Vedere, immaginare e disegnare le streghe
Nel nostro immaginario la strega è sovente brutta, vecchia, spaventosa. Dico sovente perché può anche essere giovane, discinta, affascinante. Oggi restiamo sull’immagine stereotipata. Una immagine che ha preso forma nei secoli e che si è consolidata tramite la penna, il carboncino ed i colori.
«La misoginia dell’immaginazione entra infatti nella rappresentazione attraverso l’assimilazione al tempo e alla morte lunare del mestruo e dei pericoli della sessualità. Questa «Madre Terribile» è il modello inconscio di tutte le streghe, vecchie ripugnanti e orbe, fate carabosse che popolano il folklore e l’iconografia. L’opera di Goya, assai misogina nel suo insieme, brulica di caricature di vecchie decrepite minacciose, semplici civettuole fuori moda e ridicole, ma anche streghe che venerano «Mastro Leonardo», il gran Caprone, e preparano abominevoli banchetti» (Gilbert Durand, Le strutture antropologiche dell’immaginario. Introduzione all’archetipologia generale, Edizione Dedalo, Bari 2013, p. 118).
In questo articolo non arriveremo a Goya, ma prendiamo come guida le parole di Durand. Se cerchiamo le immagini delle streghe dobbiamo volgere il nostro sguardo all’età moderna più che al tanto bistrattato medioevo. Se ci spostassimo da Benevento, la città delle streghe per antonomasia, al Tonale (tra Lombardia e Trentino-Alto Adige), in Val Camonica, scopriremmo molte interessanti leggende e tragici avvenimenti storici legati alla persecuzione di queste infelici. Ecco una descrizione del Sabba fatta dal giurista bresciano Alessandro Pompeio in una missiva indirizzata a Giovanni Giustiniani del 28 luglio 1518: «Queste bestie eretiche hanno electo uno monte, el qual se chiama Monte Tonale, nel qual se reduseno ad foter e balare, qui afirmano che non trovano al mondo nihil delectabilius et che onzendo un bastone, montano a cavalo et eficitur equus, sopra il quale vanno a ditto monte et ibi inveniunt el diavolo, quale adorano per suo Dio et signore, et lui ge dà una certa polvere, con la quale dicte femene et homeni fanno morir fantolini, tempestar, et secar arbori et biave in campagna, et altri mali, et butando dicta polvere sopra uno saxo, si speza». Come possiamo notare molti degli elementi del sabba sono presenti in queste righe. Tutto questo scrivere, raccontare, processare ossessivamente ha contribuito a cristallizzare delle immagini, un immaginario, e, cosa peggiore, un pregiudizio morale su quanti si accostano alle antiche religioni, culti e pratiche. Detto pregiudizio è presente ancora oggi, nonostante la presunta evoluzione delle coscienze e delle scienze, non solo umane. Stregoneria e magia, sono Arti estremamente affascinanti da maneggiare con cautela, tanto nella indagine storica quanto, eventualmente, nella pratica.
Tornado al nostro discorso, il manoscritto Fr. 12476, fol. 105v, Le champion des dames del 1451, conservato nella Biblioteca Nazionale di Francia ci riporta, probabilmente, la prima immagine delle streghe a cavallo di una scopa e di un bastone. Nel disegno (Fig. 1) sono rappresentate due donne appartenenti all’eresia, per la Chiesa Cattolica, Valdese. Come si può notare nulla vi è di terrifico nel loro aspetto. Le due donne di aspetto ordinario hanno un abbigliamento ordinario, null’affatto discinto o sensuale, copricapo bianco e stivali scuri. Perché? Probabilmente perché si vuole sottolineare, come con l’eresia valdese, che permetteva anche alle donne di predicare, e di diceva avessero illeciti congressi e cerimonie il sabato e praticassero la stregoneria, la strega si «mimetizzasse» tra donne ordinarie ed umili.
Nel Seicento, in Italia, operava Salvator Rosa, probabilmente il più tenace esploratore di mondi oscuri e creatore di immaginari. Il nostro, tornerà nei prossimi articoli, oggi ti presento due sue opere: Una strega e La strega. Entrambi i dipinti sono in Italia, il primo lo puoi ammirare presso i Musei Capitolini, il secondo è stato da pochissimo acquisito dagli Uffizi per 450.000 € ed è esposta dal giorno 11 gennaio; quindi, ti invito ad andarla a vedere.
Una Strega (Fig. 2) raffigura una anziana donna, forse alla ricerca dell’incantesimo per ritrovare la giovinezza perduta. Ha in mano un libro di incantesimi o comunque un testo di magia, come è facile evincere dai simboli che vi sono disegnati. I piedi sono in un cerchio magico composto da candele e poggiano su di un foglio sul quale è disegnato un simbolo. È coronata da un intreccio di foglie di vite. Le foglie di vite ci porterebbero in storie di amore, morte e rinascita, per ora basti dire che sono un simbolo antichissimo e che nella cultura greca sono associate a Dioniso e al suo amore tragicamente troncato per Ampelo (l’etimologia di questo nome proprio deriva dal greco antico ἄμπελος, ámpelos, «cespo di vite»). Alle spalle della donna una grotta o caverna, luogo delle iniziazioni e simbolo del grembo della Grande Madre: la Natura.
Salvator Rosa ha anche dedicato dei versi alla Strega, te li riporto:
La Strega
All’incanto, all’incanto!
E chi non mosse il ciel, mova Acheronte.
Io vo’ magici modi
tentar, profano note,
erbe diverse e nodi,
ciò che arrestar può le celesti rote.
Mago circolo,
onde gelide,
pesci varii,
acque chimiche,
neri balsami,
miste polveri,
pietre mistiche,
serpi e nottole,
sangui putridi!
Molli viscere,
secche mummie,
ossa e vermini,
suffumigi ch’anneriscono,
voci orribili che spaventino,
stille fetide che corrompano,
ch’offuschino,
che gelino,
che guastino,
ch’ancidono,
che vincan l’onde stigie.
In quest’atra caverna,
ove non giunse mai raggio di sole,
dalle tartaree scuole
trarrò la turba inferna:
farò che un nero spirito
arda un cipresso un mirto.
e mentre a poco a poco
vi struggerò l’imago sua di cera,
farò che a ignoto foco
sua viva imago péra,
e quando arde la finta arda la vera.
Michele Leone

