Il corridoio sembrava più lungo dopo il tramonto. La luce che filtrava dalla stanza accanto non riusciva a raggiungere l'ultima porta e l'armadio, nell'angolo della camera, perdeva i suoi contorni abituali. Bastava un rumore qualunque, il legno che si assestava, una persiana che vibrava nel vento, il fruscio di una tenda, perché l'immaginazione facesse il resto. Sotto il letto, dietro la porta, oltre quella macchia d'ombra che durante il giorno non significava nulla, qualcuno sembrava aspettare. Nessuno lo aveva mai visto davvero. Eppure tutti sapevano come si chiamava.
«Ninna nanna, ninna oh,
questo bimbo a chi lo do?
Lo darò all'Uomo Nero,
che lo tiene un anno intero...»
È difficile stabilire quando abbiamo ascoltato per la prima volta questa filastrocca. Forse seduti sulle ginocchia di una nonna, forse all'asilo, forse pronunciata per scherzo da qualcuno che nemmeno ricordava più da dove provenisse. Le filastrocche hanno questa qualità singolare: attraversano i secoli senza chiedere il permesso, cambiano qualche parola, perdono un verso, ne acquistano un altro, ma continuano a trasportare immagini che sembrano molto più antiche di chi le pronuncia.
Tra tutte, quella dell'Uomo Nero conserva qualcosa di insolito.
Non promette premi. Non racconta animali parlanti. Non descrive fate o principesse. Evoca una presenza oscura, sconosciuta, alla quale un bambino può essere addirittura consegnato. È un'immagine che oggi ci appare quasi crudele, eppure per generazioni è stata cantata con la naturalezza riservata ai gesti quotidiani. Nessuno interrompeva la nenia per domandare chi fosse quell'essere. Bastava nominarlo. Tutti sembravano sapere, senza sapere davvero.
Ed è proprio qui che il mistero comincia.
Perché l'Uomo Nero non appartiene soltanto ai ricordi dell'infanzia. Non è una semplice invenzione escogitata dagli adulti per convincere i bambini a dormire o a non allontanarsi da casa. Più si seguono le sue tracce, più questa figura si sottrae alle spiegazioni semplici. Attraversa l'Italia cambiando nome da una valle all'altra, supera le montagne, attraversa l'Europa, riemerge in lingue diverse e continua a conservare gli stessi lineamenti sfuggenti. È come osservare un'ombra che percorre il continente da secoli, modificando il proprio volto senza mai scomparire.
Il Babau delle campagne italiane, il Boogeyman inglese, il Coco della penisola iberica, il Croque-mitaine francese, il Sackmann tedesco. Personaggi differenti solo in apparenza. Ognuno nasce da tradizioni locali, eppure tutti sembrano custodire la memoria di qualcosa di molto più antico. È difficile credere che popoli tanto diversi abbiano immaginato, indipendentemente gli uni dagli altri, la medesima presenza notturna. Molto più plausibile è pensare che tutti abbiano ereditato, trasformandolo lentamente, un simbolo già esistente.
Ed è qui che la ricerca diventa sorprendente. Perché, seguendo questa figura a ritroso, il sentiero abbandona presto le camerette dei bambini e conduce nei boschi dell'Europa precristiana, lungo le vie percorse dalle processioni dei morti, accanto ai focolari dove si lasciavano offerte agli spiriti degli antenati, nelle notti in cui si credeva che il confine tra il mondo dei vivi e quello dell'invisibile diventasse improvvisamente più sottile.
L'Uomo Nero, forse, non è nato per spaventare i bambini.
Sono stati gli adulti, molto tempo dopo, a trasformarlo in un ammonimento.
Prima ancora che il cristianesimo attribuisse un volto al Diavolo, il continente europeo era popolato da presenze che appartenevano alla notte. Spiriti dei boschi, anime inquiethe, esseri liminali, divinità ctonie, custodi di luoghi proibiti. Alcuni proteggevano le sorgenti, altri le foreste, altri ancora i confini tra il villaggio e ciò che iniziava oltre l'ultimo campo coltivato. Non erano necessariamente malvagi. Erano, semplicemente, l'altra metà del mondo.
È forse questo il dettaglio che il folklore moderno ha quasi dimenticato. L'Uomo Nero non coincide con il demonio della tradizione cristiana. La sovrapposizione tra le due figure è relativamente tarda. Nei secoli della cristianizzazione, molte antiche presenze vennero reinterpretate come manifestazioni diaboliche, e ciò che un tempo apparteneva al paesaggio sacro della natura finì lentamente per abitare l'immaginario del male.
Ma le leggende sono creature ostinate.
Anche quando cambiano significato, conservano frammenti della loro origine.
Così l'Uomo Nero continua ad arrivare con il favore delle tenebre. Non sfonda le porte. Non lascia impronte. Non ha quasi mai un volto definito. È più vicino a una presenza che a un individuo. Ed è proprio questa indeterminatezza ad averne garantito la sopravvivenza. Ogni generazione ha potuto immaginarlo a modo proprio, rivestendolo delle paure del proprio tempo senza alterarne la sostanza.
Persino il nero del suo nome racconta una storia diversa da quella che immaginiamo. Nelle tradizioni esoteriche il nero non è soltanto il colore del male. È il colore della terra fertile, delle profondità, del grembo invisibile, della materia ancora informe. Gli alchimisti chiamavano nigredo la prima fase della Grande Opera, quella in cui tutto sembra dissolversi prima di poter rinascere. La notte, nelle religioni misteriche, non è soltanto il luogo della paura, ma anche quello dell'iniziazione. Ciò che è nascosto non è necessariamente ostile. È, prima di tutto, sconosciuto.
Forse è proprio per questo che l'Uomo Nero continua a camminare accanto alla nostra immaginazione. Non perché esista, ma perché esistono ancora il buio, l'incertezza e quella parte dell'essere umano che preferisce dare un volto all'ignoto piuttosto che accettarne il silenzio.
Le leggende non sopravvivono perché raccontano fatti realmente accaduti. Sopravvivono perché continuano a raccontare qualcosa di profondamente vero su chi le tramanda.
E l'Uomo Nero, più di molte altre figure del folklore europeo, sembra ricordarci che ogni civiltà, prima o poi, deve trovare un nome per ciò che non riesce a spiegare.
Prima di chiudere queste pagine, però, concedimi una curiosità.
Hai sorriso leggendo queste righe, forse hai ripensato a una vecchia filastrocca, forse ti sei convinto che, in fondo, si tratti soltanto di una storia.
Ma quando questa sera entrerai nella tua camera, con la luce già spenta, e per un istante il corridoio sembrerà un po' più lungo del solito...
...sei proprio sicuro che non darai una rapida occhiata sotto il letto?

