The Witchcraft Magazine

La ghirlanda dei bambini

Tra cronaca e mito si trova La ghirlanda dei bambini. Oggi, amici lettori, vi porterò con me nel buio del primo ventennio del Novecento. Ci troviamo a Radom, in Polonia, durante un freddo dicembre. La storia narrata fino ad oggi sarebbe stata strumentalizzata dai Russi per scopi politici, ma oggi non siamo qui per questo: siamo qui per narrare una storia che da sempre corre di bocca in bocca tra i praticanti slavi e che spiega perché, dopo essersi recati a un incrocio, non ci si debba mai voltare e si debba far ritorno a casa in silenzio.

Ora tutti giù per terra: vi racconto la triste novella.

Nel buio profondo di un gelido dicembre polacco nei primi anni Venti, una coltre di neve ammantava la terra e il vento del nord soffiava con violenza, portando con sé presagi di sciagura. In una squallida catapecchia isolata viveva Marianna Dolińska, una giovane donna di stirpe Rom. Suo marito era stato arrestato e condotto in catene dalle guardie, lasciando Marianna sola nella morsa di un inverno spietato, con la responsabilità di custodire e sfamare i suoi piccoli figli. Ne aveva quattro: il primo, di nove anni, portava il nome del suo papà, Stefan; l'ultima dei quattro aveva soli sei mesi.

Senza legna per riscaldare il focolare e senza neppure una crosta di pane, la donna vagò tra le povere case del circondario elemosinando aiuto. Giunta all'uscio di una dimora, un giovane spietato la derise, consegnandole soltanto la testa cruda di una gallina e ingiungendole di divorarla sul posto come una bestia o di restituirla. Con l'astuzia della disperazione, mentre dalla porta socchiusa giungeva l'invitante profumo di una zuppa calda, Marianna finse di rifiutare esclamando:

«Ecco la tua testa di gallina!».

Lasciò quindi nella mano del giovane soltanto una manciata di terra gelata e fuggì nella notte, stringendo al petto quel misero trofeo insanguinato. Marianna correva, e nella sua testa già pensava a come avrebbe riempito la pancia dei suoi bimbi con quel misero “raccolto”.

Per far ritorno alla propria dimora, la donna fu costretta ad addentrarsi nei meandri di un bosco spettrale. Lì si trovava un antico incrocio — luogo da sempre considerato confine sacro e profano tra il mondo dei vivi e le ombre. Esausta, vinta dalla fame e dalla visione dei propri figli in fin di vita, Marianna sussurrò incautamente le formule d'evocazione apprese dagli antichi della sua stirpe.

Tra le ombre si levò un sussurro maligno:

«Marianna, girati…»

Le leggi arcane imporrebbero di non voltarsi mai indietro a un incrocio, poiché girarsi equivale ad accettare un patto senza garanzie. Ma la mente di Marianna, stremata dal tormento, cedette. Voltando lo sguardo, scorse la testa mozza della gallina riprendere vita tra la neve; il suo becco straziato si apriva pronunciando oscure promesse e profezie di morte.

«Il freddo vi ucciderà, Marianna», profetizzava la testa dell’animale, «la fame vi strazierà. L’inverno è lungo e i mesi peggiori devono ancora arrivare».

Lei si opponeva urlando e contraddicendo quelle parole che, in cuor suo però, sapeva che erano vere. E più si dimenava e inveiva per la rabbia — e per la verità espressa —, più il becco profetizzava sciagure.

All’improvviso una voce senza corpo le parlò. Una voce ancestrale, proveniente da un antico albero di quercia, le offrì un patto nefasto: creature della foresta sarebbero giunte a lei per saziare la fame dei suoi piccoli, ma in cambio ogni animale avrebbe preteso di ascoltare una storia vera di sofferenza morale prima di cadere.

Marianna accettò, offrendo la sua stessa carne all'oscurità.

Tornata verso casa, la dote di quel patto spaventoso cominciò a manifestarsi. Nelle tenebre del bosco, la donna incontrò una volpe, un fagiano e un cinghiale. Ad ogni entità che le si parava innanzi, Marianna narrava vicende spaventose di tradimenti, stregonerie e morti innaturali. Ad ogni storia conclusa, l'animale cadeva privo di vita, pronto per essere portato in dono al focolare domestico.

Infine, apparve una piccola lepre candida dagli occhi privi di pupilla. Sopraffatta dal gelo che le pietrificava le membra e dall'impazienza di sfamare i figli, Marianna spezzò il collo all'animale senza completare il racconto richiesto dal patto.

Il sacrilegio era compiuto. L'accordo con le forze oscure dell'incrocio si infranse rovinosamente.

Invasata da una tragica illusione, Marianna fece ritorno alla sua catapecchia persuasa di recare con sé cibo e salvezza per la sua prole. Ma giunta al letto dei bambini, sotto le coperte trovò unicamente pelli, zampe e resti delle fiere selvagge. Dalle fiamme del focolare sorsero risa di scherno, mentre una voce le ordinava di tornare al grande albero del bosco.

Sotto la luce spietata della luna e della neve immacolata, la donna scorse la verità straziante: tratti in inganno dal delirio demoniaco, i suoi piccoli non erano stati sfamati, bensì condotti dalla madre stessa verso l'alta quercia. Lì pendevano senza vita dai rami, come ghirlande natalizie, vittime incontrollate della follia scatenata dall'aver spezzato la legge dell'incrocio.

Schiacciata dal peso insopportabile del dolore e della colpa, Marianna fu arrestata dalle autorità. Confinata tra le fredde mura di un manicomio giudiziario, continuò a narrare la tremenda verità dell'incrocio e delle entità ascoltate, fino a spegnere lei stessa il proprio soffio vitale, ponendo fine alla tragica leggenda della strega che osò voltarsi indietro.

Luciana Annunziata

Luciana Annunziata

L’autore

Luciana Annunziata

Occultista praticante ed esperta di stregoneria antica, ha consacrato il proprio cammino personale al culto di Ecate e alla Via della Mano Sinistra. La sua ricerca si concentra prevalentemente sull'approccio necromantico, affrontato attraverso uno studio costante e un'intensa pratica esperienziale.
Al centro del suo lavoro spirituale vi è l'esplorazione degli archetipi delle divinità Trine e del concetto di "soglia": un punto di rottura interiore necessario per discendere nelle profondità dell'io e riemergere con rinnovata consapevolezza e discernimento. Sustentata da anni di esperienza, sostiene la visione della strega solitaria come figura autenticamente libera, capace di offrire un aiuto concreto agli altri muovendosi all'interno di un percorso dinamico, imperfetto ma profondamente vivo e pulsante.
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