Nella mia libreria c'è un libro che rappresenta una delle pietre miliari della stregoneria. Non è grande, non ha l’aria monumentale dei testi che vogliono imporsi con il peso della carta, né possiede quell’apparato critico con cui certi volumi cercano di rassicurare il lettore prima ancora di condurlo da qualche parte. Sta lì, con la sua copertina verde, il nome di Charles Godfrey Leland in alto, il titolo che ormai è quasi una parola d’ordine, Aradia. Il Vangelo delle Streghe, e sotto il marchio All’Insegna di Ishtar delle Edizioni Librarie Franco Spinardi. Un libro piccolo, dunque, ma solo in apparenza. Perché certi libri non occupano spazio: lo aprono.
L’edizione italiana a cui mi riferisco è quella pubblicata nel 1994, con traduzione di Gloria Barberi e copertina di Barbara Sirtori, stampata a Torino nell’ottobre dello stesso anno. Il titolo originale, indicato nelle prime pagine, è Aradia. Gospel of the Witches, formula che in italiano diventa inevitabilmente più sonora e più pericolosa: Il Vangelo delle Streghe. Non un manuale, non un saggio nel senso ordinario, non una raccolta neutra di folklore. Il termine “vangelo” è già una provocazione. Sposta il libro dal campo della documentazione a quello della rivelazione, o almeno della sua imitazione letteraria. È proprio qui che Aradia comincia a inquietare il lettore serio: non perché sia oscuro, ma perché non si lascia collocare docilmente in un solo scaffale.
Per comprendere questo libro bisogna prima uscire dal Novecento esoterico che se ne è appropriato e tornare all’Ottocento che lo ha generato. Aradia, or the Gospel of the Witches uscì a Londra nel 1899 presso David Nutt, quando Charles Godfrey Leland era già anziano e aveva alle spalle una lunga attività di scrittore, giornalista, viaggiatore e raccoglitore di tradizioni popolari. Le schede bibliografiche dell’edizione originale confermano autore, titolo, editore e data: Charles G. Leland, David Nutt, Londra, 1899.
Leland era nato nel 1824 a Filadelfia e morì nel 1903 a Firenze. Americano di nascita, europeo per formazione e per destino, visse dentro quella stagione in cui il folklore non era ancora soltanto una disciplina accademica, ma una caccia quasi febbrile alle sopravvivenze. Fiabe, formule, scongiuri, superstizioni, nomi di dèi deformati dalla bocca del popolo, gesti tramandati nelle campagne, tutto poteva apparire agli occhi dello studioso ottocentesco come il residuo di un mondo precedente. Era un’epoca ambigua, fertile e spesso ingenua, nella quale l’interesse per il popolare conviveva con il romanticismo, con l’occultismo, con il nazionalismo culturale, con l’idea che sotto la crosta cristiana dell’Europa sopravvivessero ancora culti più antichi.
Questa prospettiva oggi deve essere maneggiata con cautela. L’Ottocento amava le origini, talvolta fino a inventarle; cercava il paganesimo nei canti dei contadini, la mitologia nei proverbi, la religione antica nelle superstizioni domestiche. Eppure liquidare tutto come fantasia sarebbe altrettanto superficiale. In Italia, soprattutto nelle campagne, molte pratiche magico-religiose non erano affatto scomparse. Si erano trasformate, cristianizzate, confuse con il culto dei santi, con la medicina popolare, con le segnature, con le paure del malocchio e con una ritualità quotidiana difficile da separare nettamente in categorie moderne. Leland si muove dentro questa materia incandescente: non inventa dal nulla un’immagine della stregoneria italiana, ma la interpreta secondo categorie che oggi non possiamo più accettare senza verifica.
L’introduzione dell’edizione Spinardi riassume bene la figura di Leland: studioso di folklore e tradizioni popolari, ma anche cultore di esoterismo e magia, attivo in Francia e in Italia nella raccolta di materiali nei quali egli vedeva la sopravvivenza di un’antica religiosità romana ed etrusca. Lo stesso testo ricorda le sue simpatie radicali e socialiste, e lo colloca persino sulle barricate del 1848 accanto a Éliphas Lévi, dettaglio che dà alla sua figura un colore quasi romanzesco ma coerente con il tono generale dell’opera. In Leland, la stregoneria non è soltanto superstizione: è anche rivolta, memoria degli oppressi, sapere marginale, contro-religione dei poveri contro i padroni.
Il nodo centrale, naturalmente, è Maddalena. Secondo il racconto tramandato da Leland e ripreso dall’edizione italiana, nel 1886 egli sarebbe stato iniziato da una strega a un culto denominato “della Toscana-Romagna”. Questa donna, celata sotto lo pseudonimo di Maddalena, gli avrebbe consegnato un manoscritto, una sorta di Libro del Comando, dal quale sarebbe derivato Aradia. Leland stesso, nella prefazione, afferma di avere ottenuto il “Vangelo” dopo molti anni e di possederne una trascrizione. Siamo davanti al punto più discusso dell’intera vicenda: documento autentico? Rielaborazione di materiali orali? Composizione ibrida? Costruzione letteraria di Leland a partire da frammenti reali?
La risposta più onesta è che non possiamo saperlo con certezza. Gli studiosi hanno discusso a lungo l’esistenza effettiva di una setta o religione stregonica toscana organizzata nel modo immaginato da Leland, e la questione rimane controversa. La stessa ricezione moderna del libro è attraversata da questa frattura: per alcuni Aradia conserva la traccia preziosa di una tradizione popolare italiana altrimenti perduta; per altri è soprattutto un documento dell’immaginario occultista ottocentesco, un testo in cui folklore, politica, anticlericalismo e mitologia personale si sono fusi fino a diventare indistinguibili. Le sintesi contemporanee ricordano infatti che Leland presentò il libro come il testo religioso di un gruppo di streghe pagane toscane, ma anche che storici e folkloristi hanno messo in dubbio l’esistenza di tale gruppo come realtà organizzata.
Ed è proprio qui che Aradia diventa importante. Non perché risolva la storia della stregoneria italiana, ma perché mostra come la stregoneria moderna abbia avuto bisogno di un’origine. Il libro di Leland appare prima di Gardner, prima della Wicca pubblica, prima che il neopaganesimo contemporaneo trovasse la propria forma riconoscibile. Per questo, nel Novecento, Aradia è diventato una delle fonti più influenti nella nascita della Wicca e di molte correnti della stregoneria moderna. Non perché Gardner o i movimenti successivi lo abbiano semplicemente copiato, ma perché il testo offriva qualcosa che mancava: una Dea lunare, una genealogia mitica, una religione delle streghe, una liturgia della libertà, un lessico rituale capace di parlare a un mondo che cercava di liberare il sacro dal monopolio delle istituzioni.
Il mito centrale è noto. Diana genera Aradia, o Erodiade, dall’unione con Lucifero, qui figura luminosa e ambigua, non riducibile al Satana della demonologia cristiana. Aradia discende sulla terra per insegnare la stregoneria agli oppressi, ai poveri, a coloro che subiscono il potere dei ricchi, dei signori, dei preti. Il testo non ha la compostezza di un trattato. Ha piuttosto l’andamento di una scrittura spezzata, poetica, talvolta brutale, attraversata da invocazioni, racconti mitici, frammenti rituali, formule, scongiuri, immagini di vendetta sociale e liberazione. È un vangelo rovesciato, non perché sia semplicemente anticristiano, ma perché prende la forma del messaggio salvifico e la colloca dalla parte di chi non ha voce.
Questo aspetto politico è essenziale. In Aradia la stregoneria non è soltanto arte magica, ma strumento di emancipazione. Aradia non viene mandata da Diana per fondare un culto estetico della Luna, ma per insegnare ai poveri una via di libertà. Il testo è pieno di durezza, e questa durezza non va addomesticata. Chi lo legge cercando una spiritualità lunare rassicurante rischia di restare spiazzato. Qui la Luna non è solo contemplazione: è congiura, fame, rivolta, corpo nudo nel bosco, rito compiuto lontano dagli occhi dei padroni. È uno dei motivi per cui il libro continua a essere più interessante di molte sue riletture moderne, spesso più ordinate ma meno vive.
L’edizione Spinardi del 1994 ha un valore particolare proprio perché arriva in Italia in un momento in cui la stregoneria contemporanea, la Wicca e il neopaganesimo cominciano a circolare con maggiore visibilità, ma senza la sovrapproduzione editoriale che verrà dopo. Non è un’edizione lussuosa, né pretende di esserlo. Ha un’impostazione sobria, quasi artigianale, e conserva qualcosa dell’editoria esoterica italiana degli anni Novanta: pochi fronzoli, una veste semplice, una forte intenzione di recupero. Il sommario mostra una struttura più ampia rispetto alla sola traduzione del testo lelandiano: introduzione, prefazione, capitoli principali, appendice, “Aspetti della vita”, tavole degli elementi e dei pianeti, e una sezione finale dedicata alle “intenzioni magiche”, con rituali per amore, salute e benessere economico.
Questa scelta editoriale è interessante e, al tempo stesso, problematica. Da un lato rende il volume più vicino al lettore esoterico praticante degli anni Novanta, che non cercava soltanto un documento storico ma un libro da usare, o almeno da sentire come vivo. Dall’altro lato rischia di spostare Aradia verso una manualistica rituale che non coincide del tutto con la natura originaria dell’opera. Il cuore del libro non sta nelle appendici operative, ma nella frizione fra documento folklorico, mito religioso e immaginario della stregoneria. Le aggiunte finali, con tavole e intenzioni magiche, appartengono più chiaramente alla sensibilità editoriale dell’ambiente All’Insegna di Ishtar e del Gruppo Primordia che al nucleo storico-lelandiano del testo.
La traduzione di Gloria Barberi ha il merito di restituire al lettore italiano un’opera che, per paradosso, parlava dell’Italia ma restava a lungo più accessibile nel mondo anglosassone. Questo è uno degli aspetti più curiosi di Aradia: un libro sulla presunta stregoneria italiana, scritto in inglese da un americano, pubblicato a Londra, divenuto fondamentale per la stregoneria moderna anglofona, e solo molto più tardi recuperato nel paese a cui pretendeva di guardare. L’edizione Spinardi, in questo senso, non è soltanto una traduzione: è un rimpatrio. Un rimpatrio tardivo, forse imperfetto, ma necessario.
L’introduzione del Gruppo Primordia è figlia del suo tempo e va letta come tale. Ha entusiasmo, prende posizione, tende a riconoscere in Leland un recuperatore di tradizioni primordiali e vede in Aradia una pietra miliare del revival neopagano e della moderna Wicca. È un’introduzione militante, non accademica. Questo non la rende inutile, anzi. Ci permette di capire come il libro venisse percepito nell’Italia esoterica degli anni Novanta: non come reperto da museo, ma come testo vivo, quasi come una conferma retroattiva dell’esistenza di una stregoneria europea non riducibile alla caricatura inquisitoriale. L’introduzione afferma infatti che molti rituali e invocazioni di Aradia sarebbero passati nella Wicca e nella neo-stregoneria, e sottolinea l’importanza dell’opera nella riscoperta di un culto stregonico di probabile origine etrusca.
Qui, però, bisogna essere precisi. Parlare di “origine etrusca” è suggestivo, ma storicamente delicato. Leland amava leggere nel folklore italiano sopravvivenze antichissime, e l’edizione del 1994 accoglie questa possibilità con una certa fiducia. Oggi conviene distinguere. Che nel folklore italiano siano sopravvissuti nomi, gesti, credenze, figure e strutture rituali di lunga durata è plausibile e spesso documentabile. Che Aradia conservi integralmente un culto etrusco-romano clandestino, organizzato e trasmesso fino all’Ottocento, è un’affermazione molto più difficile da sostenere. Il valore del libro non diminuisce se si rinuncia alla prova impossibile. Anzi, forse aumenta. Aradia diventa così non la fotografia di una religione segreta, ma la lastra impressionata da molte luci: la Diana romana, l’Erodiade medievale, la strega del folklore, l’anticlericalismo popolare, il sogno romantico della Vecchia Religione, l’attesa moderna di una Dea.
La parte più potente resta la figura di Diana. Non la Diana levigata dei manuali mitologici, ma una Diana notturna, madre e regina delle streghe, signora dei molti nomi. L’edizione italiana insiste giustamente sulla continuità fra Diana, la Luna, Ecate, Artemide, la femminilità ciclica, la fertilità e le tradizioni popolari legate alle processioni notturne. Qui il libro si collega a una lunga storia europea: il Canon Episcopi, le donne che dicono di cavalcare di notte con Diana o Erodiade, la trasformazione ecclesiastica di antichi cortei femminili in illusione diabolica, la lenta demonizzazione di ciò che non rientrava nell’ordine cristiano ufficiale.
Anche in questo caso, però, il lettore deve evitare due errori opposti. Il primo è credere che ogni elemento notturno e femminile sia automaticamente la sopravvivenza lineare di un culto pagano. Il secondo è credere che la condanna ecclesiastica abbia cancellato ogni continuità simbolica. La storia è più sottile. I nomi mutano, le funzioni si spostano, le dee diventano sante o demoni, i riti diventano superstizioni, le parole cambiano padrone. Aradia abita esattamente questa zona di trasformazione.
Come libro, va detto, Aradia non è sempre facile da amare. È discontinuo, irregolare, a tratti confuso. Alcune parti sembrano documento folklorico, altre invenzione poetica, altre ancora materiale rituale rielaborato. Non possiede l’architettura limpida di un grimorio né la solidità argomentativa di un saggio. Ma sarebbe un errore giudicarlo con criteri che non gli appartengono. Aradia non convince per ordine, ma per intensità. È un libro che funziona come un punto di condensazione: attira intorno a sé problemi enormi, e proprio per questo continua a generare discussione.
La sua influenza sulla Wicca e sulla stregoneria contemporanea non va sopravvalutata in modo ingenuo, ma nemmeno ridotta. La Wicca gardneriana nascerà da molte fonti: magia cerimoniale, massoneria, occultismo novecentesco, folklore, poesia rituale, mitologia classica, esperienza di coven, invenzione creativa. In questo insieme, Aradia offre una materia decisiva: la Dea che parla, la strega come erede di una religione perseguitata, il rito lunare, l’idea della nudità sacra, la libertà come condizione spirituale, il recupero della stregoneria come via religiosa e non soltanto come tecnica magica. Molti di questi elementi troveranno poi forme più armonizzate e meno ruvide nella ritualità wiccan del Novecento.
La recensione di questa edizione, dunque, non può limitarsi a dire se il libro sia “bello” o “utile”. È un’edizione storicamente importante perché ha reso disponibile in italiano, in un momento ancora pionieristico, uno dei testi fondativi dell’immaginario stregonico moderno. È preziosa per chi studia la storia della Wicca, della Stregheria, del neopaganesimo e della ricezione italiana di Leland. È meno adatta, invece, a chi cerca un’edizione critica moderna con apparato filologico, confronto sistematico con l’originale, note storiche aggiornate e discussione accademica delle controversie. Il suo pregio è anche il suo limite: appartiene alla tradizione editoriale esoterica, non alla filologia universitaria.
E tuttavia, proprio per questo, conserva un fascino che molte edizioni più recenti non hanno. Il volume Spinardi del 1994 sembra arrivare da un momento in cui certi libri circolavano ancora come oggetti di passaggio, da lettore a lettore, da libreria esoterica a scaffale privato, con quella promessa un po’ clandestina che oggi l’eccesso di disponibilità digitale ha quasi consumato. Non è un libro neutro. Non chiede di essere consultato soltanto: chiede di essere preso sul serio, anche quando lo si contraddice.
Aradia. Il Vangelo delle Streghe resta, in conclusione, una pietra miliare non perché dica l’ultima parola sulla stregoneria italiana, ma perché ne ha aperto una ferita. Da quella ferita sono usciti miti, pratiche, contestazioni, appropriazioni, errori, intuizioni, rituali, genealogie spirituali e discussioni che non si sono ancora chiuse. Leland cercava forse una religione antica; trovò, o costruì, un testo che avrebbe aiutato una religione moderna a immaginare se stessa. È una differenza enorme. Ma non è una diminuzione.
Per il lettore di oggi, il modo migliore di avvicinarsi a questo libro è non chiedergli di essere ciò che non può più essere: una prova definitiva. Bisogna leggerlo come documento, mito, sintomo e scintilla. Come documento, conserva tracce del folklore magico italiano e della passione ottocentesca per le sopravvivenze pagane. Come mito, dà forma a una genealogia lunare della stregoneria. Come sintomo, rivela il bisogno moderno di ritrovare una religione della natura e degli oppressi. Come scintilla, ha acceso molto più di quanto probabilmente Leland stesso potesse prevedere.
E forse è proprio questo il destino dei libri veramente pericolosi: non dimostrare tutto, ma impedire che una domanda si spenga.
Daniele Corsini

