Una strega, prima ancora di diventare personaggio da leggenda o imputata da tribunale, è una figura alla quale una comunità attribuisce un rapporto particolare con le forze invisibili. Può essere temuta, consultata, perseguitata, rispettata, derisa, demonizzata o invocata come antenata spirituale. La sua identità muta secondo il tempo, il luogo e lo sguardo che la definisce. In alcune culture è colei che conosce le erbe, cura, benedice, protegge, scioglie un male. In altre è accusata di maleficio, patto con il demonio, danneggiamento dei raccolti, sterilità, malattia, morte. In altre ancora diventa sacerdotessa della natura, simbolo di libertà, figura di resistenza o custode di un sapere marginale.
La parola “strega” porta già nella sua origine una traccia notturna. Deriva dal latino strix, termine che indicava un uccello notturno, simile al gufo o alla civetta, ma caricato nell’immaginario antico di qualità sinistre: creatura della notte, rapace, emissaria di presagi, talvolta descritta come essere capace di succhiare il sangue dei bambini o di annunciare sventure. Prima ancora di diventare una donna accusata di magia, la strix era dunque una presenza ambigua, animale e soprannaturale insieme, sospesa tra il verso dell’uccello notturno e il timore di una forza invisibile che si avvicina quando la casa dorme.
Da questa radice nasce una parola che non possiede mai un significato semplice. “Strega” indica, di volta in volta, una praticante di arti magiche, una guaritrice popolare, una donna sospettata di poteri nocivi, una creatura della demonologia cristiana, una figura del folklore, una maschera letteraria, un archetipo dell’immaginario occidentale. La sua forza deriva proprio da questa instabilità. Non appartiene mai del tutto a una sola categoria, perché si muove tra religione e superstizione, medicina e incanto, sapere e accusa, realtà storica e invenzione culturale. Nel suo nome convivono ancora l’ombra dell’uccello notturno, la paura del maleficio, la memoria delle donne perseguitate e il fascino di una conoscenza posta ai margini dell’ordine comune.
In senso ampio, si può definire strega una persona alla quale viene attribuita la capacità di operare attraverso mezzi magici, cioè di intervenire sul mondo visibile ricorrendo a forze, corrispondenze, parole, gesti, spiriti o potenze non riconducibili all’ordine ordinario delle cose. Questa capacità può essere interpretata in modo benefico o malefico. La stessa mano che guarisce può essere sospettata di nuocere. La stessa donna che conosce il rimedio può essere accusata di conoscere il veleno. La strega nasce spesso in questa ambivalenza, nel punto in cui una conoscenza utile diventa troppo vicina al pericolo.
Nelle società tradizionali, la figura della strega si intreccia con quella della guaritrice, della levatrice, della segnatricе, della donna esperta di erbe, della custode di formule tramandate oralmente. Queste figure non sempre venivano chiamate streghe. Spesso erano parte della vita quotidiana delle comunità, consultate per il malocchio, le febbri, le paure dei bambini, i dolori del corpo, gli animali malati, i problemi d’amore o di fertilità. Il loro sapere era pratico, domestico, legato alla memoria e all’esperienza. Non abitava le università, non veniva scritto nei trattati, non chiedeva il permesso dell’autorità.
Proprio per questo poteva diventare sospetto. Ogni conoscenza che agisce senza essere pienamente controllata dal potere religioso, medico o giuridico rischia di essere osservata con diffidenza. La strega è spesso colei che sa qualcosa, ma non nel modo giusto; cura, ma senza titolo; parla con i morti, con i santi, con gli spiriti o con la natura, ma fuori dalle forme autorizzate; conosce tempi, erbe, gesti e parole che sfuggono alla disciplina ufficiale. La sua colpa, prima ancora del maleficio, può essere la competenza non riconosciuta.
La demonologia cristiana trasformò radicalmente questa figura. Nel tardo Medioevo e nella prima età moderna, la strega venne sempre più spesso descritta come alleata del demonio, nemica della fede, partecipante al sabba, profanatrice dei sacramenti, responsabile di malattie, tempeste, sterilità e morte. In questo passaggio, la strega smise di essere soltanto una persona sospettata di magia nociva e divenne il membro di una presunta cospirazione satanica. La paura locale del maleficio venne assorbita in un’immagine più vasta e terribile: quella di una setta invisibile, organizzata contro Dio e contro la comunità cristiana.
Questa costruzione non fu neutra. Colpì soprattutto le donne, benché in molte regioni europee anche uomini siano stati accusati e condannati per stregoneria. La donna appariva, agli occhi dei trattatisti demonologici, più fragile nella fede, più esposta alla tentazione, più legata al corpo, alla sessualità, al parto, al sangue, al latte, alla nascita e alla morte. Tutti luoghi simbolici che la cultura patriarcale temeva e insieme dipendeva da essi. Il corpo femminile diventò così un territorio sospetto, una zona da interrogare, disciplinare, controllare.
La strega dei processi non coincide necessariamente con la strega reale delle pratiche popolari. Questo punto è essenziale. Molte persone accusate di stregoneria non praticavano alcuna forma di magia. Altre forse conoscevano rimedi, benedizioni, formule, scongiuri, ma non si sarebbero mai riconosciute nell’immagine diabolica costruita dai giudici. La strega dei verbali giudiziari è spesso una creatura prodotta dall’accusa: nasce dalle domande, dalla paura, dalla tortura, dalle aspettative dei tribunali. È meno una persona che una maschera imposta a una persona.
Eppure, accanto alla strega perseguitata, sopravvive un’altra figura: quella della sapiente popolare. Non la sacerdotessa romantica di un culto segreto immutato, non la creatura mostruosa dei predicatori, ma una donna concreta, inserita in un tessuto comunitario fragile, capace di usare parole, piante, gesti e segni per rispondere a bisogni elementari. Proteggere una casa. Sciogliere una paura. Benedire un bambino. Allontanare l’invidia. Curare un animale. Riconoscere un male che la medicina ufficiale non sapeva nominare. Qui la stregoneria sfuma nella medicina popolare, nella religiosità domestica, nel folklore, nella magia apotropaica.
La figura della strega, dunque, non può essere separata dal contesto che la produce. In una società contadina, può essere la donna che vive ai margini del villaggio, ma anche colei alla quale si ricorre in segreto. In un tribunale inquisitoriale, diventa il corpo del crimine. In una fiaba, è la vecchia del bosco, custode della prova e dell’inganno. In un dipinto, può essere seduttrice, mostro, sacerdotessa notturna, madre oscura, creatura grottesca o potenza sovrana. Ogni epoca la ridisegna secondo le proprie paure.
L’arte ha avuto un ruolo decisivo nella costruzione di questa immagine. Tra la fine del Medioevo e il Rinascimento, incisioni, xilografie, miniature e dipinti cominciano a fissare alcuni tratti destinati a durare: il volo notturno, il corpo nudo o deformato, il calderone, il caprone, il sabba, i demoni, gli strumenti del maleficio, la riunione segreta fuori dall’ordine umano. In queste immagini la strega diventa visibile. Ciò che nei processi era racconto, confessione o sospetto assume forma. Il terrore trova una composizione.
Albrecht Dürer, nella celebre incisione nota come La strega, realizzata intorno al 1500, offre una delle immagini più enigmatiche della stregoneria rinascimentale. La figura femminile, nuda, potente e ambigua, non è ancora la vecchia grottesca dell’immaginario più tardo. È una presenza pagana, inquietante, sospesa tra eros, magia e pericolo. La sua nudità non è soltanto esposizione del corpo: è segno di disordine simbolico, di uscita dalle regole, di appartenenza a un mondo in cui la femminilità appare insieme desiderabile e minacciosa.
Hans Baldung Grien porterà questa visione ancora più lontano. Le sue streghe sono corpi eccessivi, giovani o decrepiti, sensuali o feroci, raccolti in scene di incantesimo, volo, trasformazione e sabba. In Baldung, la strega non è soltanto una figura religiosa o morale: è energia perturbante. Il suo corpo diventa il luogo in cui si incontrano morte, desiderio, magia e paura maschile. Le sue immagini non documentano la stregoneria: la inventano visivamente, contribuendo a creare una grammatica destinata a penetrare nell’immaginario europeo.
Nei secoli successivi, artisti come Salvator Rosa e Francisco Goya daranno alla strega una profondità ulteriore. In Rosa, la scena magica si popola di ombre, scheletri, paesaggi selvaggi, corpi in tensione, come se la stregoneria fosse il rovescio teatrale della ragione. In Goya, invece, la strega diventa specchio feroce della superstizione, dell’ignoranza, della violenza sociale. Le sue immagini di sabba, voli e congreghe non celebrano il soprannaturale in modo ingenuo: mostrano un’umanità deformata dalle proprie paure. La strega, qui, è anche l’incubo di chi la guarda.
Questo è uno dei punti più importanti: la rappresentazione figurativa della strega parla spesso meno delle streghe che della società che le immagina. Quando una cultura dipinge la strega come vecchia mostruosa, rivela il proprio terrore della vecchiaia femminile. Quando la raffigura giovane, nuda e seducente, mostra l’ansia verso il desiderio e l’autonomia del corpo. Quando la pone in volo, racconta la paura di una libertà che non obbedisce alla terra. Quando la circonda di animali, erbe e spiriti, riconosce senza volerlo il legame profondo tra la strega e una natura non addomesticata.
La fiaba popolare, a sua volta, ha conservato e trasformato questa immagine. La strega della fiaba abita il bosco, la casa isolata, il margine del percorso. Può divorare, ingannare, mettere alla prova, ma spesso custodisce anche una conoscenza che l’eroe o l’eroina devono attraversare. Non è soltanto il male. È la custode del pericolo necessario. Nella sua casa si entra bambini e si esce, se si sopravvive, diversi. La fiaba ha ridotto la strega a figura narrativa, ma ne ha conservato una funzione arcaica: quella di guardiana dell’esperienza proibita.
Nel mondo contemporaneo, la figura della strega ha subito un rovesciamento radicale. Da insulto, è diventata in molti contesti nome rivendicato. Da creatura demonizzata, è stata riletta come simbolo di autonomia spirituale, libertà femminile, rapporto con la natura, resistenza all’oppressione, memoria delle persecuzioni. La strega moderna può essere praticante neopagana, ricercatrice esoterica, figura femminista, artista, guaritrice, studiosa di tradizioni popolari o semplicemente immagine simbolica di un’esistenza non conforme.
Questa riappropriazione è potente, ma richiede attenzione. Non tutte le persone perseguitate come streghe erano realmente praticanti di una via magica. Non tutte le tradizioni popolari possono essere lette come frammenti di un antico culto segreto. Non ogni donna marginalizzata dalla storia era una sacerdotessa nascosta. Il rischio della rilettura moderna è trasformare vittime concrete in icone troppo comode, sottraendo loro di nuovo la complessità. La dignità della strega non ha bisogno di una leggenda perfetta. Ha bisogno di memoria, precisione e ascolto.
La strega resta una figura plurale. È guaritrice e accusata, sapiente e capro espiatorio, creatura dell’arte e donna dei processi, vecchia della fiaba e giovane iniziata, corpo perseguitato e simbolo di libertà. Non esiste una sola strega, ma una costellazione di immagini che si sono sovrapposte nei secoli. Alcune appartengono alla storia, altre alla paura, altre al desiderio, altre ancora alla necessità moderna di restituire voce a ciò che era stato condannato al silenzio.
Forse proprio per questo la sua figura continua a esercitare tanta forza. La strega non è soltanto ciò che una società teme. È anche ciò che una società non riesce a integrare: il sapere non autorizzato, il corpo non disciplinato, la parola femminile non addomesticata, il rapporto con la natura non ridotto a possesso, la memoria degli sconfitti, il sospetto che esistano forme di conoscenza nate fuori dai luoghi riconosciuti del potere.
Definire la strega, allora, significa accettare di non chiuderla del tutto. Ogni definizione illumina un aspetto e ne lascia un altro nell’ombra. La strega è figura storica, certo, ma anche immagine mobile. È stata inventata dai suoi persecutori, conservata dal folklore, deformata dall’arte, riscattata dalla modernità. Porta ancora addosso i segni del rogo e quelli della luna, il verbale del giudice e il canto notturno, la paura degli altri e una libertà che nessuna condanna è riuscita a consumare del tutto.

