C’è un luogo sospeso tra mito e memoria, dove la storia si fa metamorfosi e ogni seme custodisce un segreto.
Lì visse Side (dal greco Σίδη, “melagrana”), ninfa di straordinaria bellezza, nel cui nome troviamo già il presagio del suo destino.
Secondo la leggenda, tramandata in frammenti da fonti minori, Side era una fanciulla la cui avvenenza fece innamorare anche il padre stesso che, accecato da desiderio, tentò di possederla.
Inorridita da quella colpa che stava per compiersi, fuggì; tuttavia, la sua corsa si concluse su un altare, dove invocò gli dèi con grida straziate.
La terra, pietosa, rispose aprendo il suo grembo: il sangue versato germogliò allora in un albero, il melograno (Punica granatum), dalle foglie lucide e i fiori infuocati. Ogni frutto racchiudeva una moltitudine di semi: lacrime raccolte in una scorza dura, promesse di rinascita e simbolo di resistenza.
Dal sangue di Side germogliò il primo melograno, che nei secoli sarebbe diventato pianta simbolo di vita e morte, offerta nuziale e frutto funerario. Allo stesso modo in cui Kore, mangiando i semi dell’oltretomba, si lega al ciclo stagionale della morte e della vita, così Side diventa madre vegetale di un frutto che porta in sé l’ambivalenza della soglia: sangue e nutrimento, ferita e talismano, sacrificio e seme.
Nell’arte antica, la capsula del papavero da oppio e il frutto del melograno presentano forme sorprendentemente simili, tanto che spesso si confondono nei rilievi e sui vasi ellenici.
In alcuni sigilli micenei, la “Dea dei papaveri” reca tre capsule in un gesto di rinascita, mentre in sculture arcaiche la dea Demetra tiene in una mano un covone di grano e nell’altra un oggetto che può essere sia capsula di papavero sia melograno.
Questa sovrapposizione sottolinea l’antico nesso tra fertilità, sonno (o morte simbolica) e rigenerazione, temi legati tanto al papavero — associato al sonno, all’oblio e alle offerte ctonie — quanto al melograno, frutto sacro alla vita femminile e ai misteri dell’oltretomba.
Ogni volta che si apre un melograno si spezza un sigillo: il rosso vivo dei chicchi richiama il mito e lo rinnova. In antichi culti, il primo frutto spaccato non veniva mangiato, ma offerto alle dee ctonie. Ancora oggi si narra che il primo melograno dell’autunno, appeso alla soglia, protegga dal male e renda omaggio alle anime delle donne dal destino violato.
In epoca arcaica il melograno era dono nuziale per augurare fecondità, ma diventava anche frutto funerario sui sepolcri delle vergini morte troppo presto.
I semi, contati come piccole anime, portavano fortuna, ma non andavano sprecati: ogni chicco era goccia del corpo di Side.
Si racconta inoltre che, in notti di luna piena, una voce tra i rami del melograno sussurri verità sul destino delle fanciulle: la voce stessa della ninfa, guida per chi non teme di ascoltare.
Il legno di melograno, duro e denso, veniva scolpito in piccoli oggetti sacri (pettini, spille, figurine votive), che le madri deponevano sotto il letto delle figlie.
Scorza e fiori, nella medicina popolare, fermavano l’eccesso mestruale o ne favorivano il ritorno: Side, custode delle soglie femminili, interveniva ancora a regolare i ritmi del corpo e dell’anima.
Il mito di Side significa dare voce a un archetipo che unisce eros e violenza, ribellione e destino, offrendo la metamorfosi come unica via di salvezza.
Nel gesto antico di aprire un melograno ascoltiamo l’eco di una preghiera spezzata e il potere di una rinascita.
Side e Persefone sono legate da un filo ctonio che unisce due destini di discesa e rinascita: entrambe varcano la soglia dell’Ade, una per fuga, l’altra per rapimento, e in entrambi i casi il melograno è chiave di trasformazione.
Persefone, rapita da Ade, assaggia i semi del melograno e instaura con l’oltretomba un vincolo eterno, divenendo regina degli Inferi e al contempo madre terrena della rinascita primaverile.
Side, fuggita dall’incesto, muore sul sacro altare e il suo sangue germoglia in un albero di melograno: il frutto è la sua carne che si fa seme, promessa di rigenerazione.
In entrambi i miti il melograno rappresenta la soglia tra due mondi:
per Persefone è il cibo che sigilla il suo legame con l’Ade, trasformando un nutrimento in vincolo;
per Side è il frutto che nasce dal sacrificio, trasformando il sangue in vita vegetale.
Così, ogni chicco racchiude un doppio riscatto — di chi osa attraversare la morte e di chi, nel dolore, trova forza per germogliare. Questo comune “cibo degli Inferi” ci insegna che il mito non è separazione, ma un unico ciclo di morte e rinascita:
nel gesto di cogliere un melograno o di assaggiare un suo seme, onoriamo Side e Persefone insieme, custodi di una saggezza che insegna a trasformare la ferita in seme di vita.
Come Side si fa melograno e Kore si fa semi, così noi, con il frutto tra le mani, possiamo imparare che il dolore può essere grembo di rinnovamento e nuova vita.
Fabio Bortesi

