Oggi vorrei portarvi dentro un piccolo oggetto di culto:
Congressus cum Daemone. Pubblicato nel 1992 dalla casa editrice All’Insegna di Ishtar, allora guidata da Franco Spinardi, è uno di quei libri che non si limitano a essere letti: reclamano un rito. Ne avevo due copie; ho scelto di conservare l’edizione immacolata, quasi per rispetto, perché qui non si sfoglia semplicemente carta, si entra in una soglia. Le pagine a fisarmonica, che si aprono come un’antica mappa o un ex-voto, obbligano il lettore a un gesto di attenzione. Una difficoltà minima, certo, ma sufficiente a ricordare che ogni conoscenza — soprattutto quella che promette di scendere in compagnia non proprio rassicurante — si paga sempre con qualcosa.
Il libro uscì sotto lo pseudonimo di Astaroth, ma l’autore mi ha dato il permesso di rivelare il suo vero nome. Esiste anche una seconda edizione, con copertina realizzata da Steve Sylvester dei Death SS e stampata dalla Sole Nero Edizioni: un’altra incarnazione dello stesso spirito, ma con un’estetica più abrasiva, perfettamente in linea con quel sottosuolo culturale che gli anni Novanta italiani sapevano evocare come pochi.
L’autore è Mauro D’Angelo, nome impossibile da ignorare per chiunque mastichi anche solo di striscio l’occultismo nostrano. Oggi è a catalogo per Kipple Officine Librarie con tre testi — Lilith, La Dea Nera e Il volo di Pazuzu — che, fidatevi, vanno letti in questo preciso ordine, come una trilogia iniziatica che si apre nel mito, si inabissa nel simbolo e riemerge nel demone. A breve ci saranno delle belle novità per gli appassionati che usciranno proprio grazie alla Kipple Officine Librarie.
Qualche giorno fa ci siamo sentiti a lungo al telefono, un paio d’ore dense di memoria e entusiasmo. Sarebbe un onore averlo presto in diretta, perché Mauro non racconta: evoca. Da quella conversazione sono riaffiorati nomi che, per chi conosce l’ambiente, sono più che ricordi: Ottavio Spinelli, Franco Spinardi, Roberto Rinaldi. Figure che hanno dato forma a un’epoca irripetibile dell’occultismo italiano, fatta di editori carismatici, tirature piccole, libri inafferrabili e un fervore che oggi sembra quasi un mito personale.
E così, dopo questo necessario giro d’orizzonte, torniamo al nostro protagonista: Congressus cum Daemone. Un titolo che non fa misteri e che promette esattamente ciò che dichiara. Un incontro, un patto, o forse solo una conversazione con ciò che abita gli angoli meno illuminati della coscienza. Un libro raro, scomodo, affascinante, che porta con sé il magnetismo di una stagione in cui la magia non era ancora diventata merce, ma un rischio. Una scelta.
Negli anni in cui Congressus cum Daemone vede la luce, il panorama occultistico italiano attraversa una stagione singolare, irripetibile, quasi febbricitante. I primi anni Novanta erano un territorio di frontiera: c’erano ancora le librerie esoteriche con le vetrine fumose; gli editori coraggiosi, spesso più simili a cercatori d’oro che a imprenditori; i circoli privati che si riunivano in retrobottega; le riviste fotocopiate che circolavano di mano in mano come monete proibite. Non era un occultismo da vetrina: era un ecosistema vivo, brulicante, pieno di ingenuità e di genialità, dove autori come Spinardi, Spinelli, Rinaldi e lo stesso D’Angelo costruivano quello che oggi appare quasi un piccolo Rinascimento sotterraneo.
In quegli anni il lettore non cercava l’ennesima introduzione generica alla magia; cercava esperienze, documenti, testi che sapessero vibrare di una forza concreta. Anche la scelta del formato di Congressus cum Daemone — quella fisarmonica che costringe ad aprire, dispiegare, quasi “srotolare” il libro come un talismano — racconta perfettamente quel clima. La magia non era un tema: era un gesto. Un’azione. Un rischio personale. E ogni autore sapeva che il suo libro non avrebbe parlato a tutti, ma solo a chi era pronto a sostenere quello sguardo troppo diretto che i demoni, veri o interiori che fossero, non amano affatto distogliere.
Dentro questo scenario, Congressus arriva come un piccolo ordigno: non urlato, non teatrale, ma decisamente non innocuo. Una voce che risuona come una confessione a bassa voce.
Quanto al contenuto, si potrebbe dire che il libro sia un grimorio, ma sarebbe una definizione pigra. È qualcosa di più intimo e insieme più vertiginoso. Non si limita a descrivere rituali o evocazioni: racconta un incontro. E quando un autore decide di dare forma scritta a un “incontro” con ciò che definisce daimon, lo fa sapendo di camminare su un filo che separa la metafora dall’esperienza vissuta. D’Angelo non offre un trattato teologico né un manuale operativo; offre una narrazione iniziatica, un documento che ha la rudezza delle cose sincere.
La struttura stessa del testo — breve, essenziale, priva di fronzoli — è rivelatrice. Ogni parola è scelta come se dovesse sostenere un peso specifico, come se fosse stata pronunciata e poi annotata per non smarrirne il tono. Ne emerge un dialogo che non è mai parodia dell’occultismo da salotto, ma neppure una sbruffonata magico-cerimoniale. È piuttosto un’oscura fenomenologia interiore, un resoconto di un attraversamento. Il daimon che vi compare non è un mostro da cartolina: è la voce di ciò che l’uomo teme di sapere e di ciò che desidera sapere troppo.
Il testo gioca su un’ambiguità feconda: dove finisce l’esperienza e dove inizia la visione? È un diario rituale? Una confessione? Un esperimento di contatto? O un’allegoria costruita per scuotere il lettore e costringerlo a interrogarsi sulla propria parte d’ombra? Mauro D’Angelo non scioglie mai il nodo, e proprio questo rende Congressus più potente dei tanti libri che cercano di imporre una risposta. Qui non si spiega: si espone.
Il cuore del libro è l’idea che il demone non sia un’entità esterna da domare, ma un’intelligenza liminare, un ospite scomodo che si manifesta quando l’uomo si avvicina troppo ai margini della propria identità. Il “congressus” è allora un incontro che strappa le maschere, che chiede un tributo in sincerità e in vulnerabilità. Leggerlo oggi significa riconoscere una sensibilità che pochi testi contemporanei hanno il coraggio di ammettere: la magia non è un accessorio spirituale, ma un modo per vivere più vicino al baratro.
Eppure il libro non è disperante. C’è una fiammella di lucidità che lo attraversa tutto, come se l’autore avesse voluto fermare per iscritto non tanto la fascinazione del demoniaco quanto il suo valore pedagogico. Non quello moralistico, ma quello drammatico: il demone come interlocutore che costringe a una direzione, a una tensione, a un confronto privo di veli.
In questo, Congressus cum Daemone è un reperto prezioso. Non perché insegni “come evocare”, ma perché ricorda cosa significa davvero esporsi al contatto con ciò che l’occultismo, quando è autentico, porta inevitabilmente con sé: l’esperienza dell’ombra come rivelazione.
Chiudere un articolo su Congressus cum Daemone significa, in fondo, tornare al punto di partenza: chiedersi perché un libro così piccolo, così silenzioso, così lontano dalle enfasi modernissime del “magico facile”, riesca ancora oggi a vibrare come una corda tesa. La risposta, credo, è che questo testo non vuole sedurre il lettore; vuole metterlo davanti a un bivio. È un libro che non si offre come guida, ma come specchio. E come tutti gli specchi onesti, non riflette ciò che vorremmo vedere, ma ciò che siamo quando nessuno guarda. Rileggerlo a distanza di trent’anni significa anche ricordare una stagione in cui l’occultismo non era un’etichetta da algoritmo, ma un territorio di ricerca personale, spesso scomodo, quasi mai redditizio. Libri come questo non nascevano per piacere: nascevano per necessità. Erano testimonianze, confessioni, tentativi di dare forma scritta a un contatto che sfuggiva alle categorie e che non temeva di essere giudicato. Congressus appartiene a quel mondo, e forse per questo conserva un magnetismo che molti testi più recenti non riescono a imitare.
D’Angelo non chiede di credergli; chiede di ascoltare. E in quell’ascolto — a tratti inquietante, a tratti sorprendentemente lucido — si apre una possibilità: comprendere che il demone con cui si dialoga non è sempre un’entità separata, non è un intruso venuto da altrove, ma un compagno antico che abita le crepe del pensiero e usa il linguaggio della rivelazione per indicare un passaggio. È, se vogliamo, il volto severo della conoscenza.
Congressus cum Daemone non è soltanto un libro raro: è un’esperienza compressa, un oggetto che custodisce un tempo e un modo di intendere la ricerca occulta che oggi rischiamo di dimenticare. Vale la pena leggerlo non per le risposte, ma per le domande che lascia sospese. E forse è proprio questo il suo lascito più prezioso: ricordarci che ogni percorso esoterico autentico nasce quando qualcuno trova il coraggio di sedersi davanti alla propria ombra e dire, senza tremare troppo: “Parliamoci.”
Daniele Corsini

