Non sempre arriva come una voce. Più spesso è un fermarsi improvviso, una certezza quieta che non somiglia all’impulso, una resistenza che impedisce di tradirsi, una direzione che resta anche quando il desiderio cambia nome. L’io vorrebbe spiegazioni, garanzie, conferme, magari un segno abbastanza chiaro da non dover scegliere. Il Sé Superiore, quando lo si ascolta davvero, raramente concede questa comodità. Non parla per sostituirsi alla vita. Parla, se parla, per riportarla al suo asse.
Nel linguaggio della spiritualità contemporanea, il Sé Superiore indica la dimensione più ampia, profonda e orientativa dell’essere. Non coincide con la personalità ordinaria, con il carattere, con l’ego, con l’immagine sociale o con la somma delle esperienze vissute. È il principio interiore che viene percepito come più saggio, più integro, meno reattivo, capace di vedere una situazione oltre l’urgenza del momento. Per alcuni è una parte reale dell’anima. Per altri è il centro spirituale dell’identità. Per altri ancora è un’immagine simbolica della coscienza più profonda, una funzione di integrazione, un modo attraverso cui l’inconscio, l’intuizione e la sapienza interiore prendono forma.
La New Age ha reso il Sé Superiore una delle sue figure più riconoscibili. Lo si incontra nei percorsi di channeling, nelle letture dei Registri Akashici, nelle meditazioni guidate, nella guarigione energetica, nella Matrice del destino, nell’astrologia karmica, nelle pratiche di manifestazione consapevole, nelle regressioni alle vite passate, nei discorsi sull’anima e sulla missione personale. Viene spesso descritto come la parte di noi che conosce il disegno dell’incarnazione, il senso delle prove, i talenti nascosti, le lezioni karmiche, le direzioni più coerenti con il cammino dell’anima.
Questa immagine ha una grande forza, perché risponde a un bisogno reale: non sentirsi ridotti alla confusione dell’io quotidiano. L’essere umano sperimenta dentro di sé desideri contraddittori, paure, impulsi, ferite, abitudini, ruoli, maschere. A volte sembra non esistere un centro. Il Sé Superiore viene allora pensato come quel luogo interiore in cui la frammentazione non è l’ultima parola. Non elimina le contraddizioni, ma le guarda da un punto più ampio. Non nega l’umano, ma lo contiene.
Il rischio, come sempre nei temi New Age più diffusi, è trasformare un concetto utile in una formula vaga. “Ascolta il tuo Sé Superiore” può diventare una frase bellissima o completamente inutile, a seconda di come viene intesa. Se significa ascoltare una parte più profonda, meno impulsiva e più responsabile, allora ha valore. Se significa scambiare ogni desiderio per guida spirituale, ogni impressione per messaggio, ogni rifiuto per protezione dell’universo e ogni paura per intuizione, allora diventa pericoloso.
Il Sé Superiore non è il desiderio travestito da saggezza.
Questa distinzione è fondamentale. Il desiderio vuole ottenere. La paura vuole evitare. L’ego vuole confermarsi. La ferita vuole ripetere il proprio racconto. Il Sé Superiore, invece, almeno nella sua accezione più matura, orienta verso una maggiore verità. Non sempre verso ciò che è più piacevole. Non sempre verso ciò che conferma le aspettative. Non sempre verso ciò che sembra spiritualmente luminoso. A volte il suo movimento è semplice: dire di no, fermarsi, aspettare, chiedere aiuto, non inseguire, non mentire, non confondere intensità e destino.
Nella Teosofia e in molte correnti esoteriche moderne, l’idea di un principio superiore dell’essere umano viene collegata alla struttura sottile dell’uomo. La triade spirituale, spesso indicata come Atma, Buddhi e Manas superiore, rappresenta la dimensione più alta rispetto alla personalità ordinaria. Non è l’io di tutti i giorni, ma il nucleo spirituale che trascende la coscienza personale e la sua identificazione con corpo, emozioni e pensieri transitori. Questo retroterra ha influenzato profondamente il linguaggio successivo della spiritualità occidentale moderna.
Nella Psicosintesi di Roberto Assagioli, il tema assume una forma molto interessante perché entra in dialogo con la psicologia. Assagioli distingue l’io personale, centro della coscienza ordinaria, dal Sé transpersonale o spirituale, che rappresenta un centro più ampio e profondo dell’identità. Non si tratta semplicemente di una “parte migliore” della personalità, ma di un principio di sintesi, orientamento e realizzazione interiore. L’essere umano non è soltanto un insieme di pulsioni e contenuti psichici; può riconoscere un centro più stabile, capace di organizzare e integrare le sue parti.
Questa prospettiva è preziosa per la Spiritualità New Age, perché permette di non ridurre il Sé Superiore a un’entità esterna che manda messaggi, né a una fantasia consolatoria. Lo si può intendere anche come un centro di coscienza più ampio, una funzione transpersonale, una dimensione dell’identità che eccede l’io ordinario e lo chiama a diventare più intero.
Jung, da un’altra prospettiva, parla del Sé come archetipo della totalità psichica. Il Sé non è l’ego. L’ego è il centro della coscienza personale; il Sé è il principio più vasto che comprende coscienza e inconscio, luce e ombra, maschile e femminile interiori, persona e profondità, individuo e collettivo. Il processo di individuazione consiste proprio nel rapporto progressivo tra ego e Sé: l’io smette di credersi il padrone assoluto della psiche e comincia a riconoscere un centro più ampio, che lo orienta attraverso sogni, simboli, crisi, immagini, incontri, conflitti e trasformazioni.
In questo senso, il Sé Superiore può essere letto come ponte tra linguaggio spirituale e linguaggio psicologico. Nella New Age, è la parte alta dell’anima. Nella Psicosintesi, è il Sé transpersonale. Nella lettura junghiana, è l’immagine del centro integratore della psiche. Nella Teosofia, è collegato alla dimensione spirituale superiore dell’essere umano. Questi linguaggi non sono identici, e non vanno confusi come se dicessero tutti la stessa cosa. Ma indicano un’intuizione comune: l’identità ordinaria non esaurisce ciò che siamo.
Il Sé Superiore, quindi, non va immaginato come una voce autoritaria seduta sopra di noi. Non è un giudice. Non è un angelo personale nel senso stretto. Non è una guida esterna, anche se può essere percepito come guida. Non è un’entità separata che decide al posto nostro. È piuttosto una dimensione di coscienza più ampia, capace di contenere la nostra storia senza restarne prigioniera. L’io vive la scena da dentro; il Sé Superiore vede anche la trama.
Questa differenza è evidente nei momenti di crisi. Quando una relazione finisce, l’io può sentire soltanto perdita, paura, rabbia, mancanza. Il Sé Superiore, se riusciamo a usare questa immagine, può percepire anche il movimento più profondo: ciò che quella relazione ha rivelato, ciò che ha costretto a vedere, ciò che non poteva più continuare, ciò che deve essere restituito a sé stessi. Quando una strada si chiude, l’io vede fallimento; il Sé Superiore può vedere deviazione necessaria. Quando una scelta fa paura, l’io cerca garanzie; il Sé Superiore chiede coerenza.
Questo non significa che il Sé Superiore giustifichi tutto. Non significa che ogni dolore sia necessario, ogni perdita sia provvidenziale, ogni ferita sia scelta dall’anima. Sarebbe una semplificazione pericolosa. Significa piuttosto che, accanto alla sofferenza immediata, può esistere un livello di lettura più ampio. Quel livello non cancella il dolore, ma impedisce talvolta che il dolore diventi l’unica verità.
Il Sé Superiore viene spesso collegato all’intuizione. Anche qui bisogna distinguere. L’intuizione non è il primo pensiero che attraversa la mente. Non è sempre una sensazione forte. Non è sempre ciò che “si sente di pancia”. Molte sensazioni viscerali sono memorie traumatiche, paure, desideri, difese, automatismi. Una vera intuizione ha spesso una qualità diversa: è più quieta, più essenziale, meno ansiosa. Non insiste come un’ossessione. Non ha bisogno di gridare. Non produce eccitazione compulsiva. Può essere ferma, anche quando è scomoda.
La voce del Sé Superiore, se la vogliamo chiamare così, non dovrebbe spingere alla dipendenza. Non dovrebbe chiedere obbedienza cieca. Non dovrebbe rendere la persona più confusa, più isolata o più incapace di decidere. Una pratica spirituale sana dovrebbe aiutare a distinguere l’intuizione dalla paura, il desiderio dalla direzione, la fantasia dall’ascolto, il segno dalla proiezione.
Uno dei grandi rischi della spiritualità contemporanea è attribuire al Sé Superiore qualunque contenuto interiore. “Il mio Sé Superiore mi ha detto che questa persona è la mia fiamma gemella.” “Il mio Sé Superiore mi ha detto di lasciare tutto.” “Il mio Sé Superiore mi ha detto che devo seguire questa strada.” Frasi simili possono nascere da intuizioni reali, ma possono anche coprire desideri, fughe, idealizzazioni, paure o dipendenze affettive. Per questo ogni messaggio interiore deve essere verificato nella vita.
La domanda non è soltanto: da dove viene questa voce?
La domanda è anche: che cosa produce?
Se produce maggiore libertà, responsabilità, chiarezza, verità, capacità di amare senza possedere e di scegliere senza fuggire, allora merita ascolto. Se produce dipendenza, urgenza, senso di superiorità, isolamento, disprezzo degli altri, abbandono della realtà o incapacità di accettare un limite, va osservata con prudenza. Il Sé Superiore non dovrebbe gonfiare l’ego. Dovrebbe renderlo più trasparente.
Nel linguaggio dei Registri Akashici, il Sé Superiore viene spesso considerato il tramite attraverso cui la persona può accedere alla memoria dell’anima. I Registri vengono descritti come un campo sottile di informazioni, esperienze, possibilità e tracce karmiche. In questa prospettiva, non sarebbe l’ego a leggere i Registri, ma una parte più ampia della coscienza, capace di non identificarsi completamente con la storia presente. Questa idea è coerente con il modo in cui molte pratiche akashiche insistono su preparazione, centratura, intenzione, domanda chiara e stato di ascolto.
Anche qui, però, il Sé Superiore non deve diventare una giustificazione per credere a ogni informazione ricevuta. Una lettura akashica, una meditazione o una canalizzazione possono contenere intuizioni utili, immagini simboliche, memorie interiori o proiezioni. Il discernimento resta necessario. Non tutto ciò che appare “alto” è automaticamente vero. Non tutto ciò che emoziona profondamente viene dal Sé Superiore. A volte il nostro bisogno di senso è abilissimo nel costruire risposte.
Nella Matrice del destino, il Sé Superiore può essere inteso come il punto da cui la mappa viene osservata. La Matrice dispone numeri, energie, linee, talenti, prove e direzioni; ma senza un centro cosciente che sappia leggere, tutto resta schema. Il Sé Superiore non elimina il karma e non cancella i nodi. Permette, simbolicamente, di guardarli senza identificarvisi del tutto. Una linea karmica non diventa una condanna. Un numero difficile non diventa marchio. Una prova non diventa punizione. Tutto può essere letto come materiale di lavoro.
Nel rapporto con il dharma, il Sé Superiore assume una funzione ancora più chiara. Il dharma non è semplicemente ciò che desideriamo fare. È la direzione che sostiene la nostra coerenza più profonda. L’io può desiderare molte cose, anche in contraddizione tra loro. Il Sé Superiore, invece, viene percepito come ciò che riconosce la direzione essenziale. Non sempre la più facile. Non sempre la più gratificante. Ma quella che non tradisce il nucleo dell’essere.
Quando diciamo di essere “disallineati”, spesso intendiamo proprio questo: una distanza tra la vita che stiamo vivendo e una verità interiore che non riesce più a tacere. Il disallineamento può manifestarsi come stanchezza, irritazione, perdita di senso, ripetizione, mancanza di presenza, sensazione di vivere una parte non propria. Non ogni stanchezza è spirituale, naturalmente. A volte è solo bisogno di riposo, cura, cambiamento concreto. Ma in alcuni casi il disagio indica che l’io ha costruito una forma lontana dalla direzione profonda dell’anima.
Allinearsi al Sé Superiore non significa diventare sempre sereni. Significa smettere, gradualmente, di vivere contro se stessi.
Questo processo richiede onestà. Molte persone cercano il Sé Superiore per ottenere conferme, non per essere trasformate. Vogliono sapere se una scelta andrà bene, se una relazione è destinata, se una strada porterà successo, se l’universo approva. Ma il Sé Superiore non è un servizio di approvazione spirituale. Talvolta la sua funzione è togliere alibi. Mostrare che una persona sa già una cosa, ma non vuole pagarne il prezzo. Far emergere una verità che l’io aveva coperto con dubbi apparenti.
Le pratiche per entrare in contatto con il Sé Superiore sono molte. Meditazione, scrittura intuitiva, visualizzazione, dialogo interiore, lavoro sui sogni, preghiera, respirazione, carte oracolari, cammino nella natura, silenzio, ritualità, letture energetiche. Nessuna di queste pratiche è di per sé garanzia di contatto. Sono strumenti. Preparano uno stato di ascolto. Riducono il rumore. Creano un contenitore. Ma non producono automaticamente saggezza.
La meditazione è forse la via più sobria. Sedersi, respirare, osservare, lasciare che la mente si svuoti abbastanza da distinguere le voci interne. Non serve cercare visioni. Spesso il contatto con il Sé Superiore è meno spettacolare di quanto si immagina. Una parola essenziale. Un senso di pace davanti a una decisione. Una resistenza chiara a una scelta che prima sembrava seducente. Una domanda che resta. Una immagine semplice. Una frase: non ora. Non così. Torna a te. Di’ la verità. Aspetta. Lascia andare.
La scrittura intuitiva può essere utile, purché non venga presa come dettato infallibile. Si può formulare una domanda, entrare in silenzio, scrivere ciò che emerge senza censurare. Poi, però, bisogna rileggere con calma. Un messaggio autenticamente profondo tende a essere semplice, non necessariamente grandioso. Non lusinga troppo. Non minaccia. Non crea dipendenza. Non parla sempre in tono solenne. A volte è così sobrio da sembrare quasi povero.
La visualizzazione del Sé Superiore è molto diffusa nella New Age. Si immagina di incontrare una figura luminosa, una versione più alta di sé, una presenza calma, un essere di luce, un maestro interiore. Questa pratica può avere valore simbolico. L’immagine offre un volto alla parte più saggia, permette un dialogo, rende percepibile ciò che altrimenti resterebbe astratto. Ma non bisogna dimenticare che ogni immagine passa attraverso la nostra psiche. La figura incontrata può essere guida, archetipo, proiezione, intuizione, memoria, desiderio. Il suo valore si misura nel tempo.
I sogni, spesso, parlano con maggiore autonomia. Il Sé può apparire come casa centrale, mandala, albero, bambino luminoso, vecchio saggio, figura androgina, animale guida, stella, sole, pietra, tempio, montagna, acqua limpida. Jung vedeva in certe immagini di totalità, come cerchi, quadrati, mandala e centri luminosi, espressioni del Sé. La spiritualità contemporanea può leggere queste immagini anche come segni del Sé Superiore. In entrambi i casi, il sogno non va forzato. Va ascoltato, annotato, lasciato maturare.
La preghiera, intesa in senso ampio, può essere un’altra forma di allineamento. Non necessariamente richiesta a una divinità esterna, ma atto di orientamento. Pregare, in questo contesto, significa portare l’io davanti a qualcosa di più grande e ammettere che non vede tutto. Può essere un gesto religioso, esoterico, laico o interiore. La forma cambia; la funzione resta: spostare il centro dall’urgenza personale a una possibilità più vasta di ascolto.
Il corpo non va escluso. Molte persone parlano del Sé Superiore come se appartenesse soltanto a un cielo interiore, lontano dalla carne. Ma una guida profonda si riconosce anche nel corpo. Una scelta veramente allineata può non essere comoda, ma spesso produce una qualità particolare: respiro più ampio, senso di radicamento, quiete, presenza. Una scelta disallineata può sedurre mentalmente, ma lasciare nel corpo contrazione, confusione, agitazione. Anche qui non bisogna semplificare; il corpo può essere segnato da paure e traumi. Ma ignorarlo del tutto rende la spiritualità astratta.
Il Sé Superiore non è una fuga dall’incarnazione. È, al contrario, ciò che può aiutare l’incarnazione a diventare più vera.
Questo punto è decisivo. Molti immaginano il contatto con il Sé Superiore come ascesa, luce, liberazione dalla materia, visione cosmica. Può anche assumere queste forme. Ma se l’esperienza non torna nella vita, resta incompleta. Un’intuizione del Sé Superiore dovrebbe modificare il modo di parlare, scegliere, amare, lavorare, riposare, abitare il corpo, affrontare i conflitti. Se resta soltanto immagine luminosa, può nutrire una spiritualità disincarnata.
Nella guarigione energetica, il Sé Superiore viene spesso invocato come principio di orientamento e riequilibrio. Si chiede che il trattamento avvenga in accordo con il bene più alto della persona, con il suo percorso, con ciò che la sua anima è pronta a integrare. È un linguaggio diffuso e può essere usato con rispetto. Ma va ricordato che il Sé Superiore non sostituisce cure mediche, psicologiche o relazioni di aiuto quando necessarie. La guarigione spirituale può accompagnare, non pretendere di dominare ogni piano dell’esistenza.
La stessa cautela vale per la manifestazione. In molte correnti New Age si dice che manifestare in accordo con il Sé Superiore sia diverso dal manifestare dall’ego. L’ego vuole ottenere ciò che conferma la sua immagine; il Sé Superiore orienta verso ciò che è coerente con la crescita dell’anima. Questa distinzione è utile. Una cosa è desiderare qualcosa per paura, mancanza o competizione; un’altra è sentire una direzione creativa che chiede di essere incarnata. Tuttavia, non bisogna trasformare la manifestazione in certezza magica. Anche ciò che sembra allineato richiede azione, tempo, realtà, limiti.
Il Sé Superiore non garantisce successo immediato. Non preserva da errori. Non rende infallibili. Non elimina la necessità di imparare. Anzi, una persona che si crede sempre guidata dal Sé Superiore può diventare molto difficile da raggiungere, perché ogni critica le sembrerà incomprensione, ogni limite un attacco, ogni dubbio una vibrazione bassa. Questa è una delle trappole più sottili: usare il linguaggio del Sé per rendere l’ego intoccabile.
Un vero contatto con il Sé dovrebbe produrre più umiltà, non meno. Più capacità di ascolto, non meno. Più responsabilità, non meno. Più verità, non più teatralità spirituale. L’ego può appropriarsi anche delle parole più alte. Può dire “Sé Superiore” e intendere “voglio avere ragione”. Può dire “allineamento” e intendere “non voglio essere contraddetto”. Può dire “intuizione” e intendere “paura non verificata”. Per questo il discernimento resta il vero custode del percorso.
Una pratica utile consiste nel distinguere tre livelli: impulso, intuizione e orientamento profondo.
L’impulso è rapido, carico, spesso reattivo. Vuole agire subito, ottenere sollievo, evitare disagio. L’intuizione è più sottile; appare come riconoscimento improvviso, ma non necessariamente ansioso. L’orientamento profondo, che possiamo collegare al Sé Superiore, è ancora diverso: non riguarda solo una scelta immediata, ma una direzione ricorrente. È ciò che resta vero anche dopo che l’emozione è passata.
Se una “voce” cambia ogni giorno, probabilmente non è il Sé Superiore. Se una direzione resta, si precisa, si conferma nella vita, produce più integrità, allora merita attenzione. Il Sé Superiore non è capriccioso. Non salta da un’istruzione all’altra per intrattenere la mente. La sua qualità è più simile a un asse che a una notifica.
Il rapporto con il tempo è un altro aspetto importante. L’io vive nel tempo lineare: passato, presente, futuro. Il Sé Superiore viene spesso immaginato come capace di percepire una trama più ampia, dove esperienze diverse acquistano senso retrospettivamente. Questo non significa che conosca tutto nel modo in cui noi vorremmo conoscere il futuro. Significa che, da una prospettiva spirituale, l’anima non apprende soltanto attraverso eventi isolati, ma attraverso configurazioni, cicli, ritorni, prove, incontri e scelte. Ciò che oggi sembra deviazione può rivelarsi parte del cammino; ciò che oggi sembra successo può rivelarsi distrazione.
Questa visione aiuta a non giudicare troppo presto. Ma non deve essere usata per sopportare tutto. Il fatto che una situazione possa avere un senso non significa che debba continuare. Il Sé Superiore non chiede passività. A volte il suo orientamento è proprio l’atto netto: uscire, interrompere, dire basta, scegliere, proteggersi. La spiritualità non è sempre accettazione. Talvolta è precisione.
La Coscienza Universale, quando viene collegata al Sé Superiore, indica il campo più ampio in cui ogni coscienza individuale emerge. Nel linguaggio New Age si parla di campo, unità, mente universale, fonte, coscienza cosmica. Sono parole diverse per indicare una percezione di interconnessione: l’individuo non è separato dal tutto. Il Sé Superiore sarebbe allora il punto in cui la coscienza personale comincia a ricordare la propria radice più vasta. Non si dissolve nel tutto, ma riconosce di non essere isolata.
Anche questa idea può essere preziosa o rischiosa. Preziosa, perché corregge l’illusione di separazione assoluta. Rischiosa, se cancella i confini. Dire “siamo tutti uno” non autorizza a invadere l’altro, né a negare le differenze, né a spiritualizzare relazioni sbilanciate. Il Sé Superiore non annulla l’individualità. La rende più trasparente al suo fondo spirituale.
Il linguaggio delle “versioni superiori di sé” è oggi molto diffuso. Si parla di diventare la propria versione più alta, di allinearsi alla timeline migliore, di incarnare il proprio sé futuro, di vivere secondo la frequenza del Sé Superiore. Questo linguaggio può motivare, ma va usato con misura. La versione superiore non deve diventare un modello perfezionistico. Non siamo chiamati a diventare un’immagine impeccabile, sempre luminosa, sempre sicura, sempre produttiva, sempre spiritualmente centrata. Il Sé Superiore non è un influencer interiore.
È più simile a una fedeltà.
Fedeltà alla verità che conosciamo quando smettiamo di contrattare con le nostre scuse. Fedeltà alla direzione che resta dopo l’entusiasmo. Fedeltà alla parte di noi che non ha bisogno di essere vista per esistere. Fedeltà alla vita che vuole diventare più intera, non più appariscente.
Il contatto con il Sé Superiore può essere coltivato, ma non posseduto. Non è una tecnica da dominare. Non è un numero da calcolare una volta per tutte. Non è una voce da convocare a comando per ogni decisione. È una relazione. E come ogni relazione profonda richiede tempo, silenzio, ascolto, errori, correzioni, fiducia e verifica.
Quando una persona comincia a vivere più vicina a questa dimensione, non necessariamente diventa più mistica all’esterno. Può diventare più semplice. Meno reattiva. Meno affamata di conferme. Più capace di dire la verità senza violenza. Più attenta ai segni, ma meno ossessionata dai segni. Più aperta all’invisibile, ma anche più rispettosa del visibile. Più disposta a non sapere.
Forse il Sé Superiore si riconosce proprio da questo: non aumenta il rumore spirituale, lo riduce.
Non promette una vita senza dolore, senza errore, senza ombra. Non trasforma ogni scelta in certezza. Non offre un destino già scritto da consultare ogni volta che l’io ha paura. Piuttosto, ricorda che esiste una parte dell’essere che può restare presente anche quando tutto il resto vacilla. Una parte che non coincide con la maschera, con la ferita, con la storia, con il ruolo, con il desiderio del momento.
Chiamarla Sé Superiore è un modo.
Si potrebbe chiamarla centro, anima, testimone, coscienza profonda, principio di sintesi, immagine del Sé, voce interiore, scintilla spirituale. I nomi cambiano. La funzione resta: orientare l’essere umano verso una vita meno frammentata.
Il Sé Superiore non vive lontano da noi.
Forse è ciò che resta quando smettiamo di confondere noi stessi con ogni pensiero che passa, ogni paura che ci stringe, ogni ruolo che ci è stato cucito addosso. Non parla per farci sentire speciali. Parla, quando riesce a farsi ascoltare, per renderci finalmente responsabili della parte più vera della nostra vita.
Consigli per la lettura ed approfondimenti
Matrice del destino e memorie genealogiche – Maria Vittoria Pieralisi
Matrice del destino – Svetlana Cainac
Il destino delle anime – Michael Newton
Viaggio delle anime – Michael Newton
Karma e reincarnazione – Hiroshi Motoyama
Astrologia karmica – Martin Schulman
Sacra e profana – Chiara Manzoni
Il Potere di Adesso – Eckhart Tolle
Io e l’Inconscio – Carl Gustav Jung
L’Uomo e i Suoi Simboli – Carl Gustav Jung
Il Libro Rosso (Liber Novus) – Carl Gustav Jung

