Questo episodio della mia giovinezza mi spaventò e, allo stesso tempo, mi incuriosì. Oggi lo considero poco più di una ragazzata, ma per me fu importante: è uno dei motivi per cui decisi di intraprendere una ricerca esoterica che prosegue tutt’ora.
8 maggio 1983. Dopo svariati tentativi, riuscii a convincere alcuni amici a fare una seduta spiritica. Io ero l’unico del gruppo che non aveva mai partecipato a un’esperienza del genere, e in quegli anni erano di moda. Ci ritrovammo in cinque, che qui chiamerò con i nomi fittizi di Rino, Zeno, Dino e Cino, per ovvie ragioni di privacy.
Arrivammo con due auto al podere dei nonni di Zeno. Eravamo armati dell’incoscienza dei vent’anni e di una tavoletta alfabetica disegnata per l’occasione. Chiudemmo il cancello esterno ed entrammo attraverso il portone metallico scorrevole del capanno. L’edificio era composto da tre vani: l’officina con gli attrezzi per l’orto, un piccolo bagno e una cucina dove i nonni di Zeno pranzavano quando erano al lavoro.
Dopo aver serrato il portone dall’interno con un grosso lucchetto, ci sedemmo attorno al tavolo della cucina e chiudemmo la porta di legno a due ante che la separava dall’officina. Avevo preparato una tabella alfabetica ricoperta con una lastra di vetro, e ci eravamo muniti di un piccolo calice da liquore da usare come puntatore. Rino chiese di non entrare in catena: si era assunto il compito di trascrivere le eventuali risposte alle domande che avevamo preparato.
Attendemmo il buio e iniziammo con la chiamata rituale. Dopo pochi minuti, Cino — quello che consideravamo il medium del gruppo — disse di percepire una presenza. Rino lesse la prima domanda e il bicchierino si mosse leggero, poi si fermò di colpo.
Ci accorgemmo che il nostro trascrittore stava fissando intensamente la riga in cui si parlava di Excalibur, la mitica spada di re Artù. Disegnò una piccola testa di drago accanto al nome dell’arma e iniziò a scrivere una frase, poi a disegnare. Successivamente mi confidò che per lui Excalibur aveva un forte significato evocativo e simbolico.
Rino, ogni tanto, si interrompeva per accendere la sigaretta — già accesa — alla fiamma di una candela. Un gesto di cui non conserverà memoria, ma racconterà che quando la luce della candela si abbassava provava paura. Quando terminò di scrivere e disegnare, alzò lo sguardo e, vedendo che tutti lo fissavamo, lo abbassò verso quello che, secondo lui, avrebbe dovuto essere un foglio bianco.
Stupito esclamò: «Chi ha fatto questo?» Poi, vedendo che eravamo immobili a circa un metro da lui, con gli indici della mano destra sul bicchiere, aggiunse: «Se sono stato io, è meglio che entri in catena!»
Dopo alcune divagazioni su nomi e date, notammo che Cino era sempre più agitato ed euforico. Appena il bicchiere scorreva sulla tabella, lui sapeva già come completare la risposta. Quasi arrabbiato, redarguì Zeno e Rino dicendo loro di smettere di fumare, perché la brace delle sigarette era di un rosso così intenso da infastidirlo. Va sottolineato che Zeno aveva solo pensato, esattamente in quel momento, di accendersi una sigaretta.
Poi Cino mi urlò di uscire dalla catena, ma di rimanere nella stanza davanti alla porta e di non uscire all’esterno per nessun motivo.
In seguito scrisse un nome, dicendo di essere una donna vissuta in un insediamento etrusco nei pressi di quella che diventerà Pistoia. Il suo nome era xxxxxxxx, nata nel 364 a.C. Cino strappò i fogli dalle mani di Zeno, dicendo che così era tutto troppo lento, e iniziò a scrivere con una calligrafia non sua, tracciando un lungo ghirigoro senza guardare minimamente ciò che stava facendo. Il bicchiere seguiva il percorso del disegno, senza dare risposte concrete. Poi mi ordinò di rientrare in catena.
La frase più chiara che venne scritta, per ben due volte, era in latino: noli me dicere, “non voglio che tu mi dica”. Pensai fosse un riferimento a Excalibur, come se l’entità fosse restia a parlare della spada.
Da almeno dieci minuti percepivo chiaramente che, oltre la porta della stanza in cui eravamo, ci fosse un’altra presenza. Un’entità feroce, pronta ad aggredire, che mi provocava un forte senso di inquietudine. All’improvviso l’uscio iniziò a vibrare leggermente, poi sempre più forte; finché, nel giro di una decina di minuti, tutti ci rendemmo conto che la porta stava subendo veri e propri scossoni.
Cino aveva paura e chiese all’entità che ci parlava attraverso la tavola alfabetica se vi fosse un pericolo. La risposta fu chiara, secca, imperativa: «Sì!»
Subito dopo scoppiò il caos.
Cino era in preda al panico e urlò: «Guardate la maniglia, si sta muovendo! La porta si sta per aprire! Smettiamo! Io non ci sto più!» Dino tremava dalla testa ai piedi, paralizzato, balbettando in preda a un orrore agghiacciante. A quel punto cercai di congedare la presenza che aveva parlato con noi, ringraziandola e invitandola ad andarsene, ma il bicchiere continuava a muoversi. Qualcuno iniziò a pregare, ma faticava a ricordare le parole esatte. Zeno cercava di calmare Dino, mentre Cino continuava a urlare di infrangere il piccolo calice di cristallo, che impazzito scivolava sulla tavola senza sosta.
In quattro, pur premendo con tutto il nostro peso sul bicchierino, non riuscimmo né a fermarlo né a spezzarlo.
Apro una parentesi: nella mia vita ho spesso tratto ispirazione da Paperino e dalla sua sfortuna, come dalla legge di Murphy, secondo cui se una cosa può andare male, sicuramente lo farà. Infatti, prima di partecipare alla seduta, avevo studiato un bando della Golden Dawn, che decisi di mettere in pratica.
Iniziai così a disegnare pentacoli nell’aria e a pronunciare “parole” e “nomi” contro l’entità presente oltre la porta, che in quel momento subiva colpi violenti e fragorosi. Poco dopo aver iniziato il rituale, i colpi si attenuarono, fino a cessare del tutto al termine del bando.
Ora si trattava solo di aprire la porta, attraversare la stanza buia e cercare l’interruttore sulla parete opposta.
«Io di là, al buio, non ci vado!» dissero gli altri.
Senza pensarci troppo, mi tuffai nell’oscurità a cercare l’interruttore. Quando la luce si accese, Zeno e Rino mi seguirono quasi subito, mentre Cino e Dino ci incitavano a fare in fretta: volevano uscire.
Ci raccontarono che, senza ragione apparente, avevano visto il bicchierino muoversi da solo e frantumarsi in mille pezzi, cadendo dal tavolo.
Un’altra cosa che notammo tutti era che la porta del bagno era aperta, e gli specchi presenti nei due spazi adiacenti erano stati coperti con degli abiti. Rino chiese a Zeno se qualcuno potesse essere entrato per farci uno scherzo. La risposta fu un no secco. Nel capanno c’erano solo due abbaini, troppo piccoli perché qualcuno potesse passarci, e il portone scorrevole era chiuso dall’interno con il lucchetto.
Raccolti i giubbotti e la tavola alfabetica, raggiungemmo le auto parcheggiate nel cortile interno. Posso assicurare che quella di Zeno era chiusa a chiave: l’ho visto mentre l’apriva. Una volta saliti, vidi Zeno pallidissimo che mi indicava con gli occhi gli specchietti retrovisori della sua Fiat 127: quello esterno era piegato verso il basso, quasi a toccare il terreno; quello interno era rivolto verso l’alto, schiacciato contro il tettuccio.
Inutile dire che quella notte nessuno di noi dormì.
Successivamente analizzai disegni, risposte e impressioni di tutti gli amici — che interrogai singolarmente, prima che potessero parlare tra loro — e arrivai a una serie di conclusioni. Per quanto queste deduzioni appartengano al mondo esoterico, allora mi parvero le ipotesi più credibili.
Le presenze erano almeno due: una donna e un essere mostruoso, che non entrò mai in contatto diretto con noi.
La domanda su cui tutti si erano fissati era: dove fosse nascosta Excalibur. La risposta era contenuta nel ghirigoro apparentemente senza senso. Ripassandolo più volte con la penna, apparve la testa di un basilisco con una spada serrata nel becco.
Tre partecipanti descrissero la stessa figura: un essere con un grosso becco, tre corna sulla testa — una più piccola — otto o dieci zampe, parzialmente eretto a meno di un metro dalla porta. E grosso, molto grosso.
Secondo le leggende, questi esseri sono custodi di tesori magici, e il loro sguardo pietrifica qualsiasi creatura li fissi, anche loro stessi riflessi in uno specchio. Probabilmente è questo il motivo per cui trovammo gli specchi coperti. Probabilmente…
Daniele Salici

