The Witchcraft Magazine

Ricordi di Atlantide

Daniele Salici Daniele Salici

Memoria magica 

Chiamata anche memoria regressiva, è un’esperienza che si può ottenere in maniera relativamente facile tramite pratiche specifiche o ipnosi. Proprio per questo non si possono escludere errori dovuti a interpretazioni personali. Gli psicoterapeuti esperti di ipnosi affermano che le esperienze di memoria regressiva sono sempre influenzate dalle nostre tendenze individuali.

I mistici himalayani, maestri di trance regressiva e oracolare, parlano invece di una sorta di bacino della memoria; Jung lo definisce memoria collettiva: un luogo da cui è possibile attingere brandelli di informazioni appartenenti al passato, riguardanti gli argomenti più disparati. In questo senso, le nostre esperienze risultano extra‑personali.

Vi narro le mie visioni: potete considerarle storie fantastiche e leggerle come fossero parte di un romanzo. In effetti, sono state proprio queste visioni a permettermi di scrivere Le Voci di Aztlan (lo trovate solo su Amazon).

Atlantide

La leggendaria Atlantide era una porzione emersa della dorsale atlantica. La città sorgeva su un triplice cono vulcanico, invaso in parte naturalmente dall’acqua di mare; il resto era opera dell’uomo. Il suo precoce sviluppo derivava dal fatto che, durante l’era glaciale, godeva di una posizione favorevole alla vita e alla coltivazione. Inoltre la zona, ricca di vulcani, era soggetta a fenomeni sismici e poteva usufruire – come accade oggi in Islanda – di fonti di acqua calda e terreni riscaldati. Atlantide iniziò a espandersi rapidamente in tutte le direzioni, creando avamposti, insediamenti o semplicemente depredando altri popoli. In breve tempo costruì un impero culturalmente molteplice e dalle mille sfaccettature.

Ricordi di Atlantide

Undicimilaquattrocentosessanta anni fa ero uno dei comandanti di una roccaforte portuale di Atlantide; purtroppo non sono mai riuscito a ricordarne il nome. Tra i miei compiti vi era la gestione di una sorta di servizio di polizia all’interno del villaggio collegato all’avamposto. L’abbigliamento era simile a quello greco, con influssi egiziani. Le armi, di bronzo, erano molto sofisticate: spade corte, affilate, con lama a lingua di capra. Le armi principali restavano comunque lance e frombole, accompagnate da scudi. Chi poteva permetterselo indossava armature di oricalco, una lega di rame, zinco e piccole percentuali di altri metalli.

Da qualche tempo avevo tra le mani un grosso problema. In Atlantide, Poseidone – re dei re, incarnazione del dio stesso – governava sull’impero, ma il vero potere, quello sui templi e sul popolo, era nelle mani dei sacerdoti dei tre templi minori (il maggiore era quello di Poseidone). Essi gestivano l’istruzione religiosa e non solo. Essere accettati nei templi significava tentare di scalare la gerarchia sacerdotale, fino al punto in cui capacità e meriti potevano condurti. In teoria era un sistema meritocratico, anche se di fatto vi accedevano solo i nobili.

Alcuni anni prima era stato scoperto un sacerdote che aveva scalato i ranghi tramite ricatto, corruzione e un tentato assassinio. Riuscì a fuggire, nascondendosi tra coloro che vivevano oltre il terzo muro della città. Si rifugiò nelle isole esterne dove, per sicurezza, conduceva una vita nomade con il suo cerchio di fedeli. Nel giro di poco tempo, sfruttando le conoscenze dei templi, creò e iniziò a predicare una religione adatta alla gente semplice dei villaggi, radunando un seguito di fanatici numerosi e sanguinari. Diventò rischioso mandare pattuglie nei villaggi sorti attorno all’avamposto, così pagavo spie ed esploratori per tenermi informato.

In quell’ultimo anno la terra tremava di continuo e il livello del mare si alzava, talvolta bruscamente, causando allagamenti e distruzione in molti insediamenti, soprattutto quelli costieri. Il sacerdote del cosiddetto “popolo del mare” iniziò a sostenere che quelle catastrofi erano dovute al vero dio del mare, irato perché il suo popolo non scacciava i sostenitori della falsa divinità che regnava su Atlantide. Lo scontento e la rabbia crescevano senza sosta.

Più volte immaginai un vaso pieno d’olio che si frantumava, spargendo il suo contenuto: molti sarebbero caduti se non avessero fatto attenzione a non scivolare. Ma la gente continuava a vivere facendo finta di nulla. Ricordo ancora l’odore acre dell’acqua salmastra che filtrava dalle crepe del porto, e il rumore sordo della terra che vibrava sotto i piedi.

A peggiorare la situazione c’era il fatto che non serviva un genio per capire che l’isola dove ci trovavamo, era destinata a sprofondare. Era già accaduto a molte altre isole più piccole, e sia sacerdoti, sia astrologi concordavano su questo. Gli astrologi, inoltre, avevano predetto l’arrivo di un “Carro Celeste” – che ritengo fosse una cometa – presagio di un cambiamento infausto per l’impero.

I miei problemi, però, erano più immediati e materiali. Per raggiungere la terraferma servivano tre giorni di viaggio in nave, se il mare lo permetteva. Non avendo molte imbarcazioni, nell’ultimo mese ero riuscito a evacuare tutta la popolazione cittadina che ero riuscito a convincere, insieme ai loro servi. Erano rimasti solo parte della guarnigione, ormai ridotta a poche decine di uomini, e i nostri servitori. Il sacerdote e i suoi uomini, però, non erano rimasti con le mani in mano: stavano pianificando un assalto alla roccaforte ormai sguarnita. Essendo a conoscenza di ciò, avevo avvertito il comandante delle navi che dovevano venire a prenderci di aspettarci in un punto distante alcuni chilometri dalla città, poiché il nostro porto era diventato inutilizzabile.

Il giorno della partenza, poco prima dell’alba, ero già in cammino verso il fitto bosco che cresceva sulla collina. Non si vedeva anima viva; dall’avamposto non giungeva alcuna voce, nessun rumore. Sembrava disabitato. Ero solo, senza scorta, e stavo correndo un rischio enorme. Sapevo che chiunque avessi incontrato sarebbe stato un nemico. Dovevo raggiungere il bosco consacrato alla divinità cui ero votato: Pan.

Al centro del bosco c’era una radura. Bevvi la mistura amara e quasi piccante che mi aveva consegnato un accolito del Tempio e attesi l’effetto. La vista fu la prima a mutare: i contorni si deformarono, i colori si intensificarono, e mentre il dio si avvicinava a grandi passi – simile alle rappresentazioni classiche, ma alto almeno due metri e mezzo – percepivo suoni nuovi, come se il mondo respirasse più forte.

Pan parlò subito: “Parti in fretta, ma non dirigerti verso l’Isola Grande. Viaggia verso il mare chiuso, attraversalo: lì troverai la tua nuova isola. Non vedrai mai più Atlantide.”

Poi si voltò e scomparve tra gli alberi. Quando l’effetto della droga svanì, tornai sui miei passi. Stavo per uscire dal bosco quando notai quattro uomini che mi attendevano, giavellotti in pugno. Per evitarli presi un lungo sentiero roccioso a strapiombo sul mare, scivoloso e pericoloso, ma deserto. Raggiunsi la fortezza incolume, mangiai un pasto robusto e iniziai a indossare la panoplia.

Nel frattempo gli uomini dei villaggi si stavano radunando presso il porto, pronti ad assalire qualsiasi nave vi entrasse. Avevo fatto preparare i cinque carri da guerra trainati dagli asini addomesticati e i loro equipaggi. Mentre salivo sul carro centrale, il mio auriga mi salutò con un cenno rapido.

Il piano era semplice: saremmo usciti dalla porta che dava sull’entroterra. I carri sarebbero avanzati in formazione a cuneo, proteggendo al loro interno i fanti armati di frombole e giavellotti. Muovendoci il più velocemente possibile, dovevamo raggiungere una piccola baia dove le navi ci attendevano per portarci in salvo. Lasciammo le porte spalancate, sperando che i nostri nemici pensassero più al saccheggio che a inseguirci. Per un tratto funzionò. Ma a metà strada trovammo una fila compatta di combattenti ad aspettarci.

Era ormai evidente che qualcuno dei servi della guarnigione passava informazioni al nemico: anche loro desideravano le navi. Ci avvicinammo lentamente, fino a poco più di trenta metri. Al mio ordine, giavellotti e pietre delle frombole iniziarono a mietere vittime: prima tra loro, poi da entrambe le parti.

Quando finimmo i giavellotti, impugnai la spada. Colpivo dall’alto del carro, protetto dall’armatura, e abbattevo chi tentava di arrampicarsi. Il mio auriga cadde trafitto da un giavellotto. Sentivo gli impatti dei proiettili sul legno del carro, e qualche colpo che mi raggiungeva veniva fermato dall’armatura. Gli asini, protetti da spesse stuoie di canne intrecciate, vennero feriti più volte; scartavano, si lamentavano, ma continuarono a seguire il sentiero verso la nostra destinazione.

Il sangue mi colava lungo la spada e sulle mani; quello che cadeva sui piedi prima mi rendeva viscido l’appoggio, poi seccandosi, mi incollava i sandali alla pelle. L’odore di ferro mi avvolgeva. Con un braccio cercavo di tenere salde le redini, urlando per incitare gli animali a non rallentare.

All’improvviso gli uomini davanti a noi finirono. Voltandomi, vidi corpi e sangue disseminati sulla strada di terra battuta. Finalmente le navi apparvero in vista: eravamo rimasti in meno di trenta.

Ricordo il sollievo di immergere i piedi calzati nell’acqua di mare per lavare via il sangue, sfregando la sabbia sulla pelle prima di imbarcarmi con i miei uomini verso una destinazione vaga, in un luogo ancora ignoto.

La seduta di memoria regressiva si interruppe qui. Fu interessante notare come le informazioni mi arrivassero a “pacchetti”, riguardanti solo ciò che stavo vivendo. Poi, man mano che la storia procedeva, si arricchiva di ricordi ed emozioni, come se entrassi in sintonia con quella coscienza.

Daniele Salici

L’autore

Daniele Salici

Il mio nome è Daniele Salici, sono stato campione italiano di pistola ad aria compressa, chef stellato e direttore tecnico di Combattimento Medievale Europeo. Da sempre coltivo ricerche storiche ed esoteriche, interessandomi a misteri e leggende legate ad Atlantide e seguendo studi con parapsicologi, maestri occidentali, guru e sciamani. Come scrittore mi definisco un folle razzolatore di parole, che ama trasformare esperienze di vita in racconti avventurosi.
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