Cimiteri e lavoro con i morti

Cimiteri e lavoro con i morti

Terra di tomba, antenati e relazioni con i defunti nel Hoodoo e nel Conjure afroamericano

La moneta scompare nella terra prima della mano che ne prende una piccola quantità. Non viene lasciata all’ingresso del cimitero e neppure consegnata a un custode: appartiene a chi riposa sotto quella zolla. In alcune testimonianze il nome del morto viene pronunciato, la richiesta formulata apertamente; soltanto allora la terra passa dalla tomba alla tasca, al sacchetto, alla bottiglia o al lavoro per il quale è stata cercata. Non è il cimitero, in quel momento, a essere interrogato. È qualcuno.

Gran parte dell’immaginario moderno sul Hoodoo perde precisamente questa distinzione. La graveyard dirt, la terra di cimitero, viene spesso presentata come una sostanza occulta generica: materia impregnata di «energia della morte», ingrediente oscuro da aggiungere a un lavoro aggressivo, quasi fosse la versione funeraria di un’erba o di un minerale. La documentazione storica del Conjure afroamericano offre invece un quadro molto più complesso. La terra poteva essere utilizzata per allontanare un nemico, provocare inquietudine, proteggersi, ottenere fortuna, sostenere un charm, intervenire in una relazione o coinvolgere un morto in un lavoro; poteva provenire dalla tomba di un familiare, di una persona conosciuta, di qualcuno ritenuto malvagio, di una vittima di morte violenta o di un individuo scelto perché possedeva in vita caratteristiche considerate utili allo scopo. Nelle raccolte di Harry Middleton Hyatt compaiono persino usi opposti dello stesso materiale: in un luogo la terra di tomba porta sfortuna, in un altro protegge, in un altro ancora viene incorporata in una hand destinata a dare sicurezza al portatore. Non esiste quindi una proprietà universale della «terra di cimitero» indipendente dal morto, dalla provenienza, dall’intenzione e dalla maniera in cui viene trattata.

Questo punto permette di comprendere il lavoro con i morti senza trasformarlo né in spiritismo da salotto né nella necromanzia fantastica dell’immaginario horror. Nel Hoodoo e nel Conjure il morto continua, in determinate concezioni e pratiche, a essere una presenza con la quale può esistere una relazione. Una relazione può essere familiare oppure strumentale, devota oppure prudente, protettiva oppure conflittuale. Può nascere dalla memoria, dalla parentela, dalla reputazione del defunto o da un’operazione rituale. Non tutti i praticanti hanno storicamente lavorato con i morti e non esiste una teologia Hoodoo uniforme che stabilisca che cosa avvenga esattamente dopo la morte. Tuttavia le testimonianze sono abbastanza numerose da mostrare che il rapporto fra vivi e defunti costituisce una delle correnti profonde della religiosità afroamericana dalla quale il Conjure è emerso.

Occorre inoltre distinguere immediatamente Hoodoo, Louisiana Voodoo e Vodou haitiano. Nel Vodou haitiano esiste una struttura religiosa specifica dei lwa associati alla morte, ai Gede e a figure come Baron Samedi; nel Hoodoo non esiste un pantheon equivalente e non è storicamente corretto assegnare automaticamente ogni pratica di cimitero a Baron Samedi. Il Louisiana Voodoo di New Orleans, a sua volta, nacque da una complessa stratificazione afro-cattolica e assorbì nel XIX secolo pratiche di Conjure e Rootwork portate anche da afroamericani provenienti dall’Alto Sud e dalle regioni orientali degli Stati Uniti. Carolyn Morrow Long ha sottolineato proprio la rilevanza dell’elemento kongo nell’enfasi posta su cimiteri, resti umani e graveyard dust nel Conjure entrato nell’ambiente religioso di New Orleans. Parlare genericamente di «Voodoo cemetery magic» cancella quindi storie differenti che nella Louisiana finirono certamente per incontrarsi, ma non per diventare indistinguibili.

Il morto non è diventato una sostanza

La concezione forse più lontana dalla moderna cultura delle corrispondenze consiste nel fatto che la terra della tomba non vale soltanto per ciò che è, ma per di chi è.

Nelle testimonianze raccolte da Hyatt questa specificità emerge continuamente. Gli informatori distinguono tombe di persone ritenute buone o malvagie, di peccatori, di individui morti violentemente, di persone conosciute personalmente. Un informatore descrive il gesto di recarsi al cimitero al calare del buio presso la tomba di qualcuno conosciuto, chiamarne il nome tre volte, dichiarare di essere venuto a prendere una parte della sua terra e lasciare una moneta in cambio. Quella terra viene poi cucita in stoffa nuova, trasformata in una hand, trattata periodicamente e portata come protezione contro persone ostili. In altre testimonianze, invece, la terra di una persona considerata malvagia viene scelta proprio perché si desidera allontanare, disturbare o creare conflitto.

La differenza è sostanziale. Se qualsiasi terra del cimitero possedesse semplicemente una generica frequenza funeraria, l’identità del sepolto sarebbe irrilevante. Le fonti mostrano il contrario.

È possibile descrivere questa logica attraverso il principio di contagio noto agli studi comparati sulla magia: qualcosa che è stato a lungo in contatto con una persona conserva una relazione con quella persona. La tomba rappresenta il caso estremo di questa continuità. Il corpo è lì, oppure vi è stato deposto; la terra ne delimita il luogo e diventa quindi materialmente collegata al morto.

Ma la spiegazione comparativa non esaurisce l’interpretazione religiosa.

Per chi ritiene che il defunto continui a possedere una forma di agency, non è soltanto la «traccia» del morto a essere utilizzata. È il morto stesso a poter partecipare.

Le testimonianze nelle quali si lascia denaro e si comunica al defunto ciò che si desidera sono particolarmente esplicite. Hyatt organizza significativamente una parte dei suoi materiali sotto la formula secondo cui la terra deve essere «comprata dallo spirito». Un informatore racconta di prendere una manciata di terra e lasciare un penny dichiarando di pagarla; un altro descrive il pagamento a una persona morta e l’istruzione impartita allo spirito sul compito da svolgere. Le cifre variano: un penny, due centesimi, nickel, dime e altre offerte compaiono in testimonianze differenti. La famosa regola moderna delle «tre monete» o dei «tre penny» non può dunque essere proiettata come legge universale sulla tradizione storica. Ciò che appare molto più stabile è la concezione dello scambio.

Il denaro lasciato non è necessariamente il prezzo economico di pochi grammi di terra.

È un riconoscimento.

Prendere senza dare significherebbe trattare il morto come materia disponibile. Pagare significa ammettere che dall’altra parte della relazione vi sia qualcuno cui qualcosa viene chiesto.

In termini esoterici, la moneta stabilisce reciprocità.

In termini antropologici, trasforma l’appropriazione in scambio.

In termini psicologici, introduce un limite nel rapporto con la morte: la persona non invade semplicemente lo spazio funerario, ma deve riconoscere l’alterità di chi vi è sepolto.

Sono letture differenti dello stesso gesto e nessuna dovrebbe essere scambiata automaticamente per ciò che ogni praticante pensava.

Antenati e morti non sono la stessa categoria

La parola «antenati» viene utilizzata oggi con grande facilità quando si parla di Hoodoo. Il recupero contemporaneo delle religioni afroamericane ha giustamente riportato al centro la continuità fra vivi e generazioni precedenti, ma storicamente è utile distinguere il culto o la memoria degli antenati dal più vasto lavoro con i morti.

Un antenato è un morto con il quale esiste una relazione genealogica, familiare o, nelle interpretazioni contemporanee più ampie, comunitaria e culturale.

Non ogni morto è un antenato.

E non ogni spirito con il quale un conjurer poteva lavorare apparteneva alla propria famiglia.

La distinzione cambia profondamente il carattere della relazione. Un antenato può essere ricordato attraverso fotografie, oggetti personali, cibo, acqua, preghiere e gesti familiari. Il rapporto può nascere dall’affetto e dalla continuità della memoria prima ancora che da qualsiasi necessità magica. Chiedere protezione a una nonna morta non equivale concettualmente ad andare alla tomba di uno sconosciuto ritenuto particolarmente adatto a un lavoro.

Le tradizioni funerarie afroamericane del Sud testimoniano una continuità della relazione con i defunti che va ben oltre ciò che oggi definiremmo «magia». In numerosi cimiteri neri sono stati documentati oggetti appartenuti al morto o collegati alla sua ultima malattia, stoviglie, bottiglie, recipienti, conchiglie e altri materiali deposti sulle tombe. Nel mondo Gullah-Geechee, reperti archeologici e testimonianze mostrano la persistenza di pratiche funerarie con forti analogie africane; il National Park Service documenta, per esempio, l’uso di gusci di ostrica e oggetti della vita del defunto, collegandolo a un più vasto retaggio dell’Africa occidentale e centro-occidentale.

Definire automaticamente questi oggetti «offerte magiche» sarebbe riduttivo.

Essi appartengono innanzitutto alla relazione funeraria.

Una bottiglia di medicina lasciata sulla tomba di chi l’aveva utilizzata durante la malattia può assumere significati molteplici: ultimo legame con il corpo, oggetto personale, memoria della sofferenza, parte di una concezione secondo la quale ciò che apparteneva al morto deve accompagnarlo o essere ritualmente separato dalla casa dei vivi.

Gli studiosi hanno collegato alcuni di questi modelli alle culture kongo, nelle quali la tomba poteva diventare uno spazio di relazione attiva e gli oggetti personali del defunto assumevano un significato rituale. Ma, ancora una volta, il Sud afroamericano non è un museo nel quale pratiche africane siano sopravvissute immobili. Cristianesimo, schiavitù, culture americane e secoli di trasformazione hanno prodotto forme nuove.

L’antenato afroamericano può riposare sotto un simbolo cristiano, essere ricordato attraverso una preghiera biblica e contemporaneamente appartenere a una concezione della morte nella quale la relazione non è terminata.

Non c’è necessariamente contraddizione.

Il cimitero come società

Guardato dall’esterno, un cimitero appare costituito da tombe.

Dal punto di vista di una pratica che attribuisce ai morti qualità individuali, è costituito da persone.

Questa differenza permette di comprendere perché la scelta della tomba sia tanto importante in molte testimonianze di Conjure.

Il morto conserva qualcosa della propria biografia.

La persona coraggiosa può essere cercata per il coraggio; quella potente per la forza; un familiare benevolo per la protezione. In forme più oscure della tradizione, la morte violenta o la reputazione aggressiva del defunto possono far ritenere il suo spirito particolarmente adatto a un’azione coercitiva. Alcune fonti distinguono esplicitamente peccatori, assassini o persone morte in determinate circostanze.

Non sarebbe corretto ricavarne un catalogo universale.

«Terra di soldato uguale vittoria», «terra di giudice uguale giustizia», «terra di bambino uguale innocenza» sono il tipo di formule che i moderni sistemi commerciali amano costruire. Esistono certamente associazioni tradizionali fra caratteristiche dei morti e finalità dei lavori, ma non possediamo una tabella Hoodoo storica condivisa da tutte le regioni.

Il principio è più interessante della tabella.

La biografia continua a contare dopo la morte.

Dal punto di vista religioso, significa che la morte non dissolve completamente l’identità.

Dal punto di vista esoterico, rende la tomba una forma estrema di personal concern: non soltanto qualcosa appartenuto a una persona, ma il luogo in cui la persona morta continua a essere localizzata.

Da qui deriva una conseguenza importante. La terra non dovrebbe essere pensata come «caricata» indistintamente dall’intero cimitero. È localizzata. Hyatt registra persino prescrizioni differenti relative alla parte della tomba dalla quale prenderla: testa, petto, lato del cuore e altre zone compaiono nelle interviste, così come diversi momenti dopo la sepoltura e differenti ore della giornata. Anche in questo caso le varianti sono troppe per ricostruire una regola unitaria.

La geografia del corpo viene proiettata sulla geografia della tomba.

Il punto sopra il petto non è uguale a quello sopra i piedi perché la tomba continua a essere immaginata in relazione al corpo sepolto.

Il morto possiede ancora una posizione.

La terra che protegge e la terra che inquieta

L’immaginario horror contemporaneo ha trasformato la graveyard dirt quasi esclusivamente in ingrediente di maledizione.

Le fonti non lo consentono.

Hyatt raccolse certamente numerose testimonianze nelle quali la terra viene usata per disturbare, allontanare, provocare paura, far litigare, costringere qualcuno ad abbandonare una casa o, nelle formulazioni più estreme degli informatori, causare malattia e morte. È un materiale particolarmente appropriato, all’interno della logica tradizionale, per introdurre la presenza della morte nella condizione della persona contro cui viene diretto.

Ma esistono anche usi protettivi e favorevoli.

Un informatore della Georgia descrive, come abbiamo visto, una terra ottenuta da un defunto conosciuto, cucita in stoffa e portata affinché nessuno disturbi il possessore. Altrove la terra viene collegata alla fortuna, anche nel gioco. A New Orleans Hyatt raccolse una testimonianza secondo la quale tenere discretamente graveyard dirt sotto il letto serviva a mantenere lontani i nemici. In altri luoghi la stessa materia può comparire sotto un ingresso per proteggere oppure, in testimonianze differenti, proprio per costringere chi vi abita ad andarsene.

Non siamo davanti a contraddizioni da correggere.

Siamo davanti a una tradizione regionale e relazionale.

La domanda non è «che cosa fa la terra di cimitero?».

La domanda è «di chi è, come è stata ottenuta, che cosa le è stato chiesto e dove viene collocata?».

Quattro variabili possono produrre pratiche completamente differenti.

Il medesimo oggetto materiale cambia funzione perché cambia la rete di relazioni nella quale viene inserito.

Questa logica attraversa l’intero Hoodoo. Il peperoncino non è necessariamente aggressivo; l’acqua non è necessariamente purificatrice; una calamita non serve soltanto al denaro; un Salmo non possiede una sola funzione. Il significato nasce dall’uso.

Con la terra di tomba questa elasticità diventa ancora più evidente perché all’ingrediente materiale si aggiunge una volontà presunta.

Non si lavora soltanto con qualcosa.

Si può ritenere di lavorare con qualcuno.

Convocare, chiedere, ordinare

Le testimonianze storiche mostrano diversi gradi di relazione con i defunti.

In alcune il morto viene trattato quasi come un collaboratore. Lo si chiama per nome, gli si parla, si lascia un compenso e si formula una richiesta. In altre il linguaggio appare più coercitivo: allo spirito viene detto ciò che deve fare. Altrove l’azione è meno personale e sembra concentrarsi sulla terra come materia efficace.

È improbabile che questa varietà possa essere ridotta a una sola metafisica.

Il Hoodoo non possiede una teologia dogmatica dei morti.

Alcuni praticanti contemporanei descrivono gli spiriti come entità coscienti con cui stabilire una relazione continuativa. Altri insistono soprattutto sugli antenati. Altri ancora parlano di «energia» o di impronta del defunto, utilizzando un vocabolario molto più vicino all’esoterismo contemporaneo.

Storicamente il linguaggio delle fonti tende a essere più concreto.

Il morto può essere chiamato.

Può essere pagato.

Può essere incaricato.

Questo vocabolario permette di intravedere una concezione nella quale la morte modifica lo status della persona ma non cancella completamente la capacità di agire.

La relazione può anche essere pericolosa.

Chi chiama non controlla necessariamente tutto ciò che ha chiamato.

Le prescrizioni relative a protezione, modalità di uscita dal cimitero, comportamento dopo aver raccolto la terra o necessità di lasciare un pagamento possono essere interpretate precisamente come forme di gestione del rapporto. Il rituale non produce soltanto il contatto; stabilisce anche un confine.

Questa è una differenza notevole rispetto all’occultismo commerciale contemporaneo, dove spesso il morto viene trattato come una funzione: «scegli uno spirito adatto al risultato».

La documentazione tradizionale conserva maggiore ambivalenza.

Il morto ha già avuto una vita.

Ha una reputazione.

Possiede una tomba.

E la persona che si avvicina sta entrando nel suo spazio.

Non voltarsi

Il cimitero condivide con il crocevia e con l’acqua corrente una prescrizione che compare in molte forme del folklore magico: una volta concluso il lavoro, può essere necessario andarsene senza guardare indietro.

Il motivo attraversa culture molto differenti e non appartiene esclusivamente al Hoodoo. Nel Conjure, tuttavia, assume un significato particolarmente chiaro quando il lavoro riguarda i morti.

Lasciare significa interrompere.

Voltarsi può significare riaprire.

A livello esoterico, il gesto protegge dal trascinare con sé ciò che deve rimanere nel luogo funerario. Se si è chiesto a un morto di agire, la separazione rituale stabilisce dove termina l’incontro. Se si è lasciato qualcosa affinché una condizione venga sepolta o allontanata, guardare indietro contraddice simbolicamente l’azione.

Dal punto di vista psicologico, il meccanismo è altrettanto potente. Una decisione astratta viene trasformata in comportamento corporeo. Non voltarsi significa rifiutare l’ultimo controllo su ciò che si è deciso di abbandonare.

È facile comprendere perché una simile struttura rituale abbia una forza che sopravvive anche fuori dalla credenza religiosa.

Ma ancora una volta la spiegazione psicologica non sostituisce quella tradizionale.

Per chi ritiene reale il rapporto con il morto, il problema non è soltanto chiudere interiormente un’esperienza.

È assicurarsi che ciascuno rimanga dalla propria parte.

I morti violenti e la potenza dell’incompiuto

Le morti violente occupano una posizione particolare in molte culture magico-religiose e il Conjure afroamericano non costituisce un’eccezione.

Le fonti raccolte fra Ottocento e Novecento contengono riferimenti a persone assassinate, giustiziate o morte in circostanze considerate anomale. In alcune pratiche la terra della loro tomba viene ritenuta particolarmente forte.

Una possibile interpretazione religiosa è che una morte improvvisa produca uno spirito meno quieto, ancora capace di interferire nel mondo dei vivi. La morte non è avvenuta secondo il normale processo della vecchiaia o della malattia; qualcosa è stato interrotto.

Una lettura psicologica potrebbe riconoscervi la difficoltà collettiva di elaborare una morte priva di conclusione.

Una lettura storica deve aggiungere un elemento molto più scomodo.

Per gli afroamericani del Sud la morte violenta non era un’eccezione folklorica.

Schiavitù, linciaggi, violenza razziale e sistemi giudiziari discriminatori produssero generazioni nelle quali essere uccisi senza giustizia costituiva una possibilità concreta. La figura del morto che continua ad agire può dunque possedere anche una dimensione politica: ciò che la società dei vivi non ha riparato non necessariamente rimane silenzioso nella società dei morti.

Questo tema attraversa più ampiamente il folklore afroamericano dei fantasmi. Le apparizioni non sono sempre anime casualmente intrappolate in un luogo. Spesso qualcosa deve essere denunciato, riconosciuto, restituito o vendicato.

Il morto inquieto porta con sé un problema morale.

È significativo che alcune credenze Hoodoo associno proprio le vittime di omicidio alla possibilità di rivelare o perseguitare il colpevole. Il morto diventa una forma di testimonianza quando i vivi hanno fallito.

La dimensione esoterica e quella sociale si sovrappongono qui in maniera quasi impossibile da separare.

Famiglia, memoria e Homegoing

Se ci limitassimo ai rituali di graveyard dirt, perderemmo la parte più ampia del rapporto afroamericano con i morti.

La morte nel Sud nero ha prodotto forme di cultura religiosa estremamente complesse, riunite spesso sotto il termine homegoing. La parola non descrive semplicemente il funerale: interpreta la morte come ritorno, passaggio e ricongiungimento.

Il cristianesimo vi svolge un ruolo fondamentale.

Per una persona schiavizzata, l’idea di una vita oltre la morte poteva acquisire una forza che la teologia astratta non riesce a rendere. Il defunto lasciava un mondo nel quale il proprio corpo poteva essere posseduto, venduto e punito e raggiungeva uno spazio nel quale l’autorità del padrone terminava.

La promessa cristiana della liberazione ultraterrena incontrò così concezioni africane della continuità fra vivi e antenati.

Non ne risultò una semplice miscela.

Nacque un linguaggio nuovo della morte.

Le sepolture degli schiavi furono spesso collocate in luoghi non registrati formalmente, lontani dai cimiteri dei bianchi. Molti di questi spazi sono stati cancellati dall’espansione urbana, agricola o industriale; altri sono sopravvissuti perché le comunità nere continuarono a conoscere la loro posizione anche quando non comparivano sulle mappe.

The Historic New Orleans Collection ricorda che in Louisiana le persone schiavizzate potevano essere escluse da spazi funerari formali e svilupparono propri luoghi di sepoltura, talvolta utilizzando vegetazione longeva come la yucca per segnare le tombe. Il dato è significativo: il paesaggio stesso diventa archivio quando l’autorità non concede una lapide.

Questa storia conferisce al cimitero afroamericano un carattere politico oltre che religioso.

Preservare una tomba significa ricordare che qualcuno è esistito anche quando il sistema sociale ha prodotto pochissimi documenti della sua vita.

Il morto diventa antenato anche attraverso l’atto dei vivi che continuano a pronunciarne il nome.

New Orleans: città dei morti e città raccontata dai vivi

A New Orleans i cimiteri possiedono una visibilità straordinaria.

Le tombe sopraelevate, i muri di loculi, le cappelle funerarie e i monumenti di famiglia hanno prodotto la celebre immagine delle cities of the dead. Ma anche qui il folklore turistico ha frequentemente sostituito la storia.

Una delle spiegazioni più diffuse sostiene che a New Orleans le sepolture sopra terra siano semplicemente necessarie perché l’alto livello delle acque sotterranee farebbe «galleggiare» le bare. La storia dell’architettura funeraria cittadina è più complessa. Le forme delle tombe derivano anche dalle tradizioni francesi e spagnole, dalla cultura cattolica, dalla disponibilità di spazio, dalle confraternite e società mutualistiche, dall’evoluzione dell’architettura urbana e dal prestigio sociale. I cimiteri di New Orleans sono il prodotto di una storia culturale, non una semplice soluzione ingegneristica al terreno umido. Gli studi più recenti sulla loro architettura hanno insistito proprio sulla necessità di sottrarli alle spiegazioni turistiche troppo semplici.

In questi spazi religiosi differenti comunità si incontrarono senza confondersi.

Cattolici creoli, confraternite, immigrati europei, persone libere di colore e afroamericani costruirono nel tempo proprie forme di memoria funeraria. La cultura Voodoo di New Orleans entrò inevitabilmente in relazione con questi luoghi.

La tomba di Marie Laveau nel St. Louis Cemetery No. 1 divenne il caso più celebre.

Per decenni visitatori hanno tracciato segni sulla struttura, lasciato oggetti, pronunciato richieste e partecipato a un rituale popolare nel quale storia, devozione, turismo ed invenzione risultano ormai difficili da separare. La pratica dei famosi X incisi sulla tomba è stata spesso presentata come antico rito Voodoo, ma gran parte di ciò che vi si è aggregato appartiene a trasformazioni successive della leggenda di Laveau e alla cultura turistica della città.

Il caso è istruttivo.

Una tomba può diventare potente non soltanto perché vi è sepolta una persona, ma perché generazioni di viventi continuano ad attribuire a quella persona una capacità di risposta.

Il culto produce memoria.

La memoria produce pellegrinaggio.

Il pellegrinaggio produce nuove pratiche.

E dopo abbastanza tempo, qualcuno le chiamerà «tradizione antica».

Per questo la storia delle pratiche funerarie richiede particolare prudenza. Un gesto osservato nel 1950 non dimostra che venisse compiuto nel 1850; un costume turistico non è automaticamente una sopravvivenza africana; una leggenda può essere culturalmente importante anche quando non è storicamente antica.

Kongo, acqua e il confine dei mondi

L’influenza centroafricana costituisce uno dei fili più importanti per comprendere la relazione afroamericana con la morte.

Nelle cosmologie kongo studiate dagli antropologi e dagli storici della diaspora, il mondo dei vivi e quello dei morti non sono concepiti come realtà completamente isolate. Immagini legate all’acqua, alla superficie che divide e mette in rapporto, alla croce e al ciclo solare esprimono il passaggio fra condizioni dell’esistenza.

La morte è un attraversamento.

Questa concezione contribuì probabilmente a rendere culturalmente intelligibili, nelle Americhe, pratiche nelle quali gli antenati continuano a essere presenti e i luoghi funerari possiedono una capacità relazionale.

Gli studi archeologici sui cimiteri afroamericani del Sud hanno rilevato analogie significative con tradizioni centroafricane nella disposizione delle tombe, nell’uso di oggetti, conchiglie, recipienti e materiali appartenuti ai defunti. In alcuni contesti gli archeologi hanno trovato sul terreno funerario oggetti che uno sguardo esterno avrebbe potuto classificare semplicemente come rifiuti: stoviglie rotte, bottiglie, contenitori medicinali.

Ma chiamarli rifiuti significa decidere in anticipo che cosa fossero.

Quando un oggetto viene lasciato deliberatamente sulla tomba, la sua rottura può essere parte del significato.

Il valore rituale non coincide con l’integrità commerciale.

Un piatto rotto può essere più appropriato di uno intatto proprio perché non appartiene più completamente al mondo dell’uso quotidiano.

Si deve tuttavia evitare un errore speculare: non ogni bottiglia trovata in un antico cimitero nero è automaticamente un nkisi kongo sopravvissuto in America. Le culture diasporiche creano, dimenticano, reinventano e combinano.

L’Africa costituisce una genealogia.

Non un codice con il quale decifrare meccanicamente ogni oggetto.

I morti nel cristianesimo nero

Il lavoro con i morti potrebbe sembrare incompatibile con una cultura profondamente cristiana.

Storicamente la situazione fu molto più fluida.

Il cristianesimo afroamericano possiede una relazione intensa con la memoria dei defunti. Funerali, cimiteri, sermoni, anniversari e la convinzione che i propri cari continuino a esistere presso Dio non costituiscono elementi marginali.

All’interno del Hoodoo, Bibbia e lavoro con i morti possono quindi trovarsi nello stesso universo senza essere percepiti necessariamente come contraddittori.

Un conjurer può pregare il Dio cristiano e contemporaneamente chiedere assistenza a un defunto.

La gerarchia teologica può variare: per alcuni il potere deriva in ultima analisi da Dio; il morto è un intermediario o un collaboratore. Per altri la relazione ancestrale possiede una maggiore autonomia.

Le chiese ufficiali hanno spesso condannato il Conjure come superstizione o opera demoniaca, ma la vita religiosa concreta non ha sempre rispettato questa divisione.

Una persona poteva frequentare la chiesa la domenica e consultare un root doctor durante la settimana.

Poteva recitare un Salmo mentre portava un mojo contenente terra di tomba.

La contraddizione appare assoluta soltanto se si suppone che il cristianesimo vissuto coincida perfettamente con la teologia normativa.

Raramente accade.

Psicologia del morto che rimane

La psicologia contemporanea dispone di strumenti utili per comprendere almeno una parte di queste pratiche.

Per molto tempo le teorie occidentali del lutto hanno insistito sull’idea che il processo sano comportasse una progressiva separazione dal defunto. La psicologia più recente ha riconosciuto invece l’importanza dei continuing bonds, i legami continuativi: molte persone non «lasciano andare» completamente chi è morto, ma riorganizzano interiormente la relazione.

Parlano mentalmente con il defunto.

Conservano oggetti.

Visitano tombe.

Chiedono consiglio immaginando ciò che quella persona avrebbe detto.

Questo permette di osservare la relazione Hoodoo con gli antenati senza liquidarla immediatamente come patologia o superstizione.

Il punto di separazione arriva quando la tradizione attribuisce al morto una agency oggettiva.

La psicologia può dire che il dialogo con un antenato permette alla persona di accedere a memorie, valori e rappresentazioni interiorizzate.

Il praticante può dire che l’antenato ha risposto.

Non sono la stessa affermazione.

La prima appartiene a un modello psicologico.

La seconda appartiene a una cosmologia religiosa.

Un lavoro serio sull’esoterismo deve poterle collocare una accanto all’altra senza costringere la seconda a diventare semplicemente la versione ingenua della prima.

La psicologia spiega alcuni effetti.

Non possiede automaticamente il diritto di definire la natura ultima dell’esperienza.

Il morto commerciale

Nel corso del Novecento anche la terra di cimitero entrò nel mercato delle forniture spirituali.

Il passaggio è quasi paradossale.

Un materiale il cui significato tradizionale può dipendere dall’identità del morto, dalla relazione con la tomba e dal modo in cui viene ottenuto comincia a essere venduto in contenitori anonimi con un’etichetta.

Hyatt raccolse ad Algiers, in Louisiana, persino una testimonianza secondo cui la «graveyard dirt» poteva essere acquistata in un drugstore, prova di quanto presto il commercio spirituale abbia iniziato a riprodurre industrialmente materiali tradizionalmente legati a luoghi specifici.

Il problema concettuale è evidente.

Che cosa significa acquistare terra di cimitero quando non si conosce il morto?

La risposta dipende dalla trasformazione stessa del Hoodoo commerciale. Il prodotto non rappresenta più necessariamente una relazione con un defunto specifico; rappresenta la categoria «graveyard».

La funzione si sposta dalla persona al nome della merce.

È lo stesso processo osservato per High John, mojo bags, oli e polveri: una pratica locale e relazionale deve diventare riproducibile per poter essere venduta a distanza.

Nascono così sostituti.

Prodotti commerciali chiamati graveyard dirt non contengono necessariamente terra proveniente da una tomba e possono essere composti da polveri, erbe e altri materiali. Dal punto di vista del commerciante questo risolve problemi pratici ed etici; dal punto di vista storico mostra quanto il nome dell’ingrediente sia diventato indipendente dalla sua origine.

Nel mercato esoterico contemporaneo le due cose convivono.

Alcuni praticanti insistono sull’utilizzo di terra proveniente da una tomba reale e sull’instaurazione di una relazione con il morto.

Altri utilizzano miscele simboliche.

Altri considerano sufficiente terra raccolta genericamente in un cimitero.

Non esiste un’autorità Hoodoo centrale capace di risolvere la disputa.

Lo storico può però dire una cosa: nelle fonti tradizionali l’identità della tomba e l’atto di rivolgersi al morto sono molto più importanti di quanto lasci immaginare una bottiglietta moderna con scritto graveyard dirt.

Un cimitero non è un magazzino rituale

Il recupero contemporaneo del Hoodoo ha prodotto un interesse crescente per le pratiche di cimitero.

Ha prodotto anche problemi.

Un cimitero è innanzitutto un luogo di sepoltura appartenente ai morti e alle persone che li ricordano. Molti cimiteri afroamericani storici sono inoltre luoghi vulnerabili, spesso già danneggiati da abbandono, sviluppo urbano, vandalismo e cancellazione documentaria.

Entrarvi alla ricerca di materiali rituali senza alcuna relazione con chi vi è sepolto può riprodurre esattamente l’opposto della logica tradizionale che si pretende di seguire.

Il problema non è soltanto legale.

È esoterico.

Se il morto è davvero una persona con la quale si instaura una relazione, la sua tomba non può contemporaneamente essere trattata come un deposito gratuito di ingredienti.

La stessa idea del pagamento attestata nelle fonti implica che prendere non sia neutro.

Le comunità contemporanee che lavorano seriamente con antenati e morti hanno sviluppato risposte differenti: alcune limitano la pratica alle tombe familiari, altre richiedono forme di consenso spirituale, altre utilizzano materiali simbolici o terra proveniente da luoghi che possono essere frequentati legittimamente.

Questi sviluppi moderni non devono essere retroproiettati sul passato, ma mostrano un problema reale: la continuità di una tradizione non consiste nel ripetere meccanicamente ogni gesto documentato in un libro del 1930.

Significa comprenderne la logica.

E la logica, nel caso dei morti, comincia dal riconoscimento della relazione.

Non tutto ciò che riposa deve essere chiamato

La cultura popolare ama il morto che risponde.

Il Hoodoo storico conosce invece anche la prudenza.

La morte non rende automaticamente benevolo nessuno.

Un individuo difficile in vita non diventa necessariamente un antenato sapiente per il semplice fatto di essere sepolto. La differenza fra antenati, morti familiari, spiriti sconosciuti e persone scelte per caratteristiche particolari implica anche differenti gradi di rischio e confidenza.

Questo aspetto è importante perché il moderno discorso spirituale tende spesso a idealizzare gli antenati.

Le famiglie reali non sono costituite soltanto da persone virtuose.

La memoria genealogica può contenere violenza, abbandono, conflitti e traumi.

Alcune pratiche contemporanee distinguono perciò fra «antenati benevoli» e generico insieme dei morti di famiglia, una distinzione terminologica recente ma fondata su una difficoltà antica: la parentela non garantisce la bontà.

Il Hoodoo tradizionale possiede una soluzione meno sentimentale.

Il morto viene valutato anche attraverso ciò che era.

La sua storia conta.

È lo stesso principio che rende significativa la scelta della tomba.

La morte non cancella la biografia.

La rende, semmai, l’unica cosa rimasta attraverso cui i vivi possono decidere con chi hanno a che fare.

Ciò che una tomba trattiene

Tutte le pratiche esaminate in questa pagina sembrano ruotare attorno alla terra, ma la terra è soltanto il punto in cui diventano visibili.

Sotto di essa c’è una concezione molto più radicale.

Una persona non coincide completamente con il proprio corpo, ma non viene neppure separata completamente dai luoghi, dagli oggetti e dalle relazioni che ha attraversato.

Il capello mantiene un legame.

L’indumento mantiene un legame.

Il nome mantiene un legame.

La tomba mantiene un legame.

E se il mondo dei vivi e quello dei morti non sono assolutamente impermeabili, questi legami possono essere percorsi.

Il cimitero diventa allora uno spazio nel quale la memoria e l’operazione magica si toccano.

Si va per ricordare.

Si va per chiedere.

Si va, nelle forme più dure del Conjure, per ottenere qualcosa che possa essere rivolto contro qualcuno.

Si va per proteggersi.

Si va perché il morto appartiene alla famiglia.

Si va perché la persona lì sepolta possiede precisamente la qualità necessaria.

Non tutte queste azioni sono equivalenti e non appartengono necessariamente agli stessi praticanti.

Ciò che le tiene insieme è il rifiuto di considerare il morto completamente assente.

La moderna cultura occidentale tende a organizzare il cimitero attraverso una strana contraddizione: vi conserva i corpi e contemporaneamente parla come se chi vi è sepolto non fosse più in alcun senso presente.

Il Conjure non accetta necessariamente questa separazione.

Per questo la terra presa da una tomba non diventa potente nel momento in cui entra in un mojo.

Era già legata a qualcuno prima che una mano la toccasse.

La moneta lasciata al suo posto serve precisamente a ricordarlo.

Torna in alto