Introduzione dell'autore - Daniele Salici
“Le Voci di Aztlan”, narra di Atlantide, Azlan come la chiamano i popoli mesoamericani. Il romanzo ha una origine particolare e una lunga gestazione. Molti anni fa - avevo 24 anni, ora ne ho 64 - mi interessavo di parapsicologia. Ero arrivato a conoscere e frequentare il dott. Marabini, uno dei fondatori del Centro Studi Parapsicologici di Bologna. Una volta mi capitò tra la mani un metodo per avere una esperienza di memoria regressiva . Dopo qualche infruttuoso tentativo riuscii ad avere una esperienza molto vivida. Ero cosciente che il fatto si svolgeva in Atlantide e mi chiamavo Polistron, nome del protagonista del romanzo.
In quel periodo realizzai diverse esperienze di questo tipo. Poi impegni, lavoro e famiglia; mi distolsero da tutto questo e misi tutto in un cassetto. Dopo anni, confrontando le mie esperienze con ciò che avevo imparato attraverso delle ricerche storiche, mi resi conto che quello che avevo visto, era una cultura che aveva in comune aspetti della civiltà Minoico-Micenea e proto Egizia e, vista l’antichità (almeno 12 000 anni) poteva aver dato le basi a queste culture e di conseguenza a molte altre.
L’apice di Aztlan è stato durante l’ultima glaciazione. Nel resto del mondo, secondo gli storici, per 110’000 anni l’umanità era rimasta bloccata e organizzata in gruppi di cacciatori – raccoglitori. Per quale motivo Atlantide si era sviluppata in maniera così precoce? Dalla sua parte aveva: che era fuori dall’area ghiacciata (l’ultima glaciazione è stata parziale non globale). Era in un territorio vulcanico, caldo e fertile. Ma che altro poteva averla portata all’apice dell’umanità. Poi ho fatto un collegamento con ciò che viene scritto dai Sumeri e ho formulato delle ipotesi.
Nelle leggende Mesopotamiche si narra che prima degli uomini, il pianeta fosse governato da una specie divina gli Anunnaki. Questi dominavano sugli Igigi, divinità lavoratrici. Quando questi ultimi si ribellano, gli Anunnaki modificano geneticamente la specie umana per sostituirli ai lavoratori. Tutto questo fa pensare ad una specie aliena al pianeta, che ha interagito con la specie umana facendola evolvere forzatamente per trasformarla in forza lavoro. Parlandone tra amici e conoscenti, era evidente che la maggior parte, vedevano questa ipotesi della stessa consistenza di una favola. Allora perché non raccontarla? Di conseguenza ho scritto il romanzo imbastendolo con le mie memorie regressive.
Le mie ricerche sull’argomento Atlantide sono durate decenni e poche righe non possono certo descrivere a sufficienza la quantità di dati raccolti, né posso rovinare la lettura del libro anticipandone parti significative. Quindi è mia speranza di avere acceso in voi anche solo un minimo di curiosità.
Concludo dicendo che ciò che ho scritto, non è altro che una storia risalente a 11600 anni fa, liberamente tratta da un sogno, ispirato da una leggenda. Ma come ben sappiamo tutti, anche nelle favole sono sempre racchiuse delle verità.
Daniele Salici
1 La MEMORIA REGRESSIVA si può sperimentare quando, attraverso uno stato di ipnosi, indotta o auto indotta si raggiunge uno stato di trance. Gli psicoterapeuti esperti di ipnosi, asseriscono che le esperienze di memoria regressiva sono sempre delineate dalle nostre tendenze personali. I mistici asiatici, maestri di trance regressiva e oracolare, delineano una specie di bacino di memoria, equiparabili ai registri akashici dei Teosofi o alla memoria collettiva di Jung. Da questo “bacino” si può andare a pescare brandelli di informazioni successe nel passato e sugli argomenti più disparati. Quindi le nostre esperienze sono extra-personali, ma si basano sulle nostre tendenze personali. Nella religione greca le Muse ispiratrici rappresentavano l'ideale supremo dell'Arte, intesa come verità del "Tutto" quindi anche della futura scienza. Oggi abbiamo perso questa misura dello spirito e convengo tristemente, che tendiamo ad attribuire i frutti delle nostre ispirazioni esclusivamente al nostro esaltato ego. NdA.
Recensione del libro
C’è qualcosa di affascinante e, al tempo stesso, profondamente inquietante nell’atto di risalire il fiume del tempo, là dove le nebbie dell’oblio si mescolano ai detriti dell’immaginazione, per tentare di afferrare i frammenti di una civiltà scomparsa. È proprio in questo spazio ambiguo, in bilico tra sogno e realtà, che si colloca Le Voci di Aztlan di Daniele Salici, un romanzo che si presenta come una cronaca di memorie regressive, ma che si rivela essere – in filigrana – una riflessione sull’origine dell’umanità, un atto di fede nell’anamnesi dell’anima e un tributo alla grande tradizione mitopoietica.
Daniele Salici non è un autore convenzionale. Questo libro, che affonda le radici in un’esperienza personale avvenuta oltre quarant’anni fa, non nasce da un impulso narrativo fine a sé stesso, ma da un vissuto interiore che affonda nel terreno scivoloso della parapsicologia e della ricerca spirituale. All’età di ventiquattro anni, l’autore sperimenta un metodo di regressione mnemonica, e ciò che affiora alla coscienza non è un ricordo qualunque, bensì la visione lucida e strutturata di una vita precedente in una civiltà perduta: Atlantide, o meglio Aztlan, come la chiamano i popoli mesoamericani.
Il protagonista della vicenda è Polistron, l’alter ego atlantideo di Salici, personaggio che incarna le tensioni e le contraddizioni di una civiltà al suo apice, prossima però all’inevitabile caduta. Ma non aspettatevi una narrazione tradizionale: la struttura del romanzo si dipana come un mosaico di visioni, reminiscenze e riflessioni, in cui si intrecciano fonti mitologiche, ipotesi paleoastronautiche, reminiscenze storiche e suggestioni esoteriche. Il cuore pulsante dell’opera è proprio questo sincretismo spregiudicato ma coerente, in cui la leggenda sumera degli Anunnaki si fonde con le teorie sull’evoluzione assistita, il mito di Atlantide si rifrange nelle culture micenee e protoegizie, e le intuizioni personali dell’autore si legano a decenni di studi e ricerche indipendenti.
C’è una fierezza quasi sacerdotale nella maniera in cui Salici tratta il proprio materiale. Non pretende di convincere né di spiegare, ma di evocare. Le Voci di Aztlan non è un libro che si legge con lo spirito critico del razionalista, ma con la disposizione del cercatore. È un libro che invita a sospendere l’incredulità, ad abbandonare per qualche istante il rassicurante orizzonte del sapere accademico per inoltrarsi nei territori incerti dell’intuizione, della memoria animica e della tradizione orale trasfigurata in racconto.
Il pregio principale del romanzo risiede nella sua capacità di risvegliare domande. Aztlan, come ci viene narrata, non è soltanto una civiltà avanzata geograficamente situata in una zona fertile e vulcanica sfuggita alla morsa della glaciazione: è anche e soprattutto una metafora dell’umanità perduta, di ciò che potremmo essere stati – o potremmo diventare – se solo fossimo capaci di ricordare. E qui si fa strada una delle intuizioni più interessanti del libro: il collegamento con le cosmogonie mesopotamiche, in particolare con l’epopea degli Anunnaki, che secondo Salici avrebbero manipolato geneticamente l’umanità per farne una forza lavoro al posto degli Igigi ribelli. Il racconto, che molti potrebbero liquidare come fantascienza esoterica, si arricchisce invece di significati simbolici profondi: chi siamo davvero? Siamo figli di una scintilla divina o il risultato di un intervento artificiale, di una “colonizzazione genetica” cosmica?
Salici non impone risposte, ma le suggerisce tra le righe, con l’abilità del narratore che conosce il potere evocativo dell’allusione. Il suo linguaggio, semplice ma non banale, si fa carico di trasportare il lettore in una dimensione altra, dove la memoria del singolo diventa mitologia collettiva. Le Voci di Aztlan si presenta così come un testo liminale: non propriamente romanzo, non saggio, non autobiografia spirituale, ma qualcosa che vive nella giunzione dei generi, come quei libri rari che si leggono col cuore prima ancora che con la mente.
Va detto che chi cerca un plot incalzante o personaggi dalla psicologia sofisticata potrebbe restare deluso. Il valore dell’opera, tuttavia, non risiede nella costruzione narrativa convenzionale, ma nella sua densità simbolica e nella sua capacità di agire come catalizzatore di riflessione. È un libro che non finisce all’ultima pagina, ma che continua a lavorare nel lettore come un seme che attende le condizioni favorevoli per germogliare.
E infine, c’è l’onestà intellettuale dell’autore, che in chiusura confessa come tutto ciò che ha scritto sia il frutto di un sogno ispirato da una leggenda. Una dichiarazione che non intacca, ma anzi rafforza, la dignità del suo lavoro: perché come ben sapevano i filosofi antichi e i poeti dell’età d’oro, le verità più profonde non si affermano per dimostrazione, ma si rivelano nei sogni, nei miti, nei racconti che, per vie traverse, riescono a toccare le corde più profonde dell’essere.
Le Voci di Aztlan è un libro che chiede di essere letto con la mente aperta e il cuore vigile. Non è un’opera da classificare, ma da ascoltare. Perché in fondo, come ricorda lo stesso titolo, si tratta di voci. E le voci, si sa, parlano solo a chi è disposto ad ascoltarle.
Daniele Corsini
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