La stanza è stata spazzata, ma la polvere non è scomparsa. Si è raccolta ai margini di una cesta rivestita di tela ruvida, insieme a manciate di cereali, semi, pane, frutti e materie passate sui corpi dei presenti. Nessuno parla con disinvoltura. Chi è venuto per una malattia tiene gli occhi bassi; chi ha ottenuto una guarigione è lì per mantenere una promessa; chi non porta ferite visibili sa che il corpo può cambiare condizione prima che la giornata sia terminata.
Una piccola scopa rituale attraversa l’aria. Non pulisce il pavimento. Cerca qualcosa che non si lascia vedere.
Babalú Ayé occupa uno dei luoghi più inquieti e venerati della Regla de Ocha-Lukumí. È l’oricha della malattia e della guarigione, delle epidemie, delle affezioni che alterano la pelle, della sofferenza fisica, della fragilità e del ritorno alla salute. Governa ciò che entra nel corpo senza essere invitato, ciò che lo indebolisce, lo espone, lo rende dipendente dagli altri e gli ricorda che nessuna autorità, ricchezza o conoscenza può abolire completamente la mortalità.
Chiamarlo semplicemente “oricha della medicina” ne addolcisce la natura fino a renderla irriconoscibile. Babalú Ayé non è soltanto colui che cura. È anche colui che può inviare la malattia, consentirne la diffusione o ritirarla. Nella sua potenza, afflizione e rimedio non appartengono a divinità opposte: sono due possibilità custodite dalla stessa autorità.
Questa ambivalenza non nasce da una concezione ingenua della malattia, come se le comunità tradizionali non distinguessero tra cura, contagio e intervento rituale. Esprime piuttosto un’intuizione religiosa più severa: la potenza capace di sciogliere una condizione deve conoscere intimamente anche il modo in cui quella condizione si forma. Il guaritore di Babalú Ayé non opera da un territorio estraneo alla sofferenza. Si muove nel suo stesso dominio.
Nella Cuba religiosa egli è anche San Lázaro, il vecchio coperto di piaghe che avanza sulle stampelle accompagnato dai cani, vestito di sacco o di stoffa violacea. Ogni 16 e 17 dicembre, folle di devoti percorrono la strada verso il santuario di El Rincón, alcuni camminando per chilometri, altri in ginocchio, trascinandosi o portando sulle spalle il peso di una promessa. Molti non distinguono nettamente tra santo cattolico e oricha. Pronunciano un solo nome per una presenza composta da secoli di sofferenza, memoria africana, iconografia cristiana e devozione cubana.
Babalú Ayé non chiede che la ferita venga nascosta. La trasforma nel luogo dal quale la preghiera prende voce.
Un nome custodito dalla paura
La figura chiamata Babalú Ayé nella Regla de Ocha appartiene a un complesso religioso formatosi nell’Africa occidentale e attraversato da tradizioni yoruba, fon, ewe e adja. I nomi Ọbalúayé, Ṣọ̀pọ̀ná, Omolu, Sakpata, Azọ̀wanọ̀ e Asojano non costituiscono semplicemente grafie diverse di un’unica divinità identica in ogni luogo. Designano potenze, titoli e configurazioni cultuali che presentano profonde corrispondenze, ma anche genealogie, liturgie e accenti differenti.
Tra gli yoruba, Ṣọ̀pọ̀ná è tradizionalmente associato al vaiolo e alle malattie epidemiche. Il nome è stato circondato da timore e riserbo, al punto che in alcune comunità si preferivano appellativi meno diretti, tra cui Ọbalúayé e Omolu. Pronunciare il nome della potenza che governa il contagio poteva essere percepito come un modo di richiamarne l’attenzione. Il silenzio, in questo caso, non derivava da povertà teologica, ma da un’etichetta religiosa precisa: certe forze non vengono nominate con leggerezza perché il nome stabilisce una relazione.
La forma Ọbalúayé viene frequentemente tradotta come “re” o “signore della terra”, mentre Babalú Ayé è spesso reso come “padre del mondo” o “padre della terra”. Queste traduzioni aiutano a cogliere il rapporto della divinità con ayé, il mondo terrestre abitato e la condizione materiale dell’esistenza, ma non devono essere trattate come etimologie definitive e universalmente condivise. La lingua rituale della diaspora ha conservato parole yoruba trasformandone talvolta pronuncia, segmentazione e interpretazione.
Tra le popolazioni fon e in altre tradizioni di lingua gbe, la potenza della terra e del vaiolo è conosciuta soprattutto come Sakpata e attraverso numerose manifestazioni collegate. Il suo culto possiede una struttura propria, profondamente radicata nell’antico regno del Dahomey e nei territori circostanti. A Cuba, le persone deportate da queste regioni e i loro discendenti furono chiamati arará. Le loro religioni non scomparvero dentro la più numerosa presenza lukumí, ma contribuirono in modo decisivo alla formazione del culto cubano di Babalú Ayé.
Proprio per questo egli occupa una posizione peculiare. Viene venerato nella Regla de Ocha, ma molte case riconoscono che una parte essenziale dei suoi misteri, dei suoi canti e delle sue cerimonie è stata custodita dalle tradizioni arará. In alcuni ambienti cubani è chiamato Asojano o con nomi affini, e determinati lignaggi di Matanzas rivendicano una continuità rituale specificamente arará.
Non è quindi corretto presentarlo soltanto come una divinità yoruba trasferita a Cuba. Il Babalú Ayé cubano si trova nel punto in cui cosmologie yoruba e fon si sono incontrate, riconosciute, trasformate e talvolta contese. La sua stessa identità diasporica porta i segni di una malattia religiosa apparente: frammentazione, perdita, separazione. Eppure da quella frattura è nato un culto dotato di straordinaria coerenza e vitalità.
Il vaiolo e la memoria delle epidemie
Per comprendere Babalú Ayé occorre ricordare che il vaiolo non fu, per molti secoli, una malattia tra le altre. Era un evento collettivo capace di attraversare città e villaggi, uccidere in pochi giorni, lasciare cicatrici permanenti, provocare cecità e modificare il volto dei sopravvissuti. La sua comparsa trasformava le relazioni sociali: isolava le famiglie, interrompeva commerci e rituali, obbligava a decidere chi potesse avvicinarsi al malato, chi dovesse prendersene cura e come trattare il corpo del defunto.
La pelle, normalmente percepita come confine del corpo, diventava la superficie sulla quale la malattia scriveva la propria presenza. Le pustole rendevano visibile qualcosa che si era già diffuso internamente e che poteva passare da una persona all’altra. Il vaiolo mostrava con brutalità che il corpo non è chiuso, che respira, assorbe, espelle e comunica continuamente con altri corpi.
Ṣọ̀pọ̀ná governava questa permeabilità pericolosa.
Le concezioni religiose yoruba della malattia non possono essere ridotte all’idea che ogni infezione fosse considerata una punizione soprannaturale. Esistevano e continuano a esistere conoscenze botaniche, pratiche terapeutiche, osservazioni dei sintomi, isolamento dei malati e specialisti capaci di distinguere condizioni differenti. L’azione dell’orisha forniva però un quadro nel quale comprendere la dimensione sociale e morale dell’epidemia, il terrore del contagio e la necessità di ristabilire un rapporto con la forza che sembrava aver invaso la comunità.
Durante il dominio coloniale britannico in Nigeria, il culto di Ṣọ̀pọ̀ná entrò in conflitto con le autorità sanitarie. Medici e amministratori accusarono alcuni sacerdoti di ostacolare le vaccinazioni o persino di contribuire alla diffusione della malattia. Queste accuse alimentarono provvedimenti repressivi e il divieto pubblico del culto nei primi decenni del Novecento.
La documentazione coloniale deve essere letta con prudenza. Le autorità europee descrivevano spesso le istituzioni religiose africane attraverso categorie ostili, attribuendo a superstizione o frode fenomeni che non comprendevano e utilizzando la medicina come strumento di governo. Al tempo stesso, le fonti attestano reali tensioni tra specialisti del culto, campagne vaccinali, popolazioni locali e amministrazione.
Non è storicamente corretto trasformare ogni sacerdote di Ṣọ̀pọ̀ná in un diffusore deliberato di vaiolo. È invece documentato che il controllo della malattia divenne un terreno di conflitto politico e religioso, nel quale si confrontavano differenti concezioni dell’autorità, della cura e della responsabilità collettiva.
Il vaiolo fu dichiarato eradicato a livello mondiale nel 1980 dopo una lunga campagna internazionale di vaccinazione. La scomparsa della malattia non cancellò Ṣọ̀pọ̀ná né Babalú Ayé. Il loro dominio si estese, nelle interpretazioni moderne, ad altre epidemie, patologie contagiose e condizioni croniche. Ciò dimostra che la divinità non era mai stata soltanto la personificazione di un singolo virus. Il vaiolo rappresentava la forma storicamente più terribile di una questione molto più vasta: la vulnerabilità del corpo davanti a forze che possono attraversare un’intera popolazione.
Colui che invia e colui che ritira
La doppia autorità di Babalú Ayé sulla malattia e sulla guarigione può risultare difficile per una sensibilità religiosa abituata a separare nettamente il bene dal male. Un dio benevolo dovrebbe curare; una potenza ostile dovrebbe ammalare. Nella Regla de Ocha, però, gli oricha non sono personificazioni morali di qualità isolate. Sono potenze del mondo, e il mondo non si distribuisce secondo categorie tanto ordinate.
Il fuoco cucina e brucia; il mare sostiene e sommerge; il ferro costruisce e ferisce. Allo stesso modo, il dominio di Babalú Ayé comprende l’insorgenza, il decorso e la remissione della malattia.
Ciò non significa che ogni persona malata sia stata punita dall’oricha. Una simile interpretazione, oltre a essere teologicamente rozza, alimenterebbe colpa e stigma. Nella pratica della Regla de Ocha soltanto una consultazione divinatoria può indicare se una determinata condizione possieda una relazione rituale specifica, e anche in quel caso la lettura religiosa non sostituisce la diagnosi medica.
Babalú Ayé non è il responsabile automatico di ogni patologia. È la potenza attraverso la quale la religione pensa il mistero della salute perduta e recuperata, l’esistenza di malattie che colpiscono senza riguardo per la posizione sociale e la necessità di mantenere corrette relazioni con il corpo, la comunità e il sacro.
La sua guarigione non coincide sempre con la scomparsa immediata del sintomo. Può manifestarsi come arresto di un peggioramento, sopravvivenza, sollievo, capacità di convivere con una limitazione, accesso alle cure o ricostruzione della dignità di chi è stato escluso. In una tradizione nella quale il corpo partecipa pienamente alla vita spirituale, guarire non significa fingere che la materia non esista. Significa restituire ordine a una materia divenuta ostile o incomprensibile.
Babalú Ayé può essere implorato con timore proprio perché conosce la malattia dall’interno. Non osserva il malato da una distanza intatta. I suoi racconti lo presentano spesso segnato, claudicante, coperto di piaghe, respinto e costretto a vagare. La sua sovranità non cancella la memoria della degradazione.
Il guaritore porta sul corpo il territorio che governa.
Esilio, trasgressione e riconoscimento
Numerosi patakí cubani raccontano che Babalú Ayé fu allontanato dalla terra lukumí. Le cause dell’esilio variano. In alcune versioni avrebbe infranto un divieto rituale; in altre sarebbe stato travolto dall’eccesso, dalla sensualità o dall’incapacità di rispettare un ammonimento ricevuto dalla divinazione. La malattia compare allora come conseguenza di una rottura dell’ordine.
Questi racconti non costituiscono una biografia uniforme. Ogni casa può conservarne versioni differenti, e molti dettagli appartengono alla pedagogia dell’odù attraverso cui vengono trasmessi. Il nucleo comune è più importante della cronologia: Babalú Ayé perde posizione, salute e appartenenza. Colui che possiede un potere terribile viene ridotto a un corpo che nessuno vuole avvicinare.
La comunità lukumí lo respinge perché teme il contagio. Egli vaga, debilitato e coperto di lesioni, fino a raggiungere la terra degli arará. Qui la storia cambia direzione. Coloro che lo accolgono riconoscono la sua potenza, lo curano o ricevono da lui guarigione e, in molte narrazioni cubane, lo elevano alla dignità di re.
Il patakí spiega in forma sacra il ruolo determinante delle tradizioni arará nel suo culto. Babalú Ayé può essere conosciuto dai lukumí, ma sono gli arará ad averne custodito alcuni dei misteri più profondi. La narrazione religiosa registra così una memoria storica: il culto cubano non appartiene interamente a una sola provenienza africana.
L’esilio introduce inoltre un tema essenziale. La malattia può trasformare il corpo in un territorio socialmente espulso. Il malato viene evitato, nascosto, trattato come se la sua condizione fosse un’identità totale. Babalú Ayé conosce questa riduzione. Prima di essere venerato come sovrano, viene guardato come un pericolo.
Il suo ritorno alla regalità non avviene perché le piaghe non sono mai esistite, ma perché il corpo segnato viene riconosciuto come portatore di aché. La storia non dice che la sofferenza renda automaticamente migliori o più saggi. Dice qualcosa di meno consolante: la potenza può abitare anche ciò che la comunità ha giudicato ripugnante.
Nella lettura esoterica, l’esilio di Babalú Ayé descrive una discesa nella materia privata di prestigio. Ogni identità esterna viene rimossa: bellezza, forza, appartenenza, desiderabilità. Rimane il corpo nella sua necessità elementare. Soltanto dopo questa spoliazione emerge una sovranità diversa, non fondata sull’apparenza di invulnerabilità, ma sulla conoscenza di ciò che può spezzarla.
Terra, calore e pelle
Babalú Ayé è profondamente legato alla terra. Non alla terra fertile e generosa considerata soltanto come madre dei raccolti, ma alla materia sulla quale ogni corpo cammina e nella quale ogni corpo sarà deposto. La terra riceve ciò che cade, custodisce i morti, ospita agenti invisibili, produce alimenti e trattiene la memoria della decomposizione.
Il rapporto con ayé, il mondo terrestre, colloca l’oricha dentro la condizione incarnata. La malattia non è un’astrazione spirituale. Ha temperatura, odore, secrezioni, stanchezza, dolore, fame, insonnia e peso. Costringe la coscienza a tornare verso parti del corpo che, quando funzionano, rimangono quasi invisibili.
Anche il calore appartiene al suo linguaggio. La febbre trasforma il corpo in un luogo nel quale qualcosa brucia senza fiamma. Nelle cosmologie religiose africane e diasporiche, il calore può indicare pericolo, eccesso, attività intensa dell’aché o presenza di una forza che deve essere contenuta e raffreddata. Ciò non equivale a una teoria medica della febbre, ma offre un’immagine rituale della sua esperienza.
La pelle è forse la materia simbolica più evidente di Babalú Ayé. Essa delimita il corpo e nello stesso tempo lo mette in rapporto con il mondo. Tocca, assorbe, suda, sanguina e cicatrizza. Quando viene segnata dalla malattia, ciò che dovrebbe proteggere diventa la superficie dell’esposizione.
Le cicatrici del vaiolo modificavano permanentemente il riconoscimento sociale della persona. Il volto guarito continuava a portare la memoria dell’epidemia. La guarigione non restituiva necessariamente il corpo precedente; produceva un sopravvissuto.
Babalú Ayé governa anche questa guarigione incompleta. Il suo potere non dipende dall’ideale di un corpo riportato a una perfezione originaria. Può operare nella cicatrice, nella disabilità e nella vita che prosegue attraverso una forma diversa.
Per questo la sua iconografia non nasconde il segno della malattia. Tela ruvida, corpo piegato, stampelle, piaghe e strumenti di appoggio rimangono visibili. La devozione non chiede al malato di apparire sano per essere degno di trovarsi davanti al sacro.
La tela di sacco e ciò che non deve essere esposto
Babalú Ayé viene spesso rappresentato coperto di tela di juta o di un tessuto grossolano, talvolta ornato con conchiglie e aperture. La materia ruvida richiama povertà, penitenza, viaggio e protezione del corpo ferito, ma non possiede una sola origine.
Nella religiosità cubana, la tela di sacco appartiene tanto all’immaginario di Babalú Ayé quanto alla figura popolare di San Lázaro mendicante. Le due immagini si sono sovrapposte fino a diventare difficili da separare. Il tessuto nasconde le piaghe e al tempo stesso le annuncia: non mostra la ferita, ma rende impossibile dimenticarne la presenza.
Anche in tradizioni africane e brasiliane collegate a Sakpata, Omolu e Ọbalúayé compaiono rivestimenti di fibre vegetali che coprono parzialmente o completamente il corpo rituale. Non è però corretto trasferire automaticamente alla Regla de Ocha gli abiti di paglia del Candomblé o le forme cerimoniali dell’Africa occidentale. Le somiglianze derivano da genealogie comuni, mentre gli oggetti concreti appartengono a sistemi distinti.
Nascondere il corpo di Babalú Ayé non significa vergognarsi di lui. La copertura preserva ciò che non deve essere esposto senza misura. Le piaghe contengono potenza, pericolo e memoria. Guardarle direttamente equivarrebbe, simbolicamente, a trattare il mistero della malattia come uno spettacolo.
La modernità ha trasformato spesso il corpo sofferente in immagine pubblica: caso clinico, fotografia, dato, testimonianza destinata a suscitare compassione. Babalú Ayé conserva invece una parte non disponibile allo sguardo. Il malato non appartiene interamente a chi lo cura, lo osserva o ne racconta la storia.
Il tessuto stabilisce un confine quando la pelle non riesce più a farlo.
Il já e l’arte di spazzare la malattia
Uno degli attributi rituali più caratteristici di Babalú Ayé è il já, una piccola scopa o fascio consacrato formato, secondo le tradizioni, da fibre vegetali e altri elementi. Può essere ornato con conchiglie, perline e materiali legati al suo culto. La forma precisa varia tra lignaggi lukumí e arará.
Il já non è un oggetto domestico trasformato arbitrariamente in amuleto. Appartiene a cerimonie nelle quali il corpo viene simbolicamente spazzato, ripulito o liberato da influenze nocive. Il gesto raccoglie la malattia e l’osogbo, la condizione avversa, trasferendoli verso una materia destinata ad allontanarli.
Spazzare possiede una logica diversa dal lavare. L’acqua dissolve, trascina e rinfresca; la scopa separa, raccoglie e conduce fuori da uno spazio. Nel culto di Babalú Ayé, ciò che viene rimosso non è immaginato come inesistente. Deve essere trattato, contenuto e portato altrove.
La malattia appare così come una presenza materiale capace di aderire al corpo e alle relazioni. Non è soltanto una disfunzione interna. Può lasciare residui nella casa, nelle abitudini, nella memoria familiare e nel modo in cui la persona viene guardata dagli altri.
Il já manifesta l’autorità dell’oricha su questi residui.
Le conchiglie di ciprea frequentemente utilizzate nei suoi attributi introducono un’immagine ulteriore. La loro superficie chiara può ricordare lesioni, occhi, semi o aperture. Nella storia africana e diasporica furono anche moneta, ornamento e strumento divinatorio. Sul corpo coperto di Babalú Ayé diventano punti attraverso i quali ciò che è nascosto sembra osservare il mondo.
L’articolo rituale non deve essere ricostruito partendo da una fotografia. La consacrazione, i materiali e le modalità d’impiego appartengono a una genealogia sacerdotale. Una scopa decorata può evocare l’oricha; non diventa per questo il já attraverso il quale opera il suo aché.
L’awán e la materia che assorbe
Tra le cerimonie pubblicamente associate a Babalú Ayé a Cuba, l’awán occupa un luogo centrale. Le sue forme differiscono considerevolmente tra case lukumí, rami arará e lignaggi particolari, tanto che non esiste una sequenza unica valida per ogni comunità.
Nella sua struttura più riconoscibile, una cesta o un recipiente viene preparato con tela ruvida e circondato da piatti contenenti differenti alimenti e materie. Possono comparire cereali, legumi, semi, tuberi, frutti, pane e preparazioni rituali stabilite dalla tradizione. Il numero dei piatti varia: alcune case ne dispongono tredici, altre diciassette, altre ancora quantità differenti legate alla propria linea.
Durante la purificazione, porzioni delle materie vengono passate sul corpo dei partecipanti. Il gesto non attribuisce agli alimenti un effetto medico diretto. Essi funzionano come sostanze rituali capaci di ricevere e trasferire ciò che deve essere rimosso. Dopo essere entrate in contatto con il corpo, vengono raccolte nella cesta e successivamente allontanate secondo le prescrizioni della casa.
La materia non rappresenta soltanto la malattia. La assorbe simbolicamente.
Questa concezione distingue l’awán da una drammatizzazione psicologica. Il partecipante non si limita a immaginare di stare meglio. Compie un trasferimento entro una cosmologia nella quale alimenti, fibre, animali, parole, segni e gesti possono condurre aché. Il rito opera perché la materia è considerata capace di ricevere una condizione e trasportarla fuori dallo spazio della persona.
Il já può essere utilizzato per spazzare i partecipanti; canti e movimenti circolari accompagnano il processo; specifiche case integrano segni divinatori e disposizioni rituali proprie. Le forme arará possono differire da quelle lukumí nella lingua, nella struttura musicale, nelle invocazioni e nelle materie impiegate.
La presenza di descrizioni pubbliche dell’awán non rende legittimo improvvisarne una versione domestica. Il problema non è soltanto il segreto iniziatico. Le materie che hanno ricevuto simbolicamente una condizione negativa devono essere maneggiate e smaltite secondo una logica precisa. Copiare il gesto senza comprenderne la chiusura significa lasciare incompleta l’operazione.
Le tradizioni storiche dell’awán possono includere anche offerte animali, eseguite da persone dotate dell’autorità rituale richiesta. Il sacrificio non è un’aggiunta spettacolare, ma parte di una concezione nella quale la vita trasmette aché e permette di ristabilire equilibrio. Una descrizione documentaria deve riconoscerne l’esistenza senza trasformare un rito sacerdotale in una procedura isolata.
L’awán mette in scena una verità che la vita ordinaria preferisce dimenticare: il corpo non guarisce da solo. Dipende da alimenti, mani, conoscenze, relazioni, medicine e persone disposte ad avvicinarsi quando sarebbe più facile arretrare.
Grani, semi e offerte
I grani e i semi ricorrono con particolare frequenza nel culto di Babalú Ayé. Mais, fagioli, legumi e altre materie secche possono comparire negli awán, nelle offerte e negli attributi, secondo le prescrizioni dei differenti ilé.
Il loro significato non è univoco. Il seme è cibo potenziale, corpo essiccato, unità numerosa e materia capace di rimanere dormiente prima di germinare. Una manciata contiene molti elementi distinti, come una popolazione esposta alla diffusione di una malattia. Sparsi sul terreno, i grani ricordano anche le eruzioni che ricoprono la pelle.
Non tutte queste letture vengono formulate esplicitamente dai praticanti. Alcune appartengono all’interpretazione simbolica e devono essere distinte dalla funzione rituale ricevuta per tradizione. Un alimento viene offerto anzitutto perché è prescritto, non perché un teorico ne abbia costruito una spiegazione suggestiva.
Tra le offerte pubblicamente associate a Babalú Ayé possono comparire pane, cereali, legumi, frutta, ortaggi, vino secco, tabacco e altri alimenti. La selezione cambia secondo camino, lignaggio, circostanza e risposta divinatoria. Non esiste un menù universale dell’oricha.
La povertà dei materiali non deve essere confusa con trascuratezza. Le materie semplici appartengono alla sua relazione con gli esclusi, i mendicanti e coloro che dipendono dalla carità. Un pezzo di pane può possedere, nel suo culto, una dignità che un’offerta preziosa non saprebbe acquistare.
La devozione cubana a San Lázaro ha rafforzato questa attenzione per l’elemosina. Monete, candele, fiori, piccoli carri e offerte destinate ai poveri accompagnano frequentemente i voti. Dare a chi soffre diventa un modo di rivolgersi a colui che conobbe l’abbandono.
L’offerta autentica non compra la guarigione. Stabilisce un’obbligazione, riconosce un debito e trasforma la richiesta in relazione.
Cani, stampelle e il vecchio della strada
Nell’immaginario cubano, Babalú Ayé appare spesso come un vecchio piegato dalla malattia, sostenuto da stampelle e accompagnato da cani che leccano le sue piaghe. Questa immagine è diventata talmente riconoscibile da essere scambiata per una rappresentazione africana originaria dell’oricha.
In realtà, gran parte di essa proviene dalla figura cristiana del povero Lazzaro descritta nel Vangelo di Luca. Lazzaro giace alla porta di un uomo ricco, coperto di piaghe, mentre i cani vengono a leccarle. Dopo la morte, il povero viene accolto nel seno di Abramo e il ricco sperimenta il tormento.
Questo personaggio non è lo stesso Lazzaro di Betania, fratello di Marta e Maria, che nel Vangelo di Giovanni viene richiamato alla vita da Gesù. Non coincide neppure con san Lazzaro vescovo, venerato in differenti tradizioni cattoliche. Nella devozione cubana, tuttavia, le figure sono state sovrapposte fino a creare un San Lázaro popolare dotato di una fisionomia propria.
Il santo della strada, delle piaghe, dei cani e delle stampelle offrì un’immagine straordinariamente vicina ai racconti cubani di Babalú Ayé malato ed esiliato. Il sincretismo non nacque dalla scoperta di un’identità nascosta, ma da una convergenza di sofferenze: entrambi erano legati alla malattia, alla povertà, all’esclusione e al rovesciamento della condizione.
I cani assunsero così un ruolo importante nella devozione popolare. Possono rappresentare la fedeltà che rimane quando gli esseri umani si allontanano, ma anche una forma di cura umile, priva del disgusto sociale che circonda il corpo malato. Non è tuttavia corretto considerarli un attributo uniforme di tutte le forme africane di Ọbalúayé o Sakpata.
Le stampelle esprimono allo stesso modo una fusione tra narrazioni dell’oricha e iconografia del santo. Sono sostegno, testimonianza della limitazione e segno del cammino che continua nonostante il corpo ferito.
Babalú Ayé non viene rappresentato immobile in un letto. Avanza.
San Lázaro e il sincretismo cubano
L’associazione tra Babalú Ayé e San Lázaro è una delle più profonde e popolari dell’intero universo religioso cubano. Non riguarda soltanto le comunità formalmente iniziate nella Regla de Ocha. Molti cubani che si definiscono cattolici, spiritualisti o semplicemente devoti si rivolgono a San Lázaro attraverso gesti, promesse e immagini impregnati di significati afrocubani.
Il sincretismo non può essere spiegato unicamente come travestimento. Durante la schiavitù e il dominio coloniale, santi, confraternite e feste cattoliche offrirono spazi entro i quali le popolazioni africane e afrodiscendenti poterono preservare e riorganizzare le proprie tradizioni. Ma il contatto prolungato generò anche devozioni sincere verso le figure cristiane.
Una persona poteva pregare San Lázaro e rivolgersi a Babalú Ayé senza considerare i due gesti incompatibili. Nel tempo si formò una presenza religiosa composta, un santo-oricha la cui efficacia non dipendeva dalla capacità di stabilire dove terminasse il cattolicesimo e dove cominciasse la Regla de Ocha.
Le istituzioni cattoliche distinguono il santo riconosciuto dalla figura popolare del mendicante, mentre molti devoti cubani mostrano scarso interesse per la precisione agiografica. Il loro San Lázaro è colui che comprende la sofferenza, accetta promesse dure e interviene quando la medicina, il denaro o l’autorità sembrano insufficienti.
Ciò non significa che Babalú Ayé sia semplicemente “San Lázaro africano”. L’oricha possiede fondamenti, canti, racconti e cerimonie che non derivano dal cristianesimo. Allo stesso modo, il santo appartiene a una teologia differente e non costituisce una maschera priva di vita religiosa propria.
I praticanti contemporanei assumono posizioni diverse. Alcuni mantengono pienamente il sincretismo e collocano l’immagine del santo accanto agli oggetti dell’oricha; altri distinguono le due presenze pur venerandole entrambe; altri ancora rifiutano le corrispondenze cattoliche, considerandole un’eredità coloniale da superare.
Nessuna di queste posizioni cancella il fatto storico che, a Cuba, Babalú Ayé e San Lázaro hanno condiviso per generazioni preghiere, corpi e promesse.
La notte verso El Rincón
Il 17 dicembre è la data principale della devozione cubana a San Lázaro-Babalú Ayé. Nelle ore precedenti, migliaia di pellegrini raggiungono il santuario nazionale situato a El Rincón, nei pressi dell’Avana. La presenza storica di un ospedale destinato alle persone affette da lebbra ha rafforzato il rapporto del luogo con la malattia e l’esclusione.
Molti devoti arrivano a piedi. Alcuni percorrono lunghe distanze scalzi, altri portano abiti di juta, stoffe violacee, candele, fiori, denaro o piccoli carri con l’immagine del santo. Vi sono persone che avanzano in ginocchio, si trascinano sul terreno o assumono posture dolorose per adempiere una promessa.
Queste pratiche non sono esibizioni di fanatismo prive di significato. Appartengono a una logica votiva nella quale il devoto offre fatica, umiliazione e dolore in cambio di una grazia ricevuta o richiesta. La promessa stabilisce un debito con la potenza sacra; non mantenerla espone non soltanto alla colpa morale, ma alla rottura di una relazione.
Il pellegrino può aver promesso di camminare fino al santuario se un figlio fosse guarito, se un’operazione avesse avuto successo o se una persona fosse sopravvissuta. Il viaggio rende visibile il prezzo attribuito alla grazia. Ciò che è accaduto in una stanza d’ospedale, all’interno di una casa o nel segreto di una diagnosi viene trasformato in un gesto pubblico.
La sofferenza personale entra in una folla di sofferenze.
Durante la caminata, cattolici, santeros, arará, spiritisti e persone prive di una precisa appartenenza religiosa possono trovarsi sulla stessa strada. Alcuni entrano nel santuario e partecipano alla devozione cattolica; altri compiono cerimonie nelle case; molti attraversano entrambi gli spazi.
El Rincón non cancella le differenze tra le tradizioni. Le rende temporaneamente meno importanti della richiesta di salute.
La processione possiede anche una dimensione sociale e politica. I corpi che strisciano sulla strada rendono visibili malattia, povertà e dipendenza in una società che tende a celebrare forza e produttività. Il devoto non appare come cittadino efficiente, ma come essere umano vulnerabile che domanda aiuto.
Lungo quella strada, la debolezza cessa per una notte di essere privata.
Devozione e promessa
Babalú Ayé è uno degli oricha ai quali viene rivolta con maggiore intensità la promessa. La persona chiede salute, protezione da un’epidemia, guarigione di un familiare o sollievo da una condizione persistente e si impegna a compiere un gesto qualora la richiesta venga accolta.
La promessa può riguardare un pellegrinaggio, un’offerta, una celebrazione annuale, l’uso di un abito particolare, una donazione o la preparazione di un bembé. La sua forma dipende dalla tradizione religiosa e dalla storia familiare.
In alcune case cubane, la devozione a San Lázaro-Babalú Ayé viene trasmessa per generazioni senza che tutti i membri siano iniziati nella Regla de Ocha. Una grazia ricevuta da un antenato crea una festa annuale, un altare domestico o un obbligo che passa ai discendenti. La promessa diventa parte della memoria familiare.
Questa continuità mostra che la devozione non è soltanto una transazione individuale. Il favore ricevuto modifica il destino di una casa e crea un debito che può superare la vita della persona che lo contrasse.
Il rischio, naturalmente, è ridurre il rapporto con l’oricha a un commercio: io soffro, tu guarisci, io pago. La tradizione più matura considera invece la promessa come riconoscimento dell’interdipendenza. La salute non viene posseduta una volta per tutte; viene ricevuta, custodita e condivisa.
Adempiere il voto significa ricordare che il corpo salvato non si è salvato da solo.
Il recipiente e la presenza consacrata
La forma materiale nella quale Babalú Ayé viene ricevuto varia notevolmente tra tradizioni lukumí e arará. Possono comparire recipienti di terracotta, ceste, contenitori coperti e strutture dotate di aperture, insieme agli otá e agli attributi consacrati secondo il lignaggio.
Le aperture presenti in alcune forme del recipiente sono state interpretate come immagine della difficoltà di contenere la malattia. Il contagio attraversa confini, passa tra corpi e sfugge a ciò che dovrebbe isolarlo. Questa lettura è suggestiva e coerente con la materialità del culto, ma non sostituisce le spiegazioni ricevute all’interno dell’ilé.
Il recipiente non è una gabbia nella quale la divinità viene rinchiusa. È un fondamento attraverso il quale la sua presenza viene stabilita e servita. Materie, segni, pietre e utensili ricevono senso dalla consacrazione e dalla genealogia che li ha trasmessi.
La differenza tra un oggetto rappresentativo e un fondamento rituale è essenziale. Una statua di San Lázaro, un vaso decorato o una cesta rivestita di juta possono sostenere una devozione popolare, ma non equivalgono a Babalú Ayé ricevuto attraverso le cerimonie della Regla de Ocha o della tradizione arará.
Internet ha reso disponibili fotografie e descrizioni prima difficili da ottenere. Ha anche favorito la vendita di “Babalú Ayé completi”, cariche rituali e kit destinati a persone prive di una casa religiosa. La somiglianza visiva non trasmette aché.
Un recipiente può essere copiato. La relazione che lo rende vivo non può essere assemblata.
Caminos e manifestazioni
Come altri oricha, Babalú Ayé viene conosciuto attraverso caminos, qualità o manifestazioni che ne esprimono aspetti differenti. I nomi e le classificazioni variano considerevolmente secondo ramo rituale e provenienza.
Asojano, Dasoyí, Afimalé o Afimayé e altre denominazioni compaiono nei repertori cubani, ma non costituiscono una tassonomia universalmente accettata. Alcuni nomi appartengono più chiaramente a contesti arará; altri sono stati incorporati nella Regla de Ocha; altri ancora possono essere titoli, luoghi d’origine o forme rituali divenute, nella trasmissione, identità distinte.
Attribuire a ogni camino un colore, una malattia, un alimento e una personalità rigidamente definiti produce spesso schemi moderni più ordinati della tradizione reale. Il camino non è un segno zodiacale dell’oricha. Indica una particolare configurazione del suo aché, conosciuta attraverso racconti, canti, divinazione e fondamenti specifici.
Le differenze possono riguardare l’età con cui viene rappresentato, il tipo di infermità, il rapporto con la terra, l’acqua, il monte, il viaggio o determinate comunità africane. Ma queste distinzioni appartengono alla conoscenza dell’ilé e non devono essere inventate combinando liste provenienti da Cuba, Brasile e Nigeria.
La pluralità dei caminos ricorda che la malattia non possiede un solo volto. Può essere improvvisa o lenta, visibile o nascosta, contagiosa o solitaria, reversibile o permanente. Anche la guarigione assume forme differenti.
Babalú Ayé non governa una categoria astratta. Conosce i molti modi in cui il corpo può perdere il proprio ordine.
Canto, ritmo e corpo posseduto
Nelle cerimonie dedicate a Babalú Ayé, canto e ritmo rendono presente una qualità corporea immediatamente riconoscibile. La danza può mostrare un corpo curvo, appoggiato a un bastone, attraversato dal tremore o impegnato nel gesto di spazzare.
Questi movimenti non devono essere letti come imitazione irrispettosa della disabilità. All’interno del rito, il corpo assume la storia sacra dell’oricha. La claudicazione e la fatica non vengono rappresentate per suscitare riso, ma per rendere visibile una potenza che ha conosciuto l’esilio e il dolore.
Le forme musicali possono differire tra cerimonie lukumí e arará. Queste ultime conservano repertori, lingue rituali e strumenti collegati alle tradizioni fon ed ewe, mentre nelle case di Ocha Babalú Ayé può essere lodato entro strutture musicali afrocubane più ampie.
La distinzione è importante. Parlare genericamente di “tamburi della Santería” cancella la pluralità delle nazioni africane e dei sistemi rituali sopravvissuti a Cuba.
Quando Babalú Ayé si manifesta attraverso la possessione, l’elegún può apparire piegato, affaticato o percorso da movimenti che richiamano il dolore e la guarigione. Può utilizzare il já, benedire, ammonire o rivolgersi a persone malate.
La possessione non è una tecnica terapeutica da provocare individualmente, né una performance basata sulla capacità di imitare i sintomi. Avviene entro una comunità capace di riconoscere la presenza dell’oricha e di sostenere il corpo che la riceve.
La scena può apparire inquietante perché Babalú Ayé porta nel centro della festa ciò che normalmente viene nascosto: il corpo che trema, fatica e dipende da un sostegno. La musica non elimina questa fragilità. Le conferisce autorità.
Malattia, stigma e comunità
La malattia non colpisce soltanto organi e tessuti. Modifica il modo in cui una persona viene percepita. Alcune patologie provocano compassione; altre generano paura, disgusto o sospetto morale. Il malato contagioso può diventare, agli occhi della comunità, meno individuo che minaccia.
Babalú Ayé governa questo territorio sociale della malattia.
I racconti del suo esilio mostrano una comunità che si protegge allontanando il corpo pericoloso. L’isolamento può essere necessario durante un’epidemia, ma possiede sempre un costo umano. Chi viene separato rischia di perdere non soltanto il contatto fisico, ma il riconoscimento, la voce e l’appartenenza.
La lebbra, il vaiolo, le malattie veneree e, in tempi più recenti, l’HIV/AIDS sono state accompagnate da forme particolarmente dure di stigmatizzazione. In alcuni ambienti diasporici, il dominio di Babalú Ayé è stato esteso a queste condizioni e ad altre epidemie contemporanee.
Tali estensioni non sono uniformi e non devono essere presentate come una dottrina antica. Sono sviluppi moderni attraverso i quali le comunità applicano una potenza tradizionale a esperienze nuove. Durante la pandemia di COVID-19, alcuni devoti hanno rivolto preghiere e cerimonie a Babalú Ayé; altri hanno preferito mantenere distinzioni rituali più conservative.
La religione, in questi casi, non deve essere posta contro la medicina. Molti praticanti considerano medici, farmaci, vaccini e ospedali strumenti attraverso i quali può operare la guarigione. La preghiera non rende inutile la cura clinica, così come la cura clinica non esaurisce il bisogno di significato, sostegno e relazione.
Babalú Ayé non sostituisce il medico. Ricorda che il paziente è più della sua diagnosi.
La lettura religiosa ed esoterica
Religiosamente, Babalú Ayé è un oricha reale, dotato di volontà, aché e forme proprie di culto. Non è una personificazione poetica della paura della malattia. I devoti gli parlano, lo ricevono, lo servono e riconoscono la sua azione nella propria vita.
La lettura esoterica può interrogare il suo simbolismo senza dissolvere questa realtà religiosa. Babalú Ayé manifesta la legge secondo cui la materia possiede una voce che la volontà non può ignorare. Il corpo può essere disciplinato, allenato e curato, ma non trasformato in un servo perfettamente obbediente dell’identità.
La malattia interrompe il progetto personale. Introduce tempi che non sono stati scelti, dipendenze che l’orgoglio rifiuta e domande alle quali nessuna pratica spirituale garantisce una risposta.
Nel suo dominio, la guarigione non è vittoria della mente sulla materia. È una nuova alleanza con la materia.
La scopa rituale mostra che ciò che deve essere rimosso ha bisogno di una direzione; la cesta dell’awán insegna che la sofferenza può essere trasferita soltanto verso qualcosa capace di riceverla; il tessuto di sacco protegge ciò che non deve diventare spettacolo; i grani ricordano la moltitudine dei corpi esposti; la promessa trasforma la grazia in obbligazione.
Babalú Ayé è anche il custode di una potenza che si manifesta attraverso la sottrazione. Mentre altri oricha mostrano ricchezza, bellezza, regalità o forza, egli appare spogliato. Non possiede un corpo idealizzato con il quale convincere il devoto. Esige venerazione da una forma che la società potrebbe rifiutare.
La sua regalità comincia dove termina il prestigio.
La lettura psicologica
Sul piano psicologico, Babalú Ayé può rappresentare l’incontro con la vulnerabilità corporea e con le parti di sé percepite come difettose, impure o indegne di essere mostrate. Il suo mito attraversa vergogna, esclusione, dipendenza e ritorno alla dignità.
Questa lettura può risultare particolarmente significativa per chi vive una malattia cronica o una disabilità. Il corpo non corrisponde più alle aspettative dell’ambiente e può diventare fonte di estraneità. La persona si sente osservata attraverso il sintomo, come se ogni altra parte della sua identità fosse scomparsa.
Babalú Ayé non offre una facile riconciliazione. Non dichiara che ogni sofferenza possieda uno scopo o che la malattia debba essere ringraziata. Una simile retorica sarebbe crudele verso chi affronta dolore, perdita o prognosi incerte.
Il suo simbolismo mostra piuttosto che la dignità non dipende dall’integrità fisica, dall’autonomia assoluta o dalla capacità di nascondere la ferita.
La promessa può essere interpretata psicologicamente come tentativo di restituire forma a un’esperienza dominata dall’impotenza. Quando nulla sembra controllabile, impegnarsi in un gesto futuro costruisce una continuità tra il presente della paura e la possibilità della sopravvivenza.
Anche il pellegrinaggio trasforma la sofferenza privata in azione. Il devoto non può decidere l’esito della malattia, ma può decidere di camminare, offrire, ricordare e mantenere la parola data.
Queste interpretazioni rimangono però secondarie. Babalú Ayé non è l’“archetipo del guaritore ferito”, formula moderna spesso utilizzata per assimilare divinità e santi a una categoria psicologica. La sua potenza religiosa eccede l’esperienza interiore dell’individuo.
La psicologia può descrivere ciò che accade nel pellegrino. Non può sostituire colui verso il quale il pellegrino cammina.
Babalú Ayé nella diaspora contemporanea
La devozione a Babalú Ayé ha seguito le comunità cubane negli Stati Uniti, in America Latina e in Europa. Altari domestici, feste del 17 dicembre, awán e pellegrinaggi locali sono stati ricreati lontano da Cuba, spesso mantenendo legami con padrini, madrine e lignaggi presenti sull’isola.
A Miami e in altre città della diaspora cubana, San Lázaro-Babalú Ayé continua a ricevere promesse e celebrazioni familiari. Le immagini del vecchio con i cani convivono con fondamenti consacrati, pratiche spiritiste e devozioni cattoliche.
Il suo nome è entrato anche nella storia giuridica degli Stati Uniti attraverso la Church of the Lukumi Babalu Aye, protagonista della controversia decisa dalla Corte Suprema nel 1993 contro la città di Hialeah. La sentenza riconobbe che ordinanze formulate per impedire i sacrifici animali della religione lukumí violavano la libertà religiosa perché colpivano selettivamente una tradizione specifica.
Il caso non riguardava direttamente la teologia di Babalú Ayé, ma rese il suo nome parte di una delle più importanti decisioni moderne sulla protezione costituzionale delle religioni minoritarie.
Nel frattempo, internet ha moltiplicato immagini, preghiere, ricette rituali e presunti caminos. La diffusione ha reso il culto più visibile, ma ha anche sovrapposto Babalú Ayé lukumí, Asojano arará, Ọbalúayé yoruba, Omolu del Candomblé e Sakpata vodun in una figura unica e indefinita.
Riconoscere le relazioni storiche tra queste potenze non autorizza a cancellarne le differenze. Un canto brasiliano, una veste di paglia beninese e un awán cubano possono appartenere alla stessa grande costellazione religiosa senza diventare elementi intercambiabili.
La diaspora conserva attraverso la trasformazione, ma non ogni mescolanza è continuità.
Il miracolo e ciò che rimane
Babalú Ayé è spesso chiamato miracoloso. La parola non indica soltanto una guarigione inspiegabile. Può riferirsi al fatto che qualcuno abbia trovato una medicina, incontrato il medico giusto, superato un’operazione, ricevuto aiuto economico o conservato la forza necessaria a continuare.
La religione popolare non separa sempre il miracolo dall’evento ordinario. Ciò che conta è il riconoscimento di una presenza dentro la concatenazione delle circostanze.
Ma non tutti guariscono.
Una pagina dedicata a Babalú Ayé tradirebbe il proprio argomento se trasformasse la devozione in garanzia. La malattia può peggiorare, il corpo può non rispondere alle cure e una promessa può essere pronunciata davanti a un silenzio che non si lascia interpretare.
La sua sovranità comprende anche questa oscurità. Babalú Ayé non è venerato perché impedisce ogni morte, ma perché rimane vicino al confine nel quale salute e vita non possono più essere considerate proprietà sicure.
Il devoto lo teme e lo ama per la stessa ragione: egli conosce quanto poco basta perché il corpo diventi altro da ciò che era.
Nella stanza, la cesta è ormai colma. I grani passati sulle braccia, sul petto e sulla testa hanno raccolto ciò che i presenti non desiderano portare con sé. La scopa rituale viene deposta. Qualcuno comincia un canto, dapprima con una voce così bassa che sembra provenire dal pavimento.
Fuori, la notte continua come se nulla fosse accaduto. Ma chi esce dalla stanza sa che la salute non è il silenzio del corpo. È una tregua, una relazione, talvolta una grazia. E ogni grazia conserva, nel punto più nascosto, la memoria di ciò da cui è stata strappata.

