L’aquila cammina in giardino accanto al sognatore, docile come un animale domestico. È grande, possente, ammirata da tutti; le ali, però, non le servono. Pier Francesco Grasselli racconta questo sogno nella premessa del suo libro e riconosce nel rapace il proprio pensiero: una facoltà predisposta al volo che ha imparato a muoversi rasoterra. L’immagine contiene già una domanda scomoda. Quanto delle nostre possibilità rimane inutilizzato perché abbiamo scambiato un’abitudine per una necessità? E quanto siamo disposti a mettere in discussione, prima che il desiderio di conoscere cominci a compromettere la tranquillità delle nostre certezze?
Il Nuovo Tempo, il Nuovo Paradigma. E come adottarlo, pubblicato da OM Edizioni, nasce da questa inquietudine e la porta molto lontano. Grasselli non si limita a suggerire che una diversa disposizione interiore possa rendere più sopportabile il mondo. La sua tesi è assai più impegnativa: la coscienza non sarebbe soltanto il luogo nel quale la realtà viene percepita, interpretata e ricordata, ma il principio attraverso cui essa si manifesta. Cambiare interiormente significherebbe dunque intervenire non soltanto sul significato degli avvenimenti, ma sugli avvenimenti stessi. Ridurre il libro a un invito all’ottimismo sarebbe un modo garbato di non prenderlo sul serio.
La prima qualità che riconosco a questo lavoro è proprio la disponibilità dell’autore a esporsi. Grasselli non nasconde la provenienza personale delle proprie convinzioni dietro una voce impersonale. Racconta la stanchezza della vita mondana, il ritiro, gli anni di studio e meditazione, la disciplina alimentare e sessuale, le intuizioni che attribuisce al contatto con il Sé superiore. Dichiara inoltre il ruolo delle esperienze psichedeliche rituali nella genesi del volume. La sua scrittura si presenta come il risultato di una ricerca vissuta, nella quale il corpo, le relazioni e le contraddizioni biografiche non sono materiali imbarazzanti da eliminare, ma parte del problema da comprendere. Questo conferisce alle pagine una concretezza che impedisce alla metafisica di rimanere sospesa in un lessico disabitato.
L’immagine decisiva, tuttavia, non è quella dell’aquila. È una gabbia di fili luminosi, percepita durante una cerimonia sciamanica, oltre la quale si estende un cielo infinito. I fili rappresentano i rapporti di causa ed effetto che, secondo l’autore, organizzano e limitano la nostra esperienza. La gabbia prende il nome di Matrice; il cielo indica una possibilità di esistenza non più vincolata a quella struttura. La forza dell’immagine sta nel fatto che la prigione non viene inizialmente descritta come un edificio estraneo nel quale qualcuno ci avrebbe rinchiusi. È fatta del nostro stesso modo di pensare: delle convinzioni attraverso cui abbiamo stabilito che cosa può accadere e che cosa deve essere escluso.
Per comprendere questa proposta bisogna accettare, almeno provvisoriamente, il suo presupposto: l’individuo non coincide con la persona circoscritta che abitualmente ritiene di essere. Al fondo dell’esistenza vi sarebbe un’unica realtà, l’Assoluto, che si sperimenta attraverso innumerevoli prospettive. Grasselli ricorre alla figura di Dio affacciato a una finestra a forma di essere umano: il dramma comincia quando chi guarda dimentica la propria natura e crede di essere soltanto la cornice. L’ego è questa identificazione parziale. La materia, a sua volta, viene intesa come progressiva condensazione dello Spirito, attraverso livelli archetipici, psichici ed energetici. Ne deriva un universo nel quale l’interiorità non è un piccolo compartimento privato: è ciò da cui il mondo prende forma.
Il “Nuovo Tempo” sarebbe la fase nella quale questa relazione diviene più evidente e più accessibile. Il passaggio dall’Era dei Pesci all’Era dell’Acquario viene interpretato come trasformazione della coscienza e delle condizioni stesse dell’esperienza: la materia si rarefarebbe, le sincronicità aumenterebbero e gli stati interiori troverebbero una risposta più rapida nel mondo. Occorre però notare una precisazione essenziale: il Nuovo Paradigma, per Grasselli, non comincia ora a esistere. Avrebbe sempre operato, mentre il funzionamento ordinario della realtà ne costituirebbe un impiego limitato. Nuova sarebbe soprattutto la possibilità di riconoscerlo e utilizzarlo consapevolmente. Il libro propone quindi un risveglio a qualcosa di originario, non soltanto l’attesa di un futuro migliore.
Su questa base Grasselli costruisce una sintesi molto personale. Il linguaggio della tradizione esoterica viene accostato alla sincronicità junghiana, al Transurfing, alla letteratura contemporanea sulla manifestazione e ai messaggi attribuiti a entità canalizzate. Il procedimento cerca soprattutto convergenze. Quando identifica la Matrice con il tonal di Castaneda e il Campo con il nagual, non sta svolgendo una comparazione storica: sta traducendo sistemi diversi nella lingua del proprio modello. È una scelta che amplia le associazioni e favorisce la comprensione intuitiva, ma richiede al lettore di ricordare che una corrispondenza proposta dall’autore non equivale automaticamente a un’identità fra dottrine. L’unità del discorso è quella della sua interpretazione.
Particolarmente riuscito, sul piano della costruzione narrativa, è l’impiego della letteratura. La Prigione di Ferro Nera di Philip K. Dick e il Kylkhor del Leone Rosso di Maria Szepes vengono letti come figure di una creazione che prende il sopravvento sul proprio creatore. Qui il romanzo non serve a rendere più piacevole una spiegazione: offre una forma visibile al problema. Il mondo che ci domina potrebbe essere anche ciò che continuiamo ad alimentare senza riconoscerlo. È uno dei punti nei quali la sensibilità dello scrittore lavora meglio, perché permette al lettore di avvicinarsi al meccanismo immaginandolo, prima ancora di decidere se accettarlo.
Il centro operativo del volume si trova però nella pratica dell’Incorporazione. Grasselli prende le distanze dall’idea che basti desiderare intensamente qualcosa o ripetere una formula positiva per ottenerla. Il Campo, sostiene, risponde alla configurazione complessiva della persona, non alle parole che essa pronuncia mentre intimamente continua a contraddirle. L’Incorporazione consiste nell’assumere lo stato della versione di sé che vive già la condizione desiderata: il suo tono emotivo, il modo di percepire gli ostacoli, di entrare in relazione, di abitare il presente. Non si tratterebbe di attirare un oggetto lontano, ma di diventare compatibili con una possibilità già esistente.
Trovo questa parte fra le più interessanti del libro, soprattutto perché sposta il discorso dalla richiesta alla coerenza. Il desiderio non viene semplicemente condannato: viene interrogato e poi trasformato. Che cosa cambierebbe davvero nel mio modo di vivere se quella possibilità fosse già parte della mia esistenza? La risposta non può rimanere uno slogan. Deve passare dal respiro, dalla postura, dalle scelte minime, dalle reazioni agli imprevisti. Grasselli distingue esplicitamente questa trasformazione dalla recita e invita a riconoscere gli stati emotivi difficili senza assumerli come identità definitive. Il valore della proposta, qui, è nella richiesta di continuità: non un momento eccezionale di entusiasmo, ma un lavoro che deve diventare riconoscibile nella giornata.
Sarebbe tuttavia scorretto convertire queste pagine, per renderle più facilmente accettabili, in un semplice esercizio psicologico. L’autore intende l’Incorporazione come un effettivo spostamento fra configurazioni del Multiverso. Anche la scelta di non fondare più la propria identità sul passato ha, nel suo sistema, una portata ontologica: il futuro prescelto dovrebbe diventare il riferimento dal quale organizzare il presente, perché passato e futuro sarebbero possibilità simultaneamente disponibili. È proprio questa eccedenza rispetto alla crescita personale a rendere il libro stimolante e problematico. Il lettore può riconoscere il valore di un esercizio senza aver per questo dimostrato la cosmologia che dovrebbe spiegarne gli effetti.
La seconda parte insiste sul coinvolgimento dell’intera persona. Meditazione quotidiana, alimentazione ad alta frequenza e trasmutazione dell’energia sessuale costituiscono i tre pilastri dichiarati; il ricordo di sé viene aggiunto come fondamento ulteriore. Queste pratiche, nella prospettiva di Grasselli, preparano il corpo e la coscienza a sostenere un diverso rapporto con il reale. Il ricordo di sé riceve una spiegazione particolarmente concreta: mantenere contemporaneamente la consapevolezza di ciò che accade e della propria presenza mentre vi si partecipa. La domanda non è soltanto che cosa sto guardando, ma dove si trova la mia attenzione mentre guardo. Il problema del risveglio viene così ricondotto a un gesto molto meno spettacolare di una visione, e proprio per questo più difficile da eludere.
Anche su alimentazione e sessualità il discorso contiene distinzioni che meritano di essere conservate. La dieta proposta privilegia il cibo fresco e crudo, ma non impone un vegetarianismo assoluto e ammette la necessità di equilibrio e adattamento individuale. La continenza non viene presentata come obbligo universale di rinuncia, mentre alla sessualità consapevole e affettivamente significativa è riconosciuta una funzione positiva. Rimane una visione fortemente disciplinare, ma non del tutto assimilabile a un rifiuto del corpo. Al contrario, il corpo deve partecipare alla trasformazione: non è sufficiente che la mente dichiari di aver compreso.
La tensione più singolare emerge quando l’appendice relativizza proprio queste pratiche. Esse sarebbero necessarie finché il soggetto rimane dentro la Matrice, ma perderebbero progressivamente la propria indispensabilità una volta riconosciuta la natura della coscienza. La disciplina dovrebbe condurre oltre la dipendenza dalla disciplina. È un passaggio importante, perché impedisce di leggere il volume soltanto come un catalogo di prescrizioni energetiche: il suo orizzonte dichiarato non è diventare custodi sempre più scrupolosi di una riserva di energia, bensì superare la convinzione stessa di essere limitati a quella riserva. Resta naturalmente aperto il problema di riconoscere quando un simile passaggio sia effettivamente avvenuto.
Accanto agli accorgimenti più direttamente esoterici, apprezzo lo spazio riconosciuto allo studio, alla lettura e all’immaginazione. Grasselli non propone un risveglio ottenuto semplicemente smettendo di pensare. Chiede di cambiare il rapporto con il pensiero e di recuperare una facoltà immaginativa attiva. Leggere, costruire interiormente una scena, dare forma a una possibilità sono attività che egli contrappone alla ricezione passiva di immagini già confezionate. Lo studio stesso viene considerato trasformativo, capace di modificare le convinzioni attraverso cui si organizza l’esperienza. In queste pagine il libro trova un equilibrio fecondo fra ricerca e pratica: conoscere non è accumulare un repertorio di parole, ma verificare che cosa quelle parole stanno facendo al nostro modo di vivere.
Con la terza parte, dedicata alle proiezioni, la questione diventa più vertiginosa. Se la realtà è una manifestazione della coscienza, che cosa sono le persone che incontriamo? Grasselli risponde che ciascuno esiste in innumerevoli versioni, delle quali sperimentiamo continuamente una selezione coerente con il nostro assetto interiore. La persona riconoscibile nella continuità di un rapporto sarebbe, in realtà, un susseguirsi di configurazioni. L’autore rifiuta esplicitamente il solipsismo: anche l’altro è un centro di esperienza, che a sua volta incontra una versione di noi. La realtà condivisa diventerebbe così un’intersezione di prospettive creatrici.
È forse il tentativo teorico più ambizioso del volume. Il libero arbitrio verrebbe preservato perché, fra tutte le versioni possibili dell’altro, ve ne sarebbe sempre una che sceglie spontaneamente il comportamento corrispondente alla realtà incontrata. La soluzione possiede una sua coerenza interna, ma lascia una difficoltà che considero decisiva: quanto spazio rimane all’alterità, cioè alla presenza di qualcuno che non sia soltanto ciò che la mia esperienza rende accessibile? Più avanti, quando anche le convinzioni altrui vengono ricondotte alle nostre convinzioni profonde riguardo agli altri, la difficoltà cresce. Il libro sposta progressivamente il problema della relazione verso quello del controllo della propria interiorità. È uno spostamento da esaminare con attenzione, non un dettaglio accessorio della teoria.
La stessa radicalità investe il tempo. Grasselli sostiene che il cambiamento della configurazione presente possa comportare anche differenze nel passato, e porta l’esempio di refusi che apparirebbero nei propri libri in rapporto a un abbassamento dell’energia personale. Precisa di non riferirsi a una diversa attenzione del lettore, ma ad alterazioni reali. Questi episodi rendono impossibile addomesticare il volume attribuendogli soltanto un significato simbolico. Al tempo stesso mostrano quanto sia necessario distinguere l’esperienza raccontata dalla spiegazione che ne viene data: una discrepanza riconosciuta dall’autore costituisce il punto di partenza della sua interpretazione, non una prova sufficiente della possibilità di riscrivere il passato.
Grasselli invita a osservare la risposta della realtà, ma raccomanda anche di non controllarla troppo presto, perché l’attesa ansiosa e il dubbio potrebbero riattivare la condizione che si intende superare. Comprendo la logica interna di questo suggerimento; meno chiaro è il criterio che permetterebbe di riconoscere un limite del metodo. Se l’insuccesso può sempre essere spiegato attraverso una resistenza inconscia o un’Incorporazione incompleta, la verifica rischia di diventare asimmetrica: le conferme appartengono al sistema, le smentite alla preparazione insufficiente del soggetto. Per me questo rimane un problema aperto del libro, non qualcosa che l’intensità della convinzione possa risolvere.
Il problema assume un peso maggiore quando si entra nel territorio della sofferenza. Grasselli racconta di aver collegato un proprio periodo di minore disciplina alla caduta nella quale la madre si ruppe il femore. Dichiara di non voler parlare di colpa, ma di responsabilità. La precisazione va rispettata, tuttavia non elimina il carico implicito nell’associazione. Attribuire alla coscienza un potere pressoché illimitato può restituire un senso di possibilità; può anche indurre a considerarsi responsabili di ciò che accade a chi si ama. Fra queste due conseguenze esiste una distanza che il discorso spirituale dovrebbe attraversare con estrema cautela. Non assumerei l’episodio come una relazione causale dimostrata, né come un modello con cui interpretare le sventure altrui.
Nell’ultima parte la ricerca individuale confluisce in una lettura apocalittica del presente. Gli scandali, il potere economico, le istituzioni e le narrazioni mediatiche vengono inseriti in un conflitto spirituale, nel quale trovano posto anche entità predatorie e presenze extraterrestri. La Matrice acquista così un volto diverso: non è più soltanto una struttura percettiva alimentata dalla coscienza, ma anche un sistema intenzionalmente utilizzato per mantenerla prigioniera. Queste pagine rendono esplicita la componente polemica del volume, e introducono connessioni che vanno riconosciute come interpretazioni dell’autore.
Proprio per questo acquista rilievo il congedo, nel quale Grasselli afferma che la Matrice non va combattuta, ma relativizzata. La liberazione consisterebbe nello smettere di attribuirle un’autorità assoluta e nel recuperare la direzione della propria attenzione. È un finale che riporta il discorso verso il suo nucleo più fecondo: la possibilità di riconoscere i modi in cui partecipiamo alla nostra dipendenza. Rimane però una tensione fra questa indicazione e l’insistenza precedente sulle minacce del sistema. Il libro vuole sottrarre il lettore alla paura, mentre alcune sue pagine gli offrono nuove ragioni per temere. Non è una tensione irrilevante, perché riguarda precisamente l’uso dell’attenzione sul quale l’intera proposta si fonda.
Sul piano della scrittura, il volume alterna racconto autobiografico, esposizione dottrinale, esortazione e riepilogo. La frequenza con cui torna sui concetti favorisce l’assimilazione, ma talvolta rallenta il movimento del pensiero: la ripetizione consolida la tesi più di quanto la approfondisca. Grasselli dà il meglio quando costruisce una scena o mostra una difficoltà nella vita quotidiana. Il lettore avverte una voce riconoscibile, che non si sottrae alle conseguenze di ciò che sostiene. La chiarezza con cui una tesi viene esposta non la rende vera, ma permette almeno di sapere con precisione su che cosa si è chiamati a riflettere.
Nel complesso, considero Il Nuovo Tempo, il Nuovo Paradigma una proposta di metafisica operativa personale, ambiziosa e diseguale. Il suo interesse maggiore non sta nel fornire una spiegazione conclusiva dell’universo, ma nel portare il lettore davanti alle conseguenze di una domanda: che cosa accadrebbe se smettessimo di considerare la coscienza un semplice spettatore? Le pagine sull’Incorporazione, sul ricordo di sé e sull’immaginazione danno a questa domanda una consistenza concreta. Le estensioni alla salute, alla storia personale e all’ordine collettivo ne mostrano invece il peso e i rischi. L’opera merita un confronto che non coincida né con l’adesione automatica né con il rifiuto preventivo; soprattutto, merita che le sue affermazioni vengano considerate nella loro effettiva radicalità.
Questo libro lo consiglierei a chi ha già familiarità con il lavoro interiore e desidera confrontarsi con una visione nella quale meditazione, immaginazione, identità e manifestazione vengono ricondotte a un unico modello. Può interessare in particolare i lettori di esoterismo contemporaneo, chi riflette sulla sincronicità e chi cerca un’esposizione operativa dell’Incorporazione, oltre le formule più semplici del pensiero positivo.
Lo ritengo una lettura utile anche per chi studia i modi in cui la ricerca spirituale personale si intreccia con la critica della modernità, il linguaggio scientifico e le aspettative di trasformazione collettiva. In questo senso il libro offre materia non soltanto a chi condivide le sue premesse, ma anche a chi desidera comprenderne dall’interno la logica, le aspirazioni e le contraddizioni.
