Meditazione e presenza

Il ruolo del silenzio

Lo spazio interiore nel quale il rumore si allontana e ciò che rimane può finalmente essere ascoltato

Il suono di una campana non termina nello stesso istante in cui viene colpita. Nasce pieno e riconoscibile, attraversa la stanza come una materia vibrante, poi comincia lentamente a ritirarsi, perdendo intensità senza scomparire del tutto. Continuiamo ad ascoltarlo mentre diventa più sottile, quasi confuso con l’aria, finché arriva un momento nel quale non sappiamo più dire se la vibrazione sia ancora presente o se sia rimasta soltanto la memoria dell’ascolto. È allora che qualcosa cambia: la coscienza, che fino a poco prima seguiva un suono, si trova improvvisamente davanti allo spazio che quel suono ha lasciato.

Non è un vuoto assoluto. La stanza continua a contenere il respiro, il movimento appena percepibile del corpo, un’automobile lontana, il legno che si assesta, forse una voce proveniente da un’altra parte della casa. Anche la mente non ha smesso di produrre pensieri. Eppure, per alcuni istanti, viene meno la necessità di afferrare ciò che appare, di commentarlo o di trasformarlo immediatamente in qualcosa di conosciuto.

Corso Il linguaggio dei Tarocchi

Corso:Il linguaggio dei Tarocchi

Docente: Laura Scordato

Data inizio corso: 20/10/2026

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Il silenzio meditativo comincia spesso in questo modo, non quando ogni rumore viene eliminato, ma quando la coscienza smette per un momento di riempire tutto lo spazio disponibile.

La parola silenzio richiama facilmente l’immagine di un luogo separato dal mondo: una stanza chiusa, un tempio prima dell’inizio del rito, un sentiero lontano dalle strade oppure la notte, quando le attività umane sembrano finalmente ritirarsi. Queste condizioni possono favorire il raccoglimento, perché riducono la quantità di stimoli che chiedono attenzione, ma non garantiscono da sole l’esperienza interiore che stiamo cercando. Una stanza perfettamente quieta può essere attraversata da un dialogo mentale incessante, mentre un breve momento di silenzio può aprirsi nel rumore di una città, quando smettiamo di opporci a ciò che ascoltiamo e riconosciamo semplicemente la nostra presenza dentro quel paesaggio.

Il silenzio non è dunque il contrario del suono, così come la meditazione non è il contrario del pensiero. È una qualità della relazione con ciò che accade, uno spazio nel quale le esperienze possono comparire senza essere immediatamente inseguite, respinte o trasformate in una storia.

Il silenzio che non coincide con l’assenza

Chi si avvicina alla meditazione può immaginare che il silenzio interiore cominci quando la mente smette di parlare. Si siede, cerca di non pensare e interpreta ogni ricordo, immagine o frase interiore come un’interruzione della pratica. Il pensiero diventa allora un rumore da eliminare, e l’intero tempo della meditazione viene occupato da una lotta contro l’attività naturale della coscienza.

Ma i pensieri possono continuare a sorgere anche in una meditazione raccolta. Ciò che cambia non è necessariamente la loro presenza, bensì il peso che ricevono e il modo in cui vengono accolti. Una frase compare, richiama un ricordo, forse apre per alcuni secondi una sequenza di immagini; poi, a un certo punto, ci accorgiamo di esserne stati assorbiti e torniamo al respiro, al corpo o all’ascolto. Il pensiero non è stato distrutto e non è stato sconfitto. Ha semplicemente smesso di occupare da solo l’intera scena.

Possiamo immaginare la coscienza come una casa nella quale, per molto tempo, una sola voce abbia parlato senza interruzione. Quella voce ricorda gli impegni, interpreta ciò che accade, anticipa i pericoli, costruisce spiegazioni e mantiene la continuità della nostra storia personale. Non è una presenza inutile e non deve essere condannata al mutismo, perché attraverso di essa riconosciamo una parte essenziale di noi stessi. Il problema nasce quando crediamo che quella voce coincida con l’intera casa e che, fuori dal suo discorso, non esista nulla che meriti di essere ascoltato.

Il silenzio non espelle la voce, ma permette di percepire le stanze che il suo rumore aveva reso invisibili. Esistono sensazioni che precedono il nome con cui cerchiamo di definirle, immagini che non sono state costruite consapevolmente, intuizioni ancora prive di una forma razionale e movimenti del corpo che la mente aveva registrato soltanto come elementi secondari. Esiste inoltre la semplice capacità di sapere che qualcosa sta accadendo prima ancora di aver deciso che cosa significhi.

Quando il commento mentale rallenta, anche soltanto per pochi istanti, queste dimensioni ricevono spazio. Non necessariamente consegnano una rivelazione; più spesso diventano percepibili senza che la coscienza debba immediatamente utilizzarle.

Per questo il silenzio autentico non può essere prodotto attraverso la forza. Nel momento in cui tentiamo di afferrarlo, cominciamo a controllare il pensiero, il respiro e la posizione del corpo, verificando continuamente se la condizione desiderata sia ancora presente. Ciò che avrebbe dovuto diventare apertura si trasforma allora in una tensione più raffinata, nella quale l’Ego cerca di costruire e difendere l’immagine di sé come persona silenziosa.

Possiamo preparare il silenzio, ma non ordinarne la comparsa. Possiamo ridurre gli stimoli, sederci, ascoltare e rinunciare temporaneamente a seguire ogni impulso. Il resto non appartiene interamente alla volontà.

Ciò che emerge quando il rumore diminuisce

Il silenzio viene spesso descritto come un luogo di pace, e talvolta lo è davvero. Il corpo può trovare una posizione meno difensiva, il ritmo dell’esperienza rallenta e la mente smette per alcuni minuti di saltare da un oggetto all’altro. Si apre allora una quiete che non ha bisogno di essere spiegata, perché la sua qualità viene riconosciuta prima ancora che il pensiero tenti di descriverla.

Non sempre, però, ciò che incontriamo possiede questa forma.

L’attività quotidiana non elimina ciò che proviamo; spesso lo mantiene sullo sfondo attraverso una successione continua di compiti, parole e stimoli. Quando il movimento diminuisce, possono diventare più evidenti la stanchezza, la tristezza, l’irritazione, una paura non riconosciuta oppure una semplice inquietudine che non sembra avere un oggetto preciso. Il silenzio non le ha necessariamente create. Ha soltanto tolto, per alcuni istanti, ciò che impediva di sentirle.

Questo è uno dei motivi per cui il silenzio può essere desiderato e, nello stesso tempo, temuto. La coscienza immagina di trovarvi riposo, ma sa anche che, smettendo di produrre continuamente distrazioni, potrebbe incontrare parti dell’esperienza che non aveva ancora voluto ascoltare.

Non dobbiamo trasformare questa possibilità in una nuova mistica della sofferenza. Il fatto che un contenuto emerga durante la meditazione non significa che possieda necessariamente una profondità spirituale, né che debba essere esplorato nello stesso momento. Una preoccupazione può rimanere soltanto una preoccupazione, un pensiero ripetitivo può essere la conseguenza della stanchezza e una sensazione corporea può appartenere alle normali condizioni del corpo. Il silenzio non rende automaticamente più vero ciò che appare; talvolta, proprio perché riduce gli stimoli esterni, può amplificare una paura o una tensione fino a farle sembrare più vaste di quanto siano.

La pratica consiste anche nel riconoscere che non tutto deve essere seguito. Possiamo accorgerci della tristezza, darle un nome semplice e tornare al contatto dei piedi. Possiamo vedere comparire un’immagine, conservarne il ricordo e decidere che verrà contemplata in un altro momento. Possiamo sentire che una regione interiore chiede attenzione senza considerare la meditazione il luogo adatto per attraversarla fino in fondo.

Il silenzio mostra, ma non pretende.

Questa distinzione diventa particolarmente importante nel lavoro con l’Ombra. Ciò che è stato escluso dalla coscienza non compare sempre come un pensiero chiaramente formulato; può assumere la forma di disagio, irritazione, fantasia, inquietudine corporea o desiderio improvviso di interrompere. Sarebbe però un errore considerare ogni difficoltà una resistenza dell’Ego e costringersi a rimanere, come se la maturità spirituale potesse essere misurata attraverso la quantità di materiale oscuro che siamo capaci di sopportare.

L’Ombra non viene integrata semplicemente restando seduti davanti a ciò che emerge. Il silenzio può aprire l’incontro, ma la trasformazione richiede anche parola, simbolo, relazione, responsabilità e, in alcuni casi, un sostegno capace di offrire forma a ciò che la coscienza non riesce ancora a contenere.

Il silenzio ha bisogno di confini. Deve avere un inizio, una durata e una conclusione, perché ogni discesa interiore necessita anche di una via di ritorno. Quando la pratica termina, il corpo viene nuovamente percepito nella sua interezza, lo sguardo riconosce la stanza e la persona ritorna alle azioni ordinarie, portando con sé soltanto ciò che può essere accolto senza essere sopraffatta.

Il silenzio come soglia fra Ego e Sé

Nel percorso dedicato all’Architettura dell’invisibile abbiamo incontrato l’Ego come centro della coscienza e il Sé come totalità più vasta, capace di comprendere tanto ciò che riconosciamo come nostro quanto ciò che rimane ancora nell’Ombra. Il silenzio può diventare uno dei luoghi nei quali questa relazione si fa più percepibile, non perché il Sé cominci improvvisamente a parlare con una voce chiara, ma perché l’Ego smette per alcuni istanti di interpretare ogni esperienza prima ancora che possa assumere una forma.

Quando il commento interiore rallenta, non riceviamo necessariamente un insegnamento superiore. Possono comparire ricordi quotidiani, frammenti di fantasia, stanchezza oppure nulla che sembri possedere un significato particolare. Eppure proprio questa assenza di garanzie rende il silenzio una soglia autentica: ciò che appare non viene prodotto interamente dalla volontà e non può essere costretto a confermare ciò che desideriamo credere.

Talvolta un’immagine emerge senza essere stata cercata, una domanda perde la forma rigida con cui continuavamo a ripeterla oppure un sentimento che credevamo semplice rivela una qualità differente. Non sappiamo ancora se ciò che abbiamo incontrato appartenga alla memoria, all’Ombra, all’attività immaginale o a una più profonda direzione del Sé. Il compito iniziale non è decidere immediatamente, ma permettere che l’esperienza rimanga abbastanza a lungo da essere riconosciuta.

È in questo punto che il silenzio incontra il simbolo. Un’immagine non viene subito tradotta in un messaggio univoco, ma può essere custodita come una forma capace di collegare la coscienza a qualcosa che non possiede ancora parole sufficienti. La sua funzione trasformativa dipende anche dalla possibilità di non soffocarla con una spiegazione prematura.

Il silenzio diventa allora il vaso nel quale l’immagine può rimanere senza essere immediatamente distrutta dall’interpretazione. Non è il contenuto della trasformazione, ma lo spazio che permette al contenuto di prendere forma.

Questa disponibilità non deve essere confusa con l’attesa impaziente di una rivelazione. Quando ci sediamo pretendendo una risposta, il silenzio viene immediatamente occupato dal desiderio di riceverla. Ogni pensiero insolito appare significativo, ogni sensazione sembra confermare una direzione e ogni immagine viene trasformata in un ordine.

Il discernimento comincia quando accettiamo che il silenzio possa non rispondere.

Possiamo formulare una domanda e poi lasciarla riposare senza cercare di costringere la meditazione a produrre una soluzione. Ciò che è importante potrebbe emergere in seguito, attraverso un sogno, una conversazione, una scelta concreta o il lento cambiamento della nostra prospettiva. Potrebbe anche non emergere nulla, perché non ogni domanda possiede una risposta disponibile nel momento in cui viene posta.

A volte il silenzio non risolve la domanda, ma mostra che era stata formulata nel modo sbagliato. Chiedevamo quale strada dovessimo scegliere, mentre la vera questione riguardava la paura di perdere una delle possibilità. Cercavamo una conferma spirituale, quando ciò che mancava era il coraggio di assumere una decisione.

Il Sé non è un oracolo al servizio dell’Ego. Il silenzio non viene aperto per consegnarci ciò che desideriamo, ma per modificare la qualità dell’ascolto con cui incontriamo ciò che non possiamo ancora controllare.

Il corpo e la materia del silenzio

Il silenzio non appartiene soltanto alla mente. Quando parole e movimenti volontari diminuiscono, il corpo diventa spesso più percepibile, non perché inizi improvvisamente a rivelare un codice nascosto, ma perché l’attenzione dispone di meno oggetti esterni ai quali rivolgersi. Il peso sulla sedia, il contatto degli abiti, una tensione nella mandibola o il movimento del respiro emergono con una chiarezza che nella vita quotidiana non possedevano.

Anche i gesti più piccoli sembrano acquistare consistenza. Deglutire, spostare una mano o cambiare leggermente la posizione di una gamba interrompono l’apparente immobilità e mostrano che il corpo non ha mai smesso di adattarsi. La meditazione non deve trasformare questi movimenti in colpe o in segni di una disciplina insufficiente.

L’immobilità utile è quella che consente alla coscienza di osservare senza costringere il corpo a diventare una statua. Quando compare un disagio lieve, possiamo restare per alcuni istanti e riconoscerne la qualità; quando il dolore aumenta, la posizione produce intorpidimento oppure il corpo chiede chiaramente un diverso sostegno, possiamo muoverci lentamente e tornare alla pratica.

Anche il movimento può essere silenzioso.

Esiste un gesto compiuto impulsivamente per fuggire alla prima sensazione sgradevole e un gesto necessario, riconosciuto e realizzato senza fretta. Imparare a distinguere queste due qualità fa parte della meditazione, perché il silenzio non richiede assenza di azione, ma una relazione meno automatica con l’impulso.

Nella visione spirituale, la quiete del corpo può essere percepita come un raccoglimento del campo energetico. La forza abitualmente distribuita fra gesti, risposte, parole e stimoli viene temporaneamente riportata verso un centro, non per chiudersi al mondo, ma per riconoscere la propria forma prima di tornare allo scambio.

Non è necessario avvertire correnti sottili, colori o particolari espansioni. Il raccoglimento può essere molto più semplice: il corpo, per alcuni minuti, smette di prepararsi continuamente all’azione successiva.

Il respiro può diventare più sottile oppure rimanere irregolare. I muscoli possono distendersi o continuare a trattenere una tensione. Non occorre produrre una quiete uniforme per entrare nel silenzio, perché la materia non deve corrispondere a un’immagine spirituale perfetta.

Il silenzio attraversa il corpo così com’è.

Il silenzio che torna nella parola e nel mondo

Il raccoglimento può diventare un rifugio necessario. Vi sono momenti nei quali abbiamo bisogno di interrompere le richieste, chiudere una porta, ridurre le parole e recuperare uno spazio nel quale nessuno pretenda una risposta immediata. Il ritiro non è sempre una fuga; può costituire protezione, riposo e ricostruzione di un confine che la vita quotidiana ha reso troppo permeabile.

Il problema nasce quando il silenzio diventa l’unico luogo nel quale ci sentiamo al sicuro e ogni relazione viene vissuta come un’invasione. La meditazione rischia allora di essere utilizzata per evitare il conflitto, la complessità degli altri e le decisioni che richiederebbero una parola chiara.

Il silenzio sembra puro perché non contraddice. Le persone, invece, pongono domande, mostrano differenze e mettono alla prova l’immagine che abbiamo costruito di noi stessi.

Una spiritualità capace di incarnarsi non oppone il silenzio al mondo. Riconosce che il raccoglimento deve poter tornare nella parola, nel limite, nell’azione e nella responsabilità. La qualità incontrata durante la meditazione non si misura soltanto dalla capacità di rimanere immobili, ma anche dal modo in cui modifichiamo il rapporto con ciò che diciamo e con ciò che scegliamo di non dire.

Non ogni parola rompe il silenzio e non ogni tacere ne custodisce la profondità.

Esistono silenzi capaci di unire due persone, quando nessuna delle due sente il bisogno di riempire continuamente lo spazio e la relazione può continuare attraverso la semplice presenza. Esistono però anche silenzi utilizzati per punire, controllare, evitare una risposta o rendere l’altro incapace di comprendere ciò che sta accadendo.

Il silenzio non è moralmente superiore alla parola. Deve essere osservato attraverso la funzione che assume.

A volte taciamo perché abbiamo bisogno di tempo e desideriamo evitare una risposta impulsiva; altre volte utilizziamo il ritiro per sottrarci alla responsabilità di una comunicazione necessaria. In alcune situazioni la presenza richiede di non parlare, mentre in altre domanda una parola ferma, capace di interrompere un abuso, affermare un limite o restituire verità a una relazione nella quale il non detto era diventato complicità.

La meditazione può rendere più visibile l’istante che precede la parola. Non garantisce che sapremo sempre scegliere, ma può introdurre un intervallo nel quale l’intenzione diventa almeno parzialmente riconoscibile. Prima di rispondere ci accorgiamo del desiderio di ferire, convincere, difenderci o ricevere approvazione. Non tutte queste intenzioni scompariranno; potranno però entrare nella coscienza prima di trasformarsi interamente in azione.

Una parola nata dal silenzio non è necessariamente dolce. Può essere un rifiuto, una richiesta, una dichiarazione di dolore oppure il riconoscimento di non sapere. La sua qualità non dipende dall’apparenza spirituale, ma dal rapporto più cosciente con la direzione che assume.

Il silenzio rituale

All’interno del rito, il silenzio non rappresenta soltanto una pausa fra due gesti, ma può segnare il passaggio dal tempo ordinario a uno spazio nel quale le azioni ricevono una densità differente. Una candela viene accesa, un oggetto posto sull’altare, un cerchio tracciato oppure una formula pronunciata; poi il movimento si interrompe e ciò che è stato compiuto viene lasciato esistere prima che un nuovo gesto ne modifichi la forma.

Senza questi intervalli, il rito rischia di diventare una successione meccanica di operazioni, attraversate così velocemente da non lasciare alla coscienza il tempo di entrare realmente in relazione con esse. Il silenzio permette di percepire che qualcosa è cominciato, che una soglia è stata riconosciuta oppure che una parola non deve essere immediatamente sommersa da quella successiva.

Anche il simbolo riceve forza dal silenzio che lo circonda. Un oggetto rituale non viene soltanto guardato; viene lasciato al centro di uno spazio nel quale la sua forma può risuonare senza essere ridotta subito a spiegazione. Il silenzio diventa allora il vaso nel quale il simbolo viene deposto, affinché ciò che rappresenta possa entrare in relazione con la presenza del praticante.

Nella prospettiva energetica, questo raccoglimento può essere vissuto come una concentrazione dell’intenzione e del campo. La forza non viene dispersa da movimenti superflui o parole estranee alla direzione del rito, ma rimane raccolta attorno al gesto compiuto.

Il silenzio non consacra automaticamente e non conferisce potere a una forma priva di relazione. Permette però che l’intenzione, il corpo, il simbolo e lo spazio partecipino più chiaramente alla stessa azione.

Esiste inoltre un silenzio conclusivo, spesso dimenticato. Dopo aver terminato una meditazione o un rito, la persona può avvertire il desiderio di parlare immediatamente, controllare il telefono o tornare senza transizione alle attività quotidiane. Nulla impedisce di farlo, ma alcuni istanti di quiete permettono di riconoscere che l’esperienza si sta chiudendo e che ciò che è stato raccolto deve essere riportato gradualmente nel mondo.

La conclusione non serve a trattenere uno stato. Serve a costruire un confine.

Una pratica per incontrare il silenzio

Questa pratica può essere seguita anche da chi non ha mai meditato e non richiede una stanza completamente priva di rumori. La sua durata iniziale può essere compresa fra cinque e otto minuti; quando anche cinque minuti sembrano eccessivi, è possibile iniziare con tre, perché lo scopo non consiste nel resistere a lungo, ma nel riconoscere almeno un breve intervallo nel quale l’ascolto rimane presente senza dover inseguire immediatamente ciò che appare.

Scegli una posizione stabile, preferibilmente su una sedia, appoggiando i piedi al pavimento o a un sostegno e lasciando la schiena sullo schienale quando ne hai bisogno. Le mani possono riposare sulle cosce, senza assumere una forma particolare. Puoi mantenere gli occhi aperti, socchiusi o chiusi; per una prima esperienza può essere utile lasciarli aperti o leggermente abbassati, in modo che la stanza rimanga facilmente riconoscibile.

Prima di entrare nell’ascolto, prenditi alcuni istanti per orientarti. Osserva la luce, individua la porta, riconosci la posizione di alcuni oggetti e senti il peso del corpo sulla sedia. Non stai cercando di rilassarti e non devi preparare una condizione speciale; stai semplicemente ricordando alla coscienza dove si trova.

Lascia poi che l’attenzione si apra verso i suoni presenti. Non cercare il silenzio e non selezionare soltanto i rumori piacevoli. Ascolta ciò che c’è: una voce, il traffico, il vento, un apparecchio oppure il movimento del tuo stesso corpo. Quando un suono diventa evidente, rimani con esso senza doverne ricostruire la provenienza e riconoscine il cambiamento. Potrebbe aumentare, allontanarsi, interrompersi oppure confondersi con altri rumori.

Quando termina, non cercare immediatamente un nuovo oggetto. Rimani per un breve momento nello spazio che ha lasciato, anche se quello spazio contiene altri suoni più lievi. Non devi trattenere l’intervallo e non occorre sapere quanto duri; è sufficiente riconoscere che, per un istante, l’attenzione non stava inseguendo nulla.

Presto un altro suono comparirà e la mente comincerà a commentarlo, identificandone la causa o lamentandosi perché disturba la pratica. Quando ti accorgi di avere seguito il racconto, non rimproverarti e non tentare di svuotare la mente. Torna semplicemente all’ascolto.

Dopo alcuni minuti, lascia che il campo si allarghi, permettendo a suoni vicini e lontani di comparire senza dover essere percepiti tutti con la stessa chiarezza. Includi anche il corpo sostenuto dalla sedia, il contatto dei piedi e il movimento naturale del respiro, senza scegliere necessariamente uno di questi elementi come centro assoluto.

Il silenzio che stai cercando non si trova dietro i suoni, come una realtà che essi nascondono. È lo spazio nel quale suono, corpo e pensiero possono comparire senza che la coscienza debba possederli.

Quando il tempo è terminato, non alzarti immediatamente. Guarda di nuovo la stanza, muovi lentamente le mani e i piedi e lascia che l’ascolto torni alla sua funzione ordinaria, nella quale i rumori vengono riconosciuti soprattutto per il significato e per le azioni che richiedono.

Non domandarti se hai raggiunto il silenzio. Puoi chiederti soltanto se hai riconosciuto almeno un momento nel quale un suono era terminato e la mente non aveva ancora cominciato a inseguire quello successivo. Anche un intervallo brevissimo contiene già la direzione della pratica.

Quando l’ascolto aumenta significativamente l’ansia, produce un forte senso di irrealtà, rende difficile orientarsi nella stanza oppure fa emergere immagini e ricordi impossibili da contenere, è opportuno aprire gli occhi e interrompere. Puoi nominare mentalmente alcuni oggetti, muovere il corpo, bere acqua o tornare a un’attività semplice e concreta. Non è necessario interpretare una reazione intensa come una purificazione, un’apertura spirituale o un passaggio obbligato attraverso l’Ombra.

Quando il disagio si ripete, continua dopo la meditazione o interferisce con la vita quotidiana, la pratica può essere sospesa e ripresa eventualmente in una forma più breve, mantenendo gli occhi aperti oppure con il sostegno di una persona qualificata.

Il silenzio non richiede eroismo. Anche la decisione di uscirne può essere un gesto di presenza.

Lo spazio che rimane

Il silenzio non è una condizione definitiva nella quale dobbiamo imparare a rimanere. Appare e si ritira, viene attraversato da un pensiero, da un rumore, da un movimento o dalla necessità di tornare alla vita. Non può essere conservato come una sostanza e, quando cerchiamo di trattenerlo, trasformiamo la quiete in controllo.

Può accadere che una meditazione conduca verso un raccoglimento profondo, nel quale il tempo sembra rallentare e il commento interiore perde gran parte della propria forza. La seduta successiva potrebbe invece essere attraversata da irrequietezza, programmi e ricordi continui. Non siamo necessariamente tornati indietro e non abbiamo perso ciò che avevamo conquistato, perché il silenzio non è un possesso e la sua durata non misura la maturità spirituale.

Una pratica diventa più profonda quando possiamo incontrare la quiete senza appropriarcene e il rumore senza considerarlo un fallimento.

Il silenzio non ci insegna a smettere di pensare, parlare o partecipare al mondo. Mostra che la coscienza non deve essere continuamente stimolata per esistere e che non ogni intervallo deve produrre immediatamente un risultato. In una cultura che misura il tempo attraverso ciò che viene realizzato, il semplice fatto di rimanere per alcuni minuti senza dover creare, rispondere o migliorare qualcosa possiede una forza quasi sovversiva.

Anche la meditazione può essere trasformata in un’attività produttiva. Cerchiamo calma, intuizioni, guarigione, esperienze spirituali e prove del nostro avanzamento. Valutiamo ogni seduta attraverso ciò che ha generato e consideriamo inutile il tempo nel quale non è accaduto nulla di memorabile.

Il silenzio interrompe per un momento questa logica. La coscienza non deve dimostrare niente. Può ascoltare, distrarsi, tornare e persino non comprendere.

Talvolta non rivela nulla perché la sua funzione non era rivelare. Era lasciare spazio.

Uno spazio nel quale una domanda può rimanere aperta, un’emozione può essere riconosciuta prima di diventare azione e un simbolo può ricevere tempo senza essere soffocato da una spiegazione. Uno spazio nel quale l’Ego non scompare, ma rinuncia temporaneamente a essere l’unico autore di ciò che avviene.

Il suono ritornerà, la mente riprenderà il proprio discorso e il corpo tornerà a muoversi verso ciò che la giornata richiede. Il silenzio non tenta di trattenerci lontani da tutto questo. Ci accompagna fino alla soglia e poi ci restituisce al mondo, forse con una parola in meno, con una risposta meno immediata o soltanto con il ricordo di quell’istante nel quale nulla doveva essere aggiunto.

Non era assenza.

Era lo spazio nel quale la presenza poteva finalmente essere ascoltata.

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