Introduzione
Per iniziare a rispondere al quesito su cosa sia l’iniziazione dobbiamo volgere lo sguardo a molteplici discipline: l'antropologia culturale, la storia delle religioni, la filosofia, la psicologia del profondo, ecc. Non si tratta semplicemente di un fenomeno rituale circoscritto alle società tradizionali o alle religioni misteriche dell'antichità, ma di una modalità archetipica dell'esperienza umana che attraversa le epoche e le culture, manifestandosi in forme diverse, spesso strutturalmente analoghe. L'iniziazione rappresenta uno dei meccanismi fondamentali attraverso i quali l'essere umano ha elaborato e continua ad elaborare il proprio rapporto con il sacro, con la comunità e, in ultima istanza, con la propria identità e la relazione con il Mondo-Universo.
La parola iniziazione deriva dal latino initiatio, sostantivo che indica l'atto del dare inizio, del cominciare. L'Enciclopedia Treccani definisce l'iniziazione come «l'insieme dei riti e delle cerimonie con i quali si sancisce il passaggio di un individuo o di un gruppo da uno status a un altro». In questa definizione cogliamo immediatamente il carattere trasformativo del fenomeno: non si tratta di una semplice acquisizione di informazioni o di un apprendimento tecnico, bensì di un mutamento radicale della condizione esistenziale dell'individuo. L'iniziato non è semplicemente qualcuno che ha appreso qualcosa di nuovo, ma qualcuno che è diventato altro da ciò che era, per dirla con Eliade ha subito un mutamento ontologico.
Arnold van Gennep, nella sua opera fondamentale I riti di passaggio, ha individuato una struttura tripartita che caratterizza universalmente i riti iniziatici: la separazione, in cui l'iniziando viene staccato dal suo contesto ordinario; il periodo di margine o fase liminale, in cui avviene la trasformazione; e infine l'aggregazione, che sancisce il ritorno dell'iniziato nella comunità con un nuovo status. Questa struttura, che ritroveremo costantemente nelle analisi successive, rivela come l'iniziazione non sia un evento istantaneo, ma un processo articolato che richiede tempo e che si sviluppa attraverso fasi ben definite. Anche se van Gennep fa rifermento a iniziazioni in società tradizionali e prende ad esempio iniziazioni tribali o puberali, questo schema può essere riproposto anche per le iniziazioni delle «società segrete e scuole iniziatiche».
In questo articolo inizieremo ad esplorare la natura del fenomeno iniziatico, concentrandosi in particolare sulla sua dimensione ontologica e spirituale. Seguendo le tracce lasciate dai grandi studiosi della storia delle religioni, in particolare Mircea Eliade e Julien Ries, cercheremo di comprendere come l'iniziazione operi una trasformazione radicale dell'essere umano, portandolo dalla condizione profana a quella sacra, dalla frammentazione all'integrazione, dall'inconsapevolezza alla conoscenza. Esamineremo inoltre il ruolo fondamentale del segreto e del sacro nella dinamica iniziatica, nonché la struttura profonda dei riti che la compongono.
L'Iniziazione come Mutamento Ontologico
La Prospettiva di Mircea Eliade
Mircea Eliade, uno dei massimi storici delle religioni del Novecento, ha fornito un contributo decisivo alla comprensione dell'iniziazione attraverso la sua metodologia fenomenologica, che mira a cogliere le strutture invarianti dell'esperienza religiosa al di là delle loro manifestazioni storiche particolari. Per Eliade, l'iniziazione non rappresenta semplicemente un fenomeno sociale o psicologico, ma costituisce una modalità archetipica dell'esperienza religiosa che si manifesta costantemente nelle culture umane attraverso simboli e rituali che esprimono la struttura profonda della coscienza religiosa.
Nel suo Dizionario dei Riti, Eliade definisce l'iniziazione come un insieme di riti e di insegnamenti orali il cui fine è quello di produrre una radicale modificazione della condizione religiosa e sociale della persona che deve essere iniziata. In termini filosofici, si può dire che l'iniziazione equivale a un mutamento ontologico della condizione esistenziale. La portata di questa definizione è immensa: parlare di mutamento ontologico significa affermare che l'iniziazione non modifica semplicemente alcuni aspetti superficiali dell'individuo, ma interviene sulla struttura stessa del suo essere-nel-mondo (Eliade Mircea, a cura di, Dizionario dei Riti, Jaca Book, Milano, 1998, p. 231).
L'iniziato, prosegue Eliade, esce dalla sua prova come un essere totalmente differente: egli è diventato altro. Questa alterità non è meramente simbolica o metaforica, ma si configura come una trasformazione reale che investe le dimensioni corporea, psichica e spirituale dell'essere umano. L'iniziazione opera, dunque, una vera e propria rigenerazione dell'individuo, che muore alla sua condizione precedente per rinascere a una nuova modalità di esistenza.
Eliade identifica tre categorie principali di iniziazione. La prima comprende i riti collettivi che realizzano la transizione dall'infanzia o dall'adolescenza all'età adulta, obbligatori per tutti i membri di una determinata società. La letteratura etnologica definisce queste celebrazioni riti puberali o iniziazioni tribali. La seconda categoria include i riti di ingresso in una società segreta, in un Bund o in una confraternita, riservati a gruppi ristretti e caratterizzati da un elevato grado di segretezza. La terza categoria riguarda l'iniziazione connessa a una vocazione mistica, tipicamente quella sciamanica, dove l'elemento estatico riveste grande importanza.
Ciò che accomuna queste diverse tipologie è la presenza costante di alcuni elementi fondamentali: la separazione dal mondo ordinario, le prove da superare, la morte simbolica, la rinascita, l'acquisizione di un nuovo nome e di nuove conoscenze, e infine il reintegro nella comunità con un nuovo status. Come osserva Eliade, da un certo punto di vista tutte le iniziazioni appaiono assai simili tra loro, proprio perché condividono questa struttura profonda che riflette gli archetipi della psiche umana.
La Morte Mistica e la Rinascita
Il tema della morte e della rinascita costituisce il nucleo centrale dell'esperienza iniziatica. L'iniziazione, scrive Eliade, è concepita come una morte mistica seguita da una rinascita a un nuovo livello di esistenza. Questo processo comporta l'acquisizione di una nuova conoscenza, una gnosis, e di un nuovo modo di essere che spesso si esprime simbolicamente attraverso il cambiamento del nome dell'iniziato. Essere nati due volte dovrebbe implicare una molteplicità di responsabilità verso sé stessi e verso gli altri. Le iniziazioni non sono patacche da mostrare in una parata grottesca, sono qualità sulle quali si dovrebbe lavorare costantemente.
Hutton Webster, nel suo studio sulle società segrete primitive, documenta in modo esemplare questa tematica. Nelle iniziazioni delle tribù aborigene australiane, i novizi hanno i capelli abbruciati per far credere alle donne che essi sono stati bruciati dallo spirito maligno e sono appena usciti dal fuoco. Presso i Susu dell'Africa occidentale, si dice che quando i ragazzi sono iniziati per la prima volta, si taglia loro la gola ed essi rimangono morti per qualche tempo. Quando finalmente si rianimano, sono in grado di camminare con molta più energia di prima (cfr. Webster Hutton, Società Segrete primitive. Studio sulle forme elementari della politica e della religione, Zanichelli, Bologna, 1922, pp. 51-179).
Questi esempi, per quanto possano apparire cruenti o bizzarri all'osservatore moderno, rivelano una verità profonda: l'iniziazione richiede che l'individuo attraversi simbolicamente l'esperienza della morte per poter rinascere trasformato. La morte iniziatica non è la morte biologica, ma la morte di un modo di essere, la dissoluzione delle strutture identitarie precedenti che permette l'emergere di una nuova configurazione dell'io. Come scrive Eliade, questa prospettiva ontologica è fondamentale per comprendere come l'iniziazione trascenda la dimensione meramente sociale per configurarsi come una vera e propria modificazione dell'esserci nelle sue dimensioni corporea, psichica e spirituale.
L'iniziazione, per Eliade, permette al neofita di superare o trascendere la condizione umana ordinaria ed accedere alla possibilità di un'esistenza sacralizzata. In questa prospettiva, il rito iniziatico non è semplicemente un insieme di pratiche formali, ma un'esperienza trasformativa che apre all'iniziato dimensioni dell'essere altrimenti inaccessibili (Eliade Mircea, Il sacro e il profano, Bollati Boringhieri, Torino, 2013).
Qui non si parla di presunti poteri arcani o di ritualetti in vendita sui social… si parla di qualcosa di molto più profondo ed intimo, dalla «vera» trasmutazione alchemica.
Il Passaggio dal Profano al Sacro
Julien Ries e l'Homo Religiosus
Julien Ries, continuatore e sviluppatore della tradizione fenomenologica inaugurata da Eliade, ha approfondito la comprensione dell'esperienza religiosa applicandola anche allo studio dei fenomeni iniziatici. Per Ries, l'individuo religioso (homo religiosus) si trova immerso in un contesto caratterizzato da una sacralizzazione dell'esperienza, la quale rappresenta un elemento fondamentale e originario alla base della condizione umana.
Per Ries, l'iniziazione è il momento in cui l'individuo passa dalla condizione profana a quella sacra, superando frammentazione e alienazione per raggiungere integrazione. Non è solo un rito di passaggio nel senso sociale del termine, ma un risveglio della coscienza religiosa che fa sperimentare direttamente il sacro. Questa esperienza del sacro non è qualcosa di aggiunto dall'esterno, ma rappresenta l'attualizzazione di una dimensione costitutiva dell'essere umano che nella vita profana rimane dormiente o repressa (Ries Julien, L'uomo e il sacro nella storia dell'umanità, Jaca Book, Milano, 2007).
Ries evidenzia inoltre come l'esperienza dell'iniziazione comporti necessariamente una dimensione comunitaria che si esprime nella formazione di gruppi di iniziati legati da vincoli di solidarietà che trascendono le normali categorie sociali. Questi gruppi, che spesso assumono la forma di società segrete o confraternite iniziatiche, non rappresentano semplicemente associazioni fondate su interessi comuni, ma costituiscono vere e proprie comunità spirituali unite dalla condivisione di un'esperienza trasformativa che ha modificato radicalmente la loro modalità di esistenza.
Il passaggio dal profano al sacro, centrale nella teoria di Ries, implica un cambiamento nella percezione stessa della realtà. Il mondo profano è il mondo della frammentazione, della molteplicità dispersa, dell'assenza di centro e di significato. Il mondo sacro, al contrario, è il mondo dell'unità, della coerenza, del senso profondo che pervade tutte le cose. L'iniziato è colui che ha imparato a vedere il sacro nel cuore stesso del reale, che ha sviluppato quella che Ries chiama coscienza religiosa, ovvero la capacità di cogliere la dimensione trascendente immanente nell'esistenza.
Il Segreto e il Sacro
Un elemento costitutivo dell'iniziazione è il segreto. Tutte le tradizioni iniziatiche, dalle società tribali ai misteri dell'antichità classica, dalle confraternite medievali alle organizzazioni esoteriche moderne, condividono l'obbligo del silenzio imposto agli iniziati riguardo a ciò che hanno appreso e sperimentato durante il rito. Questo vincolo del segreto non rappresenta, come spesso si crede superficialmente, una semplice strategia di esclusione o di costruzione di un'identità elitaria, ma ha radici molto più profonde che affondano nella natura stessa dell'esperienza iniziatica.
Eliade dedica riflessioni importanti al tema del segreto, osservando che il valore religioso e, in generale, il valore culturale del segreto, sono ancora insufficientemente studiati. Tutte le grandi scoperte e invenzioni della civiltà umana, dall'agricoltura alla metallurgia, dalle tecniche artigianali alle arti, implicavano, originariamente, il segreto; solo gli iniziati ai segreti del mestiere erano considerati capaci di garantire il successo dell'operazione. Col tempo, alcune di queste conoscenze divennero accessibili a tutta la comunità, ma mantennero comunque una dimensione sacrale che richiedeva forme elementari di iniziazione.
Il segreto eleusino, osserva Eliade, presenta la peculiarità di essere divenuto un modello esemplare per i culti dei Misteri. Il valore religioso del segreto venne esaltato in età ellenistica, e la mitologizzazione dei segreti iniziatici incoraggiarono innumerevoli speculazioni, che finirono per modellare lo stile di un'intera epoca. Come scrive Plutarco, il segreto stesso accresce il valore di ciò che si apprende. La medicina e la filosofia vennero considerate in possesso di segreti iniziatici paragonabili a quelli di Eleusi.
Dovremmo però, come suggerisce la tradizione esoterica, iniziare a considerare il segreto non come ciò che viene nascosto per volontà arbitraria, ma come ciò che richiede una particolare preparazione spirituale e morale per essere compreso e utilizzato correttamente. Il segreto iniziatico è tale non perché qualcuno lo tiene celato, ma perché la sua natura stessa lo rende inaccessibile a chi non ha attraversato il processo trasformativo dell'iniziazione. È come tentare di spiegare il colore a un cieco dalla nascita: non è questione di volontà di nascondere, ma di capacità di percepire.
Il sacro, nella prospettiva di Eliade, è ciò che si oppone al profano. La manifestazione del sacro fonda ontologicamente il Mondo, scrive Eliade. Nella distesa omogenea ed infinita, senza punti di riferimento né possibilità alcuna di orientamento, la ierofania rivela un punto fisso assoluto, un Centro (Eliade Mircea, Il sacro e il profano, Bollati Boringhieri, Torino, 2013, p. 19). L'iniziazione è precisamente quella ierofania, quella manifestazione del sacro che permette all'individuo di uscire dallo spazio omogeneo e indifferenziato della vita profana per entrare in uno spazio qualificato, orientato, dotato di centro e di significato.
Ries sottolinea come il rito, strumento principe dell'iniziazione, sia un'azione pensata dallo spirito, ed eseguita dal corpo mediante gesti e parole. Esso si pone all'interno di un insieme simbolico e ierofanico legato all'esperienza religiosa. Attraverso il rito viene stabilito, nei limiti della realtà di questo mondo, un contatto con una realtà che oltrepassa questo mondo (Ries Julien, Mito e rito, Le costanti del sacro, Jaca Book, Milano, 2008, p. 310). Il rito iniziatico è dunque il meccanismo attraverso cui si realizza il passaggio dal significante al significato, dall'immaginario all'ontologico, dal segno all'essere.
Non dovremmo dimenticare che “Segreto” rimanda ad altri due concetti in qualche maniera collegati alle società segrete: “mistero” e “arcano”. Nella sua origine greca (mystḗrion, “cosa segreta”) “mistero” trova il suo più profondo significato che lo avvicina a “segreto”; inoltre rimanda, attraverso la radice mý¶, a “tener chiuso” (le labbra). Questo tener chiuse le labbra – soprattutto se accompagnato dal gesto del dito indice o dell’indice e del medio che associamo comunemente al “fare silenzio” – ricorda l’iconografia del dio Arpocrate. La segretezza era assoluta, il solo dubbio era se «il sacro» fosse in questi casi «proibito», apórrheton, o semplicemente «indicibile», árrheton. Simbolo dei misteri è la cesta chiusa da un coperchio, la cista mystica; solo l’iniziato ne conosce il contenuto; il serpente, che si attorciglia attorno ad essa o ne esce, è segno di «indicibile» terrore. (Walter Burkert, La religione greca, Jaca Book, Milano 20103, pp. 497-498).
Il Labirinto come Simbolo Iniziatico
Károly Kerényi, uno dei massimi interpreti del pensiero mitologico e filosofico antico, ha dedicato studi approfonditi al simbolo del labirinto come rappresentazione archetipica del percorso iniziatico. Per Kerényi, l'immagine del labirinto va ricercata in una danza rituale e memoriale, un viaggio iniziatico negli inferi, nel cui buio mistero occorre affondare per apprendere il moto del ritorno, la via della riemersione alla luce.
Nei saggi raccolti nel volume Nel labirinto, Kerényi illumina i molteplici aspetti attraverso cui prende corpo la forma originaria del labirinto: segno enigmatico che ha affascinato il pensiero religioso, filosofico e artistico di ogni epoca. Il labirinto non è semplicemente un edificio o una costruzione architettonica, ma rappresenta una struttura simbolica che esprime il percorso dell'iniziazione stessa (Kerényi Károly, Nel labirinto, Bollati Boringhieri, Torino, 2012).
La figura di Arianna, la Signora del Labirinto, rappresenta in questa prospettiva la guida iniziatica, colei che fornisce il filo conduttore che permette all'iniziato di non perdersi nelle spire del percorso. Il mito di Teseo e del Minotauro può essere letto come un racconto iniziatico: Teseo, l'eroe-iniziato, deve penetrare nel labirinto, affrontare il mostro che vi dimora, simbolo delle forze caotiche e distruttive che abitano nell'oscurità, e poi trovare la via del ritorno grazie al filo di Arianna.
Il labirinto, osserva Kerényi, è essenzialmente una discesa agli inferi, un viaggio nel regno dei morti. Prima di Omero, il mondo degli inferi era pensato come un labirinto a spirale, e la possibilità di ritornare da quel mondo veniva chiesta come una grazia alla regina degli inferi. Arianna, come Persefone, regna su questo regno ctonio, e rappresenta quella dimensione sacra che permette il passaggio attraverso la morte e il ritorno alla vita. Il labirinto è dunque la rappresentazione spaziale del processo iniziatico di morte e rinascita.
Kerényi sottolinea che caverne e labirinti indicano sempre qualcosa di mortale e mortifero, un imprigionamento, un'oscurità e una condanna, mentre la danza e il volo simboleggiano la vita, la leggerezza, l'apertura verso la verità. L'iniziazione è precisamente questo movimento: dalla prigione alla libertà, dall'oscurità alla luce, dalla morte alla vita. Ma per raggiungere la liberazione, è necessario attraversare la prova, penetrare nel cuore stesso del labirinto, affrontare ciò che vi è di più oscuro e terrificante.
Come ha scritto Mircea Eliade, un labirinto è la difesa a volte magica di un centro, di una ricchezza, di un significato. Penetrare in esso può essere un rituale iniziatico. Questo simbolismo costituisce il modello di qualsiasi esistenza la quale, attraverso una quantità di prove avanza verso il proprio centro, verso sé stessa. Il labirinto iniziatico è dunque il simbolo stesso del percorso esistenziale dell'essere umano che cerca il proprio centro, la propria essenza più profonda, attraverso le prove e le difficoltà della vita.
Dall'Iniziazione Virtuale all'Iniziazione Reale
È importante distinguere tra il momento del ricevimento dell'iniziazione e la sua piena attualizzazione nella vita dell'iniziato. L'iniziazione, in quanto rito, avviene in un momento specifico e produce effetti reali. Tuttavia, come osservano molti maestri delle tradizioni iniziatiche, l'iniziazione ricevuta è spesso descritta come virtuale e deve divenire reale attraverso un lavoro successivo dell'iniziato. Passare da uno stato di potenza ad atto.
Questa distinzione non deve essere fraintesa. Non vuol dire che l'iniziazione rituale sia fittizia o priva di efficacia. Al contrario, il rito iniziatico produce una trasformazione oggettiva nell'individuo, innesta in lui un seme di trasformazione che è assolutamente reale. Tuttavia, come ogni seme, questo potenziale trasformativo richiede tempo, cura e le condizioni appropriate per germogliare e dare i suoi frutti. L'iniziazione rituale apre una porta, ma sta all'iniziato attraversarla e percorrere il cammino che si dispiega oltre quella soglia. È tecnicamente il passaggio da profano (pro-fanum fuori dal tempio) all’iniziato che è «nel tempio».
L'iniziazione potrebbe essere definita come un passaggio da uno stato di coscienza o consapevolezza a un altro. Può essere percepita come un arricchimento degli strumenti cognitivi del neofita che raggiungeranno la loro pienezza una volta trasformata l'iniziazione potenziale in concreta e fattuale nella realtà ordinaria. Il mutamento ontologico di cui parla Eliade non si manifesta necessariamente in modo immediato e completo nel momento stesso del rito, ma si sviluppa attraverso un processo che può richiedere anni di lavoro interiore.
Conclusioni
L'iniziazione emerge da questa analisi come un fenomeno di straordinaria profondità e complessità, irriducibile a semplici categorie sociologiche o psicologiche. Non si tratta di un residuo arcaico destinato a scomparire con il progresso della razionalità moderna, ma di una modalità fondamentale attraverso cui l'essere umano elabora e trasforma la propria relazione con il sacro, con la comunità e con sé stesso.
Mircea Eliade ci ha mostrato come l'iniziazione operi un vero e proprio mutamento ontologico, trasformando radicalmente la condizione esistenziale dell'individuo. L'iniziato non è semplicemente qualcuno che ha appreso nuove informazioni, ma qualcuno che è diventato altro, che ha attraversato la morte simbolica per rinascere a un nuovo modo di essere. Questa trasformazione investe le dimensioni corporea, psichica e spirituale dell'essere umano, configurandosi come una rigenerazione integrale della persona.
Julien Ries ha evidenziato come l'iniziazione rappresenti il passaggio dalla condizione profana a quella sacra, dal mondo della frammentazione e dell'alienazione al mondo dell'integrazione e del senso. Questo passaggio non è meramente simbolico, ma costituisce un risveglio della coscienza religiosa che permette di sperimentare direttamente quella dimensione del sacro che nella vita ordinaria rimane oscurata o repressa.
Il simbolo del labirinto, esplorato da Kerényi, offre una potente immagine del percorso iniziatico come discesa agli inferi e ritorno alla luce. Questo simbolo attraversa le culture e le epoche, manifestando la permanenza di una struttura archetipica che esprime il movimento fondamentale dell'iniziazione: penetrare nell'oscurità per trovare la via del ritorno, attraversare la morte per rinascere trasformati.
Il segreto iniziatico, lungi dall'essere una semplice strategia di esclusione, rivela la sua natura profonda come ciò che è inaccessibile non per volontà arbitraria, ma per necessità intrinseca. Il segreto non può essere rivelato perché richiede una trasformazione dello stesso soggetto conoscente: solo chi ha attraversato il processo iniziatico può comprendere ciò che l'iniziazione trasmette, perché questa comprensione non è meramente intellettuale ma esistenziale.
L'iniziazione rimane così una delle modalità più potenti attraverso cui l'essere umano può accedere a dimensioni più profonde della propria esistenza. In un'epoca caratterizzata dalla frammentazione e dalla perdita di senso, lo studio dell'iniziazione non ha solo valore storico o antropologico, ma può offrire chiavi di comprensione per quella ricerca di integrazione e di significato che continua a caratterizzare l'esperienza umana, anche nelle sue forme contemporanee.
Come scriveva Éliphas Lévi, apprendiamo con perseveranza; quando sapremo, osiamo e tacciamo. Queste parole sintetizzano l'essenza stessa del percorso iniziatico: apprendimento, realizzazione e silenzio. L'iniziato è colui che ha percorso questo cammino, che ha trasformato la conoscenza in essere, e che custodisce nel silenzio il mistero di questa trasformazione, non per volontà di nasconderla, ma perché essa, per sua natura, può essere solo vissuta, mai pienamente espressa.
L'iniziazione resta così, attraverso i millenni e le culture, una delle vie attraverso cui l'essere umano può realizzare quella trasformazione ontologica che lo porta dalla condizione profana a quella sacra, dalla frammentazione all'integrazione, dall'essere-nel-mondo ordinario all'essere-nel-sacro che costituisce la vocazione più profonda dell'homo religiosus. Dopo l’homo religiosus vi è l’homo hermeticus. Questa è un’altra storia.
Michele Leone
P.S. Nella speranza di facilitare il lettore nel muoversi nel labirintico mondo dell’iniziazione, molte citazioni sono state parafrasate per rendere il testo più snello e accessibile. Le citazioni sono state parafrasate mantenendo intatto il significato originario e privilegiando la chiarezza espositiva rispetto alla lettera del testo. In questo modo, si è cercato di non tradire il pensiero degli autori. Si consiglia comunque la lettura diretta delle opere indicate in bibliografia per un approfondimento personale.
Bibliografia
Burkert Walter, La religione greca, Jaca Book, Milano, 2010.
Eliade Mircea (a cura di), Dizionario dei Riti, Jaca Book, Milano, 1998.
Eliade Mircea, Il sacro e il profano, Bollati Boringhieri, Torino, 2013.
Eliade Mircea, Storia delle credenze e delle idee religiose, vol. I, Rizzoli (BUR), Milano, 2013.
Kerényi Károly, Miti e Misteri, Bollati Boringhieri, Torino, 2012.
Kerényi Károly, Nel labirinto, Bollati Boringhieri, Torino, 2012.
Lippolis Enzo, Mysteria. Archeologia e culto del santuario di Demetra a Eleusi, Bruno Mondadori, Milano, 2006.
Ries Julien, L'uomo e il sacro nella storia dell'umanità, Jaca Book, Milano, 2007.
Ries Julien, Mito e rito. Le costanti del sacro, Jaca Book, Milano, 2008.
Turner Victor, Il processo rituale: Struttura e anti-struttura, Morcelliana, Brescia, 1972.
Van Gennep Arnold, I riti di passaggio, Bollati Boringhieri, Torino, 2012.
Webster Hutton, Società Segrete primitive. Studio sulle forme elementari della politica e della religione, Zanichelli, Bologna, 1922.

