Nel centro del mio paese, in Macedonia, cresce un acero secolare che nessun registro dello Stato protegge eppure il villaggio lo custodisce da sempre. Un viaggio tra riti di nascita, cimiteri di abeti e sorgenti sacre della tradizione slava.
Nel centro del mio paese, Drazevo, nell'estremo sud-est della Macedonia, cresce un acero secolare. Non è iscritto in nessun registro del Ministero, eppure porta una targa di legno, messa lì dal paese stesso, che lo dichiara rarità naturale protetta. Una protezione che viene dalla consuetudine, non dalla legge. Gli abitanti di Drazevo sono passati da 629 a 234 in quarant'anni il paese si svuota, le case chiudono e l'acero resta l'ultimo custode del villaggio, il marchio protetto di chi è andato via e di chi è rimasto.
Nelle terre della Macedonia, gli alberi non sono mai stati soltanto alberi. Da bambina camminavo nei boschi con mia nonna e mio nonno, e mi insegnavano a non spezzare rami a caso, a non sedermi sotto certe chiome solitarie, a salutare certi tronchi come si saluta qualcuno che si rispetta. Solo molti anni dopo ho compreso che quella non era superstizione. Era memoria.
Nella tradizione slava, l'albero è la tecnologia più antica attraverso cui l'umanità ha cercato di spiegare e contenere il mistero della morte. L'acero di Drazevo non è un'eccezione è l'ultimo esempio visibile di una struttura sacra che attraversa tutta l'Europa slava, dal mare Adriatico alla Siberia.
Nelle terre della Macedonia, gli alberi non sono mai stati soltanto alberi. Da bambina camminavo nei boschi con mia nonna e mio nonno, e mi insegnavano a non spezzare rami a caso, a non sedermi sotto certe chiome solitarie, a salutare certi tronchi come si saluta qualcuno che si rispetta. Solo molti anni dopo ho compreso che quella non era superstizione. Era memoria.
Nella tradizione slava, l'albero è la tecnologia più antica attraverso cui l'umanità ha cercato di spiegare e contenere il mistero della morte. L'acero di Drazevo non è un'eccezione è l'ultimo esempio visibile di una struttura sacra che attraversa tutta l'Europa slava, dal mare Adriatico alla Siberia.
Tra Due Pini
L'epica popolare dei popoli slavi del sud, quella dei serbi, dei bulgari e dei macedoni, ha una formula funebre che si ripete immutata da secoli l'eroe morente chiede di essere seppellito tra due pini. Non sotto una croce, non dentro un muro tra due alberi sempreverdi. L'abete e il pino erano chiamati, senza mezzi termini, «alberi dei morti». I rami lastricavano il sentiero del funerale, le bare erano di abete, e si diceva che piantarne uno troppo vicino a casa trasformasse la casa in un cimitero.
Gli alberi sempreverdi appartenevano all'altro mondo eppure erano gli unici che potevano accompagnare i morti senza esserne contaminati, perché non muoiono mai del tutto. Morte e immortalità nello stesso gesto.
L'epica popolare dei popoli slavi del sud, quella dei serbi, dei bulgari e dei macedoni, ha una formula funebre che si ripete immutata da secoli l'eroe morente chiede di essere seppellito tra due pini. Non sotto una croce, non dentro un muro tra due alberi sempreverdi. L'abete e il pino erano chiamati, senza mezzi termini, «alberi dei morti». I rami lastricavano il sentiero del funerale, le bare erano di abete, e si diceva che piantarne uno troppo vicino a casa trasformasse la casa in un cimitero.
Gli alberi sempreverdi appartenevano all'altro mondo eppure erano gli unici che potevano accompagnare i morti senza esserne contaminati, perché non muoiono mai del tutto. Morte e immortalità nello stesso gesto.
La Sorgente e il Tilio
Nella Macedonia occidentale, vicino al monastero di Sant'Atanasio, cresceva un tilio sotto il quale sgorgava una fonte. Lì si andava a compiere riti di guarigione l'albero e l'acqua insieme, perché nessuno dei due basta da solo. È il principio che attraversa tutta questa tradizione, l'albero è una soglia, ma una soglia ha bisogno di chi la attraversa. Il legno custodisce, l'acqua trasforma.
Nella Macedonia occidentale, vicino al monastero di Sant'Atanasio, cresceva un tilio sotto il quale sgorgava una fonte. Lì si andava a compiere riti di guarigione l'albero e l'acqua insieme, perché nessuno dei due basta da solo. È il principio che attraversa tutta questa tradizione, l'albero è una soglia, ma una soglia ha bisogno di chi la attraversa. Il legno custodisce, l'acqua trasforma.
La Quercia dei Tre Mondi
Guardando più in alto, i popoli slavi descrivevano il mondo intero come una quercia gigantesca: i rami, il cielo, dove siede Perun; il tronco, la terra dei vivi; le radici, il regno dei morti, dove Veles dimora in forma di serpente. Tre piani Yav, quello che vediamo; Prav, quello che dovrebbe essere; Nav, quello che non si vede più, tenuti insieme da un unico sistema nervoso vegetale.
Non un simbolo, una mappa cosmica. I morti non sono altrove. Sono alle radici.
E poi c'è la Betulla, l'albero femminile per eccellenza. Una betulla solitaria in un campo, coi rami che toccano quasi terra, era il segno che uno spirito l'abitava e i vecchi consigliavano di starne alla larga. L'etnografo Dmitry Zelenin, all'inizio del Novecento, documentò la credenza che le donne morte di maltrattamenti si trasformassero in betulle, e che la rusalka vi si posasse tra i rami. Gasparini, nelle sue Questioni di mitologia slava, ha mostrato quanto il culto slavo degli alberi sia intrecciato al culto dei morti e degli antenati, non due religioni, ma una sola.
Un Piccolo Rito
Cosa resta oggi di tutto questo? Per chi lavora con le energie sottili, la struttura. La tradizione slava ci ricorda che la morte non è un'interruzione, ma un passaggio che richiede un contenitore e l'albero è il contenitore originale: riceve l'anima alla nascita, la custodisce dopo la morte.
Se volete lavorare con questa corrente, fatelo semplice. Piantate un albero per chi non c'è più e curatelo come si cura un rapporto, non come un oggetto. Quando incontrate un albero-cimitero, non fotografatelo: fermatevi, appoggiateci la mano, ringraziatelo. E non spezzate rami a caso in un bosco qualcuno, un tempo, vi ha insegnato che non si fa.
Cosa resta oggi di tutto questo? Per chi lavora con le energie sottili, la struttura. La tradizione slava ci ricorda che la morte non è un'interruzione, ma un passaggio che richiede un contenitore e l'albero è il contenitore originale: riceve l'anima alla nascita, la custodisce dopo la morte.
Se volete lavorare con questa corrente, fatelo semplice. Piantate un albero per chi non c'è più e curatelo come si cura un rapporto, non come un oggetto. Quando incontrate un albero-cimitero, non fotografatelo: fermatevi, appoggiateci la mano, ringraziatelo. E non spezzate rami a caso in un bosco qualcuno, un tempo, vi ha insegnato che non si fa.
Il Custode della Soglia
Ed è qui che il mio lavoro si ricongiunge con questa memoria. Il Giver custodisce la soglia, come l'albero custodisce l'anima: offre uno spazio sicuro in cui l'energia bloccata ricomincia a fluire, dove ciò che non serve più viene riconosciuto e lasciato andare non combattuto, non giudicato.
Gli antichi slavi lo sapevano già: non si abbandona un albero. Lo si ascolta, e si lascia che faccia il suo lavoro.
Il corpo muore. Il bosco no.

