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Il Vampiro della Bergamasca, il mostro che visse due volte

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Fu il primo serial killer dell’Italia unita.

Un primato oscuro, che nacque non nelle grandi città né nei salotti dell’élite ottocentesca, ma nelle campagne nebbiose della Bergamasca. 

Fu allora che un nome preciso cominciò a serpeggiare tra gli abitanti, sempre pronunciato con cautela. 

Vincenzo Verzeni era un ragazzo quieto, cresciuto in un ambiente domestico freddo e brutale, destinato a trasformarsi nella figura più inquietante che la cronaca italiana dell’epoca avesse mai incontrato.

Nulla, almeno in apparenza, lasciava intuire ciò che sarebbe diventato.

Nato a Bottanuco nel 1849, Verzeni visse un’infanzia segnata da tensioni familiari e isolamento. Cresceva ai margini della comunità, tra un’agricoltura povera e un tessuto sociale dove chi era “diverso” veniva semplicemente emarginato e lasciato a sé. 

Ma tra il 1870 e il 1872 la sua figura iniziò a scivolare fuori dall’anonimato: nella Val Trescore, una serie di aggressioni misteriose, poi seguite da delitti brutali, sconvolse tutti. 

Le vittime erano giovani donne colpite nei campi, vicino alle rogge, in zone isolate dove il vento portava via ogni grido prima che potesse raggiungere le case. Le modalità degli omicidi erano così insolite, così crudeli, da superare perfino la comprensione dei medici dell’epoca: strangolamento, mutilazioni, e un dettaglio che avrebbe marchiato la sua leggenda. 

Verzeni mordeva i corpi e succhiava il sangue. 

Le prime indagini brancolarono nel buio: la gente parlava di un “mostro”, una creatura notturna che si muoveva con abilità sovrumana. La psicosi collettiva trasformò il killer in una presenza quasi soprannaturale, alimentando il soprannome che lo avrebbe consacrato nell’immaginario popolare: il vampiro della Bergamasca.

Quando fu arrestato, confessò con una lucidità disturbante. Non mostrò emozioni, né pentimento. Descrisse i propri impulsi con un distacco che lasciò attoniti magistrati e studiosi. Cesare Lombroso lo interrogò personalmente, annotando che quello sguardo immobile “pareva non appartenergli del tutto”. Verzeni divenne così un caso emblematico nella nascente criminologia italiana, una mente che sembrava a metà tra malattia, ferocia e un’oscurità interiore ancora priva di nome.

Condannato al carcere a vita e recluso nel manicomio criminale di Pesaro, morì nel 1918. Ma la sua storia non si spense con lui. Anzi: iniziò proprio allora la leggenda.

Nelle campagne della Bergamasca, soprattutto nel dopoguerra, continuarono a circolare racconti che parlavano di un’ombra viva nei campi di Bottanuco. Si dice che nelle notti più umide, quando la nebbia si incolla ai fossati e ogni rumore sembra ovattato, una figura alta e sottile attraversi ancora le strade sterrate. Non cammina come un uomo, dicono, ma scivola. Il movimento è rapido, felino, accompagnato da un silenzio innaturale.

Chi l’ha vista racconta di aver avvertito un soffio gelido sul collo, come un respiro vicino, troppo vicino. Altri parlano di un odore metallico che resta nell’aria anche dopo che l’ombra è svanita, un aroma ferroso che ricorda la ruggine o il sangue. Ci sono persino testimoni che affermano di aver sentito passi alle proprie spalle lungo i campi appena arati: passi che seguono, si avvicinano, e poi si dissolvono di colpo, come se la presenza che li genera non avesse peso.

Nel folklore locale, quella figura non è più soltanto un assassino del passato: è diventata un fantasma inquieto, costretto a ripercorrere i luoghi dei suoi delitti, come se cercasse ancora ciò che la morte non gli ha tolto né concesso. Un vampiro senza pace, sospeso tra la nebbia e la memoria.

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L’autore

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Italian Ghost Story, di Amedeo Cerilli e Lidia Longo, è un progetto editoriale e turistico dedicato alla riscoperta delle storie di fantasmi legate al patrimonio culturale italiano. Attraverso libri, ghost tour e contenuti multimediali, valorizza leggende, apparizioni e misteri, intrecciando memoria storica e suggestione popolare. Dal 2021 ha dato vita a una collana di volumi sui fantasmi delle città italiane, contribuendo alla crescita del ghost tourism. Accolto con interesse da lettori, operatori culturali ed enti territoriali, custodisce queste narrazioni come parte viva dell’eredità folklorica e culturale italiana.
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