Mito e struttura dell’immaginario

Mito e struttura dell’immaginario

Le narrazioni profonde che ordinano il mondo prima della teoria

Non c’è bisogno che un dio scenda davvero dal cielo perché il mito cominci a lavorare. Basta un racconto ripetuto abbastanza a lungo, un’immagine che torna, una figura che una comunità riconosce prima ancora di discuterla. Un eroe che parte, un morto che chiede memoria, una madre che genera e divora, un fratello che tradisce, un fuoco rubato agli dèi, una discesa nel buio, una città fondata sopra un sacrificio. Il mito non arriva quando il pensiero manca. Arriva quando l’esperienza è troppo grande per restare disordinata.

Per questo il mito non può essere trattato come una semplice favola antica, né come il residuo poetico di un’umanità ancora incapace di ragionare. Questa è una delle illusioni più ostinate della mentalità moderna: credere che il mito appartenga all’infanzia del pensiero, mentre la ragione adulta lo avrebbe finalmente superato. In realtà, il mito non è un errore destinato a essere corretto dalla filosofia, dalla scienza o dalla psicologia. È una struttura diversa, più originaria, attraverso cui l’essere umano organizza il senso prima ancora di trasformarlo in dottrina.

Corso Il linguaggio dei Tarocchi

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Docente: Laura Scordato

Data inizio corso: 20/10/2026

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Il mito non nasce per spiegare il mondo come lo spiega un trattato. Nasce per renderlo abitabile.

Questa differenza è decisiva. Una spiegazione risponde a una domanda, riduce l’incertezza, ordina un fenomeno secondo rapporti di causa ed effetto. Il mito fa qualcosa di più antico e più pericoloso: dà una forma all’esperienza. Non dice soltanto perché qualcosa accade, ma mostra come l’essere umano può collocarsi davanti a ciò che accade. La nascita, la morte, il desiderio, la colpa, la perdita, la violenza, l’amore, la giustizia, il destino, il contatto con il sacro non sono semplici problemi da risolvere. Sono potenze che attraversano la vita, la eccedono, la deformano, la costringono a cercare figure.

Il mito offre queste figure.

Quando una civiltà racconta l’origine del mondo, non sta soltanto costruendo una cosmologia. Sta stabilendo che tipo di mondo abita. Un cosmo nato da una parola divina non è lo stesso cosmo nato da una battaglia tra potenze primordiali, né quello emerso da un uovo cosmico, da un atto sessuale, da uno smembramento, da un abisso, da un sacrificio. Ogni mito delle origini contiene già una visione dell’essere. Dice se la realtà è ordine, conflitto, dono, ferita, emanazione, separazione, caduta, ritorno. Dice quale rapporto esista tra umano e divino, tra vita e morte, tra corpo e spirito, tra natura e legge.

Per questo il mito non è mai innocente. Anche quando sembra remoto, favoloso, popolato di dèi e creature impossibili, porta con sé una grammatica del mondo. Stabilisce quali figure meritino venerazione, quali debbano essere temute, quali azioni conducano alla rovina, quali prove rendano possibile una trasformazione. Mette in scena ciò che una cultura non può limitarsi a enunciare. Prima ancora di diventare morale, teologia o filosofia, il mito distribuisce il senso: indica un centro, disegna un margine, stabilisce un sopra e un sotto, un prima e un dopo, un ordine e una minaccia.

Non racconta semplicemente ciò che è accaduto. Racconta ciò che continua ad accadere.

Questa è una delle sue funzioni più profonde. Il mito non appartiene al passato nel modo in cui vi appartiene un evento storico. Un evento storico, per quanto importante, si colloca in una successione temporale. Il mito, invece, opera in un tempo differente. Parla di un “allora” che non è soltanto passato, ma modello. L’uccisione del drago, la discesa agli inferi, il ritorno dell’eroe, la morte del dio, il furto del fuoco, la cacciata dal paradiso, il diluvio, la nascita miracolosa, la fondazione della città, il patto infranto: ciascuna di queste immagini può essere raccontata come se fosse accaduta una volta, ma la sua forza consiste nel ripetersi interiormente e culturalmente.

Il mito è un racconto di origine perché offre una forma a ciò che, nella vita umana, ritorna.

Mircea Eliade ha insistito su questo punto leggendo il mito come racconto fondativo, come storia vera in senso simbolico, capace di istituire il mondo e di fornire modelli di comportamento. La parola “vera”, qui, non va intesa nel senso cronachistico moderno. Non significa che il mito debba essere verificato come un fatto documentario. Significa che per la comunità che lo custodisce esso dice qualcosa di essenziale sulla struttura della realtà. Un mito è vero quando fonda un modo di abitare il mondo, quando ordina il tempo, quando rende intelligibile un gesto, un rito, una legge, una memoria.

Il rito, infatti, spesso è mito agito. Non sempre, naturalmente, ma nelle tradizioni religiose ed esoteriche il rapporto tra racconto e gesto è strettissimo. Il mito narra un’origine; il rito la rende nuovamente presente. Non la ricorda soltanto, la riattiva. Quando una comunità ripete un gesto sacro, celebra una festa, accende un fuoco, porta offerte, attraversa una processione, piange ritualmente i morti o celebra il ritorno della luce, non sta semplicemente commemorando. Sta ordinando il tempo secondo una struttura mitica. Sta dicendo che l’esistenza non è una successione casuale di giorni, ma una trama attraversata da ricorrenze, perdite, ritorni, crisi, rinnovamenti.

Il mito, in questo senso, è una tecnologia dell’orientamento. Una parola forse poco poetica, ma precisa. Orienta l’essere umano dentro ciò che non potrebbe essere sostenuto soltanto con la ragione calcolante. La morte, per esempio, se lasciata al puro fatto biologico, è una cessazione. Ma nessuna cultura umana ha davvero potuto vivere la morte solo come cessazione. Ha prodotto immagini, racconti, viaggi ultraterreni, giudizi, antenati, psicopompi, regni dei morti, ritorni, offerte, divinità funebri, passaggi, trasformazioni. Non per negare la morte, o almeno non soltanto per negarla, ma per darle una forma capace di essere attraversata.

Anche il male ha bisogno di mito. Non perché il mito lo giustifichi, ma perché una cultura deve trovare un modo per rappresentarlo. Il mostro, il traditore, il fratello assassino, il demone, il tiranno, il drago, la strega divorante, il dio crudele, l’ombra sotterranea non sono figure intercambiabili. Ognuna di esse organizza una diversa esperienza del male. Il mostro può rappresentare ciò che è informe e minaccioso; il traditore ciò che agisce dall’interno; il demone ciò che possiede e devia; il tiranno ciò che perverte l’ordine; il drago ciò che custodisce e distrugge; la strega ciò che una cultura teme del femminile, del sapere corporeo, dell’autonomia, della marginalità. Ogni figura mitica rivela tanto ciò che rappresenta quanto la civiltà che la produce.

È qui che il mito entra nella struttura dell’immaginario. L’immaginario non è un deposito caotico di fantasie. È il campo in cui una cultura conserva e trasforma le proprie immagini fondamentali. Non coincide con la semplice invenzione individuale. Prima che il singolo immagini, esiste già un paesaggio di immagini disponibili: madri, padri, re, vergini, vecchie sapienti, fanciulli divini, trickster, eroi, vittime, carnefici, angeli, demoni, morti, custodi, animali guida, città sante, deserti, giardini perduti, mari da attraversare, montagne da scalare. L’individuo nasce dentro questo paesaggio e vi impara, spesso senza accorgersene, a dare forma a ciò che prova.

Il mito non impone soltanto contenuti. Offre strutture.

Ci sono miti di origine, miti di caduta, miti di fondazione, miti di morte e rinascita, miti di discesa, miti di liberazione, miti di punizione, miti di conoscenza proibita, miti di nozze sacre, miti di smembramento, miti di ritorno. Queste strutture non appartengono solo ai testi antichi. Continuano a operare nei romanzi, nel cinema, nella politica, nella pubblicità, nella costruzione delle identità personali, nelle ideologie collettive, persino nelle narrazioni terapeutiche. Cambiano abito, non funzione. L’eroe moderno non porta sempre una spada; può portare una valigetta, un algoritmo, un trauma da superare, una missione aziendale. Il paradiso perduto può diventare infanzia, natura incontaminata, comunità ideale, futuro tecnologico. Il demone può diventare malattia, nemico politico, sistema, dipendenza, parte rimossa di sé.

Dire che il mito continua ad agire non significa negare la modernità. Significa non crederle troppo quando si racconta come puro regno della ragione. La modernità ha spesso dichiarato guerra ai miti antichi, ma non ha smesso di produrne. Ha sostituito molte narrazioni religiose con miti secolarizzati: il progresso indefinito, la salvezza tecnica, la crescita infinita, l’individuo pienamente sovrano, il mercato autoregolato, la trasparenza totale, la liberazione attraverso il consumo, la possibilità di dominare la natura senza conseguenze. Anche questi sono miti, non perché siano necessariamente falsi in ogni loro parte, ma perché organizzano desideri, paure e comportamenti collettivi attraverso immagini di salvezza, caduta, redenzione, sacrificio e futuro.

Il problema non è avere miti. Il problema è non sapere di averli.

Un mito riconosciuto può essere interrogato. Un mito inconsapevole, invece, agisce come destino. Si presenta come evidenza, come normalità, come buon senso, come necessità storica. È qui che il pensiero simbolico diventa uno strumento critico. Non serve soltanto a interpretare immagini antiche, ma a smascherare le narrazioni che governano il presente. Quando una società crede di essersi liberata dal mito, spesso si è soltanto consegnata a miti più poveri, meno visibili e più difficili da contrastare.

Carl Gustav Jung ha individuato nei miti una delle espressioni privilegiate dell’inconscio collettivo. Le figure mitiche, nella sua prospettiva, non sono soltanto invenzioni letterarie o residui religiosi, ma manifestazioni di strutture profonde della psiche. Il mito drammatizza processi interiori che l’individuo, da solo, non saprebbe nominare. L’eroe che affronta il mostro, il viaggio negli inferi, l’incontro con la figura sapienziale, la morte del vecchio re, la conquista del tesoro, la ferita che non guarisce, il fanciullo divino che annuncia un nuovo inizio: tutto questo non appartiene soltanto al passato dei popoli, ma alla vita psichica che continua a produrre immagini.

Da qui nasce il legame tra mito e archetipo, che dovrà essere trattato con cautela. L’archetipo non è una figurina fissa, né un personaggio da catalogo. Non è “il vecchio saggio” come immagine stereotipata, o “la grande madre” come ruolo da applicare ovunque. È piuttosto una possibilità formale della psiche, una tendenza a organizzare certe esperienze secondo immagini ricorrenti. Il mito offre a queste strutture una narrazione. Le mette in movimento. Dove l’archetipo è una forza configurante, il mito è il suo teatro.

James Hillman ha spinto ancora oltre questa intuizione, invitando a non ridurre il mito a spiegazione psicologica. Il mito non è soltanto un travestimento dell’interiorità umana. È anche un modo per restituire pluralità alla psiche. Gli dèi, le figure, le storie e le immagini non devono essere immediatamente tradotti in concetti psicologici, come se il loro valore consistesse soltanto nel dirci qualcosa su di noi. A volte è il contrario: siamo noi a essere letti dalle immagini. Una figura mitica può rivelare un modo di vedere, un temperamento dell’anima, una qualità del desiderio, una forma della paura. Non siamo sempre noi a usare i miti. Spesso sono i miti a usare la nostra voce.

Questa prospettiva è preziosa per l’esoterismo, perché impedisce di trasformare il mito in semplice ornamento culturale. Le tradizioni esoteriche occidentali hanno sempre lavorato con strutture mitiche: caduta e reintegrazione, perdita della sapienza originaria, discesa nella materia, risalita verso la luce, nozze degli opposti, morte iniziatica, viaggio dell’anima attraverso sfere e potenze, ritorno all’unità, conoscenza nascosta, maestro interiore, libro segreto, parola perduta. Senza mito, questi motivi diventano formule astratte. Con il mito, acquistano corpo, dramma, direzione.

L’alchimia, per esempio, non può essere compresa soltanto come tecnica prechimica, né soltanto come metafora psicologica. La sua immaginazione è profondamente mitica: il re che muore, la regina che attende, il matrimonio del Sole e della Luna, il figlio filosofico, il drago, il corvo, il sepolcro, il bagno, il fuoco segreto, la pietra nascosta nella materia vile. Queste immagini non sono illustrazioni decorative di concetti. Sono il modo stesso in cui il processo viene pensato, vissuto, custodito. L’opera alchemica parla perché organizza la trasformazione come racconto simbolico della materia e dell’anima.

Anche la magia cerimoniale e la cosmologia ermetica si fondano su strutture mitiche. L’universo non è concepito come un ammasso neutro di oggetti, ma come ordine vivente, gerarchia, corrispondenza, scala, tempio. L’essere umano non è soltanto osservatore, ma microcosmo, immagine ridotta del grande mondo, punto di contatto tra piani differenti. Questa visione è mitica non perché sia falsa, ma perché dispone la realtà dentro una narrazione di relazione. Ogni gesto, ogni segno, ogni invocazione, ogni figura planetaria ha senso perché appartiene a un cosmo raccontabile.

Il mito, dunque, non è contrario al pensiero. È contrario alla riduzione.

La filosofia può interrogare il mito, la storia può contestualizzarlo, l’antropologia può confrontarne le forme, la psicologia può leggerne le risonanze interiori. Ma nessuna di queste discipline lo esaurisce del tutto. Il mito resiste perché non è soltanto un oggetto. È anche il modo in cui il soggetto si costituisce davanti al mondo. Ogni volta che diciamo “io sono colui che ha superato”, “io sono stato tradito”, “io devo ritornare”, “io devo purificarmi”, “io sono caduto”, “io devo rinascere”, stiamo già entrando in una struttura narrativa. Non viviamo mai soltanto fatti. Viviamo fatti organizzati in storie.

Questo non significa che ogni storia personale sia automaticamente mitica nel senso forte del termine. Bisogna evitare l’enfasi facile. Non ogni difficoltà è un viaggio eroico, non ogni crisi è un’iniziazione, non ogni dolore è una discesa agli inferi, non ogni cambiamento è una rinascita. Il linguaggio mitico può diventare anche un modo elegante per non vedere la realtà. Può nobilitare l’ego, abbellire una fuga, trasformare una ferita in identità, scambiare il disordine per profondità. Proprio perché il mito è potente, va maneggiato con attenzione.

La maturità simbolica consiste anche nel saper distinguere tra mito vivo e mitologia personale mal digerita. Il mito vivo allarga l’esperienza, la colloca in una trama più grande senza cancellarne la concretezza. La mitologia dell’ego, invece, usa immagini grandi per rendere intoccabili le proprie narrazioni. Chi si identifica troppo con l’eroe non vede più la propria hybris. Chi si crede sempre vittima sacrificale non riconosce più il proprio potere. Chi si immagina custode della verità nascosta può smettere di ascoltare. Chi trasforma ogni legame in destino finisce per perdere il senso della responsabilità.

Il mito orienta, ma può anche possedere.

Per questo il lavoro sull’immaginario non è evasione. È discernimento. Comprendere i miti significa chiedersi quali storie ci stanno vivendo. Quali figure abbiamo ereditato senza saperlo. Quali narrazioni familiari, religiose, culturali o politiche continuano a organizzare il nostro modo di desiderare, temere, amare, combattere, perdere, sperare. Significa domandarsi quale mito collettivo governi una comunità quando parla di successo, fallimento, purezza, progresso, identità, sacrificio, nemico, salvezza. Significa riconoscere che il mondo moderno non è meno mitico di quello antico: è spesso soltanto meno consapevole delle proprie liturgie.

Il mito non chiede di essere creduto alla lettera. Chiede di essere ascoltato nella sua profondità. La lettura letterale irrigidisce il mito e lo trasforma in dogma; la lettura puramente ironica lo svuota e lo rende innocuo. Tra questi due estremi esiste un’altra via: riconoscere che il mito parla in un registro proprio, dove il vero non coincide con il fattuale e il falso non coincide con l’immaginario. Un mito può non essere accaduto, e tuttavia continuare a dire qualcosa di essenziale su ciò che accade.

È questa qualità a renderlo indispensabile dentro un percorso esoterico serio. L’esoterismo non lavora soltanto con idee, ma con forme dell’immaginazione disciplinata. Non basta conoscere dottrine, corrispondenze, simboli, rituali, divinità, spiriti, sigilli. Occorre capire in quale racconto si inseriscono, quale mondo presuppongono, quale trasformazione mettono in scena. Un rito senza mito rischia di diventare tecnica vuota. Un simbolo senza mito perde la propria genealogia. Un’immagine senza struttura si riduce ad atmosfera.

Mito e immaginario sono quindi inseparabili. Il mito dà narrazione all’immaginario; l’immaginario offre al mito il suo corpo di figure. Insieme formano una delle grandi architetture invisibili della cultura. Non stanno dietro la realtà come un fondale teatrale, ma dentro il modo stesso in cui la realtà viene percepita. Decidono quali esperienze saranno considerate centrali e quali marginali, quali immagini verranno custodite e quali rimosse, quali morti saranno onorati e quali dimenticati, quali forme del femminile saranno sacralizzate e quali demonizzate, quali ombre verranno proiettate sul nemico.

Le pagine successive nasceranno da qui. Gli archetipi e le immagini primarie, il sacro perturbante, le figure liminali, gli psicopompi, la morte, l’iconografia funebre, il femminile sacro, l’ombra collettiva, la geometria e il numero non sono temi separati. Sono territori interni alla stessa geografia mitica. Ognuno mostra un modo in cui l’immaginario umano ha dato forma all’invisibile, alla paura, alla trasformazione, al limite, all’ordine, al mistero.

Comprendere il mito come struttura dell’immaginario significa dunque accettare una verità scomoda: non siamo mai del tutto fuori dai racconti che studiamo. Possiamo analizzarli, criticarli, compararli, storicizzarli. Ma in qualche misura li abitiamo ancora. Ogni epoca ha i suoi dèi, anche quando li chiama valori. Ha i suoi sacrifici, anche quando li chiama necessità. Ha i suoi inferi, anche quando li chiama rimozione. Ha le sue promesse di salvezza, anche quando le stampa su uno schermo luminoso invece che su una pergamena.

Il mito non scompare. Cambia voce.

E quando smettiamo di ascoltarlo, non diventa meno potente. Diventa soltanto meno visibile.

Consigli per la lettura ed approfondimenti

Per una comprensione rigorosa del mito come struttura fondativa dell’esperienza umana, Mito e realtà di Mircea Eliade resta un testo imprescindibile. Sul versante psicologico, L’uomo e i suoi simboli di Carl Gustav Jung offre una lettura chiara del mito come espressione dell’inconscio collettivo.

La prospettiva di James Hillman in Re-visioning Psychology aiuta a comprendere come il mito continui a operare nel mondo moderno sotto forme apparentemente razionali, mentre per una riflessione più ampia sul rapporto tra narrazione e senso, Il simbolo dà a pensare di Paul Ricoeur resta un riferimento prezioso.

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