Alcuni libri raccontano un tema, altri tentano di riaprire una questione. L’India dei Veda e i miti greci. Il comune linguaggio indoeuropeo di Piero Favero appartiene decisamente alla seconda categoria. Non è un manuale introduttivo, non è una monografia tecnica, non è nemmeno una semplice opera di divulgazione comparativa: è un saggio ambizioso che attraversa linguistica, archeologia, storia delle religioni e mitologia con l’intento dichiarato di ricostruire un orizzonte comune, quello indoeuropeo, nel quale India vedica e Grecia antica appaiono non come civiltà isolate, ma come due espressioni differenti di un patrimonio più remoto.
Fin dall’impianto dell’opera si percepisce questa tensione sintetica. Dopo l’introduzione, Favero dedica capitoli cruciali alla “lingua ricostruita” e alla “religione ricostruita”, chiarendo che ogni discorso sulle origini indoeuropee deve partire da un dato metodologico: non possediamo il protoindoeuropeo in forma diretta, ma lo ricostruiamo attraverso il confronto sistematico delle lingue attestate. In queste pagine l’autore mostra il volto più solido del libro. Spiega come funzionano le corrispondenze fonetiche, come si individuano radici comuni, perché la somiglianza riguarda le forme e non necessariamente i significati moderni. Esempi classici come la parentela tra il latino ignis e altre forme affini o tra frater e le sue varianti nelle lingue europee e indoiraniche non vengono usati come slogan, ma come dimostrazione di un metodo.
Questa chiarezza è un punto di forza. In un ambito in cui la parola “indoeuropeo” è stata caricata di equivoci ideologici, ridotta a bandiera o a fantasma, Favero restituisce al lettore la dimensione tecnica e comparativa del problema. Non si tratta di una razza, né di un’entità mitica; si tratta, prima di tutto, di una famiglia linguistica e delle culture che ne hanno espresso le varianti. Il libro insiste su questo punto con una consapevolezza che merita di essere riconosciuta.
Dalla lingua alla storia il passo è inevitabile, e qui il discorso si fa più audace. Favero affronta il tema delle migrazioni e delle teorie sulle origini indoeuropee, passando in rassegna la celebre ipotesi dei Kurgan di Marija Gimbutas, le interpretazioni legate alla cultura Yamnaya, le discussioni sul ruolo del cavallo, del carro da guerra e delle dinamiche pastorali delle steppe pontico-caspiche. La trattazione non è neutra: l’autore prende posizione, problematizza, talvolta contesta modelli che negli ultimi decenni hanno dominato il dibattito. Non si limita a riportare le teorie, ma le mette alla prova, ricordando ad esempio che la genetica, per quanto importante, non coincide automaticamente con identità linguistica e culturale.
È proprio in questo passaggio che emerge la natura del libro: Favero non è uno storico che si accontenta di riassumere il consenso accademico, ma un autore che intende proporre una visione d’insieme, anche a costo di esporsi. La sua critica alla linearità dell’“invasione indoeuropea” e la sua attenzione alle trasformazioni graduali, alle ibridazioni e alle continuità locali mostrano una volontà di sottrarre il fenomeno a narrazioni troppo semplici. Tuttavia, è qui che il lettore più esigente dovrà mantenere uno sguardo vigile: la forza della sintesi comporta inevitabilmente il rischio di ridurre la complessità delle posizioni scientifiche a un confronto tra modelli contrapposti.
Il cuore più suggestivo del libro si trova nel confronto mitologico, ed è qui che l’ambizione di Favero si manifesta in tutta la sua portata. I capitoli dedicati a Indra e Zeus, a Devā e Asura, alla serpe che cinge il mondo, fino alle riflessioni sui Micenei, sugli Achei e sul retroterra egeo, non sono semplici esercizi di parallelismo erudito. L’autore non si limita a mettere in colonna due divinità e a segnalare somiglianze: tenta piuttosto di ricostruire un’architettura simbolica comune, un lessico religioso profondo che precederebbe le differenze storiche e linguistiche delle singole civiltà.
Nel confronto tra Indra e Zeus, ad esempio, non si insiste soltanto sul fatto che entrambi siano dèi celesti o portatori del fulmine. Favero lavora sulla funzione cosmologica: il dio della tempesta non è solo una divinità atmosferica, ma l’agente dell’ordine. In Indra che abbatte Vṛtra, il serpente che trattiene le acque, si manifesta la liberazione delle forze vitali e la restaurazione del ritmo cosmico; in Zeus che sconfigge Tifone o che impone la sua sovranità sugli dèi e sugli uomini, si riflette una dinamica analoga di affermazione dell’ordine contro la minaccia del caos primordiale. Non si tratta, per Favero, di “copie” o di prestiti diretti, ma di variazioni su una stessa matrice: il dio sovrano che stabilisce, con atto violento ma necessario, la misura del mondo.
Il tema della lotta contro il serpente o il drago, che attraversa il Rigveda e la mitologia greca, viene così sottratto alla dimensione folklorica per essere letto come residuo di una cosmologia condivisa. La serpe non è solo un mostro; è la potenza che avvolge, trattiene, comprime. La sua sconfitta non è solo una vittoria eroica, ma un evento fondativo: la creazione di uno spazio abitabile, l’apertura del cielo, il fluire delle acque, la possibilità stessa della storia. In questo senso, la “serpe intorno al mondo” non è un dettaglio narrativo, ma un simbolo assiale che consente di mettere in dialogo l’India vedica con l’Egeo arcaico, e più in generale con l’immaginario indoeuropeo.
Ancora più delicato è il capitolo su Devā e Asura, perché qui il confronto non riguarda soltanto figure divine, ma un sistema di opposizioni teologiche e morali. Favero mostra come, nel mondo vedico, la polarità tra Devā e Asura subisca trasformazioni profonde nel tempo, e invita a considerare le possibili corrispondenze con dinamiche simili nel mondo greco, dove la tensione tra divinità olimpiche e forze arcaiche non è mai del tutto risolta. L’interesse dell’autore non sta tanto nel dichiarare equivalenze rigide, quanto nel far emergere strutture oppositive ricorrenti: luce e oscurità, ordine e ribellione, misura e hybris. Queste coppie non vengono presentate come invenzioni isolate, ma come configurazioni simboliche che potrebbero avere radici comuni in un orizzonte pre-ellenico e pre-vedico.
Le pagine dedicate ai Micenei e agli Achei ampliano ulteriormente la prospettiva. Qui il mito incontra l’archeologia e la storia. Favero suggerisce che il retroterra egeo, lungi dall’essere un’isola autonoma, partecipi di quel più ampio movimento di idee, tecnologie e strutture religiose che attraversano l’area indoeuropea. Il carro da guerra, già discusso nei capitoli precedenti, non è soltanto uno strumento bellico ma un simbolo di rango e di funzione regale; la sua presenza tanto nei testi vedici quanto nel mondo miceneo diventa un segnale di contatto, o quantomeno di appartenenza a un medesimo universo culturale. In questa chiave, il mito non è più soltanto racconto, ma documento indiretto di una memoria condivisa.
Ciò che rende queste sezioni particolarmente efficaci è il tentativo di Favero di evitare sia il riduzionismo sia l’entusiasmo incontrollato. Non afferma che ogni somiglianza sia prova di identità storica, ma insiste sull’idea che alcune strutture simboliche siano troppo specifiche e troppo coerenti per essere liquidate come coincidenze. La sua proposta è quella di leggere il mito come stratificazione: sotto la superficie poetica e locale si depositerebbe un nucleo arcaico che, pur trasformato, conserva tratti riconoscibili.
Naturalmente, un’operazione di questo tipo comporta dei rischi. La mitologia comparata è un terreno scivoloso, dove la tentazione di vedere ovunque “tracce comuni” può portare a forzature. Favero cammina su questo crinale con un certo coraggio, talvolta spingendosi oltre la prudenza accademica. Ma è proprio questa audacia a dare al libro la sua energia: il lettore non assiste a un catalogo di paralleli, bensì a un tentativo di ricostruire un paesaggio simbolico unitario, nel quale Grecia e India non sono poli lontani, ma due prospettive su un medesimo cielo.
Il confronto mitologico rappresenta la parte più viva e identitaria dell’opera. Favero dimostra che il mito, lungi dall’essere una narrazione arbitraria, può diventare uno strumento di indagine sulle profondità culturali dell’Europa e dell’India antica. E se la ricostruzione proposta non pretende di essere definitiva, ha comunque il merito di restituire alla comparazione il suo carattere originario: non l’accostamento superficiale, ma la ricerca di una grammatica comune del sacro.
Un elemento ulteriore, che attraversa l’opera, è la riflessione sullo sguardo occidentale. Favero dedica pagine significative al modo in cui l’India è stata interpretata, idealizzata o ridotta a cliché spirituale; affronta il tema delle caste, delle letture coloniali, del rapporto tra religione e filosofia. In questi passaggi il libro assume un tono più polemico e contemporaneo, quasi a ricordare che la ricostruzione del passato non è mai neutra, ma si inserisce in un contesto culturale e ideologico preciso. È una dimensione che arricchisce il testo, perché impedisce di relegare la questione indoeuropea in un passato remoto e la riporta nella discussione attuale sul significato di identità, tradizione e memoria.
Sul piano stilistico Favero adotta una scrittura chiara, talvolta assertiva, capace di alternare spiegazione tecnica e affondo interpretativo. Non indulge in eccessi accademici, ma non banalizza la materia. La presenza di bibliografia e riferimenti scientifici indica la volontà di fondare il discorso su un dialogo con la ricerca contemporanea, pur senza trasformare il volume in un trattato specialistico.
L’India dei Veda e i miti greci è un libro che chiede al lettore partecipazione. Non offre una verità definitiva, ma una proposta di lettura ampia e coerente. Il suo valore sta nell’aver ricondotto la questione indoeuropea a un terreno vivo, dove lingua, mito e storia si intrecciano in modo dinamico. I suoi limiti risiedono nella natura stessa dell’impresa: ogni grande sintesi comporta scelte, accenti, talvolta semplificazioni.
Per una rivista che si occupa di tradizione, simbolo e storia delle idee, il libro di Favero rappresenta un contributo significativo. Non perché risolva una volta per tutte l’enigma delle origini, ma perché restituisce al dibattito una dimensione ampia, capace di collegare le radici linguistiche alle narrazioni mitiche, e queste ultime alla coscienza contemporanea. È un’opera che invita a guardare oltre le frontiere disciplinari e a riconoscere, dietro le differenze culturali, l’eco di un linguaggio antico che ancora, in forme mutate, continua a parlare.
Chi è, dunque, il lettore ideale di questo libro? Non è lo specialista che cerca una bibliografia esaustiva e una discussione filologica al millimetro, anche se Favero dimostra di conoscere autori e dibattiti e chiude con una sezione di bibliografia e “articoli scientifici” che indica una volontà di appoggio documentale. È, piuttosto, il lettore colto che ama i grandi panorami e non si spaventa se, per vedere tutta la valle, bisogna salire su una cresta dove ogni tanto manca il corrimano. È perfetto per chi, partendo dai miti greci, vuole capire che cosa significhi davvero “indoeuropeo” al di là della parola; per chi ha sempre sospettato che il mito non sia un gioco arbitrario ma una memoria deformata; per chi sente che India e Grecia non sono soltanto due “capitoli” separati della storia delle religioni, ma due modi di riscrivere una domanda comune.
Daniele Corsini

