Tratto in gran parte dal mio libro “Scavando nell’ombra”, edizioni Spazio Interiore.
Per lunghi secoli le religioni e i percorsi spirituali hanno coltivato la formula della separazione, del conflitto tra le tenebre e la luce.
Per crescere spiritualmente in modo sano era necessario distaccarsi, lottando e resistendo fino alla vittoria, dalle ombre della natura e delle pulsioni corporee.
Spirito contro materia e corpo. Luce contro buio. Trascendente contro immanente. Il sottinteso era sempre la lotta del Bene contro il Male.
Da circa un secolo invece, in particolare dall’avvento della psicoanalisi e dalla “scoperta” dell’inconscio da parte di Freud e Jung, la formula dello sviluppo spirituale è l’unione.
La nuova parola d’ordine dell’equilibrio interiore è “integrazione”.
Gli opposti vanno uniti e trascesi, non separati. Il conflitto non si supera escludendo e annullando l’ombra, ma riconoscendola e integrandola.
Già in precedenza questa consapevolezza era emersa a livello simbolico e archetipale.
Simboli come il Tao, la Rosacroce, il Rebis alchemico, lo stesso viaggio di Dante nella Divina Commedia, tracciano la via di una compenetrazione tra i contrari.
E’ necessario scendere prima di poter salire. Meglio dotarsi di equipaggiamento adeguato per avventurarsi nei fondali interiori.
Perché la caduta è sempre involontaria e disastrosa. La discesa invece previene la caduta. Poiché la anticipa volontariamente.
Le fondamenta, le radici, la profondità sono la chiave per l’equilibrio di qualunque struttura o edificio. Un albero cresce in altezza ed ampiezza nella misura in cui le sue radici affondano in profondità nell’oscurità della terra.
Non è diverso per la psiche umana. Profondità implica oscurità. Ma anche origine, sorgente.
Si parla molto di integrazione, ma scarseggiano i metodi per approcciarla. Contemplare, riconoscere e dialogare con le zone scomode dell’esistenza è un inizio.
Le culture che ci hanno preceduto hanno personificato le potenze del buio attraverso i demoni. Le personificazioni consistono nel dare una personalità, un nome, una forma e degli attributi alle potenze di cui abbiamo paura. Metodo utile a instaurare un dialogo diretto con le parti di sé in cui si annida tutto ciò che non vogliamo, possiamo o riusciamo a vedere e accettare. Oggi un simile atteggiamento sarebbe assimilabile a una patologia della psiche.
Il mitico Re Salomone è il costruttore del Tempio archetipale. Il luogo in cui la psiche soggettiva incontra il Sacro, il trascendente, per integrare nella coscienza il patto tra il visibile e l’invisibile, il sapere e il mistero, la carne e il verbo, il venir al mondo e la morte, la materia e il pensiero, l’individuo e il gruppo.
Si narra che Salomone avesse il potere di chiamare a sé e soggiogare i demoni, grazie al magico anello. Una volta posti sotto il proprio controllo, li mise a lavorare all’edificazione del Tempio. Che è quindi il risultato del lavoro degli uomini, dei demoni e del progetto di Dio. E’ una favola sull’integrazione. Si deve mettere la parte oscura al servizio della costruzione della propria psiche.
Nessuno dei trattati di demonologia del passato si avventura nella venerazione dei demoni. Nessuna adorazione del male. Mai. Si tratta sempre di conoscere (nomi, caratteristiche e poteri, provenienza, sembianze) e contemplare. In molti casi lo scopo è controllare, asservire, utilizzare le parti oscure di sé per il proprio vantaggio.
Certi aspetti della nostra natura vanno limati e ritoccati. Altri lasciati alle spalle. E’ una questione di modi e di mediazioni.
Non siamo più totalmente bestiali. Non siamo ancora interamente umani.
Un velo si sovrappone a ciò che immediatamente siamo, nelle prime fasi della nostra vita. Per nascondere e proteggere se stessi e gli altri dalle forme più rischiose e temibili della nostra naturalezza.
Qui ci occupiamo di questo velo: che separa ciò che siamo da ciò che dovremmo essere. Il reale dall’ideale. Le fondamenta dalla facciata. Il privato dal pubblico.
L’educazione comporta la segregazione delle pulsioni. Lo smussamento degli istinti. Il disciplinarsi della forma.
Il velo pone un insieme di mediazioni, per celare e attutire gli scandali della naturalezza.
Il tutto a vantaggio di una forma ideale di umanità, mai raggiunta pienamente, forse mai nemmeno realizzabile. Che però regola i comportamenti. Segna la via collettiva. Funge da bussola dei valori. Quel “bene” che non ha bisogno di essere definito, perché presente nelle coscienze di tutti come riferimento verso cui tendere. Quel “bene” che tutti vogliono. Che tutti avvertono come un dover essere, ma che in fondo non è mai pienamente. Orizzonte mobile. Perenne miraggio.
Intimamente invece pulsa il “male”. Quel “male” che stranamente ci eccita, ci attrae. “Male” da sempre impastato al piacere. Che giace nel fondo della psiche di ogni individuo. Che morbosamente cerchiamo nelle cronache, nella fascinazione per la tragedia o nella consumazione del proibito. Che raccontiamo nei miti, nelle fiabe e nella storia. Una tensione maledettamente privata. Che tutti però proiettiamo all’esterno, pur di non ammettere di averla dentro. Male che tutti additiamo nell’altro, senza riconoscerlo mai in noi stessi. Che preferiamo condannare pubblicamente, per non rischiare di goderne intimamente. Con l’aggravante di sentirsi poi in colpa.
Fingere di essere esenti da macchie. Fingere che il pericolo non sia in ciascuno di noi, proiettandolo all’esterno, per aver sempre qualcuno da incolpare. Così da sentirsi un po’ meno sporchi.
Al di là del velo di Eros e della buona educazione, siamo tutti in pericolo. Perché, nel profondo, siamo tutti pericolosi.
Il velo non si frappone solo tra sé e altri, ma innanzitutto tra sé e sé.
Capita spesso, così, di essere ignari delle proprie tendenze o spinte interiori. Quindi di subirle o soffrirle. Magari imprevedibilmente. Senza possibilità di controllo. Lo stesso velo che limita la perniciosa istintività nei confronti degli altri, rende opaca la visione interiore nei confronti di se stessi. Sarebbe scontato attribuire al velo il ruolo di barriera tra conscio e inconscio. In realtà il velo cala anche tra l’io e il super-io. Tra l’individuo e la collettività. Tra immaginazione e razionalità. Tra pulsione e desiderio. Tra forma e sostanza. Tra apparenza esterna e realtà interna.
Il velo quindi è anche una maschera. Il confine invisibile tra ciò che si è e la finzione. L’impossibilità di distinguere il nostro essere attori dall’essere spettatori. La confusione irrisolvibile tra autenticità e rappresentazione. L’attore che imitava e rappresentava un estraneo, ai tempi del teatro greco, era detto ipocrita. Letteralmente è “colui che simula”. L’ipocrisia è un tratto sociale collettivo.
Le culture che promuovono una forte repressione, sviluppano un’ombra più fitta, che attrae e intrappola più facilmente la psiche. Ombra in cui si liberano, distorte, le energie contenute. Le pulsioni represse non svaniscono nel nulla. Si addensano. Si alimentano a livello inconscio.
Crescono in profondità, se schiacciate.
In densità, se costrette.
In potenza, se negate.
In fascino, se ignorate.
Per andare verso un’integrazione è quindi necessario innanzitutto imparare a riconoscere in sé le pulsioni e le ombre (i demoni del tempo antico) e dar loro un nome, una forma, una possibilità di riconoscimento, il primo passo per un pacificare il conflitto interiore.
Solo a partire da questa postura della coscienza si inaugura il sentiero della consapevolezza.
Claudio Marucchi

