The Witchcraft Magazine

Aurelios il Mistico

Daniele Salici Daniele Salici

«Tu che stai leggendo. Fermati. Com’è questo mondo? Non rispondere...la risposta te la darò io.

Se la tua visione è negativa, credi che esseri malvagi — uomini compresi — combattano per sottometterlo. Se la tua visione è positiva, credi che esseri buoni — uomini compresi — combattano per difenderlo. Se sei indifferente, sei troppo egoista, cinico o stupido per credere a qualcosa che non siano i tuoi desideri.

In tutti e tre i casi commetteresti lo stesso errore. Quello che chiami “mondo” non è che un insieme di anfratti angusti, prigioni dove ti illudi di essere libero. Sei uno schiavo, incatenato come un cane al palo, costretto a esperienze di vita senza significato, senza scopo, senza speranza.»

Quelle parole mi lasciarono interdetto. Davanti a me stava un uomo robusto, anziano, con la barba grigia. Per un istante credetti che mi leggesse nel pensiero, pronto a darmi una risposta che non avevo ancora immaginato.

«No, non leggo il pensiero» disse, come se avesse colto il mio dubbio. «E sì, esiste una quarta possibilità: cambia visione. Non delimitare il tuo misero mondo con lo sguardo. Chiudi gli occhi e guarda dentro di te.

Là troverai un universo immenso, senza inizio né fine, perfetto così com’è. Non c’è nulla da fare, nulla da costruire: solo osservare. Diventando consapevole di questo, la tua prospettiva cambierà. Il mondo stesso muterà, e avrai la comprensione del mistico: accettare bene e male come due facce della stessa medaglia, motore di questa realtà fittizia.»

A quel punto ero certo che mi leggesse nel pensiero. Chiusi il libro e mi alzai. Feci per presentarmi, ma lui mi precedette.

«Bene. Questo è un primo passo. In quel libro non troverai alcuna risposta.»

«Ma è un grande scrittore, un saggio! È seguito da moltitudini di uomini e donne!»

«Proprio per questo è un uomo ordinario, seguito da persone ordinarie. Le sue parole sono costruite per loro. Le parole di un mistico, invece, sono per pochi: pochi possono comprenderle, ancora meno accettarle. Prima che tu me lo chieda, il mio nome è Aurelios. Sono un mistico.»

«Mi chiamo Vardalion. Cosa vuoi da me?»

«Io da te non voglio nulla. Non hai niente che io non abbia già. Sei tu che stai cercando. Il tuo pensiero, la tua fame, la tua ricerca mi hanno chiamato. Ora sta a te dirmi cosa vuoi.»

Rimasi in silenzio, esitante. Ma compresi che, se lo avessi lasciato andare, non lo avrei più incontrato.

«Ho bisogno di una guida.»

Aurelios sorrise. «Allora seguimi. Ora ti insegnerò.»

Vardalion lo guardò titubante. «E che cosa mi insegnerai?»

«Tutto quello che c’è da sapere!»

Aurelios si voltò senza aggiungere altro e iniziò a camminare. Non era un invito: era un comando silenzioso, la certezza che avrei dovuto seguirlo. I suoi passi erano lenti, ma ogni movimento sembrava misurato, come se avanzasse in un luogo che io non riuscivo ancora a vedere.

Lo raggiunsi. Camminammo fianco a fianco per qualche minuto, senza parlare. Il silenzio non era vuoto: era denso, come se contenesse parole che non ero ancora pronto a comprendere.

«Vardalion» disse infine, senza guardarmi. «Tu credi di cercare risposte. Ma ciò che cerchi non è una risposta: è la fine delle domande.»

«La fine delle domande?» ripetei, confuso.

«Sì. Finché domandi, sei schiavo. Ogni domanda è una catena: ti lega a ciò che non sai, ti costringe a inseguire ciò che non puoi afferrare. Il mondo che hai visto finora è costruito su domande. Per questo soffri.»

Mi fermai. «Ma come potrei smettere di farmi domande? È nella mia natura.»

Aurelios si voltò verso di me. I suoi occhi erano chiari, ma non avevano età. «No. È nella natura della tua mente, non della tua coscienza. La mente è un animale inquieto: corre, scava, morde, teme. La coscienza osserva. Non ha bisogno di sapere, perché è ciò che sa.»

Riprese a camminare. Io lo seguii, ancora più turbato.

«Tu mi hai chiesto cosa ti insegnerò» continuò. «Ti insegnerò a distinguere ciò che sei da ciò che credi di essere. A separare la tua voce da quella del mondo. A vedere il mondo non come appare, ma come si rivela quando smetti di guardarlo.»

«E come potrei riuscirci?» chiesi.

Aurelios si fermò. Indicò il terreno davanti a noi: un semplice sentiero di ghiaia, un sasso isolato al centro.

«Inizia da qui» disse. «Da ciò che è piccolo. Da ciò che è insignificante. Ogni verità nasce da un gesto minimo. Ora dagli un calcio.»

Lo feci.

Si chinò, raccolse il sasso e me lo porse.

«Prendilo.»

Lo presi. Era freddo, ruvido, pesante quanto basta per ricordarmi che esisteva.

«Ora dimmi» disse Aurelios, «che cos’è questo?»

«Un sasso» risposi, incerto.

«No. Questo è ciò che la tua mente dice che sia. Ma tu non sei la tua mente. Guardalo senza pensare. Senza nome. Senza storia. Senza utilità. Guardalo come se fosse la prima cosa che vedi nella tua vita.»

Provai a farlo. Il sasso divenne qualcosa di diverso: non un oggetto, ma una presenza. Non un concetto, ma un frammento di realtà nuda.

«Lo senti?» chiese Aurelios.

«Non so cosa sento» ammisi.

«Perfetto. È da lì che si comincia. Dal non sapere. Dal non definire. Dal non giudicare. Il mondo che conosci è fatto di definizioni. Il mondo reale è fatto di ciò che rimane quando le definizioni cadono.»

Mi guardò con un’espressione che non avevo mai visto in nessuno: non era severità, non era compassione. Era riconoscimento.

«Vardalion, oggi hai fatto il primo passo. Hai lasciato che qualcosa fosse ciò che è, non ciò che la tua mente pretende che sia. Questo è il principio di ogni via mistica.»

Abbassò lo sguardo verso il sasso nella mia mano.

«E ora che hai visto questo, sei pronto per vedere te stesso.»

Aurelios indicò il sasso che tenevo ancora in mano, come se fosse un oggetto sacro.

«Sai perché ti ho fatto guardare questo?» chiese.

Scossi la testa.

«Perché tutto ciò che devi comprendere è già qui dentro. In questo sasso. Nel gesto che hai compiuto quando lo hai calciato, e che ora non ricordi più.»

Aurelios sorrise appena. «Questo è il gesto primordiale dell’uomo: muovere ciò che è fermo per vedere se il mondo risponde. E ogni volta che lo fai, riveli più di quanto credi.»

Si avvicinò, posò la mano sul mio braccio e guidò il mio sguardo verso il sasso.

«Quando lo hai colpito, Vardalion, hai creato tre cose: spazio, tempo e forza. Non erano lì prima. Non per te. Esistevano solo come possibilità. Il tuo gesto le ha rese reali.»

Mi sentii attraversato da un brivido. Quelle parole erano le stesse che avevo intuito, ma dette con una chiarezza che mi spaventava.

«Il sasso si è mosso» continuò Aurelios. «E tu hai creduto che fosse il mondo a muoversi. Ma non è così. Sei tu che hai creato il movimento. Sei tu che hai creato la misura. Sei tu che hai creato la distanza. Senza di te, quel sasso sarebbe rimasto un punto immobile in un universo immobile.»

«Non capisco» mormorai.

«Certo che capisci. Solo che non vuoi accettarlo.»

Aurelios si chinò e raccolse un altro sasso, più piccolo. Lo posò sul palmo della mano e lo lasciò cadere. Il sasso colpì il terreno con un suono secco.

«Hai sentito questo rumore?»

«Sì.»

«Eppure non esisteva un istante prima. Non esisteva il suono, non esisteva il gesto, non esisteva la caduta. Tutto è nato nel momento in cui la tua coscienza lo ha percepito. Il mondo non è altro che questo: una successione di atti che tu credi esterni, ma che nascono dentro di te.»

Mi guardò con intensità.

«Ora dimmi: quando hai calciato il sasso, cosa hai provato?»

«Dolore» risposi, ricordando il colpo alle dita.

«Esatto. E quel dolore ti ha detto che sei vivo. Ma non ti ha detto chi sei. Il dolore appartiene al corpo. Il gesto appartiene alla mente. Ma l’atto di osservare tutto questo… quello appartiene alla coscienza. E la coscienza non è il corpo, non è la mente, non è il mondo ordinario.»

Aurelios fece un passo indietro, come se volesse lasciarmi spazio per respirare.

«Vardalion, tu non sei colui che calcia il sasso. Sei colui che osserva il gesto. E colui che osserva non è mai toccato dal dolore, né dal tempo, né dallo spazio. È oltre.»

Mi sentii perplesso. «E allora… chi sono?»

Aurelios sorrise, un sorriso lento, quasi paterno.

«Sei ciò che rimane quando tutto il resto si dissolve. Sei la coscienza che precede il gesto, che precede il mondo, che precede te stesso. E ora che hai visto questo, posso portarti oltre.»

Si voltò, indicando un sentiero che si perdeva tra gli alberi.

«Vieni. Il sasso è solo l’inizio. Ora devi imparare a vedere ciò che muove la Luna, ciò che muove la Terra, ciò che muove te. Devi imparare a vedere ciò che non si muove mai.»

La prima vera lezione di Aurelios 

Aurelios avanzò lungo il sentiero, e io lo seguii con il sasso ancora in mano. Non parlava, ma il suo silenzio sembrava preparare qualcosa, come un arco che trattiene la corda prima di scoccare.

Quando raggiungemmo una radura, si fermò. Il vento muoveva appena le foglie, e il sole filtrava tra i rami come una lama dorata.

«Qui va bene» disse. «Ora inizia la tua prima lezione.»

Mi voltai verso di lui, aspettandomi un discorso solenne, un rituale, un gesto simbolico. Invece indicò semplicemente il sasso.

«Gettalo.»

«Come? Dove?»

«Non importa. Gettalo.»

Obbedii. Il sasso descrisse un arco nell’aria e cadde tra l’erba con un tonfo leggero.

Aurelios annuì. «Ora ascolta.»

Rimanemmo immobili. Il vento, gli uccelli, il fruscio delle foglie: tutto sembrava sospeso, come se il mondo trattenesse il respiro.

«Che cosa è accaduto?» chiese.

«Ho lanciato un sasso.»

«No. Questo è ciò che la tua mente dice. Ma non è ciò che è accaduto.»

Mi guardò con una calma che mi disarmò.

«Tu credi di aver lanciato un sasso nello spazio. Ma non è il sasso ad essersi mosso: è la tua percezione che ha creato il movimento. Il sasso non ha percorso una distanza: è la tua mente che ha tracciato quella distanza. E il tempo che credi di aver visto passare… è nato solo perché tu hai osservato il gesto.»

Mi sentii confuso. «Stai dicendo che il movimento non esiste?»

«Sto dicendo che il movimento esiste solo per chi lo osserva. Senza un osservatore, non c’è distanza, non c’è durata, non c’è forza. C’è solo ciò che è.»

Si chinò, raccolse un altro sasso e lo posò nel palmo della mano.

«Guarda questo. È fermo. Ma se io lo muovo…»

Fece un gesto lento, quasi impercettibile.

«…chi decide che si sta muovendo?»

«Io» risposi, senza pensarci.

«Esatto. Non il sasso. Non il mondo. Tu.»

Aurelios lasciò cadere il sasso e si raddrizzò.

«Vardalion, la tua prima lezione è questa: il mondo non si muove. Sei tu che lo muovi con la tua percezione. Il tempo non scorre. Sei tu che lo fai scorrere osservando il cambiamento. Lo spazio non esiste. Sei tu che lo crei tracciando confini nella tua mente.»

Mi sentii come se il terreno sotto i piedi si fosse dissolto.

«Ma allora… cosa è reale?»

Aurelios sorrise, un sorriso lento, quasi indulgente.

«Ciò che rimane quando togli tutto il resto. Ciò che non cambia quando il sasso vola, quando cade, quando tu ti muovi o resti fermo. Ciò che osserva senza essere toccato da ciò che osserva.»

Fece un passo verso di me.

«La coscienza. La tua vera natura.»

Poi si voltò verso il sentiero.

La Seconda Lezione di Aurelios

Camminammo ancora per qualche minuto, finché la radura si aprì in un piccolo spiazzo circolare, delimitato da alberi alti e immobili come guardiani. Aurelios si fermò al centro, chiuse gli occhi e inspirò profondamente.

«La prima lezione» disse, «era sul movimento. La seconda è sull’immobilità.»

Mi invitò a sedermi. Lo feci, ancora scosso da ciò che avevo appreso.

«Vardalion, dimmi: quando hai calciato il sasso, cosa si è mosso davvero?»

«Io» risposi. «Il mio piede.»

«E prima ancora?»

Esitai. «La mia volontà.»

Aurelios annuì. «E prima della volontà?»

Rimasi in silenzio. Non sapevo cosa dire.

«Prima della volontà» continuò lui, «c’è la coscienza. La volontà nasce nella mente, ma la coscienza la precede. La coscienza osserva. È il punto fermo attorno a cui tutto ruota.»

Si sedette di fronte a me, incrociando le gambe con una lentezza rituale.

«Ora ascolta attentamente. Questa è la seconda lezione: ciò che è immobile è più reale di ciò che si muove.»

Mi guardò come se stesse pronunciando una verità che pochi avrebbero potuto sopportare.

«Il sasso si muove. Il tuo piede si muove. La Terra gira. La Luna orbita. Il Sole brucia. Tutto ciò che vedi è movimento. Ma il movimento è illusione. È un gioco della percezione. È un’ombra.»

Indicò il terreno sotto di noi.

«Ciò che è immobile, invece, non può essere percepito. Non può essere misurato. Non può essere afferrato. E proprio per questo è reale. La coscienza è immobile. Non cambia. Non nasce. Non muore. Non si sposta. Non diventa.»

Si chinò verso di me.

«Tu credi di essere colui che cammina, che parla, che pensa. Ma tutto questo è movimento. E ciò che si muove non può essere te. Perché se tu fossi ciò che si muove, cambieresti con esso. E invece tu sei sempre lo stesso osservatore, in ogni istante della tua vita.»

Mi sentii attraversato da un fremito. «Ma io cambio. Sono cambiato tante volte.»

Aurelios scosse la testa. «Il tuo corpo cambia. La tua mente cambia. Le tue emozioni cambiano. Ma colui che osserva questi cambiamenti… è sempre identico. Non è mai mutato. Non è mai invecchiato. Non è mai nato.»

Si avvicinò ancora, e la sua voce si fece più bassa, più intensa.

«Vardalion, la seconda lezione è questa: tu non sei ciò che cambia. Sei ciò che rimane quando tutto il resto cambia. Se vuoi conoscere te stesso, devi imparare a vedere ciò che non si muove mai.»

Poi si alzò, come se la lezione fosse conclusa.

«Ora vieni. Devo mostrarti qualcosa.»

Mi alzai anch’io, ancora stordito. «Dove andiamo?»

Aurelios indicò il bosco, dove la luce del sole si faceva più scura.

«A vedere ciò che non si muove. A vedere ciò che muove tutto il resto.»

E si incamminò, senza voltarsi.

La Terza Lezione di Aurelios

Il sentiero si fece più stretto, quasi inghiottito dalle radici. Aurelios camminava davanti a me senza esitazione, come se conoscesse quel bosco da secoli. Io lo seguivo, ma sentivo crescere un’inquietudine sottile, come se qualcosa stesse per accadere.

A un tratto si fermò. Non c’era nulla di particolare in quel punto: solo alberi, ombra e silenzio. Ma Aurelios si voltò verso di me con un’espressione diversa, più severa.

«Qui» disse. «Qui inizierà la terza lezione.»

Mi fermai anch’io, cercando di capire cosa stesse osservando. Non vedevo nulla.

«Vardalion» disse, «dimmi: chi ha camminato fin qui?»

«Io» risposi, incerto.

«Chi ha ascoltato le mie parole?»

«Io.»

«Chi ha avuto dubbi, paure, domande?»

«Io.»

Aurelios scosse la testa. «No. Quello non sei tu. Quello è ciò che la tua mente dice di essere. La terza lezione riguarda proprio questo: la mente non è tua alleata. È il tuo primo inganno.»

Sentii un brivido corrermi lungo la schiena.

«La mente» continuò, «è un narratore instancabile. Ti racconta chi sei, cosa vuoi, cosa temi. Ti costruisce un’identità, un passato, un futuro. Ti dice: “Io penso, quindi io sono”. Ma è una menzogna. Tu non sei ciò che pensi. Tu sei ciò che osserva il pensiero.»

Fece un passo verso di me, e la sua voce si fece più bassa, più incisiva.

«La mente è movimento. La coscienza è immobilità. La mente è rumore. La coscienza è silenzio. La mente è paura. La coscienza è presenza. Finché credi alla mente, sei schiavo. Quando la vedi per ciò che è, sei libero.»

Mi guardò negli occhi, come se volesse attraversarmi.

«Ora ti mostrerò il tuo vero nemico.»

Si voltò verso un albero imponente, il tronco scuro e nodoso. Posò la mano sulla corteccia.

«Guarda questo albero. È immobile. Non pensa. Non desidera. Non teme. Eppure esiste. Esiste pienamente. Senza sforzo. Senza identità. Senza storia.»

Poi indicò me.

«Tu, invece, esisti a metà. Una parte di te è come questo albero: pura, immobile, eterna. L’altra parte è la mente: un animale inquieto che ti trascina ovunque tranne che dove sei.»

Si avvicinò ancora, così vicino che potevo sentire il suo respiro.

«La terza lezione è questa: finché credi di essere la tua mente, non vedrai mai la realtà. La mente crea il mondo che temi, il mondo che desideri, il mondo che giudichi. Ma non crea la realtà. La realtà è ciò che rimane quando la mente tace.»

Mi sentii improvvisamente nudo, come se qualcosa dentro di me fosse stato smascherato.

«E come posso far tacere la mente?» chiesi, quasi sussurrando.

Aurelios sorrise, ma non era un sorriso rassicurante. Era un sorriso di chi sa che la risposta non sarà facile.

«Non puoi farla tacere. Non puoi combatterla. Non puoi vincerla. Puoi solo osservarla. Osservala come osserveresti un animale selvatico: senza giudizio, senza paura, senza desiderio. Quando la osservi, la mente perde potere. Quando la osservi, si rivela per ciò che è: un’ombra. E quando l’ombra è vista, non può più ingannarti.»

Poi si voltò e iniziò a camminare di nuovo.

«Vieni, Vardalion. La quarta lezione non riguarda più il mondo, né il movimento, né la mente. La quarta lezione riguarda te.»

E io lo seguii, sapendo che ciò che avrei trovato non sarebbe stato facile da sopportare.

La Quarta Lezione di Aurelios

Il bosco si fece più fitto, quasi ostile. Le fronde intrecciate lasciavano filtrare solo lame sottili di luce, e l’aria era immobile, come se il mondo trattenesse il respiro. Aurelios camminava davanti a me senza voltarsi, ma sentivo che mi stava osservando comunque, come se i suoi occhi fossero ovunque.

A un tratto si fermò. Non c’era nulla di particolare in quel punto: solo un cerchio naturale di alberi, come un antico anfiteatro vegetale. Ma Aurelios si voltò verso di me con un’espressione che non avevo mai visto: non era severità, non era compassione. Era qualcosa di più profondo. Era decisione.

«Vardalion» disse, «la quarta lezione riguarda te. Non ciò che credi di essere. Non ciò che temi di essere. Ma ciò che sei quando tutto il resto cade.»

Mi sentii improvvisamente vulnerabile, come se qualcosa dentro di me fosse stato messo a nudo.

Aurelios indicò il terreno davanti a noi. «Siediti.»

Obbedii. Lui rimase in piedi, come un giudice antico.

«Ora ascolta. La prima lezione ti ha mostrato che il movimento è illusione. La seconda che l’immobilità è reale. La terza che la mente è un inganno. La quarta ti mostra ciò che rimane quando togli tutto questo.»

Si chinò lentamente, fino a portare il suo volto all’altezza del mio.

«Vardalion, chi sei tu quando non pensi?»

La domanda mi colpì come un pugno. Aprii la bocca per rispondere, ma non uscì nulla.

«Chi sei tu quando non desideri?»

Ancora silenzio.

«Chi sei tu quando non temi?»

Sentii il cuore accelerare. Era come se ogni parola di Aurelios scavasse dentro di me, strappando via strati che credevo parte della mia identità.

«Chi sei tu quando non ti racconti una storia? Quando non ti ricordi chi eri ieri? Quando non immagini chi sarai domani?»

Mi portai una mano al petto, come se cercassi un appiglio. Non trovai nulla.

Aurelios si raddrizzò.

«La quarta lezione è questa: tu non sei nessuna delle cose che puoi dire di te stesso. Tu sei ciò che rimane quando non puoi più dire nulla.»

Il silenzio che seguì era così profondo da sembrare un’entità viva.

«La tua identità» continuò, «è un vestito cucito dalla mente. Le tue paure sono ombre. I tuoi desideri sono catene. Le tue memorie sono sogni. Tu non sei questo. Tu sei ciò che osserva tutto questo.»

Poi fece qualcosa che non mi aspettavo: si sedette di fronte a me, incrociò le gambe e chiuse gli occhi.

«Ora guardati» disse. «Non con gli occhi. Non con la mente. Guarda ciò che guarda.»

Provai a farlo. All’inizio non accadde nulla. Poi, lentamente, come un velo che si solleva, sentii qualcosa: un punto immobile dentro di me, un nucleo silenzioso che non aveva forma, né nome, né storia. Non era un pensiero. Non era un’emozione. Era… presenza.

Aurelios aprì gli occhi, come se avesse percepito il cambiamento.

«Lo senti» disse. «È piccolo quanto infinito, ma c’è. È ciò che sei sempre stato. È ciò che sarai sempre. Questa è la quarta lezione: riconoscere te stesso come coscienza, non come persona.»

Mi guardò con una dolcezza che non avevo mai visto in lui.

«E ora che hai intravisto chi sei… sei pronto per la quinta lezione.»

Si alzò lentamente, come se il gesto stesso fosse un rito.

«La quinta lezione non riguarda più te. Riguarda tutto ciò che credi sia il mondo.»

E si incamminò verso una luce più profonda nel bosco.

La Quinta Lezione di Aurelios 

Il Mondo come Emanazione della Coscienza

Aurelios si fermò davanti a un piccolo spiazzo, quasi identico a quello della prima lezione. Al centro, come se fosse stato posato lì da una mano invisibile, c’era un sasso. Non grande, non piccolo: semplicemente presente.

«Eccolo» disse. «Il tuo primo maestro.»

Mi guardò con un’espressione che non avevo mai visto: non era ironia, non era severità. Era una sorta di rispetto.

«Avvicinati.»

Mi avvicinai. Il sasso era immobile, perfetto nella sua semplicità. Aurelios rimase qualche passo dietro di me.

«Ora ascolta, Vardalion. Tutto ciò che hai imparato finora converge qui. Il movimento, l’immobilità, la mente, la coscienza. Questo sasso è la soglia.»

Inspirai lentamente. Sentivo che qualcosa stava per accadere, qualcosa che non avrei potuto comprendere con la mente.

«Calcia il sasso» disse Aurelios.

Mi voltai verso di lui, incredulo. «Di nuovo?»

«Sì. Ma questa volta guarda. Non il sasso. Non il piede. Guarda ciò che accade dentro di te.»

Obbedii. Sollevai il piede e colpii il sasso. Il sasso rotolò, descrivendo un arco irregolare sul terreno.

E allora accadde.

Il mondo non si mosse. Il sasso non si mosse. Il tempo non scorse.

Tutto rimase immobile, come sospeso in un’unica, infinita presenza.

L’unica cosa che si muoveva… ero io. Non il mio corpo: la mia percezione.

Il movimento del sasso non era nel sasso. Era nella mia coscienza. La distanza che percorreva non era nello spazio. Era nella mia mente. Il tempo che sembrava passare non era nel mondo. Era nella mia osservazione.

Il mondo non era fuori. Era emanato da ciò che osservava.

Sentii il cuore rallentare, come se volesse adeguarsi a quella immobilità assoluta.

Aurelios parlò alle mie spalle, ma la sua voce sembrava provenire da dentro di me.

«Ora vedi. Il sasso non si muove: è la tua percezione che traccia il suo cammino. Lo spazio non esiste: lo crei tu per dare forma al gesto. Il tempo non scorre: nasce nel momento in cui osservi il cambiamento. La forza non è nel piede: è nella volontà che precede ogni azione. La mente non è padrona: è uno strumento che interpreta ciò che la coscienza illumina.»

Il sasso si fermò. E con esso, tutto il mondo.

«E allora» continuò Aurelios, «se togli il movimento, lo spazio, il tempo, la forza, la mente… cosa rimane?»

La risposta sorse da sola, come un ricordo antico.

«La coscienza.»

Aurelios annuì lentamente. «La coscienza-volontà originaria. Ciò che precede ogni gesto. Ciò che non nasce e non muore. Ciò che non si muove e tuttavia muove tutto. Ciò che non è nel mondo, ma da cui il mondo è emanato.»

Mi voltai verso di lui. Per la prima volta, lo vidi davvero: non come un uomo, non come un maestro, ma come un riflesso della stessa coscienza che ora riconoscevo in me.

«Vardalion» disse, «questa è la tua quinta lezione. Non c’è altro da imparare. Ora devi solo ricordare.»

E in quel momento compresi: il mondo non era mai stato fuori. Era sempre stato me.

Vivere ciò che si è compreso

Aurelios non aggiunse altro. Non c’era più nulla da dire. Il bosco ci circondava osservandoci silenzioso, come se anche gli alberi sapessero che ogni parola ulteriore sarebbe stata inutile.

Vardalion rimase immobile, sentendo dentro di sé un silenzio nuovo, vasto, che non aveva bisogno di essere capito. Non era un pensiero, non era un’emozione: era una presenza. La stessa presenza che aveva visto nel sasso, nel gesto, nel mondo intero.

Aurelios lo osservò per un lungo istante, poi annuì lentamente.

«Ora sai» disse. «Non devi imparare altro. Devi solo vivere ciò che hai riconosciuto.»

Poi si voltò e si incamminò tra gli alberi, senza voltarsi, senza attendere. Non era un abbandono: era il compimento naturale dell’insegnamento. Un maestro non trattiene chi ha visto.

Vardalion rimase solo nella radura. Il libro che aveva portato con sé — il libro che aveva creduto contenesse risposte — gli pesava improvvisamente tra le mani come un oggetto estraneo, inutile, appartenente a un’altra vita.

Si avvicinò a una panca di pietra, antica, coperta di muschio. La sfiorò con le dita, poi vi posò sopra il libro con un gesto lento, quasi il commiato da un vecchio amico.

Non era un rifiuto. Era un’offerta. Un saluto a ciò che non gli serviva più.

Non provò rimpianto. Non provò dubbio. Non provò desiderio di tornare a leggere.

Sapeva.

Sapeva che nessuna pagina avrebbe potuto aggiungere qualcosa a ciò che aveva visto. Sapeva che nessuna parola avrebbe potuto guidarlo oltre ciò che aveva riconosciuto in sé. Sapeva che non c’era più un cammino da seguire, né un maestro da ascoltare.

Ora iniziava l’unica cosa che conta: vivere ciò che aveva compreso.

E mentre lasciava la radura, senza voltarsi, il mondo attorno a lui non era più un luogo da interpretare, temere o desiderare. Era un riflesso. Una emanazione. Una danza che nasceva e svaniva nella coscienza che ora riconosceva come sé.

Non c’era altro insegnamento. Non ce n’era mai stato. 

Lo cercavo fuori, ma era dentro di me.

Daniele Salici

Daniele Salici

L’autore

Daniele Salici

Il mio nome è Daniele Salici, sono stato campione italiano di pistola ad aria compressa, chef stellato e direttore tecnico di Combattimento Medievale Europeo. Da sempre coltivo ricerche storiche ed esoteriche, interessandomi a misteri e leggende legate ad Atlantide e seguendo studi con parapsicologi, maestri occidentali, guru e sciamani. Come scrittore mi definisco un folle razzolatore di parole, che ama trasformare esperienze di vita in racconti avventurosi.
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