La lettera non è ancora apparsa sulla pergamena. È soltanto una pressione della lingua contro il palato, un passaggio d’aria tra i denti, una vibrazione che prende forma nella cavità della bocca. Eppure, nel Sefer Yetzirah, quel movimento quasi impercettibile appartiene alla stessa architettura che dispone gli astri, differenzia il tempo, struttura il corpo e fissa le direzioni dello spazio. Prima di essere segno, la lettera è gesto; prima di diventare parola, è una potenza capace di delimitare ciò che fino a quel momento non possedeva contorno.
Il Sefer Yetzirah, generalmente tradotto come Libro della Formazione o Libro della Creazione, è uno dei testi più brevi e insieme più tenacemente enigmatici della tradizione esoterica ebraica. Il titolo deriva dal verbo ebraico yatzar, “formare”, “plasmare”, lo stesso campo semantico che richiama il lavoro dell’artigiano, del vasaio o dello scalpellino. Non si tratta dunque, almeno non soltanto, della creazione intesa come improvvisa produzione dell’essere dal nulla: il libro descrive piuttosto un processo di determinazione, combinazione e configurazione, nel quale il mondo viene inciso, misurato e articolato attraverso dieci sefirot belimah e ventidue lettere fondamentali.
Il testo non racconta la nascita del cosmo come una sequenza narrativa. Non vi sono oceani primordiali popolati da divinità, combattimenti fra generazioni divine o un demiurgo intento a modellare la materia con le mani. Il suo linguaggio è contratto, tecnico e oracolare. Procede attraverso numeri, classificazioni fonetiche, coppie di opposti, corrispondenze fra lettere, pianeti, stagioni, organi e direzioni. È una cosmologia ridotta alle proprie nervature, come se la creazione fosse osservata non dalla superficie delle cose, ma dal punto in cui quantità, suono e forma non si sono ancora separati.
Un libro senza biografia
Sul piano storico, quasi tutto ciò che riguarda l’origine del Sefer Yetzirah rimane discusso. L’opera è anonima e non contiene riferimenti sicuri che consentano di collocarla in un ambiente preciso. Le proposte di datazione si sono estese per secoli, dall’età tardo-ellenistica ai primi secoli dell’Islam. Molti studiosi l’hanno collocata fra il III e il VI secolo dell’era comune, mentre Tzahi Weiss ha sostenuto una redazione intorno al VII secolo, in un ambiente ebraico periferico rispetto ai principali circoli rabbinici e in contatto con speculazioni linguistiche e cosmologiche diffuse nel cristianesimo siriaco. Questa ricostruzione è influente, ma non rappresenta una conclusione unanimemente accettata. Il dato più prudente è che il testo appartenga alla tarda antichità o all’alto Medioevo e che la sua forma attuale sia il risultato di una complessa trasmissione.
La prima attestazione sicura del libro risale all’inizio del X secolo. Quando emerge nella documentazione, il Sefer Yetzirah è già conosciuto in ambienti molto distanti fra loro e circola in più forme. Saadia Gaon lo interpreta come un trattato compatibile con la filosofia e la scienza religiosa; altri commentatori, fra i quali Shabbetai Donnolo, lo leggono attraverso la cosmologia, l’astrologia e la medicina. La rapidità con cui acquisisce autorevolezza suggerisce l’esistenza di una precedente trasmissione, ma non permette di ricostruirne con certezza le tappe.
La critica testuale distingue tre recensioni antiche principali, chiamate convenzionalmente versione breve, versione lunga e versione saadiana. Esse presentano differenze nell’ordine dei paragrafi, nel numero delle sezioni, nelle corrispondenze astrologiche e in alcune formulazioni decisive. Le edizioni moderne che offrono un testo uniforme rischiano perciò di nascondere la natura mobile dell’opera, la quale non è giunta attraverso un unico manoscritto autorevole, ma tramite famiglie testuali che talvolta conservano varianti inconciliabili. La cosiddetta versione del Gaon di Vilna, molto diffusa nelle traduzioni esoteriche moderne, appartiene invece a una sistemazione assai più tarda.
L’attribuzione ad Abramo appartiene alla tradizione religiosa e non alla ricostruzione storica. In alcune forme del testo, la conclusione presenta il patriarca come colui che contempla, comprende, incide, combina e infine riceve l’alleanza divina. L’autorità di Abramo conferisce al libro un’origine primordiale, anteriore alla rivelazione sinaitica, e trasforma la conoscenza delle lettere in una sapienza inscritta nelle fondamenta stesse del monoteismo. Per lo storico, tuttavia, non vi è alcuna prova che il testo risalga all’epoca patriarcale, né che possa essere attribuito a un singolo autore identificabile.
Le trentadue vie meravigliose della Sapienza
Il libro si apre affermando che il Dio d’Israele ha inciso il proprio mondo attraverso trentadue vie meravigliose della Sapienza. Il numero nasce dall’unione di dieci sefirot belimah e ventidue lettere di fondamento. Non è una semplice somma aritmetica: stabilisce i due registri della formazione, quello numerico e quello alfabetico, la misura e la qualità, la struttura e la differenziazione.
La parola sefirah, al plurale sefirot, deriva dalla radice ebraica legata al contare. Nel Sefer Yetzirah essa non indica ancora, almeno non in modo pienamente sviluppato, le dieci emanazioni divine che la Cabala medievale chiamerà Keter, Chokhmah, Binah, Chesed, Gevurah, Tiferet, Netzach, Hod, Yesod e Malkhut. Le sefirot del libro antico condividono con quelle cabalistiche successive soprattutto il numero e la funzione cosmologica generale; identificarle senza riserve con l’Albero della Vita significa sovrapporre al testo una dottrina formatasi secoli dopo.
Ancora più difficile è l’espressione belimah. Può essere letta in relazione a Giobbe 26,7, dove Dio sospende la terra “sul nulla”, beli mah, letteralmente “senza che cosa”; ma può richiamare anche la radice che significa trattenere, frenare, mantenere entro un limite. Le sefirot belimah possono dunque essere intese come numerazioni senza sostanza materiale, misure dell’assenza, oppure come potenze che contengono e ordinano ciò che altrimenti resterebbe indeterminato. La polisemia non è un incidente da eliminare, poiché appartiene probabilmente alla costruzione stessa del testo.
Il libro insiste: esse sono “dieci e non nove, dieci e non undici”. La formula protegge l’esattezza del sistema contro ogni espansione arbitraria. Le dieci profondità vengono descritte come principio e fine, bene e male, alto e basso, oriente e occidente, nord e sud. Altrove la sequenza assume una forma cosmogonica: spirito del Dio vivente, spirito dallo spirito, acqua dallo spirito, fuoco dall’acqua, seguiti dalle sei direzioni dello spazio. Queste formulazioni non compongono un sistema perfettamente lineare e hanno alimentato interpretazioni differenti: numeriche, cosmologiche, metafisiche e teosofiche.
Le dieci profondità non delimitano un universo chiuso. Il testo dichiara che non possiedono estremità e che la loro apparenza è simile al lampo; corrono e ritornano, richiamando il movimento delle creature nella visione del carro di Ezechiele. La forma esiste, ma non immobilizza il divino. Ogni direzione può essere percorsa indefinitamente e ogni confine resta contenuto nell’unità di colui che governa le profondità senza coincidere con esse.
Il numero, in questa prospettiva, non è una quantità applicata dall’esterno a oggetti già esistenti. È una condizione della loro intelligibilità. Prima che vi siano cose da contare, deve esistere la possibilità della distinzione, della successione e della proporzione. Le sefirot belimah rappresentano precisamente questo ordine originario: non sono oggetti nel cosmo, ma modalità attraverso cui un cosmo può divenire misurabile.
Incidere, scolpire, pesare, combinare
Se le dieci sefirot stabiliscono l’ordine, le ventidue lettere introducono la differenza. Il Sefer Yetzirah le chiama “lettere di fondamento” e descrive l’azione divina attraverso una successione di verbi concreti: Dio le incide, le scolpisce, le pesa, le permuta, le combina e con esse forma tutto ciò che è stato plasmato e tutto ciò che dovrà esserlo. Il linguaggio appartiene all’officina più che all’accademia. La creazione non somiglia a un discorso astratto, ma alla lavorazione di una materia sottile che può essere tagliata, confrontata e ricomposta.
La lettera ebraica possiede qui almeno tre dimensioni inseparabili. È un segno scritto, un suono prodotto dal corpo e un elemento capace di entrare in combinazione con altri elementi. Il libro presta grande attenzione agli organi fonatori e distribuisce le consonanti secondo le parti della bocca nelle quali vengono articolate: gola, palato, lingua, denti e labbra. La cosmologia delle lettere non nasce quindi da una grafia disincarnata. Il cosmo alfabetico passa attraverso il respiro, la voce e la conformazione fisica dell’essere umano.
Le lettere vengono collocate su una ruota dotata di duecentotrentuno porte, numero corrispondente alle possibili coppie non ordinate di ventidue elementi. Ogni lettera può essere congiunta con tutte le altre, producendo una rete di relazioni nella quale la posizione modifica il significato e la sequenza modifica la forma. Se si considera anche l’ordine inverso, le combinazioni diventano quattrocentosessantadue. Il testo non offre un vocabolario completo delle loro conseguenze, ma presenta il principio di un’arte combinatoria potenzialmente inesauribile.
La medesima intuizione appare nell’immagine delle pietre e delle case. Due pietre costruiscono due case, tre ne costruiscono sei, quattro ventiquattro, cinque centoventi, sei settecentoventi e sette cinquemilaquaranta. Le pietre sono le lettere, le case le loro permutazioni. Non si tratta di un gioco numerico ornamentale: il rapido aumento delle combinazioni mostra come un alfabeto limitato possa generare una molteplicità quasi incontenibile. Poche unità, sottoposte a ordine e trasformazione, sono sufficienti a produrre la varietà delle parole e, analogicamente, quella degli esseri.
Da qui deriva una delle intuizioni più radicali del libro. Le cose non possiedono soltanto un nome assegnato dopo la loro comparsa; il loro nome partecipa alla configurazione che le rende ciò che sono. Questa affermazione non deve essere confusa con la moderna idea secondo cui la realtà sarebbe una costruzione puramente linguistica. Nel Sefer Yetzirah la lingua non è una convenzione umana arbitraria, ma una struttura sacra radicata nell’atto formatore divino. Le lettere non sostituiscono il mondo: ne costituiscono la grammatica invisibile.
Tre madri, sette doppie, dodici semplici
Le ventidue lettere sono distribuite in tre gruppi: tre madri, sette doppie e dodici semplici. Questa classificazione intreccia fonetica, aritmetica, astrologia, anatomia e cosmologia. Le corrispondenze specifiche possono variare fra le recensioni, soprattutto per quanto riguarda l’ordine dei pianeti, dei giorni e delle funzioni corporee; la struttura ternaria, settenaria e duodenaria rimane tuttavia uno degli elementi più riconoscibili dell’opera.
Le tre lettere madri sono Alef, Mem e Shin. Mem è associata all’acqua e alla profondità silenziosa; Shin al fuoco e al suono sibilante; Alef all’aria o allo spirito che si dispone fra le due e ne mantiene l’equilibrio. Le tre non costituiscono semplicemente un catalogo di elementi materiali. Formano una dinamica: il fuoco tende verso l’alto, l’acqua verso il basso, mentre l’aria opera come principio mediano. Il cosmo nasce dalla tensione fra qualità opposte e dalla presenza di un terzo termine che non le annulla, ma le mantiene in relazione.
Questa struttura ritorna nelle immagini della bilancia. Il testo parla di un piatto del merito, di un piatto della colpa e di una lingua che decide fra essi. La realtà non è concepita come una materia uniforme, ma come un sistema di polarità compensate. Caldo e freddo, vita e morte, pace e guerra, sapienza e stoltezza acquistano forma nel rapporto reciproco. Non siamo tuttavia davanti a un dualismo nel quale due potenze divine si contendono il cosmo. Gli opposti restano subordinati all’unità di Dio, che li distingue e li contiene.
Le sette doppie sono tradizionalmente Bet, Gimel, Dalet, Kaf, Pe, Resh e Tav. Sono dette doppie perché possono essere pronunciate in due modi, duro e dolce, aspirato e non aspirato, sebbene la presenza di Resh nel gruppo abbia generato difficoltà filologiche e non corrisponda perfettamente alla successiva classificazione grammaticale delle consonanti begadkefat. A queste lettere vengono associate sette polarità dell’esistenza, sette pianeti visibili a occhio nudo, sette giorni, sette aperture del capo e altri sistemi settenari.
Il sette appartiene al tempo ciclico. I pianeti classici regolano il movimento dei giorni; le aperture del volto permettono al mondo esterno di entrare nell’essere umano attraverso vista, udito, olfatto e parola; le qualità doppie mostrano che ogni facoltà può manifestarsi secondo condizioni opposte. La sapienza possiede la propria controparte nella stoltezza, la ricchezza nella povertà, la vita nella morte, la pace nella guerra. Il sistema non presenta necessariamente questi contrari come sostanze autonome, ma come trasformazioni possibili della medesima potenza.
Le dodici lettere semplici completano la struttura e vengono messe in rapporto con le dodici costellazioni zodiacali, i dodici mesi, dodici funzioni dell’essere umano e i dodici confini diagonali dello spazio. Fra le facoltà attribuite a questo gruppo compaiono vedere, udire, odorare, parlare, mangiare, unirsi sessualmente, agire, muoversi, adirarsi, ridere, pensare e dormire, anche in questo caso con differenze di ordine fra le versioni.
L’astrologia del Sefer Yetzirah non è un’aggiunta moderna. Appartiene al suo impianto cosmologico, formatosi in un mondo nel quale pianeti, stagioni, qualità corporee e ritmi temporali erano pensati come parti di un unico ordine. Ciò non significa che il libro esponga un sistema astrologico predittivo completo. Le corrispondenze servono soprattutto a mostrare che la medesima proporzione si ripete in registri diversi e che una lettera può regnare contemporaneamente in una regione del cielo, in un momento dell’anno e in una funzione dell’organismo.
Mondo, anno e persona
Una delle formule più importanti del testo è olam, shanah, nefesh: mondo, anno e persona vivente. Olam indica il cosmo e la sua estensione; shanah il ciclo temporale, rappresentato dall’anno; nefesh, termine spesso tradotto come “anima”, comprende qui la persona nella propria unità vivente e corporea. Le lettere vengono sigillate in tutti e tre i domini, producendo strutture parallele nel cielo, nel calendario e nell’essere umano.
La cosmologia del Sefer Yetzirah è dunque contemporaneamente astronomica, temporale e antropologica. Il corpo non è un’aggiunta tardiva a un universo già costruito, ma una delle forme attraverso cui il medesimo ordine diviene visibile. Gli organi, i sensi e le facoltà umane rispondono alle costellazioni e ai mesi non perché siano copie passive del cielo, ma perché entrambi appartengono a una medesima grammatica formativa.
Questa corrispondenza può essere avvicinata al principio esoterico di microcosmo e macrocosmo, purché non venga trasformata in una formula indistinta applicabile a qualsiasi dottrina. Nel libro ebraico il rapporto non dipende da una generica somiglianza fra uomo e universo, ma dalla distribuzione precisa delle lettere nei tre registri. Il cielo, il tempo e il corpo sono leggibili l’uno attraverso l’altro perché recano le impronte della stessa operazione alfabetica.
Alla triade mondo, anno e persona corrispondono, nella sezione conclusiva, Teli, Galgal e Lev: il Drago o Teli nel mondo, la ruota celeste nel tempo e il cuore nella persona. Teli è una delle figure più oscure del testo ed è stato interpretato come costellazione del Drago, asse celeste, nodo lunare o potenza che circonda e governa il cielo. Galgal è il movimento ciclico della sfera, mentre il cuore appare come il centro instabile nel quale impulsi e decisioni si affrontano “come un re in guerra”.
Quest’ultima immagine impedisce di ridurre il sistema a un diagramma immobile. Il cuore non governa da un trono pacificato, ma nel conflitto. L’essere umano è il luogo in cui le potenze cosmiche diventano esperienza, scelta, desiderio e discernimento. L’ordine della creazione non elimina la tensione; le offre una forma nella quale possa essere sostenuta.
Il Nome, il limite e il silenzio
Il Sefer Yetzirah è una mistica delle lettere, ma non autorizza una manipolazione indiscriminata del linguaggio sacro. Il primo capitolo ordina di frenare la bocca dal parlare e il cuore dal concepire quando la contemplazione oltrepassa il proprio limite. Se il cuore corre, deve “ritornare al luogo”. Conoscenza e contenimento procedono insieme. La combinazione alfabetica apre possibilità immense, ma il testo dispone accanto a esse una disciplina del silenzio.
Questa tensione è essenziale. Il linguaggio rende possibile il cosmo, tuttavia il principio divino non viene esaurito dal linguaggio. Le lettere sono strumenti della formazione, non frammenti nei quali Dio possa essere rinchiuso. Anche quando il Nome divino viene considerato matrice della creazione, esso conserva un’eccedenza rispetto alle permutazioni umane. La parola sacra è efficace precisamente perché non è riducibile all’uso che se ne fa.
Sul piano religioso, le lettere ebraiche possono quindi essere comprese come veicoli della Sapienza divina. Sul piano filosofico, il libro interroga la relazione fra unità e molteplicità: come può un numero limitato di elementi produrre un universo incalcolabile senza spezzare l’unità del principio? Sul piano esoterico, le permutazioni suggeriscono che conoscere una cosa significhi risalire alle relazioni che la costituiscono, distinguendo la forma apparente dalla combinazione più profonda che la sostiene.
Una lettura psicologica è possibile, ma deve essere dichiarata come interpretazione contemporanea e non attribuita automaticamente all’autore. Le lettere possono essere considerate immagini delle unità minime con cui la coscienza articola l’esperienza; le combinazioni, configurazioni mutevoli di memoria, percezione e significato; le tre madri, una rappresentazione simbolica del conflitto fra polarità e della funzione mediatrice. Questa chiave può accompagnare la lettura, ma non sostituisce il contesto religioso, cosmologico e rituale del testo, che rimane primario.
Dalla filosofia medievale alla Cabala
La storia della ricezione del Sefer Yetzirah non segue una linea uniforme. Fra il X e il XII secolo, molti commentatori lo trattarono come un’opera di scienza sacra, capace di offrire una cosmologia ebraica confrontabile con la filosofia, l’astronomia, la matematica e la medicina del tempo. Saadia Gaon cercò di armonizzarne il linguaggio con una teologia rigorosamente monoteistica, evitando interpretazioni che potessero trasformare lettere e sefirot in potenze divine indipendenti.
A partire dalla fine del XII secolo, il libro divenne una fonte centrale per i primi cabalisti della Provenza e della penisola iberica, nonché per i pietisti ebrei dell’area renana. Le sue sefirot furono reinterpretate alla luce di nuove dottrine emanative; le lettere vennero collegate ai nomi divini, alla preghiera, all’angelologia e alla contemplazione. Da quel momento il Sefer Yetzirah fu letto sempre più come un testo mistico e magico, anche se le interpretazioni filosofiche non scomparvero.
Il passaggio alle dieci sefirot della Cabala teosofica fu decisivo. Nei sistemi medievali esse divennero qualità o articolazioni della vita divina, disposte in una rete emanativa che avrebbe trovato la propria forma più nota nell’Albero della Vita. Il Sefer Yetzirah offriva il numero dieci, il lessico delle sefirot e una cosmologia fondata sulla corrispondenza, ma non presentava ancora in modo esplicito la struttura teosofica successiva. La continuità esiste, ma è una continuità costruita attraverso secoli di esegesi.
Abraham Abulafia, nel XIII secolo, sviluppò una Cabala profetica ed estatica fondata sulla chokhmat ha-tzeruf, la “scienza della combinazione” delle lettere, e sulla “via dei nomi”. Le permutazioni, unite alla respirazione, alla vocalizzazione e a specifiche posture, divennero strumenti di concentrazione e trasformazione della coscienza. Abulafia non si limitò a ripetere il Sefer Yetzirah, ma ne ampliò il principio combinatorio in una disciplina meditativa complessa.
Il problema del golem
Nessun tema ha contribuito alla fama moderna del Sefer Yetzirah quanto la creazione del golem. Il collegamento non è del tutto arbitrario, ma richiede cautela. Il testo descrive le lettere come strumenti attraverso cui vengono formati gli esseri e invita a contemplare combinazioni che la bocca non può pronunciare interamente; non offre tuttavia una procedura chiara e univoca per modellare un uomo artificiale. Considerarlo un manuale operativo completo significa leggerlo attraverso tradizioni posteriori.
I racconti talmudici nei quali alcuni sapienti creano un essere umano o un vitello mediante pratiche legate alla formazione e alle lettere furono successivamente messi in rapporto con il Sefer Yetzirah. Nel Medioevo, soprattutto presso i pietisti ebrei dell’Europa settentrionale, apparvero istruzioni più esplicite che combinavano lettere, nomi divini, circonambulazioni e manipolazioni della materia. Il golem nasce dunque dall’incontro fra il libro, racconti rabbinici più antichi e sviluppi rituali medievali, non da una singola ricetta contenuta nell’opera originaria.
Sul piano esoterico, il golem rappresenta la possibilità estrema implicita nella cosmologia alfabetica: se conoscere le combinazioni significa avvicinarsi ai procedimenti della formazione, fino a che punto l’essere umano può imitare l’atto divino? La tradizione risponde raramente con un entusiasmo privo di riserve. La creatura artificiale è incompleta, spesso muta, incapace di possedere la pienezza dell’anima umana. Il potere delle lettere può animare la forma, ma non annulla la distanza fra il Creatore e chi opera all’interno della creazione.
Dalla Cabala cristiana all’occultismo moderno
Durante il Rinascimento, il Sefer Yetzirah entrò nella Cabala cristiana. Umanisti ed esoteristi come Guillaume Postel, Johannes Reuchlin e altri studiosi delle lettere ebraiche lessero il testo attraverso il cristianesimo, il pitagorismo, il neoplatonismo e la ricerca di una sapienza primordiale. Le loro interpretazioni contribuirono alla diffusione europea dell’idea che l’alfabeto ebraico custodisse le chiavi matematiche e teologiche dell’universo, ma spesso modificarono profondamente il significato ebraico dell’opera per inserirlo in una cornice cristologica.
Fra XIX e XX secolo, la Qabalah ermetica accolse il Sefer Yetzirah all’interno di sistemi nei quali l’Albero della Vita veniva collegato ad astrologia, alchimia, Tarocchi, magia cerimoniale e tradizioni iniziatiche occidentali. Ordini come la Golden Dawn produssero corrispondenze elaborate fra lettere, sentieri, pianeti, elementi e arcani, continuando una storia interpretativa già secolare ma allontanandosi ulteriormente dal contesto religioso ebraico originario.
Questi sviluppi appartengono legittimamente alla storia dell’esoterismo occidentale, purché non vengano presentati come semplice esposizione della Cabala ebraica. La grafia “Qabalah” viene spesso utilizzata proprio per indicare la corrente ermetica occidentale, distinguendola almeno in parte dalla Kabbalah ebraica. Il Sefer Yetzirah attraversa entrambi i mondi, ma vi assume funzioni differenti: testo religioso e cosmologico nella tradizione ebraica, autorità alfabetica e schema di corrispondenze nei sistemi occultistici moderni.
Le letture contemporanee hanno aggiunto ulteriori livelli. Il libro è stato avvicinato alla linguistica, alla teoria dell’informazione, alla matematica combinatoria, alla semiotica e persino ai linguaggi informatici. Alcune analogie sono intellettualmente feconde: un insieme finito di simboli capace di produrre strutture complesse ricorda effettivamente il funzionamento di un codice. Sarebbe però anacronistico trasformare il Sefer Yetzirah in un’anticipazione della scienza digitale. Il suo alfabeto non è neutrale e le lettere non sono meri dati; sono forme sacre, pronunciate da un corpo e radicate in una cosmologia teologica.
Una creazione ancora in atto
Il mondo del Sefer Yetzirah non è stato formato una volta per tutte e poi abbandonato alla propria inerzia. Ogni parola ripete in scala minore l’atto del combinare; ogni respiro riattiva il passaggio fra silenzio e suono; ogni corpo porta nelle proprie aperture, nei propri organi e nei propri ritmi un’eco dell’ordine celeste. La creazione non è soltanto un evento remoto, ma un processo che continua a rendersi presente nella struttura delle cose.
Per questo il libro non separa mai completamente contemplazione e responsabilità. Le lettere possono essere permutate, ma non senza misura; le profondità possono essere investigate, ma non senza ritorno; il Nome può essere cercato, ma non posseduto. L’iniziato non si distingue per la quantità di combinazioni che riesce a produrre, bensì per la capacità di riconoscere il limite oltre il quale la parola cessa di rivelare e comincia a deformare.
Il Sefer Yetzirah lascia aperta una domanda che attraverserà tutta la storia della Cabala e dell’esoterismo occidentale: se il reale è formato attraverso segni, numeri e nomi, conoscere la loro disposizione significa soltanto comprendere il mondo oppure, almeno in una certa misura, partecipare alla sua formazione? Il testo non concede una risposta semplice. Pone nelle mani del lettore le pietre, gli mostra la vertigine delle case possibili e, nello stesso gesto, gli ordina di trattenere la bocca.

