immagini una consistenza che supera la fantasia arbitraria.

Entrambi permettono di pensare visioni e forme spirituali come qualcosa che non appartiene né alla materia ordinaria né al puro intelletto.

Eppure identificarli cancellerebbe la differenza più importante: il mundus imaginalis nasce all’interno di una filosofia dell’immaginazione e della conoscenza spirituale molto diversa dall’occultistica teoria di piani costituiti da differenti densità di materia sottile.

L’immaginale non è semplicemente “il nome persiano del piano astrale”.

La pagina dedicata specificamente a questo concetto dovrà restituire tutta la distanza fra i due sistemi.

Per ora è sufficiente riconoscere che l’analogia non costituisce equivalenza.

È una regola che l’astrale sembra costringerci a ripetere continuamente.

Quando il piano astrale divenne una dimensione

Nel corso del XX secolo la mappa teosofica lascia progressivamente gli ambienti iniziatici e viene assorbita da una cultura spirituale molto più vasta.

Teosofia post-blavatskiana, Rosacrocianesimo moderno, occultismo cerimoniale, Antroposofia, correnti metafisiche, letteratura medianica e successivamente New Age utilizzano l’astrale secondo classificazioni differenti. In alcuni sistemi rimane strettamente legato al desiderio; in altri diventa genericamente il mondo degli spiriti; in altri ancora una zona di transito post mortem, una regione onirica o un universo accessibile mediante proiezione della coscienza.

La parola “dimensione” comincia progressivamente a sostituire “piano”.

È un cambiamento apparentemente innocuo ma concettualmente enorme.

Nella fisica e nella matematica una dimensione possiede significati tecnici precisi. Nell’esoterismo contemporaneo “dimensione” viene invece utilizzato spesso come sinonimo di livello di realtà, stato di coscienza o frequenza vibrazionale. Così il piano astrale può diventare “quarta dimensione”, “quinta dimensione” o una banda di frequenze, a seconda del sistema.

Queste formulazioni non appartengono necessariamente alla Teosofia classica.

Sono sviluppi posteriori.

Lo stesso accade con la parola “vibrazione”. La materia astrale viene considerata più sottile di quella fisica; ciò che è più sottile viene descritto come più rapido; ciò che è più rapido viene pensato come dotato di frequenza più alta; infine il livello spirituale stesso diventa una “vibrazione”.

In poche trasformazioni linguistiche una cosmologia occultistica ottocentesca può assumere l’aspetto di una teoria fisica.

Non lo è.

La frequenza della fisica è una grandezza misurabile; la “frequenza astrale” del linguaggio esoterico è una metafora o un postulato metafisico per il quale non esiste equivalente sperimentalmente riconosciuto.

Il problema non consiste nell’utilizzare metafore.

Consiste nel dimenticare che lo sono.

Il basso astrale e la paura moderna dell’invisibile

Fra tutte le trasformazioni popolari del concetto, poche sono state fortunate quanto quella del “basso astrale”.

Nella Teosofia esistono realmente regioni più dense e più sottili del piano astrale, e le prime vengono associate a condizioni di coscienza maggiormente vincolate alle passioni terrene. Tuttavia la cultura esoterica successiva ha spesso trasformato questa gradazione in una vera demonologia geografica.

Il basso astrale diventa il luogo delle larve, dei parassiti psichici, delle entità ostili, dei morti confusi e delle forme prodotte da passioni distruttive. L’alto astrale, all’opposto, viene popolato di guide, maestri, forme luminose e ambienti armoniosi.

La struttura è comprensibile perché traduce moralmente una cosmografia basata sull’affinità.

Ma produce anche un rischio.

Qualunque esperienza emotivamente spiacevole può essere attribuita a un’aggressione proveniente dal basso astrale, mentre qualunque esperienza piacevole può essere considerata spiritualmente elevata. In questo modo la classificazione smette di aiutare il discernimento e comincia a sostituirlo.

Le tradizioni occultistiche più rigorose sono, paradossalmente, meno ingenue.

Una forma luminosa può ingannare.

Una forma terribile può rappresentare una proiezione.

Un’immagine disturbante può appartenere alla psiche dell’operatore.

Una presenza apparentemente benevola può essere interpretata erroneamente.

L’aspetto non costituisce una prova ontologica né morale.

Qui l’antica diffidenza di Lévi verso i miraggi della luce astrale ritorna con tutta la propria forza.

Il pericolo dell’astrale non consiste necessariamente nel fatto che sia popolato da mostri.

Consiste nel fatto che è popolato da immagini convincenti.

Il piano del desiderio è anche uno specchio

Se si osserva l’intera genealogia, emerge una caratteristica curiosa.

L’astrale moderno viene descritto come un mondo esterno alla coscienza e contemporaneamente come il livello più sensibile alle condizioni della coscienza stessa. Possiede abitanti indipendenti, ma può generare forme attraverso il pensiero. Accoglie i morti, ma anche i sogni dei viventi. È presentato come oggettivo, ma la sua materia reagisce alle emozioni dell’osservatore.

È una geografia che si comporta come una psiche.

Da qui nasce inevitabilmente il confronto con la psicologia del profondo.

Simboli autonomi, personificazioni, figure incontrate in stati modificati di coscienza e ambienti che sembrano rispondere emotivamente all’osservatore possono essere interpretati senza ricorrere a una cosmologia astrale. La psicologia analitica, l’immaginazione attiva, lo studio dei sogni e le teorie contemporanee sulla costruzione percettiva del sé offrono altri vocabolari per descrivere esperienze nelle quali la coscienza interagisce con forme apparentemente autonome.

Ciò non autorizza però a dichiarare che il piano astrale sia semplicemente “l’inconscio collettivo di Jung”.

Jung non costruì una teoria del piano astrale equivalente a quella teosofica, e il suo concetto di inconscio collettivo appartiene a un diverso sistema teorico. L’identificazione è una lettura successiva.

Ancora una volta possiamo confrontare senza fondere.

L’occultista può vedere un’entità.

Lo psicologo può vedere una personificazione.

L’antropologo può vedere una forma culturalmente strutturata dell’esperienza.

Il neuroscienziato può studiare le condizioni percettive e cognitive che rendono possibile quella presenza.

Lo storico può chiedere da quale tradizione provenga il nome utilizzato per descriverla.

Nessuna di queste prospettive è automaticamente contenuta nelle altre.

Che cosa rimane dell’astrale

Dopo centocinquant’anni di trasformazioni, il piano astrale è diventato una delle idee più resistenti dell’esoterismo occidentale.

Ha cambiato quasi tutto tranne il nome.

È stato mondo delle immagini, regione del desiderio, condizione post mortem, paesaggio della chiaroveggenza, ambiente rituale, deposito di forme, territorio della proiezione extracorporea, livello energetico e dimensione vibrazionale. È stato popolato da morti, elementali, guide, gusci, forme-pensiero, entità artificiali e proiezioni della stessa persona che credeva di osservarle.

La sua storia impedisce di parlare di esso come di una dottrina unica.

Non esiste il piano astrale indipendentemente dal sistema che lo descrive.

Esiste l’astrale di Lévi, che è soprattutto luce e agente; quello della prima Teosofia, ancora terminologicamente instabile; quello di Leadbeater e Besant, accuratamente stratificato e connesso al desiderio; quello della Golden Dawn, attraversato mediante la visione spirituale; quello di Crowley, terreno di addestramento del Corpo di Luce; quello delle successive correnti esoteriche, progressivamente trasformato in dimensione, frequenza e universo parallelo.

Ciò che li collega non è una cartografia perfettamente identica.

È un’intuizione.

Fra il mondo della materia sensibile e i livelli considerati propriamente spirituali dovrebbe esistere una regione nella quale la forma rimane possibile senza possedere la rigidità della materia fisica.

Una regione abbastanza prossima al corpo da conservare desideri, volti, ambienti e passioni, ma abbastanza lontana da permettere loro di comportarsi diversamente.

È precisamente questa posizione intermedia a rendere l’astrale tanto fecondo e tanto problematico.

Se fosse puramente materiale, potrebbe essere misurato.

Se fosse puramente spirituale, non avrebbe bisogno di paesaggi.

L’astrale invece possiede stanze, colori, distanze, corpi e creature, ma nessuno di questi elementi dovrebbe essere interamente fisico. È un mondo che conserva l’apparenza della materia dopo averne abbandonato le condizioni.

Forse per questo continua a ritornare nell’immaginazione esoterica.

Permette di dare un luogo a ciò che altrimenti rimarrebbe sospeso: i sogni troppo coerenti per sembrare semplici sogni, le immagini dei morti, le presenze avvertite senza corpo, le forme che emergono durante il rito, l’impressione di essersi trovati altrove mentre nulla, nella stanza, sembra essersi mosso.

Che quel luogo esista indipendentemente dalla coscienza rimane un’affermazione metafisica, non una conclusione stabilita dalla scienza.

Che l’Occidente occultista abbia costruito intorno a quell’affermazione una delle proprie cosmografie più elaborate è invece un fatto storico.

E forse il dettaglio più interessante si trova proprio nella cautela lasciata dagli stessi autori che contribuirono a costruirla. Più l’astrale acquista forma, più diventa necessario diffidare delle forme che contiene. Più appare reale, più occorre domandarsi quale parte di quella realtà appartenga all’osservatore. La porta dell’astrale, almeno nella tradizione magica più consapevole, non si apre dunque soltanto verso un altro mondo.

Si apre anche verso la possibilità che l’altro mondo impari immediatamente il linguaggio dei nostri desideri e cominci a risponderci con esso.

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