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Le Nove Porte e il chassidismo

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Mettere Le Nove Porte in dialogo con il chassidismo è come far conversare un bibliofilo che parla in codice con un mistico che canta la creazione battendo i piedi sul pavimento: due mondi lontani, eppure affacciati sulla stessa voragine metafisica. E più si guarda quella voragine, più ci si accorge che qualche ponte traballante, qualche eco sotterranea, c’è davvero.

La prima connessione nasce dal libro — o meglio, dal Libro che non esiste se non per chi è degno di leggerlo. Nel film di Polanski c’è un manoscritto che non è soltanto un oggetto, ma un passaggio. Chi lo possiede crede di poter forzare un varco verso il soprannaturale; chi lo interpreta sa che il varco è sempre interiore. È esattamente l’ambiguità che attraversa certo pensiero chassidico, dove la Torah non è un contenitore di regole, ma un labirinto in cui l’uomo ritrova se stesso solo se accetta di perdersi. Il libro proibito di Aristide Torchia è, suo malgrado, un fratello oscuro dello sefer chassidico: entrambi chiedono al lettore di guardare oltre le parole, perché ciò che salva o precipita è l’intenzione del cuore, non l’inchiostro.

Poi c’è il tema dell’iniziato che non sa di essere iniziato. Corso, con quel suo cinismo elegante da mercante di rarità, ricorda quei personaggi delle storie chassidiche che inciampano nella rivelazione mentre stanno cercando tutt’altro. Il chassidismo insegna che lo tzaddiq può nascondersi sotto le spoglie più impensate, e soprattutto che il cammino verso il sacro non comincia con la purezza, ma con il dubbio, con il difetto, con la fame. Corso attraversa prove che non sono certo ritualizzate come nella tradizione ebraica, ma la dinamica è affine: ogni passo gli sfila un pezzo di maschera, e ciò che rimane è un uomo che non vuole credere, e proprio per questo è costretto a farlo.

Il terzo punto di contatto è la figura ambigua del male. Nel film, il demonologo di professione non capisce nulla, mentre l’unico a non essere ossessionato dal diavolo finisce per trovarne la soglia. In molte parabole chassidiche il male è un’ombra che non va venerata né temuta: va riconosciuta, perché solo ciò che si riconosce può essere integrato. L’“avversario” è una forza che educa, un’energia di disturbo che costringe l’uomo a svegliarsi. E, in modo distorto e cinematograficamente compresso, Le Nove Porte mette proprio in scena questa pedagogia dell’ombra. Il male non appare come catastrofe, ma come un invito — pericoloso, certo — a guardare ciò che si desidera davvero.

Un’altra risonanza, più sottile, sta nell’importanza dell’immagine come rivelazione. Le illustrazioni del libro, diverse a seconda della copia, funzionano quasi come miniature cabalistiche: non spiegano nulla, alludono a tutto. Sono enigmi che il lettore deve sciogliere non con la logica, ma con quel modo di pensare che il chassidismo chiama devekut, l’adesione interiore, l’attenzione che non separa. Ogni tavola è una domanda rivolta al lettore: “Chi sei quando nessuno ti guarda?”. Nei maestri chassidici la domanda è identica, solo che la scena non è un castello europeo, ma la stanza di uno shtetl, e l’interlocutore è il divino.

La convergenza più sorprendente, infine, è il viaggio come ritorno. In entrambe le tradizioni — quella filmica e quella mistica — il percorso non conduce a un potere, ma a una soglia. Nel chassidismo la soglia è Dio che abita in ogni cosa; nel film è un’arcaicità più vaga, magica, ma sempre di natura trasformativa. Chi arriva alla porta non resta ciò che era. E qui, a voler giocare un po’, potremmo dire che Corso compie un tikkun rovesciato: non aggiusta il mondo, ma aggiusta se stesso, o almeno la crepa per cui stava scivolando fuori dal proprio significato.

Non c’è un rapporto diretto tra i due universi, naturalmente: Polanski non sta dialogando con il Baal Shem Tov. Ma i simboli, quando sono vivi, si cercano sempre. E Le Nove Porte è, in fondo, la storia di un uomo che rincorre un mistero credendo di inseguire un guadagno, e finisce per capire che il guadagno è solo la scorza del mistero — un’intuizione che qualunque maestro chassidico, se gliela raccontassi con un bicchiere di vodka in mano, approverebbe con un sorriso sornione.

addentrarsi nel chassidismo dopo aver attraversato le ombre de Le Nove Porte è un po’ come uscire da una biblioteca incendiata per entrare in una stanza dove qualcuno ha appena acceso una candela. La luce non cancella l’oscurità: la rende leggibile.

Il chassidismo nasce nel XVIII secolo, in un’Europa orientale che non assomigliava affatto alle cartoline romantiche degli shtetl. Era un mondo stanco, affamato, scosso dalle persecuzioni e dalla diffidenza, dove i villaggi ebraici vivevano in equilibrio instabile tra povertà e disperazione. In quel contesto cupo, quasi da noir ante litteram, avviene qualcosa di inatteso: un maestro itinerante comincia a parlare di gioia. E non una gioia ingenua o consolatoria, ma un’energia segreta capace di ribaltare l’inerzia del destino. Quel maestro era Israel ben Eliezer, passato alla storia come Baal Shem Tov, “il Signore del Buon Nome”, e fu l’inizio di un terremoto spirituale.

Il Baal Shem Tov non portò una nuova dottrina, portò un nuovo modo di respirare il mondo. Insegnò che Dio non è chiuso nei libri, né confinato nelle altezze; è un bagliore che pulsa nel profano, nelle crepe, nella vita di ogni giorno. La mistica non era più un privilegio degli studiosi, ma un’esperienza possibile per chiunque avesse un cuore disposto a vibrare. Ecco perché il chassidismo non è tanto una scuola quanto un’atmosfera: un ritorno all’incandescenza del sacro, come se la Torah fosse un testo che non si legge ma si ascolta, e ogni parola fosse una porta, un varco, un respiro.

Il movimento cresce, si ramifica, si complica. I discepoli del Baal Shem Tov, soprattutto Dov Ber di Mezeritch, il Magghid, trasformano quella scintilla in un sistema più articolato, ma senza soffocarla. Dove il fondatore era fuoco, il Magghid è brace: concentra, approfondisce, scolpisce l’idea che l’unità divina sia onnipervasiva e che l’uomo, nel suo piccolo, possa partecipare all’opera della creazione attraverso il tikkun, la riparazione del mondo. È la stessa logica che nel film avremmo attribuito al lettore che decifra le incisioni: la realtà chiede di essere compresa, non dominata.

A questo punto il chassidismo diventa un mosaico di dinastie e personalità. Levi Yitzhak di Berdichev è il poeta del movimento: il suo pensiero è una difesa appassionata dell’uomo, quasi un avvocato celeste che perora la causa dell’umanità davanti a Dio. Ogni sua storia è una carezza a chi si sente indegno; lui vede il sacro nelle sbavature, nelle mancanze, perfino nel peccato. Un approccio che ha il sapore di una redenzione dolce: l’universo non è un tribunale, è un dialogo.

Shneur Zalman di Liadi, fondatore del chassidismo Chabad, porta invece il movimento verso una densità concettuale più netta. Il suo Tanya è una meditazione sul rapporto tra l’anima divina e quella animale, sullo sforzo quotidiano di trasformare la materia in luce. È un pensiero più sistematico, quasi architettonico, ma sempre vibrante. Con lui il chassidismo si fa disciplina, senza perdere la sua vena estatica.

E poi arriva Nachman di Breslov, figura così magnetica che potrebbe tranquillamente essere il protagonista di un romanzo di Arturo Pérez-Reverte. Un mistico tormentato, visionario e intensissimo, per cui la vita è un sentiero che passa attraverso foreste interiori popolate di simboli. Nachman insegna il dialogo con Dio come si parla a un amico, anche nei momenti di disperazione. La sua hitbodedut — la preghiera solitaria — non è altro che un rito di sincerità radicale. È l’eco più vicina a certi itinerari iniziatici: un uomo che parla al divino e intanto scava in se stesso come si scaverebbe nella terra per ritrovare una sorgente.

Mentre questi maestri agiscono, il chassidismo si espande come un canto che contagia villaggi e famiglie. Ogni corte chassidica crea un proprio stile, una propria tavola, un proprio modo di danzare la fede. Ma il centro rimane immutato: la presenza di Dio non è un dogma, è un evento che accade nel cuore. E l’uomo non deve salire verso di Lui, deve accorgersi che non è mai stato lontano.

Alla fine, il chassidrismo è un’arte di vivere il divino nelle imperfezioni. Somiglia a quei riti segreti in cui non conta la formula, conta la disposizione d’animo; non conta la precisione del gesto, conta la fiamma che lo sostiene. Lì, proprio in quell’intensità calma e luminosa, affiora quel filo sotterraneo che può intrecciarsi con altre narrazioni, con altri simboli, persino con un thriller iniziatico europeo in cui le pagine bruciano e le porte restano socchiuse.

Daniele Corsini

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L’autore

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Daniele Corsini è un ricercatore esoterico indipendente e fondatore di The Witchcraft, progetto editoriale e culturale dedicato allo studio delle tradizioni occulte, del simbolismo, della magia e dei sistemi iniziatici occidentali. Il suo lavoro intreccia ricerca storica, interpretazione simbolica e divulgazione narrativa, con l’intento di restituire dignità e profondità al sapere magico contemporaneo, affrontando l’esoterismo non come semplice curiosità, ma come linguaggio vivo del mistero, della trasformazione interiore e del rapporto tra l’uomo e l’invisibile.
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