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Un motivo per non abbandonare

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Il problema non è cadere. Quello è il gesto più democratico dell’universo: ci riescono tutti, senza sforzo. Neppure rialzarsi merita un poema, perché spesso è un riflesso, un movimento automatico che il corpo compie per orgoglio o per ostinazione. 

Il vero nemico arriva dopo, quando il polverone è sceso, la ferita ha smesso di sanguinare e il cammino si riduce a una marcia stanca, ripetitiva, quasi burocratica. È allora che compare la tentazione più elegante di tutte: mollare. Non con un urlo, ma con un sospiro: basta, non ne vale la pena.

La resa sa vestirsi bene. Ti si avvicina come un’amica premurosa: ti dice che hai già fatto abbastanza, che è tempo di smettere di logorarti, che la saggezza sta nel rinunciare. A volte si finge persino maturità. Ed è lì che molti cadono davvero, non al primo colpo, ma al lento logorio dell’“è sufficiente così”.

Eppure, proprio quando ti persuadi che abbandonare sia la scelta più logica, scopri di non poterlo fare del tutto. C’è sempre qualcosa che resiste, un grumo ostinato che non si lascia zittire. Non è un’apparizione mistica, né una grande idea che nobilita lo sforzo. È una brace. Piccola, sporca di cenere, quasi ridicola nella sua tenacia. Ma basta a rovinarti la resa.

Il fatto è che smettere è sempre più comodo che proseguire, ma ha un difetto insopportabile: non saprai mai cosa avresti trovato subito dopo. Forse niente, certo. Ma forse l’attimo che avrebbe cambiato tutto. E quella domanda — “se avessi fatto ancora un passo?” — brucia più di qualsiasi fatica.

Chi si arrende sa scriversi addosso epitaffi decorosi. “Non era destino.” “Era troppo.” “Ho dato tutto.” Belle frasi da incidere sul marmo. Ma l’opera non conosce il marmo: conosce solo il fuoco. E il fuoco non vuole epitaffi, vuole legna. Pretende che tu continui a bruciare, anche se non sai più perché.

La verità è che non si continua mai per motivi nobili. Si continua per dispetto, per cocciutaggine, per curiosità malata. A volte persino per noia. Non importa. L’alchimia non misura la purezza dei motivi, misura la loro resistenza. Finché c’è almeno un pretesto che ti impedisce di abbandonare, sei ancora dentro l’opera. E questo basta.

È qui che il paradosso si svela. Non arrivi al compimento quando hai trovato il senso, ma quando ti accorgi, incredulo, di essere ancora lì. Stanco, svuotato, privo di risposte — eppure presente. E proprio lì, in quell’ostinazione che non sai spiegare, il fuoco che credevi spento si rivela più vivo che mai. Non perché lo hai custodito con maestria, ma perché ha custodito te.

Un motivo per non abbandonare. Non dieci, non cento, non i più elevati. Uno soltanto. È sufficiente. Basta per portarti fino al punto in cui non sei più tu a reggere la fiamma, ma è la fiamma a reggere te.

Ed è lì che il rosso appare. Non come un premio tardivo, né come la medaglia del sopravvissuto, ma come la trasmutazione inevitabile di ciò che non si è arreso. La Rubedo non è promessa, né consolazione. È ciò che resta quando tutto il resto è stato consumato. È l’oro che nasce dall’aver resistito, il fuoco che si fa volto.

E tu sei ancora lì, non perché hai vinto, ma perché non hai abbandonato.

Daniele Corsini

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L’autore

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Daniele Corsini è un ricercatore esoterico indipendente e fondatore di The Witchcraft, progetto editoriale e culturale dedicato allo studio delle tradizioni occulte, del simbolismo, della magia e dei sistemi iniziatici occidentali. Il suo lavoro intreccia ricerca storica, interpretazione simbolica e divulgazione narrativa, con l’intento di restituire dignità e profondità al sapere magico contemporaneo, affrontando l’esoterismo non come semplice curiosità, ma come linguaggio vivo del mistero, della trasformazione interiore e del rapporto tra l’uomo e l’invisibile.
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