Mojo hands e nation sacks
Oggetti di potere, corpi custoditi e materia operativa nel Conjure afroamericano
La borsa non dovrebbe attirare lo sguardo. Può stare in una tasca, legata sotto gli abiti, nascosta vicino al corpo; a volte è poco più grande di ciò che contiene. Dentro, però, cose che sulla tavola sembrerebbero estranee l’una all’altra sono state costrette a diventare una sola cosa: una radice, una moneta, un frammento minerale, forse capelli o un pezzo di carta ripiegato, talvolta terra raccolta in un luogo preciso. Il nodo chiude il tessuto, ma non conclude il lavoro. Da quel momento l’oggetto viene portato, custodito, talvolta inumidito, pregato, mantenuto lontano dagli occhi e dalle mani sbagliate. Nel linguaggio del Conjure si potrebbe dire che la hand è stata fixed: non è più semplicemente un sacchetto pieno di ingredienti.
Pochi oggetti sono diventati altrettanto rappresentativi dell’Hoodoo afroamericano quanto il mojo hand. La sua notorietà, alimentata dal blues e successivamente dalla cultura popolare, ha però prodotto un singolare effetto di semplificazione. Oggi il termine viene spesso applicato a qualsiasi sacchetto contenente erbe o talismani, come se il mojo fosse una forma generica della magia universale, sostanzialmente intercambiabile con il sachet della stregoneria europea, il gris-gris della Louisiana, una medicine bag nativa americana o qualsiasi altro involucro rituale. La documentazione storica racconta qualcosa di più preciso e, nello stesso tempo, più difficile da rinchiudere in una definizione.
Il mojo hand appartiene al vasto complesso del Conjure, Hoodoo e Rootwork elaborato dagli afroamericani negli Stati Uniti. È un oggetto composito preparato per una persona o una condizione specifica e destinato a concentrare, accompagnare e mantenere un lavoro spirituale. Può servire alla protezione, alla fortuna, all’amore, alla prosperità, al gioco, alla salute, alla difesa, alla giustizia, alla capacità di influire su una situazione o, nelle forme aggressive della tradizione, a esercitare pressione su un’altra persona. La struttura materiale varia profondamente: radici, erbe, minerali, monete, ossa, frammenti animali, terra, oggetti trovati, scritti e materiali appartenuti alla persona interessata possono entrare nella composizione. Le testimonianze raccolte fra Ottocento e Novecento mostrano precisamente questa varietà e rendono insostenibile l’idea di una ricetta unica del mojo.
Persino il nome cambia. Mojo, mojo hand, conjure bag, root bag, lucky hand, toby, trick bag e altri termini possono designare oggetti apparentati, ma la distribuzione delle parole è regionale e storica, e non ogni informatore le avrebbe considerate perfettamente equivalenti. Gris-gris appartiene soprattutto alla storia della Louisiana e del Golfo, mentre nation sack emerge con forza dalla documentazione del Mid-South, in particolare da Memphis. Mettere tutte queste parole in una colonna di sinonimi è comodo per un catalogo commerciale, molto meno per ricostruire la tradizione.
Anche l’etimologia di mojo è meno sicura di quanto talvolta venga affermato. La parola viene spesso collegata a termini dell’area linguistica kongo riferiti alla vita, allo spirito o alla forza vitale, e questa ipotesi si accorda con le evidenti analogie fra alcuni oggetti del Conjure afroamericano e le tecnologie rituali dell’Africa centro-occidentale. Ma una somiglianza linguistica plausibile non autorizza a ricostruire una genealogia lineare dove le fonti non la consentono. È più prudente riconoscere un campo di continuità africana che comprende concezioni della materia spiritualmente efficace, contenitori consacrati, sostanze investite di funzione, rapporto con gli antenati e specialisti capaci di «fissare» oggetti, senza trasformare il mojo americano nella semplice copia di un singolo oggetto africano.
Una mano che non è soltanto un talismano
La parola hand è rivelatrice proprio perché rimane ambigua. Nel linguaggio del Conjure può indicare il sacchetto stesso, ma il termine evoca contemporaneamente capacità, possesso, azione e, nel contesto del gioco, la mano di carte. Non è possibile dimostrare che una sola di queste associazioni ne costituisca l’origine. È però significativo che il mojo venga pensato meno come gioiello da contemplare che come qualcosa capace di «lavorare».
Qui appare una differenza fondamentale rispetto alla moderna idea di amuleto. Un amuleto viene facilmente immaginato come un oggetto che possiede una qualità protettiva relativamente stabile: lo si compra, lo si indossa, il suo significato è già incorporato nella forma. La hand tradizionale è molto più processuale. Può essere preparata da un rootworker per una persona determinata, attraverso materiali scelti in relazione al problema, assemblati e resi operativi mediante preghiere, parole, gesti e trattamenti. Una parte della documentazione parla esplicitamente di fixing, termine quasi impossibile da tradurre senza impoverirlo: significa preparare, sistemare, predisporre, ma anche vincolare una materia a un’intenzione operativa.
Ciò che viene messo dentro non è dunque un assortimento di simboli decorativi. La radice porta una qualità propria; il minerale un comportamento fisico o una reputazione rituale; la moneta introduce il denaro come materia reale, non semplicemente come sua rappresentazione; la terra conserva il rapporto con il luogo dal quale proviene. Quando entrano capelli, unghie, pezzi di tessuto o altri materiali corporei e personali, la logica è ancora più evidente: il lavoro non è genericamente rivolto «all’amore» o «alla fortuna», ma viene collegato a un individuo preciso.
Nella terminologia contemporanea questi elementi vengono spesso chiamati personal concerns. Il nome moderno non deve far credere che il principio sia moderno. L’impiego di capelli, unghie, indumenti e altre tracce personali è ampiamente documentato nel Conjure storico. Il meccanismo è quello che gli studiosi della magia comparata chiamerebbero contagio: ciò che è appartenuto alla persona continua a mantenerne la relazione. Dal punto di vista religioso ed esoterico del praticante, però, non si tratta necessariamente di una teoria astratta. Il capello non simboleggia la persona; è stato parte della persona. Questa differenza modifica radicalmente la concezione dell’oggetto.
Il contenitore raccoglie quindi cose che possiedono relazioni differenti e le costringe a convivere. È forse questa la qualità più propriamente esoterica del mojo. Il potere non dipende da un singolo ingrediente miracoloso, ma dalla configurazione. Una radice associata alla forza personale può essere accostata a una moneta per la prosperità, a qualcosa proveniente dal destinatario e a una preghiera appropriata. Il rootworker non crea semplicemente una somma di ingredienti: costruisce un piccolo sistema.
Da questo punto di vista l’accostamento con alcuni minkisi dell’area kongo è storicamente e concettualmente importante. Anche lì materiali differenti potevano essere riuniti in un contenitore e attivati da uno specialista affinché svolgessero una determinata funzione. La diaspora non conservò queste pratiche in una forma immobile. L’ambiente nordamericano impose nuove piante, nuovi oggetti, nuovi sistemi religiosi e nuove necessità. Le tradizioni africane incontrarono il cristianesimo, conoscenze botaniche indigene, folklore europeo e condizioni sociali prodotte dalla schiavitù. Il mojo deve essere collocato dentro questa trasformazione: continuità africana, certamente, ma continuità capace di ricostruirsi con materiali americani. Gli studi sul Conjure considerano proprio questa capacità di ricombinazione una delle sue caratteristiche decisive.
La storia della schiavitù conferisce a questi oggetti una densità che la moderna estetica occultistica tende a cancellare. Le testimonianze di ex schiavi raccolte nel Novecento descrivono charm portati sotto gli abiti e sacchetti contenenti materiali estremamente diversi. In alcuni casi servivano a difendersi da nemici e maltrattamenti; in altri a contrastare un lavoro ritenuto ostile, ottenere fortuna o esercitare influenza. L’occultamento non era dunque soltanto una prescrizione rituale. In una società nella quale un padrone poteva perquisire il corpo di una persona schiavizzata e interpretare un charm come segno di insubordinazione, nascondere l’oggetto possedeva anche una necessità brutalmente concreta.
Questa doppia natura, spirituale e politica, accompagna buona parte della storia del Conjure. Un mojo di protezione portato da una persona libera del Novecento e uno portato da uno schiavo non sono la stessa cosa, anche se possono condividere materiali o strutture rituali. La condizione storica determina il significato del bisogno al quale l’oggetto risponde.
Fissare, nutrire, portare
Un mojo non diventava necessariamente operativo nel momento in cui l’ultimo ingrediente entrava nel sacchetto. Le testimonianze parlano di preghiere, parole pronunciate, fumigazioni, contatto con liquidi e altre procedure attraverso le quali il lavoro veniva stabilito. Ancora una volta non esiste una liturgia universale. La pratica cambia secondo regione, periodo, famiglia e rootworker.
Particolarmente interessante è l’idea che una hand debba essere mantenuta. Diverse fonti descrivono charm o sacchetti trattati periodicamente con whiskey, altri alcolici, profumi o sostanze considerate appropriate. Già nelle testimonianze ottocentesche e novecentesche l’applicazione di liquore agli oggetti di Conjure è documentata; Mary Alicia Owen osservò alla fine dell’Ottocento un conjurer che trattava un charm con whiskey, mentre nelle raccolte successive di Harry Middleton Hyatt ricorre esplicitamente l’idea che il liquido possa «feed», nutrire, il lavoro.
La parola feed non dovrebbe essere liquidata come semplice metafora folklorica. Nella lettura religiosa ed esoterica della tradizione, alcune hands vengono trattate come realtà dotate di una presenza operativa che deve essere mantenuta. Il rapporto può assumere quasi la forma di una reciprocità: l’oggetto lavora per il portatore e il portatore si prende cura dell’oggetto. Parlare con il mojo, pregare su di esso, tenerlo vicino e rinnovarne periodicamente il trattamento appartiene a questa logica.
Non tutte le testimonianze, tuttavia, descrivono il mojo come un essere autonomamente vivente, e sarebbe scorretto trasformare questa interpretazione in dogma. Nel Conjure non esiste un’autorità centrale che stabilisca una metafisica ufficiale. Per alcuni praticanti la hand può essere considerata effettivamente abitata o animata; per altri il linguaggio della vita indica la potenza del lavoro fissato al suo interno; altri ancora possono concepirla soprattutto come un supporto consacrato attraverso il quale agiscono Dio, gli spiriti o determinate forze. La varietà delle spiegazioni non indebolisce la tradizione: rivela la sua natura non sistematica e prevalentemente trasmessa attraverso esperienza, famiglia e pratica.
Anche il rapporto con il corpo è importante. Molti mojos venivano portati addosso e spesso nascosti. Tasche, indumenti e posizioni vicine alla pelle compaiono nelle testimonianze; altri lavori potevano essere collocati in casa o in un punto specifico anziché essere continuamente indossati. La regola popolare secondo cui «nessuno deve vedere un mojo» è troppo assoluta, ma contiene un nucleo documentabile: segretezza e controllo dell’accesso sono frequentemente considerati importanti.
L’oggetto segreto possiede un vantaggio che non è soltanto magico. Nessun osservatore può sapere esattamente cosa contiene, come sia stato preparato o quale sia il suo scopo. Il potere del rootworker rimane in parte nella conoscenza della composizione. In un sistema trasmesso spesso oralmente, il segreto protegge sia il lavoro sia il sapere.
Da un punto di vista psicologico contemporaneo, portare un oggetto nascosto vicino al corpo può essere interpretato come una forma di continuità dell’intenzione: ciò per cui il lavoro è stato preparato accompagna letteralmente l’individuo attraverso gli spazi della vita quotidiana. Il sacchetto diventa un punto costante di attenzione, una presenza tattile capace di rafforzare determinazione, sicurezza o percezione di protezione. Questa lettura può spiegare una componente dell’esperienza, ma non può sostituire la spiegazione religiosa. Il praticante storico non doveva credere che il mojo funzionasse perché gli ricordava psicologicamente il proprio obiettivo. Credeva, nelle forme più esplicite della tradizione, che qualcosa stesse realmente lavorando.
È precisamente questa distanza fra spiegazione interna ed esterna che deve essere preservata. La psicologia può descrivere gli effetti dell’oggetto sul portatore; non può decidere al posto della tradizione che cosa l’oggetto sia.
Il nation sack: una borsa da donna, un segreto alla vita
Il nation sack rende ancora più evidente quanto sia pericoloso trasformare il vocabolario del Conjure in un sistema uniforme. Nei negozi esoterici contemporanei viene spesso presentato come una variante del mojo bag destinata esclusivamente all’amore e al dominio sessuale. Le testimonianze storiche sono più interessanti.
Harry Middleton Hyatt, che fra gli anni Trenta e Quaranta raccolse migliaia di interviste sulle pratiche di Hoodoo, registrò il termine soprattutto nell’area di Memphis. Nei suoi materiali annotò che nation sack era ben conosciuto a Memphis, meno a New Orleans e Mobile e non utilizzato con quel nome nelle aree costiere orientali da lui indagate. Una delle testimonianze più semplici descrive piccole borse portate alla vita dalle donne, nelle quali venivano conservati denaro e «lucky stuff», oggetti di fortuna. Altre interviste attribuiscono alla borsa funzioni di protezione, prosperità e controllo delle relazioni.
Questo dato è particolarmente importante in una sezione dedicata a Louisiana Voodoo e Hoodoo. Il nation sack appartiene senza dubbio alla più ampia cultura afroamericana del Conjure meridionale ed è collegato al mondo del Mississippi e delle città fluviali, ma non dovrebbe essere presentato come un oggetto tipicamente nato a New Orleans. Le fonti di Hyatt suggeriscono piuttosto un centro di diffusione particolarmente forte a Memphis. New Orleans conosceva sacchetti, gris-gris, charms e molte altre forme di materia portatile; il nome nation sack era semplicemente meno caratteristico della città.
La borsa veniva associata soprattutto alle donne e poteva essere portata legata alla vita, sotto la gonna e fuori dalla vista. In almeno una delle testimonianze raccolte da Hyatt la proibizione per gli uomini di toccarla appare esplicita. Sarebbe però eccessivo trasformare questa singola regola in un comandamento universale del Hoodoo. Il materiale folklorico indica piuttosto un oggetto fortemente femminile, protetto dalla curiosità maschile e inserito nella sfera intima della proprietaria.
La sua posizione sul corpo non è secondaria. La vita, l’area inferiore del torso e la vicinanza agli organi sessuali crearono inevitabilmente associazioni con sessualità, fertilità e controllo amoroso, ma il nation sack poteva contenere anche denaro. È proprio questa compresenza a renderlo più interessante di un semplice «sacchetto d’amore». Corpo, economia e relazione sentimentale occupavano lo stesso piccolo spazio nascosto.
Le composizioni riportate dalle fonti variano. Monete e oggetti fortunati sono documentati; in contesti di lavoro amoroso potevano entrare capelli, frammenti personali o materiali legati all’uomo sul quale si intendeva esercitare un’influenza. Alcune testimonianze raccolte da Hyatt mostrano ingredienti destinati a trattenere qualcuno in casa o impedire che se ne andasse; altre parlano esplicitamente di fortuna e protezione. La formula moderna secondo cui il nation sack «serve a mantenere fedele un uomo» coglie dunque un uso reale, ma restringe artificialmente un oggetto più complesso.
L’origine del nome rimane incerta. Sono state proposte spiegazioni differenti: collegamenti alla parola nation, interpretazioni dialettali, ipotesi secondo le quali Hyatt avrebbe trascritto erroneamente una forma diversa e altre etimologie ancora. Nessuna gode di una dimostrazione conclusiva. È importante ricordarlo perché internet tende a trasformare rapidamente una congettura etimologica in un fatto storico. Hyatt trascrive ripetutamente nation sack e i suoi informatori sembrano riconoscere il termine; questo è ciò che possiamo affermare con sicurezza. Stabilire da dove provenisse originariamente la parola è un’altra questione.
Il nation sack entra anche nella storia del blues. Robert Johnson lo menziona in Come On in My Kitchen, registrata nel 1936, facendo riferimento al denaro contenuto nella borsa di una donna. Il verso è diventato una delle attestazioni culturali più celebri dell’oggetto, ma proprio la sua notorietà ha favorito interpretazioni fantasiose. Ascoltato alla luce delle testimonianze contemporanee di Memphis, il riferimento non richiede alcun mistero particolare: il pubblico afroamericano regionale poteva conoscere benissimo una borsa femminile nascosta contenente monete e oggetti di fortuna.
Il blues conserva molti di questi frammenti di Conjure. Mojo, John the Conqueror, Hoodoo women, fortune tellers, roots e charms attraversano testi che non avevano bisogno di spiegare ogni riferimento al loro pubblico originario. Quando quelle canzoni entrarono nel mercato musicale nazionale e poi internazionale, le parole sopravvissero più facilmente dei contesti. Mojo finì così per significare fascino personale, potenza sessuale, talento o misteriosa capacità di ottenere ciò che si vuole. Era già cominciata la trasformazione di un oggetto rituale in metafora culturale.
Nel nation sack, tuttavia, rimane particolarmente visibile una dimensione femminile che ha attirato l’attenzione degli studiosi contemporanei. Teresa N. Washington lo ha interpretato all’interno delle continuità spirituali africane e dell’autonomia delle donne nere, leggendo la piccola borsa come uno spazio nel quale corpo, memoria, risorse materiali e potere personale potevano essere custoditi insieme. È una lettura teorica, non una spiegazione pronunciata necessariamente dalle donne intervistate da Hyatt, e deve quindi essere distinta dai fatti folklorici documentati. Possiede però una notevole forza interpretativa.
Per una donna nera nel Sud fra Ottocento e primo Novecento, il controllo del denaro, della sessualità e della stabilità della relazione non era un problema astratto. La precarietà economica, la discriminazione, la violenza maschile e le limitazioni dell’autonomia giuridica rendevano queste questioni materiali. Una piccola borsa che custodiva contemporaneamente monete, oggetti personali e mezzi spirituali di influenza stava esattamente dove il mondo esterno aveva maggiore difficoltà ad arrivare: sotto gli abiti, vicino al corpo, controllata dalla proprietaria.
Una lettura psicologica potrebbe vedere in questo oggetto una forma tangibile di agency, ossia della capacità di percepirsi come soggetto attivo anziché esclusivamente come destinatario delle decisioni altrui. Ma anche qui la spiegazione non deve diventare riduttiva. La donna che custodiva un nation sack non doveva considerarlo un semplice incoraggiamento psicologico. Nella concezione esoterica del Conjure, ciò che vi era stato messo poteva realmente attrarre, trattenere, proteggere o influenzare.
Segretezza, relazione e potere personale
Mojo e nation sack condividono una caratteristica particolarmente significativa: sono oggetti intimi. Non sono generalmente costruiti per la spettacolarità rituale. Non possiedono la monumentalità di un altare né la complessità visibile di una cerimonia pubblica. Il loro ambiente privilegiato è il corpo.
Questa vicinanza produce una forma particolare di magia. Il lavoro non viene eseguito una volta e abbandonato; accompagna il portatore. Attraversa con lui la porta di casa, il luogo di lavoro, una partita a carte, un incontro sentimentale, un tribunale, una strada percepita come pericolosa. Invece di modificare simbolicamente uno spazio esterno, il mojo trasforma il corpo stesso nel punto dal quale il lavoro viene trasportato.
Il sacchetto diventa così una piccola geografia mobile. Al suo interno possono trovarsi una radice proveniente dalla terra, una moneta appartenente al mondo economico, una sostanza funeraria collegata ai morti, un frammento personale legato a un essere umano e una preghiera proveniente dalla Bibbia. Elementi appartenenti a domini differenti vengono compressi in pochi centimetri di stoffa e portati dalla stessa persona.
La logica non è molto diversa da quella descritta nella pagina dedicata a radici, erbe e minerali: la materia viene scelta perché possiede proprietà, provenienze e relazioni. Nel mojo, però, queste proprietà diventano un insieme chiuso. Il sacchetto non serve soltanto a conservare gli ingredienti. Definisce i confini del lavoro.
Da qui deriva anche il problema del contatto. Numerose pratiche esoteriche attribuiscono importanza alla persona che tocca un oggetto consacrato; nel Hoodoo le prescrizioni variano, ma alcune testimonianze considerano pericoloso o almeno inopportuno che altri manipolino la hand. Nel caso del nation sack, come abbiamo visto, la proibizione poteva diventare specificamente sessuata: l’uomo non avrebbe dovuto mettervi le mani.
In termini esoterici, l’intrusione può essere interpretata come interferenza con una relazione già fissata. In termini sociali, custodire qualcosa che un’altra persona non deve toccare significa stabilire un confine. Le due dimensioni non sono obbligate a escludersi.
È proprio questo intreccio a rendere mojo e nation sack difficili da comprendere attraverso categorie semplici come «superstizione» o «talismano». Sono dispositivi religiosi e magici, ma sono anche oggetti personali; contengono materia, ma organizzano relazioni; possono essere costruiti per uno scopo pragmatico e contemporaneamente incorporare una concezione del mondo nella quale spirito e materia non sono radicalmente separati.
Il mojo comprato e il mojo ricevuto
Il Novecento trasformò profondamente questa tradizione. Con l’espansione delle città, delle migrazioni afroamericane e del commercio di forniture spirituali, radici, oli, incensi, polveri e sacchetti già preparati entrarono in cataloghi e negozi. Il mojo divenne progressivamente un prodotto.
Il fenomeno non può essere liquidato come semplice degenerazione commerciale. Le botteghe permisero a persone ormai lontane dagli ambienti rurali del Sud di acquistare materiali difficili da reperire, mantennero in circolazione nomi e formule e crearono nuove reti della cultura Hoodoo. Nello stesso tempo modificarono la logica stessa della hand.
Un oggetto tradizionalmente preparato per una persona tende, quando entra nel catalogo, a diventare una categoria. Nascono il money mojo, il love mojo, il protection mojo, il gambling mojo. Il cliente non viene più necessariamente osservato dal rootworker, né porta con sé la propria storia e i propri materiali; sceglie un obiettivo da un elenco. La standardizzazione è economicamente inevitabile e ritualmente significativa.
È in questo passaggio che il rosso flanella diventa quasi un’uniforme. Sacchetti rossi sono storicamente documentati e il colore possiede certamente una presenza importante nel Conjure afroamericano, ma non tutti i mojo storici furono fatti di flanella rossa. Le testimonianze descrivono contenitori, tessuti e forme differenti. L’equazione «vero mojo uguale sacchetto rosso» appartiene in buona parte alla canonizzazione commerciale del Novecento.
Lo stesso vale per l’abitudine moderna di assegnare a ogni mojo un numero obbligatorio di ingredienti, una determinata procedura di «attivazione» o una precisa frequenza con cui deve essere nutrito. Numeri e procedure tradizionali esistono, naturalmente, e alcune famiglie o rootworker possono possedere regole molto rigorose. Ciò che le fonti non permettono è trasformare una variante in legge universale.
Il nation sack ha subito una semplificazione ancora più forte. Nel commercio contemporaneo viene frequentemente ricostruito come prodotto standard per «domination», «fidelity» o «keep a man». Le testimonianze di Memphis mostrano invece che poteva essere contemporaneamente borsa del denaro, deposito di oggetti fortunati, protezione e strumento relazionale. Ridurlo alla coercizione amorosa significa leggere una pratica femminile storica attraverso le categorie di un catalogo magico moderno.
Esiste infine una questione culturale più ampia. Hoodoo, Rootwork e Conjure sono tradizioni formatesi dentro la storia afroamericana, e la trasformazione dei loro oggetti in merci spirituali universali ha spesso separato i prodotti dalla comunità che li aveva creati. Nel corso del Novecento operatori commerciali non afroamericani parteciparono attivamente alla produzione e alla vendita di forniture Hoodoo; etichette, cataloghi e pubblicità modificarono nomi, immagini e perfino presunte origini di diversi materiali. L’Hoodoo contemporaneo vive anche dentro questa storia di appropriazione, circolazione e reinvenzione.
Per questo distinguere documentazione storica e pratica moderna non significa stabilire quale delle due sia «vera». Significa sapere quando una cosa compare nelle fonti e quando invece nasce dalla sistematizzazione successiva. Un mojo preparato oggi può essere spiritualmente significativo per chi lo utilizza; non per questo ogni regola insegnata oggi appartiene automaticamente al diciannovesimo secolo.
Rimane, sotto tutte le trasformazioni, un principio sorprendentemente stabile. Il mojo non è veramente definito dalla stoffa. Non lo definisce il colore e neppure una lista canonica di ingredienti. Ciò che ritorna nelle testimonianze è l’idea di qualcosa preparato, composto e reso personale affinché lavori in relazione a una condizione.
Forse è questo che la cultura popolare ha conservato senza comprenderlo del tutto quando ha trasformato mojo in sinonimo di potere personale. Ha dimenticato la radice dentro il sacchetto, la moneta, la preghiera e il nodo; ha però conservato l’idea che possedere il proprio mojo significhi possedere una capacità di agire.
Nel Conjure quella capacità non rimane un’astrazione. Deve avere un corpo. Per questo viene cucita, legata, nascosta e portata addosso.

