Scrivere oggi di Franco Spinardi significa tornare a un tempo in cui l’editoria esoterica non era ancora un genere rassicurante da scaffale ordinato, ma un territorio di confine, irregolare, spesso scomodo. Significa soprattutto ricordare il coraggio di chi ha scelto di esporsi, di dare forma e voce a un sapere che allora non cercava consenso, ma verità. Spinardi non è stato soltanto un editore nel senso tecnico del termine, bensì un traghettatore, uno di quei rari individui capaci di riconoscere il valore di un’idea prima ancora che diventi spendibile, di un autore prima che venga riconosciuto.
Con la collana All'Insegna di Ishtar, Spinardi costruì molto più di un catalogo: diede vita a una costellazione. In anni in cui l’esoterismo veniva spesso relegato ai margini, o ridotto a folklore senz’anima, Ishtar divenne un punto di riferimento per chi cercava testi radicali, non addomesticati, talvolta persino scomodi. Non c’era l’ansia di piacere, ma l’urgenza di dire. Non l’idea di vendere, ma quella di lasciare traccia. Ogni pubblicazione sembrava rispondere a una necessità interiore prima ancora che editoriale, come se quei libri dovessero esistere a prescindere dal loro destino commerciale.
I volumi firmati da Spinardi stesso testimoniano questa postura senza compromessi. La scrittura, spesso aspra e diretta, non cercava di guidare il lettore per mano, ma di metterlo di fronte a uno specchio. I suoi testi non offrivano consolazioni, piuttosto strumenti; non promettevano salvezze, ma consapevolezza. In questo senso, il suo contributo va ben oltre la semplice produzione libraria: Spinardi ha contribuito a creare un linguaggio, una grammatica esoterica moderna che ha influenzato intere generazioni di studiosi, praticanti e curiosi.
Il vero atto rivoluzionario, tuttavia, fu la capacità di riunire attorno a sé un gruppo di autori che non erano soltanto scrittori, ma ricercatori autentici, ciascuno con una voce distinta e riconoscibile. Non si trattava di una scuderia editoriale nel senso consueto, bensì di una comunità informale fondata su stima reciproca, affinità elettive e un rispetto profondo per il lavoro altrui. In un ambiente spesso segnato da rivalità sotterranee e personalismi, Spinardi seppe creare uno spazio raro, dove l’amicizia non era un orpello sentimentale ma una forma di alleanza intellettuale.
Quel patrimonio culturale, costruito libro dopo libro, incontro dopo incontro, continua a riverberare ancora oggi. Molti dei testi pubblicati sotto Ishtar sono diventati oggetti di culto, cercati, studiati, citati con rispetto. Non perché appartengano a un passato nostalgico, ma perché hanno gettato le basi di un modo diverso di intendere l’esoterismo: non come evasione, ma come disciplina; non come moda, ma come percorso. È per questo che, a distanza di tanti anni, il nome di Franco Spinardi viene pronunciato con una sorta di naturale reverenza, quella che si riserva a chi ha aperto una strada senza pretendere di possederla.
Questo è solo l’inizio del racconto. Per comprendere davvero la portata del suo lavoro, sarà necessario entrare nelle singole storie, parlare degli autori che gli furono accanto, dei legami umani che precedettero e sorressero quelli editoriali, delle amicizie nate attorno a manoscritti, bozze, discussioni notturne e visioni condivise. Perché l’eredità di Spinardi non vive soltanto nei libri, ma nel tessuto invisibile di relazioni e idee che quei libri hanno saputo generare.
Partire da Roberto Rinaldi non è una scelta casuale, ma quasi un atto di coerenza narrativa. Rinaldi incarna, forse più di chiunque altro nei primi anni di All’Insegna di Ishtar, quella linea di demarcazione netta tra un esoterismo decorativo e uno che pretende responsabilità. I suoi libri non nascono per sedurre il lettore, ma per interrogarlo, a volte persino per metterlo a disagio. Ed è proprio questo che Spinardi riconobbe subito: una voce che non chiedeva protezione editoriale, ma libertà.
Rinaldi scrive come chi ha ben chiaro che la conoscenza iniziatica non è un bene da distribuire, bensì una soglia da attraversare. Nei suoi testi la magia non è mai un gesto spettacolare, non è un’esibizione di potere, ma un rapporto vivo con ciò che precede e sostiene l’umano. La Natura, nel suo lessico, non è un’idea romantica né una cornice simbolica: è una presenza con cui entrare in relazione, a patto di accettare che quella relazione non sia mai a senso unico. L’idea di fondo è semplice e radicale allo stesso tempo: non si tratta di “usare” la magia, ma di riconoscere un ordine sottile in cui l’essere umano è parte, non centro.
Questo approccio emerge con chiarezza già nei suoi primi lavori pubblicati da Ishtar, dove l’iniziazione non viene presentata come un percorso elitario, ma come un processo interiore che richiede disciplina, ascolto e una certa dose di onestà verso se stessi. Rinaldi non promette illuminazioni improvvise né risultati garantiti. Al contrario, insiste sul fatto che ciò che viene risvegliato non è qualcosa di esterno, ma una facoltà latente, un “io magico” che esiste da sempre e che può manifestarsi solo se il soggetto accetta di cambiare postura mentale, di rallentare, di osservare. In questo senso, i suoi testi sembrano più interessati a rieducare lo sguardo che a trasmettere formule.
Un elemento particolarmente significativo della sua scrittura è il modo in cui il sacro e il quotidiano vengono fatti dialogare senza gerarchie. La magia, per Rinaldi, non vive separata dalla vita ordinaria, ma la attraversa. Il tempo, il corpo, le scelte pratiche diventano luoghi operativi tanto quanto il rituale in senso stretto. Questa visione si riflette anche nella sua attenzione al ritmo, alle ore, ai momenti favorevoli, non intesi come superstizione cronologica ma come consapevolezza del fluire. Il tempo non è neutro, sembra dirci Rinaldi, e imparare a riconoscerne le qualità equivale a imparare a stare al mondo con maggiore precisione.
Non è un caso che Spinardi abbia scelto di accompagnare e sostenere questo tipo di scrittura. Pubblicare Rinaldi significava dichiarare apertamente che la collana non avrebbe inseguito il consenso facile. Significava accettare che alcuni libri sarebbero stati compresi da pochi, forse letti lentamente, forse riscoperti anni dopo. E infatti molti dei suoi testi hanno avuto proprio questo destino: non best seller effimeri, ma opere che hanno continuato a circolare in modo carsico, diventando oggetti cercati, riletti, custoditi.
Il rapporto tra Rinaldi e Spinardi non può essere ridotto a una dinamica autore-editore. C’era, piuttosto, una consonanza etica. Entrambi sembravano muoversi a partire dalla stessa convinzione: che l’esoterismo non abbia bisogno di essere spiegato troppo, ma rispettato. Spinardi trovò in Rinaldi un autore capace di incarnare questa visione senza compromessi, e Rinaldi trovò in Spinardi un editore disposto a difendere testi che non chiedevano di essere semplificati. Da qui nasce quella sensazione, avvertibile ancora oggi leggendo quei libri, di trovarsi davanti a qualcosa che non è stato scritto per il proprio tempo soltanto.
Se All’Insegna di Ishtar è stata, come spesso si dice, una fucina di pensiero esoterico non allineato, Roberto Rinaldi ne è stato uno dei primi segnali inequivocabili. Con lui si capisce che quella collana non sarebbe stata un rifugio, ma un banco di prova. E forse è proprio per questo che iniziare da lui non è solo una scelta cronologica, ma simbolica: perché in quelle pagine c’è già tutto il programma implicito di ciò che sarebbe venuto dopo.
Mauro D'Angelo non scrive per spiegare l’occultismo, né per raccontarlo. Scrive per renderlo praticabile. I suoi libri non chiedono interpretazione, chiedono applicazione. Anche quando il linguaggio si fa simbolico, anche quando la struttura sembra aprirsi a più livelli di lettura, il fine resta sempre operativo. Non c’è mai compiacimento teorico, non c’è il gusto dell’astrazione: ogni concetto è lì perché serve, perché è una chiave, perché apre o chiude una porta precisa.
Questo è un elemento che Spinardi comprese perfettamente. Pubblicare D’Angelo significava introdurre nella collana Ishtar una scrittura che non ammetteva scorciatoie. I suoi testi non sono “belli” nel senso letterario del termine, né cercano di esserlo. Sono asciutti, concentrati, a tratti persino spigolosi. Ma proprio per questo hanno una qualità rara: resistono all’uso. Anzi, migliorano con l’uso. Sono libri che sopportano di essere riaperti decine di volte, di essere attraversati con mani diverse, in momenti diversi della vita di chi li legge.
In D’Angelo il simbolo non è mai un oggetto da contemplare. È uno strumento. Una struttura attiva che produce effetti solo se viene maneggiata correttamente. Questo approccio attraversa tutta la sua produzione: il sapere non è accumulativo, è trasformativo. Non serve “sapere di più”, serve cambiare assetto, postura, modalità di presenza. E i suoi libri non ti dicono cosa pensare, ma ti mettono nelle condizioni di fare qualcosa che prima non facevi.
È qui che la sua distanza da un certo occultismo narrativo o spiritualistico diventa evidente. D’Angelo non scrive per rassicurare, né per accompagnare emotivamente il lettore. I suoi testi presuppongono una responsabilità: chi li apre deve accettare l’idea che il lavoro ricada interamente su di sé. Nessuna promessa implicita, nessuna scorciatoia simbolica. Se qualcosa accade, accade perché è stato fatto. Se non accade nulla, la risposta non è nel libro, ma nell’uso che se ne è fatto.
All’interno di All’Insegna di Ishtar, questo tipo di scrittura aveva un ruolo preciso. Accanto ad autori più riflessivi o più iniziatici, D’Angelo rappresentava il versante della concretezza occultistica, quello che impediva alla collana di scivolare nella pura speculazione. I suoi libri erano, in un certo senso, una garanzia di serietà: ricordavano che l’esoterismo, se non produce trasformazione reale, resta letteratura.
Il rapporto con Spinardi si muoveva su questa linea di rispetto silenzioso. Non c’era bisogno di spiegare o giustificare l’impostazione dei testi, perché l’intento era chiaro fin dall’inizio. Spinardi offriva uno spazio editoriale libero da compromessi, e D’Angelo vi collocava libri che non chiedevano protezione né mediazione. In questo incontro sta gran parte della loro forza.
Riletti oggi, i libri di Mauro D’Angelo mantengono intatta questa funzione. Non sono legati a un linguaggio d’epoca, non dipendono da mode esoteriche. Continuano a essere ciò che sono sempre stati: strumenti. E forse è proprio questo il loro lascito più coerente all’interno del patrimonio culturale costruito da Spinardi. Non testi da ricordare, ma testi da usare.
Muoversi su Ottavio Spinelli richiede davvero cautela, perché con lui entriamo in una zona in cui il confine tra opera, pensiero e lascito umano si fa più sottile. Spinelli non è soltanto uno degli autori più ricordati della stagione Ishtar, ma è anche uno di quelli che, a distanza di anni, continua a essere evocato non come semplice scrittore, bensì come riferimento. Il fatto che esistano associazioni e gruppi di studio che ancora oggi tengono vive le sue idee è già di per sé un dato eloquente: indica che il suo lavoro non si è esaurito nella pagina, ma ha generato continuità.
I libri di Ottavio Spinelli non sono mai stati testi accomodanti. La sua scrittura è densa, talvolta volutamente ostica, costruita per resistere a una lettura frettolosa. Non c’è nulla di divulgativo nel senso moderno del termine. Spinelli scrive per chi è disposto a tornare più volte sugli stessi passaggi, ad accettare che il significato non si offra immediatamente. È una scrittura che pretende tempo, attenzione, e una certa affinità interiore. In questo senso, la sua opera si colloca fuori da ogni logica di consumo: non nasce per essere “capita”, ma per essere abitata.
Il suo esoterismo è strutturato, rigoroso, profondamente coerente. Non indulge mai nel simbolismo decorativo, né nella suggestione facile. Ogni concetto sembra far parte di un impianto più ampio, di una visione che non viene mai completamente esplicitata, ma che si intuisce come solida, quasi architettonica. Leggere Spinelli dà spesso la sensazione di trovarsi davanti a una costruzione già in piedi, di cui il libro non è che una sezione visibile. Questo rende i suoi testi esigenti, ma anche straordinariamente fedeli a se stessi.
È anche per questo che Ottavio Spinelli viene ricordato con un rispetto particolare. Non era un autore che cercava visibilità, né qualcuno incline a costruire attorno a sé una figura carismatica. Il suo lavoro parlava per lui, e continuava a parlare anche in sua assenza. Le associazioni che oggi ne custodiscono e approfondiscono il pensiero non lo fanno per nostalgia, ma perché in quei testi trovano ancora una struttura valida, una direzione, un metodo di lettura del reale che non ha perso forza.
Per Franco Spinardi, pubblicare Ottavio Spinelli significò assumersi una responsabilità precisa. Non erano libri facili, né immediatamente spendibili. Erano testi destinati a un pubblico ristretto, consapevole, disposto allo sforzo. Ma proprio per questo rappresentavano perfettamente lo spirito di All’Insegna di Ishtar: l’idea che l’esoterismo non debba semplificarsi per sopravvivere, ma mantenere intatta la propria complessità, anche a costo di restare minoritario.
Il rapporto tra i due non fu mai fondato su dinamiche promozionali o di opportunità. C’era piuttosto una convergenza di intenti: Spinardi riconosceva in Ottavio Spinelli un autore che non avrebbe mai tradito la propria visione, e Spinelli trovava in Spinardi un editore disposto a non chiedere compromessi. Questo equilibrio raro ha permesso ai libri di uscire così come dovevano essere, senza mediazioni indebite, senza alleggerimenti forzati.
Oggi, quando il nome di Ottavio Spinelli viene pronunciato, non lo si fa mai con leggerezza. È uno di quegli autori che non appartengono soltanto al passato dell’esoterismo italiano, ma a una sua continuità sotterranea. Le sue opere non circolano per moda, ma per necessità. E forse è proprio questo il segno più autentico del patrimonio culturale che Spinardi ha contribuito a creare: libri che non smettono di lavorare, perché non sono mai stati pensati per esaurirsi.
Arrivare a Franco Spinardi come autore significa fare un passo ulteriore dentro il cuore stesso di All’Insegna di Ishtar, perché nei suoi libri non c’è soluzione di continuità con il suo modo di editare. Spinardi autore non è una “seconda voce”, né un ruolo accessorio rispetto a quello editoriale: è la stessa postura interiore che prende forma sulla pagina, con la medesima sobrietà, lo stesso rigore e, soprattutto, la stessa assenza di concessioni.
I suoi testi non nascono mai da un’esigenza espressiva o autobiografica in senso stretto. Non c’è mai l’urgenza di raccontarsi, né di costruire un personaggio. Spinardi scrive quando sente che qualcosa deve essere fissato, messo in forma, reso disponibile a chi saprà riconoscerlo. E questo rende la sua produzione relativamente contenuta, ma estremamente coerente. Ogni libro sembra rispondere a una necessità precisa, non a un progetto editoriale pianificato.
La scrittura di Spinardi è asciutta, talvolta severa, priva di qualsiasi seduzione stilistica. Non cerca l’eleganza, cerca l’esattezza. È una lingua che procede per affermazioni nette, spesso spoglie, come se ogni parola superflua fosse un ostacolo più che un arricchimento. Questo può rendere la lettura inizialmente spigolosa, ma è proprio in questa spigolosità che si rivela la sua onestà. Spinardi non accompagna il lettore: lo mette di fronte a un contenuto e lo lascia lì, responsabile della propria reazione.
Dal punto di vista esoterico, i suoi libri non promettono mai un percorso guidato. Non c’è l’idea di “iniziare” qualcuno, né quella di fornire strumenti pronti all’uso. Spinardi sembra muoversi su un piano ancora più essenziale: quello della presa di coscienza. I suoi testi non vogliono produrre effetti immediati, ma scardinare abitudini mentali, rompere automatismi, costringere a riconsiderare ciò che si dà per scontato. È un esoterismo che non consola e non rassicura, ma che, proprio per questo, conserva una forza rara.
C’è nei suoi scritti una costante attenzione all’etica del sapere. Sapere non come accumulo, ma come responsabilità. Sapere come qualcosa che, una volta acquisito, cambia il modo di stare nel mondo e non permette più di tornare indietro con leggerezza. Questo tema attraversa tutta la sua produzione e rispecchia perfettamente il suo lavoro editoriale: pubblicare certi libri significava, per Spinardi, assumersi una responsabilità non solo culturale, ma anche umana.
Leggendo Spinardi autore si comprende meglio anche Spinardi editore. La scelta di pubblicare testi difficili, talvolta scomodi, mai allineati al gusto dominante, nasceva dalla stessa esigenza che lo spingeva a scrivere: preservare uno spazio di serietà all’interno dell’esoterismo. Un luogo in cui il pensiero potesse restare integro, anche a costo di essere minoritario. I suoi libri, in questo senso, sono una sorta di dichiarazione implicita: dicono cosa intendeva per esoterismo prima ancora di dirlo esplicitamente.
Oggi, a distanza di anni, i testi firmati da Franco Spinardi mantengono una qualità particolare. Non sono legati a un’epoca precisa, non rispondono a mode né a linguaggi transitori. Continuano a parlare a chi è disposto ad affrontarli senza aspettative di conforto. E forse è proprio questo il loro valore più profondo: essere rimasti fedeli a un’idea di conoscenza come atto serio, irrevocabile, che non chiede consenso ma presenza. In questo senso, Spinardi autore non è solo parte del patrimonio che ha contribuito a creare: ne è uno dei nuclei più silenziosi e più solidi.
Accanto ai nomi più noti, il catalogo di All’Insegna di Ishtar deve parte della sua solidità anche a presenze meno rumorose ma decisive, come Fabrizio Bucciarelli e Stefano Mayorca. Parlarne “meno esaustivamente” non significa ridimensionarne il ruolo, ma collocarli correttamente all’interno di quell’ecosistema editoriale che Spinardi seppe costruire con sorprendente equilibrio.
Bucciarelli rappresenta uno di quei casi in cui la scrittura esoterica rinuncia deliberatamente a ogni orpello concettuale per concentrarsi sull’essenziale. Nei suoi testi non c’è mai l’ambizione di fondare sistemi né di proporre visioni totalizzanti. C’è piuttosto una concretezza operativa, una tensione verso ciò che funziona, verso ciò che può essere verificato interiormente senza bisogno di sovrastrutture teoriche. Questo lo rende un autore schivo, poco incline alle generalizzazioni, ma proprio per questo coerente con lo spirito più rigoroso della collana. Spinardi lo accolse perché riconosceva in lui una serietà silenziosa, quella di chi non scrive per affermarsi, ma per fissare un’esperienza reale.
Mayorca, dal canto suo, occupa una posizione diversa ma complementare. La sua scrittura è più riflessiva, talvolta laterale, e sembra lavorare nelle intercapedini del discorso esoterico piuttosto che nei suoi punti più evidenti. Non cerca l’impatto, né l’autorità del maestro, ma costruisce percorsi di senso che richiedono attenzione e una certa disponibilità all’ascolto. Nei suoi libri si avverte spesso un tentativo di tenere insieme ricerca interiore e lucidità critica, senza cedere né all’entusiasmo mistico né al disincanto sterile. Anche qui, Spinardi seppe riconoscere un valore che non aveva bisogno di essere amplificato.
Entrambi, Bucciarelli e Mayorca, contribuiscono a chiarire un aspetto fondamentale di All’Insegna di Ishtar: non era una collana costruita attorno a pochi nomi di richiamo, ma un organismo complesso, fatto di voci diverse per intensità, approccio e linguaggio, unite però da un’etica comune. Nessuno di questi autori era lì per caso. Ognuno occupava un posto preciso, come una nota necessaria in un accordo che non doveva essere perfetto, ma vero.
Ed è forse proprio questo il punto. Parlare oggi di Bucciarelli e Mayorca significa riconoscere che il patrimonio culturale creato da Spinardi non si regge solo sulle figure più celebrate, ma anche su queste presenze meno citate, che hanno contribuito a dare profondità e spessore a un progetto editoriale che non cercava l’uniformità, ma la coerenza. In un’epoca in cui l’esoterismo tende spesso a semplificarsi o a spettacolarizzarsi, il loro contributo resta una testimonianza preziosa di un altro modo di scrivere, e soprattutto di un altro modo di intendere il sapere.
C’è allora un ultimo passaggio da compiere, ed è forse il più delicato. Riconoscere che All’Insegna di Ishtar non è stata soltanto una collana editoriale riuscita, né una stagione particolarmente felice dell’esoterismo italiano, ma una soglia vera e propria. Un punto di passaggio in cui scrivere, leggere e pubblicare testi esoterici ha smesso, almeno per alcuni, di essere un gesto ornamentale per tornare a essere una scelta consapevole, impegnativa, talvolta scomoda. Franco Spinardi e gli autori che seppe riunire non hanno mai cercato di costruire un’eredità rassicurante. Hanno lasciato libri che non consolano, che non semplificano, che non promettono nulla se non la possibilità di un confronto serio con se stessi.
È forse per questo che quel patrimonio continua a vivere lontano dai riflettori, in una dimensione più silenziosa ma più autentica. Vive nelle mani di chi quei testi li cerca ancora, li studia, li rilegge, li mette alla prova. Vive nelle associazioni che non li trattano come reliquie, ma come strumenti di lavoro. Vive in una continuità sotterranea che non ha bisogno di clamore per dimostrare la propria forza. In un’epoca che tende a consumare tutto rapidamente, questo tipo di persistenza non è un caso: è il segno che qualcosa è stato fatto nel modo giusto.
Il lascito di Franco Spinardi, allora, non chiede celebrazioni. Chiede attenzione. Chiede lo stesso rigore che lui ha preteso dai libri che ha scritto e pubblicato. Più che una memoria da custodire, è una domanda lasciata aperta: siamo ancora capaci di sostenere un sapere che non si piega al consenso, che non cerca di piacere, che non teme di restare minoritario? La risposta non sta nel replicare un’epoca irripetibile, ma nel riconoscerne l’esempio. Perché alcune strade, una volta aperte, restano lì. Non obbligano nessuno a percorrerle, ma continuano a esistere. Ed è già molto.
Daniele Corsini

