Stregoneria popolare nel Sud-Ovest francese, fra Béarn e Guascogna
Nelle campagne del Béarn, alla vigilia della festa di San Giovanni Battista, le massaie chiudevano le serrature delle porte di casa con piccoli mazzetti di finocchio e ne ostruivano i buchi. Era persuasione condivisa che in quella notte gli stregoni si moltiplicassero in zelo e malvagità, capaci di farsi minuscoli per insinuarsi negli interstizi più angusti della casa rurale; il finocchio fungeva allora da sentinella vegetale, e una formula in lingua bearnese ne assicurava la vigilanza notturna: Si passa peu hourat, a noeyt, nat sourcièr boü, / Hè-t plaa senti, fenoulh, et d'entra qu'haura poü. Trecento chilometri più a nord, nella Guascogna pianeggiante del Gers, un pastore che dovesse incrociare al chiaro di luna un loup-garoun sapeva che il duello si sarebbe aperto con la formula di sfida Tiro-t' la besto: una volta proferita, l'animale era costretto a deporre la peau — la pelle ferina che rendeva possibile la metamorfosi — e il licantropo tornava uomo.
Questo era ancora il mondo del francese rurale fra ultimo Ottocento e primo Novecento; era ancora, soprattutto, un mondo che si poteva osservare dal vivo, non ricostruire dagli archivi. Due piccoli volumi, oggi tradotti per la prima volta in italiano nella collana Sorcellerie di Lexicon Symbolorum, ne fissano la fisionomia da due osservatori diversi e complementari.
Il primo è del 1874. Si chiama Pratiques de sorcellerie ou superstitions populaires du Béarn; lo firma Hilarion Barthety, che a quel tempo aveva trentadue anni ed era notaio nel cantone di Garlin, alle pendici settentrionali dei Pirenei. In quel medesimo anno fu nominato sindaco del proprio comune e supplente del giudice di pace cantonale, il che lo metteva in contatto quotidiano, fra una rogazione e un atto di compravendita, con i contadini delle frazioni rurali del Vic-Bilh. È seduto al banco del notaio o nell'ufficio del giudice di pace, dunque, che il giovane magistrato raccoglie le formule che poi mette per iscritto: il libretto è il sottoprodotto, in senso letterale, di una funzione pubblica. Pubblicato a Pau presso il libraio Léon Ribaut come estratto del Bulletin de la Société des Sciences, Lettres et Arts de Pau, il fascicolo non era opera d'erudizione folklorica condotta a tavolino ma raccolta di appunti di un magistrato che ascolta.
Il secondo libro è del 1907. Lo intitola La Sorcellerie en Gascogne l'abate Honoré Dambielle, che ne è autore a trentatré anni, parroco da meno di un decennio in un villaggio del Gers, e archeologo dilettante per le pubblicazioni della società dotta della Guascogna. Il fascicolo di trentasei pagine è l'estratto di un saggio comparso in due puntate sul Bulletin de la Société archéologique du Gers fra l'autunno 1906 e l'inverno 1907. Anche qui la posizione dell'osservatore è duplice e produttiva di tensioni feconde: Dambielle parla la stessa lingua dei suoi parrocchiani, conosce dall'interno le formule che descrive, frequenta gli stessi spazi domestici dove si dicono le orazioni di guarigione e si appendono gli amuleti benedetti; ma le inquadra nello sguardo del sacerdote ortodosso che giudica la superstitio come deviazione religiosa da smascherare, e l'invito conclusivo alla «lotta contro la superstizione» chiude il fascicolo come un monito pastorale.
Ciò che colpisce, leggendo le due opere fianco a fianco, è il diverso angolo di visuale. Barthety scrive da magistrato: il suo interesse cade sulle pratiche di difesa, cioè sui dispositivi rituali con cui il contadino bearnese cerca di neutralizzare l'azione del sourcièr. Si tratta di un repertorio paradossalmente domestico, fatto di gesti minimi, di formule mormorate, di erbe e di ceri benedetti, della saliva mescolata al sale nel cavo della mano sinistra. Il pollice piegato fra indice e medio rende inoffensivo lo stregone incontrato per strada; il finocchio alla finestra ne intercetta la metamorfosi; un rastrello a nove punte, posto sotto il neonato esposto qualche istante alla lettiera del porcile, restituisce il pianto al tentadou, il tentatore, che lo aveva indotto. Le ricette terapeutiche occupano la metà del libretto e descrivono un universo di scongiuri contro la febbre (sette piedi di mendras, la menta selvatica, ai quali si offrono pane e sale a pari di sette o nove briciole, in osservanza al precetto virgiliano numero Deus impare gaudet), contro la scabbia (da curare camminando ignudi prima del sorgere del sole in un campo d'avena del giorno di San Giovanni), contro il cindre (l'herpes zoster, che il guaritore «porta» e «depone» in nove passi sulle proprie spalle), contro la passerie (il mughetto infantile, da sciogliere introducendo per nove volte la testa del lattante nello sportello di una stia di galline). Il magistrato registra con leggera ironia positivista, e con una preoccupazione pedagogica che oggi appare quasi candida.
Dambielle ha un'altra ossessione. Più che le pratiche di difesa lo interessa la fisionomia di chi le rende necessarie. La prima parte del suo libro è una tassonomia del sorcier: il pousoè della parlata guascona, lo stregone propriamente detto, e accanto a lui il doubin, l'indovino-mago che consulta un grande libro tenuto al contrario; il sorcier-médecin, il guaritore-stregone che mescola erbe efficaci e formule maleficiose; il temuto sorcier-prêtre, il sacerdote ordinato che ha contratto patto col demonio e celebra a mezzanotte la messe de Saint Sécaire in una chiesa diroccata, abitata da civette e da rospi, per far morire la propria vittima a fuoco lento. Il santo, in realtà, è di pura invenzione popolare: il nome è costruito etimologicamente sul guascone secà, «seccare, far disseccare», a designare il male che lentamente prosciuga le forze di chi ne è oggetto. Le quattro vie per ottenere i poteri sono codificate con scrupolo etnografico: l'eredità di famiglia, il patto col demonio, il possesso della peau - la pelle diabolica trasmissibile, talvolta ereditata, talvolta acquistata -, e infine la lettura dei grimori popolari, segnatamente il Petit Albert e il Grand Albert, che Barthety dichiarava trent'anni prima di aver fatto «gettare al fuoco» nelle case dove li aveva trovati, senza accorgersi di operare a sua volta come agente attivo del disboscamento culturale che pure si limitava a registrare.
Le metamorfosi notturne, in Dambielle, formano un capitolo a sé. La camo cruso, la cavalla nera, il vampiro femmineo che attraversa di notte le pareti delle case per rubare i bambini al loro sonno, coabita nel pantheon guascone con il loup-garoun, il licantropo che si lascia sfidare all'incrocio delle quattro strade, e con i revenants, as morts que tournon, i morti che ritornano e si manifestano per las lutzes (le luci che si vedono di notte sui muri), per las candelos (le candele che si accendono da sole) e per le brut (i rumori che si battono sui mobili a mezzanotte). La seconda parte del libro descrive l'enorme repertorio dei mezzi preventivi cattolici di guarigione popolare, dal cero pasquale al pane benedetto, dalla halhèro di San Giovanni alla cera della Candelora, fino alle invocazioni a sant'Apollonia per il mal di denti, a san Fiacro per le emorroidi, alle tre Marie per i parti difficili, a santa Barbara per i fulmini, a san Cosma e Damiano per le malattie in generale.
Letti uno accanto all'altro, i due libri compongono una geografia coerente. Pirenei e Pianura, magistrato e sacerdote, charmatori e pousoè: la lettura combinata restituisce al lettore italiano la trama di un Sud-Ovest francese in cui la cultura agraria di lingua occitana costituiva ancora, all'inizio del nuovo secolo, il principale tessuto di vita ordinaria, prima che le trasformazioni demografiche del secondo dopoguerra ne assottigliassero in modo sensibile la maglia. Le due opere si sostengono l'una con l'altra anche sul piano del metodo. La generazione di Barthety era quella di Paul Raymond e Vastin Lespy, gli eruditi di Pau che da metà degli anni Settanta ricostruivano dalla cancelleria del Béarn un dittico storiografico in cui l'archivio dei processi (Lespy, Les sorcières dans le Béarn 1393-1672, Pau 1875) si appaiava alle costumanze rurali contemporanee (Barthety, 1874). La generazione di Dambielle era invece quella di Paul Sébillot, autore dei quattro tomi del Folk-lore de France (Parigi 1904-1907), e di Pierre Saintyves, autore di Les Saints, successeurs des dieux (Parigi 1907): la maturazione finale del folklore comparato europeo, applicata non più ad astrazioni letterarie ma alla vita quotidiana di una specifica regione, e tutta concentrata nei medesimi tre o quattro anni.
Resta da dire perché, oggi, valga la pena recuperare due libretti del genere. La risposta non sta nel loro eventuale fascino antiquario, l'idea che si possano leggere come si sfogliano un album di stampe o un catalogo di curiosità, ma in una ragione di metodo. Il Novecento ha smontato la cornice positivista entro cui Barthety e Dambielle stessi lavoravano. Là dove il notaio di Garlin vedeva «errori grossolani» destinati a estinguersi sotto la luce dell'istruzione obbligatoria, Ernesto De Martino ha mostrato, in Sud e magia (Feltrinelli, Milano 1959) e nella Terra del rimorso (Il Saggiatore, Milano 1961), che pratiche apparentemente identiche a quelle bearnesi — la fattura, la «presa», lo scongiuro — rispondono a una funzione antropologica precisa: garantire al soggetto contadino un margine di «presenza» di fronte alla malattia, al lutto, alla carestia, contro l'angoscia del non poter esserci. Là dove l'abate Dambielle si limitava a registrare la formula come superstizione da combattere, Carlo Ginzburg ha insegnato, da I benandanti (Einaudi, Torino 1966) a Storia notturna (Einaudi, Torino 1989), a leggere queste stesse pratiche come strati culturali di lunga durata, in cui agiscono memorie precristiane mai integralmente assorbite dal cristianesimo ufficiale.
In questa luce, le filastrocche del Trufandèc - lo spirito beffardo che le massaie bearnesi temevano nei loro forni durante l'impasto del sabato -, le quattro vie del pousoè, il duello a Tiro-t' la besto col licantropo guascone, il sourcièr-prêtre che dice messa per la morte di un nemico, il rastrello a nove punte sotto il neonato che piange, smettono di essere curiosità antiquarie e diventano testimoni di una grammatica simbolica, quella della magia popolare europea, che ha le sue regole, le sue costanti, la sua coerenza interna. Recuperare oggi Barthety e Dambielle significa allora trasformarli: da agenti del disboscamento culturale che furono in vita, in fonti primarie di un sapere che la loro stessa generazione voleva cancellare. È una piccola, postuma giustizia.
Michele Leone
Lexicon Symbolorum · MMXXVI
DISPONIBILE SU PATREON
Le due opere — Pratiche di stregoneria e superstizioni popolari del Béarn di Hilarion Barthety (Pau 1874) e La stregoneria in Guascogna di Honoré Dambielle (Auch 1907) — sono disponibili in prima traduzione italiana, in versione integrale e fedele all'originale, con nota introduttiva del traduttore e apparato di note, sul Patreon di Lexicon Symbolorum: patreon.com/LexiconSymbolorum

