Torino, 1675.
In una città che da secoli porta la fama di capitale dell’occulto — posta secondo la tradizione al vertice dei triangoli della magia bianca e di quella nera — un portone di legno diventa una delle sue immagini più inquietanti.
Si trova in via XX Settembre 40, all’angolo con via Alfieri, ed è l’ingresso del Palazzo Trucchi di Levaldigi. A volerlo fu Giovanni Battista Trucchi di Levaldigi: conte, generale delle finanze di Carlo Emanuele II di Savoia, uomo che aveva tra le mani i contratti, i crediti e i favori del ducato. Un potere che, come sempre, si portava dietro il peso delle malelingue. Voci di corridoio parlavano di ricchezze accumulate alle spalle del duca in modi non del tutto leciti… Certo, erano voci. Ma a corte le voci hanno sempre avuto il peso dei fatti.
Il conte replicò a modo suo: commissionò un palazzo a Torino all’architetto Amedeo di Castellamonte e, nel 1675, affidò il portone all’artista Pietro Danesi. Ne uscì un capolavoro intagliato nel legno: fiori, frutta, amorini, due serpenti che si intrecciano e convergono in un batacchio. E al centro di tutto, la faccia del Diavolo.
Quel volto era un messaggio. La tradizione vuole che raffigurasse proprio le malelingue di cui Trucchi diceva di non avere paura. Come a dire: parlate pure, persino il Diavolo è dalla mia parte.
Poi nacque la leggenda. Si racconta che il portone non sia stato costruito, ma sia comparso in una sola notte. Un apprendista stregone avrebbe invocato le forze oscure, chiamandole con parole in una lingua ignota all’essere umano, finché qualcuno rispose: non un demone qualsiasi, ma il “primo superbo” in persona. Irritato da quell’invocazione maldestra, il Diavolo lo avrebbe punito imprigionandolo dietro il portone, murato vivo per l’eternità, senza poterlo mai aprire dall’interno.
Le coincidenze, del resto, non mancavano. Prima di ospitare la Banca Nazionale del Lavoro, il palazzo fu sede della Real Fabbrica dei Tarocchi: uno dei più antichi strumenti di divinazione d’Occidente, prodotto proprio dietro quella faccia scolpita. All’epoca il civico era il 15… e il 15, nei Tarocchi, è l’Arcano Maggiore del Diavolo.
Le storie oscure si moltiplicarono. Nel 1790, durante una festa di carnevale, una danzatrice cadde a terra pugnalata alle spalle: un colpo solo, l’arma mai trovata, il colpevole mai identificato. La stessa notte una tempesta improvvisa si abbatté su Torino e un vento freddo, a finestre chiuse, spense ogni candela. Nei giorni seguenti qualcuno giurò di vedere il fantasma della ballerina aggirarsi tra le stanze; altri raccontarono di un quadro mai visto prima, comparso su una parete, che ritraeva una donna danzare tra le fiamme dell’inferno.
Pochi anni dopo, sotto l’occupazione francese, il maggiore Melchiorre Du Perril entrò nel palazzo per un pasto veloce, con addosso documenti segreti. Non ne uscì mai. Vent’anni più tardi, abbattendo un muro durante i lavori di ristrutturazione, alcuni operai trovarono uno scheletro in piedi, murato. Dei documenti, nessuna traccia.
Lo stregone imprigionato, la ballerina senza assassino, il maggiore senza tomba.
I più razionali ricorderanno che il portone fu commissionato e intagliato da mani umane, e che il resto è folclore stratificato nei secoli. Eppure, ancora oggi, c’è chi giura di percepire qualcosa di sbagliato passando da quelle parti: la sensazione di essere osservati da qualcosa che non si vede.
Intanto, il Diavolo sul batacchio sorride. E aspetta.

