Ormai è trascorso tanto tempo da quando conobbi Peter Kolosimo, pioniere italiano dell’archeologia spaziale. Il suo libro più letto, Astronavi sulla Preistoria, vinse il Premio Bancarella. Furono proprio i suoi testi a far scaturire in me l’interesse per questo genere culturale. Anni dopo incontrai, divenendone amico, il dottor Enrico Marabini, fondatore assieme a Massimo Inardi del Centro Studi Parapsicologici di Bologna. Seguendo i suoi corsi arrivai a sperimentare l’ipnosi regressiva¹. Chiamata anche memoria regressiva, è un’esperienza che si può ottenere abbastanza facilmente utilizzando pratiche apposite o l’ipnosi. Dopo qualche infruttuoso tentativo, riuscii ad avere una visione molto vivida.
Avverto che, per quanto possano essere o sembrare reali, non posso escludere l’intervento della mente. Per questo non si possono escludere errori dovuti a interpretazioni personali. Vi narro delle mie visioni: potete considerarle ‘vere’ o storie fantastiche; in questo caso leggetele come fossero parte di un romanzo.
Atlantide
La leggendaria Atlantide era una parte della dorsale atlantica, a quei tempi emersa. Le mura della città erano ciò che rimaneva di un’antica caldera: un triplice cono vulcanico, le cui pareti crollate avevano formato un ampio bacino naturale invaso, più o meno spontaneamente, dall’acqua di mare; il resto era opera di mano umana. Il suo sviluppo precoce è dovuto al fatto che, durante l’era glaciale, si trovava in una posizione geografica favorevole alla vita e alla coltivazione. Inoltre la zona, costituita da vulcani, era particolarmente esposta a fenomeni sismici e poteva, come accade ad esempio in Islanda, usufruire di fonti di acqua calda e terreni riscaldati. Atlantide iniziò a espandersi velocemente in tutte le direzioni, creando avamposti, insediamenti o semplicemente depredando altri popoli. In breve tempo costruì un impero culturalmente molteplice e dalle mille sfaccettature.
Memorie di Atlantide
Circa undicimila seicento anni fa, verso la fine del Dryas Recente, ero il comandante di una delle roccaforti portuali di Atlantide. Purtroppo non sono riuscito a capirne il nome. Sapevo però che era una delle tante. La roccaforte sorgeva su una lingua di terra scura, modellata da antiche colate laviche, e dominava un’insenatura naturale che fungeva da porto. Tra i miei compiti vi era quello di gestire una sorta di servizio di polizia all’interno dell’estesa cittadina di cui faceva parte l’insediamento costiero.
L’abbigliamento era molto simile a quello che, in epoche successive, sarebbe diventato greco ed egiziano: semplici tuniche dai colori naturali per gli schiavi e, per chi poteva permetterselo, abiti con stoffe colorate e monili. Le armi erano, in massima parte, di bronzo, molto sofisticate, e consistevano in lance, giavellotti e frombole, accompagnate da scudi. Io, come comandante, avevo una spada corta, affilata, con la lama a “lingua di capra”. I guerrieri nobili più importanti indossavano armature di oricalco, una lega di rame e zinco con piccole percentuali di altri metalli.
Da qualche tempo avevo per le mani un grosso problema. In Atlantide, Poseidone, il re dei re, incarnazione del dio stesso, governava su tutto l’impero; ma il vero potere, quello sui templi e sul popolo, era gestito dai sacerdoti dei tre templi minori (il maggiore era quello di Poseidone), che controllavano l’istruzione religiosa e non solo. Riuscire a essere accettati nei templi significava tentare di scalare la gerarchia sacerdotale, fino al punto in cui capacità e meriti potevano condurre. Era fondamentalmente un sistema meritocratico, anche se chi vi accedeva proveniva quasi sempre da famiglie altolocate.
Alcuni anni prima, ad Atlantide, era stato scoperto un sacerdote che si era fatto strada utilizzando ricatto, corruzione e un tentato assassinio. Purtroppo era fuggito alla cattura, nascondendosi tra coloro che vivevano oltre il muro esterno della città. Quel terzo muro segnava il confine tra la città vera e propria e la campagna circostante: una fascia di abitazioni povere e magazzini, costruita su terreno instabile e spesso battuta dai venti oceanici.
Riuscì poi a rifugiarsi nelle isole esterne dove, per sicurezza, conduceva una vita nomade con il suo cerchio di fedeli. Nel giro di poco tempo, utilizzando le conoscenze dei templi, creò e iniziò a predicare una religione adatta alla gente semplice dei villaggi, radunando un seguito di fanatici numerosi e sanguinari. In quel momento si trovava sulla nostra isola.
Era diventato rischioso mandare pattuglie nei villaggi sorti attorno alla nostra cittadina, quindi pagavo spie ed esploratori perché mi tenessero informato di ciò che accadeva.
In quell’ultimo anno la terra tremava di continuo e il livello del mare si alzava, a volte bruscamente, causando allagamenti e distruzione in molti insediamenti, specialmente quelli costieri. Il sacerdote, quello che comandava il “popolo del mare”, iniziò a sostenere che queste catastrofi erano dovute al vero dio del mare, irato perché il suo popolo non cacciava coloro che veneravano la falsa divinità che regnava sulla città di Atlantide al suo posto. Lo scontento e la rabbia stavano salendo alle stelle.
Più volte immaginai un vaso pieno d’olio che si frantumava, spargendo il suo contenuto sulla strada lastricata. Tante persone sarebbero cadute se non fossero state attente a non scivolare. Ma la gente continuava a condurre la propria vita facendo finta di niente. In città si comportavano allo stesso modo: troppo presi dal desiderio di essere, divenire ed elevarsi, non vedevano il pericolo.
Tutto ciò era aggravato dal fatto che non ci voleva un genio per capire che l’isola di Efeso, in cui ci trovavamo, era condannata a sprofondare. Efeso era una delle isole maggiori dell’arcipelago, un altopiano vulcanico circondato da scogliere nere e da campi coltivati che si estendevano fino ai margini delle nere colate basaltiche. Nel corso degli anni era già successo a molte altre isole più piccole, e anche i sacerdoti e gli astrologi erano d’accordo su questo punto; i secondi, poi, avevano pronosticato l’arrivo di una schiera di “Carri Celesti” (ritengo una o più comete) che segnava un cambiamento infausto e grave per l’impero.
I miei problemi erano più immediati e, se volete, materiali. Per arrivare alla terraferma servivano tre giorni di viaggio in nave, se il mare lo permetteva. Non avendo a disposizione molte imbarcazioni, nell’ultimo mese ero riuscito a far evacuare tutta la popolazione nobile che ero riuscito a convincere, con i loro servi. Gli altri non avevano voluto abbandonare le loro proprietà. Li comprendevo: era tutto ciò che possedevano ed erano avanti negli anni. Oltre a loro era rimasta solo parte della guarnigione cittadina, ormai ridotta ad alcune decine di uomini, e i nostri servitori. Il sacerdote e i suoi uomini, nelle campagne all’esterno delle mura, non erano rimasti con le mani in mano. Le spie mi avvertirono che stavano pianificando un assalto alla roccaforte ormai sguarnita. Per questo motivo avevo avvertito il comandante delle navi, che dovevano venire a prenderci, di aspettarci in un punto distante dalla città: raggiungere il nostro porto avrebbe significato consegnare le imbarcazioni al nostro nemico.
- Il giorno della partenza, poco prima dell’alba, ero già in cammino verso il fitto bosco che cresceva sulla collina. L’aria era immobile, e non si vedeva nessuno in giro; anche dalla cittadina non proveniva alcuna voce o rumore, come se fosse stata improvvisamente abbandonata. Ero solo, senza scorta, e potevo — anzi stavo — correndo un grosso rischio. Sapevo che qualunque persona avessi incontrato sarebbe stata nemica. Il sentiero saliva tra rocce scure e radici contorte, e ogni passo sembrava risuonare più del dovuto.
Dovevo raggiungere il bosco consacrato alla divinità a cui ero votato, Pan. Al centro del bosco vi era una radura con una sorgente a lui consacrata: un cerchio d’erba umida, circondato da alberi così fitti che la luce filtrava a malapena. Bevvi la mistura amara e quasi piccante che mi aveva dato un accolito del Tempio e attesi l’effetto. La prima a cambiare fu la vista: i contorni si sfumarono, i colori si intensificarono, e mentre il dio si avvicinava a grandi passi — simile alle rappresentazioni classiche, ma alto almeno due metri e mezzo — percepivo suoni nuovi, come se il bosco comunicasse con me.
Pan mi parlò immediatamente. “Parti in fretta, ma non dirigerti verso l’Isola Grande. Viaggia verso il mare chiuso, attraversa lo stretto che vi dà accesso. Avanza finché non troverai la tua nuova isola. Non vedrai mai più Atlantide.”
Girò su se stesso e tornò a immergersi nella foresta, scomparendo tra le ombre come se non fosse mai stato lì. Appena terminato l’effetto della droga, tornai sui miei passi. Mentre stavo per uscire dal bosco notai che quattro uomini mi stavano attendendo con i giavellotti in pugno. Per evitarli feci un lungo giro sui pericolosi sentieri rocciosi a strapiombo sul mare, dove il vento portava l’odore salmastro delle onde che si infrangevano molto più in basso. (A quel tempo mi venivano le vertigini se salivo su una scala. In quella visione non ebbi la minima esitazione.)
Raggiunsi la fortezza incolume, feci un pranzo robusto e iniziai a indossare la panoplia¹. Nel frattempo gli uomini dei villaggi si stavano radunando presso il porto, pronti ad assalire qualsiasi nave vi entrasse. Avevo fatto preparare i cinque carri da guerra trainati dai muli e i loro equipaggi. Mentre salivo sul carro centrale, vidi salire il mio auriga, ma per quanto mi sia sforzato non ricordo il suo volto.
Il piano era semplice: saremmo usciti dalla porta che dava sull’entroterra dell’isola. I carri sarebbero avanzati in formazione a cuneo, all’interno della quale si sarebbero riparati i fanti armati di frombole e giavellotti. Muovendoci alla velocità della fanteria, dovevamo raggiungere una piccola baia dove ci attendevano le navi che ci avrebbero portato in salvo. Almeno così speravamo.
Uscendo lasciammo le porte spalancate, sperando che i nostri nemici pensassero più al saccheggio che a combatterci. Per un po’ fu così, ma a metà strada ci trovammo a fronteggiare una fila compatta di combattenti che ci aspettava. Era ovvio che qualcuno dei servi della guarnigione passava informazioni al nemico: anche loro erano molto interessati alle navi.
Ci avvicinammo lentamente, fino al tiro utile per le armi da lancio. Al mio ordine, i giavellotti e le frombole cominciarono a mietere vittime, prima dalla loro parte, poi da entrambe. Finiti i giavellotti, impugnai la spada. Colpivo, protetto dall’armatura, e uccidevo coloro che tentavano di arrampicarsi sul carro. Il mio auriga cadde trafitto da un giavellotto. Intanto sentivo gli impatti dei proiettili delle frombole che colpivano il legno del carro e di qualche giavellotto che mi raggiungeva, ma veniva fermato dall’armatura.
Quando il carro impattò contro la linea nemica, i muli scartarono di lato per l’urto, tirando le redini con violenza. Le ruote sobbalzarono più volte, saltando sui corpi e sulle armi cadute, facendo vibrare tutto il pianale sotto i miei piedi. Ogni salto era un colpo secco, un tonfo sordo che risaliva lungo le gambe e si confondeva con le urla e il clangore del bronzo.
Le povere bestie che trainavano il carro, malgrado fossero protette da spesse stuoie di canne intrecciate, vennero ferite più volte e, per quanto scartassero e si lamentassero, mantennero il sentiero verso la nostra destinazione. Il sangue mi colava lungo la spada e le mani, fino al gomito. Da lì cadeva sui piedi, rendendo i sandali prima scivolosi, poi appiccicosi. L’odore di ferro mi ricopriva. Con un braccio cercavo di mantenere salde le redini e urlavo per incitare i muli e gli uomini a tenere il passo.
Improvvisamente gli uomini davanti a noi finirono. Guardando dietro, vidi corpi e sangue sulla strada di terra battuta. Finalmente arrivammo in vista delle navi: eravamo rimasti in meno di trenta.
Ricordo il sollievo di poter immergere i piedi calzati nell’acqua di mare per lavare via il sangue, sfregando con la sabbia grossolana e scura della spiaggia, prima di imbarcarmi con i miei uomini verso una destinazione vaga, in un luogo ancora ignoto.
Qui si interrompe la seduta di memoria regressiva. In questa esperienza è stato interessante notare come le informazioni mi arrivassero a “pacchetti”, riguardanti solo ciò che stavo vivendo. Poi, man mano che la storia procedeva, questa si arricchiva di ricordi ed esperienze, come se entrassi in sintonia con quella “memoria”. Il fatto di cui ero più certo era che la storia si svolgeva in Atlantide e mi chiamavo Polistron. Questo focalizzò la curiosità — che già possedevo — in quella direzione. E da allora non mi ha più lasciato. In quel periodo realizzai diverse esperienze di questo tipo. Dopo anni, confrontando le mie visioni con ciò che ho imparato attraverso ricerche storiche, mi resi conto che ciò che avevo visto era una cultura che aveva in comune aspetti della civiltà minoico‑micenea e proto‑egizia, e poteva aver dato le basi a queste culture.
Daniele Salici

