Shams al-Maʿārif

Shams al-Maʿārif

Il “Sole delle conoscenze” tra scienza delle lettere, nomi divini, talismani e metamorfosi di un libro divenuto leggenda

Il titolo rimane lo stesso, ma il libro cambia sotto le mani di chi lo apre. Una copia medievale può essere relativamente contenuta, costruita attorno alle lettere, ai nomi divini e alla cosmologia; un manoscritto più tardo si allarga, incorpora nuovi materiali, modifica genealogie di maestri, aggiunge diagrammi e procedimenti; l’edizione a stampa che un lettore acquista molti secoli dopo reca ancora il nome di Aḥmad al-Būnī, eppure contiene pagine che l’autore del XIII secolo non avrebbe potuto scrivere. Alla fine la copertina suggerisce l’esistenza di un’opera unica mentre, dietro di essa, si muove una tradizione.

È questo il primo dato necessario per avvicinarsi allo Shams al-Maʿārif: non esiste un solo Shams nel senso semplice in cui esiste un testo composto una volta, copiato fedelmente e infine stampato. Esiste un nucleo medievale collegato alla produzione di Aḥmad al-Būnī, esistono copie e redazioni differenti, esistono rielaborazioni appartenenti alla tradizione buniana e soprattutto esiste il monumentale Shams al-Maʿārif al-kubrā, il “Grande Shams”, attraverso il quale il libro è diventato celebre nell’occultismo contemporaneo, ma la cui forma estesa appartiene in misura sostanziale a una fase molto più tarda della storia del corpus. Le ricerche sui manoscritti hanno mostrato che considerare automaticamente quest’ultima redazione come l’opera composta da al-Būnī nel XIII secolo produce una ricostruzione storicamente insostenibile.

Corso Geomanzia - La Coscienza dei luoghi

Pierluca Zizzi

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Il titolo medievale Shams al-maʿārif wa-laṭāʾif al-ʿawārif può essere reso approssimativamente come “Il sole delle conoscenze e le sottigliezze delle cognizioni”, benché ogni traduzione perda parte delle sfumature del lessico spirituale arabo. Maʿārif non indica semplicemente informazioni possedute attraverso lo studio, mentre ʿawārif appartiene a un campo semantico nel quale conoscenza, riconoscimento e sapere spirituale si intrecciano. Già il titolo, quindi, colloca il libro lontano dall’immagine moderna del semplice manuale di sortilegi. Il suo orizzonte originario è quello di una conoscenza che pretende di raggiungere le strutture nascoste attraverso cui il mondo manifesta l’ordine divino.

Eppure sarebbe altrettanto sbagliato reagire all’immaginario sensazionalistico trasformando lo Shams in un innocuo trattato di spiritualità. Nel corpus buniano sono realmente presenti lettere utilizzate in forma operativa, numeri, awfāq, strutture talismaniche, corrispondenze cosmologiche, potenze spirituali e applicazioni orientate a produrre effetti. È precisamente la convivenza fra queste componenti e il linguaggio della mistica islamica a costituire la peculiarità dell’opera. Il libro non è interessante perché starebbe segretamente al di fuori dell’Islam, ma perché nasce in una regione della cultura medievale nella quale devozione, cosmologia e scienze occulte potevano incontrarsi senza coincidere e senza smettere di generare conflitti.

Prima del Grande Shams

Aḥmad al-Būnī morì probabilmente nel 622 dell’Egira, corrispondente al 1225, anche se una tradizione alternativa colloca la morte nel 630/1232-33. Nel nucleo di opere medievali che la ricerca manoscritta considera maggiormente attribuibili a lui compare effettivamente un testo intitolato Shams al-maʿārif wa-laṭāʾif al-ʿawārif. Questo dato è importante: non siamo davanti a un titolo inventato secoli dopo e semplicemente posto sotto il nome di al-Būnī. Uno Shams medievale appartenente al suo corpus esiste realmente. Ciò che non può essere fatto è identificarlo senza residui con la vastissima compilazione che diverrà famosa come al-kubrā.

L’indagine di Noah Gardiner sul corpus buniano ha individuato cinque opere che possono essere attribuite ad al-Būnī con sicurezza comparativamente maggiore rispetto alla moltitudine di testi che la tradizione gli ha assegnato: oltre allo Shams al-maʿārif wa-laṭāʾif al-ʿawārif, l’Hidāyat al-qāṣidīn wa-nihāyat al-wāṣilīn, il Mawāqif al-ghāyāt fī asrār al-riyāḍāt, l’ʿAlam al-hudā wa-asrār al-ihtidāʾ fī sharḥ asmāʾ Allāh al-ḥusnā e il Laṭāʾif al-ishārāt fī l-ḥurūf al-ʿulwiyyāt. Letti insieme, questi testi modificano profondamente la percezione dell’autore, perché mostrano che la sua riflessione non era quasi esclusivamente composta di ricette operative, come potrebbe suggerire la lettura isolata delle edizioni tarde dello Shams al-kubrā.

Al-Būnī sembra avere concepito almeno una parte di questi lavori come reciprocamente collegati. Le opere rinviano l’una all’altra, promettono chiarimenti altrove e distribuiscono argomenti fra trattati differenti. La ricerca ha definito questa strategia attraverso il concetto di tabdīd al-ʿilm, la dispersione del sapere: non necessariamente un cifrario nel senso comune, ma una modalità di scrittura nella quale l’informazione esoterica non viene consegnata integralmente in un singolo luogo. Per comprendere davvero una dottrina, il lettore deve ricomporre ciò che è stato separato.

La biblioteca diventa così parte del metodo iniziatico.

È un principio che vale la pena ricordare quando si incontra una pagina isolata dello Shams riprodotta in rete come se costituisse una formula autonoma. Nel contesto originario, il diagramma poteva richiamare una teoria spiegata in un’altra opera, dipendere da conoscenze trasmesse oralmente oppure essere destinato a lettori già formati in un particolare ambiente sufi. La modernità tende invece a estrarre l’immagine, tradurre sommariamente le parole che la circondano e trasformarla in un oggetto operativo autosufficiente.

Non è necessariamente così che i primi lettori buniani incontravano questi testi.

La trasmissione manoscritta mostra anzi che almeno alcune opere di al-Būnī venivano lette e ascoltate all’interno di comunità relativamente ristrette. Esistono attestazioni di samāʿ, sessioni nelle quali il testo veniva letto alla presenza di un maestro o di un’autorità riconosciuta, e al-Būnī stesso sembra avere partecipato alla trasmissione delle proprie opere nella zona della Qarāfa del Cairo. L’esoterismo, in questa fase, non consiste soltanto nell’avere un libro segreto, ma nella selezione di chi deve leggerlo e nel modo in cui deve essere ricevuto.

La lettera prima dell’incantesimo

Il cuore dello Shams non è il jinn, non è il talismano e neppure il quadrato magico considerato isolatamente. È la lettera.

Per comprendere la logica del libro occorre tornare alla scienza delle lettere e dei nomi, ʿilm al-ḥurūf wa-l-asmāʾ, alla quale al-Būnī dedicò buona parte della propria opera. Le lettere arabe possiedono valori numerici attraverso il sistema abjad, possono essere ordinate secondo differenti classificazioni e possono entrare in rapporti con nomi, numeri, livelli cosmici e qualità spirituali. Nel sistema buniano, tuttavia, queste corrispondenze non hanno soltanto la funzione di permettere curiosi giochi aritmetici. Sono inserite in una teoria della manifestazione nella quale la parola divina e il mondo creato possono essere pensati come realtà reciprocamente leggibili.

Il Corano descrive ripetutamente l’atto creativo attraverso il comando kun, “Sii”. Per il lettrismo mistico, questo linguaggio rende possibile concepire l’esistenza come effetto di una parola originaria senza per questo ridurre Dio al linguaggio umano. Le lettere pronunciate dall’uomo sono create, limitate e temporali, ma possono offrire un’analogia attraverso la quale pensare il passaggio dal non manifestato alla forma.

Quando questo principio viene portato nella scienza delle lettere, una parola possiede più di un livello. Significa qualcosa, naturalmente, ma possiede anche una determinata composizione alfabetica; le lettere hanno valori numerici; il numero può essere rapportato ad altre strutture; la parola può essere trasformata in una disposizione grafica. La stessa realtà linguistica passa così attraverso significato, suono, quantità e figura.

Lo Shams appartiene al mondo nato da questa trasformazione.

Per questo le sue pagine possono apparire inizialmente disorientanti. Una preghiera può essere seguita da un diagramma; una serie alfabetica può condurre a una discussione numerica; il nome divino può essere analizzato secondo le lettere che lo compongono e successivamente comparire in una configurazione grafica. Non siamo davanti a sezioni arbitrariamente accostate: nella cosmologia che sostiene il testo si tratta di modi differenti attraverso i quali la medesima struttura diventa percepibile.

L’alfabeto non rappresenta più soltanto il mezzo attraverso il quale il libro è scritto.

Diventa uno degli argomenti del libro.

I nomi divini e la tensione centrale dello Shams

Ancora più delicato è il rapporto con i nomi di Dio.

La venerazione e la meditazione dei al-asmāʾ al-ḥusnā, i “nomi più belli”, appartengono alla religione islamica e alle tradizioni sufistiche ben prima e ben oltre al-Būnī. Un nome divino può essere oggetto di preghiera, ricordo, contemplazione e commento teologico senza possedere alcuna relazione con la magia. Nel corpus buniano, tuttavia, il nome viene studiato anche come struttura composta da lettere, dotata di valori numerici e capace di essere inserita in sistemi di corrispondenza. Proprio qui la contemplazione può cominciare a trasformarsi in operazione.

Il problema non è soltanto quantitativo. Non basta dire che una determinata parola viene ripetuta un certo numero di volte e che quindi la pratica è diventata “magica”. La questione è teorica: che cosa rende efficace il nome?

Nell’orizzonte religioso di al-Būnī, nessuna parola può possedere una forza indipendente da Dio. Attribuire alla sequenza grafica un potere autonomo significherebbe trasformarla quasi in un secondo principio causale. La soluzione esoterica consiste piuttosto nel pensare il nome come manifestazione di una qualità divina e la struttura alfabetico-numerica come una delle modalità attraverso cui quella qualità diviene intelligibile entro il creato.

Si crea così una tensione che percorre tutto lo Shams. Il nome non deve essere concepito come una formula capace di costringere Dio, ma allo stesso tempo viene studiato secondo modalità che consentono di associarlo a effetti, tempi e configurazioni precise. La sovranità divina viene affermata e l’operatività della conoscenza viene conservata.

È una soluzione teologicamente audace, e non sorprende che abbia incontrato critiche.

Particolarmente importante nella tradizione buniana è il tema dell’ism Allāh al-aʿẓam, il Nome supremo di Dio. L’idea di un “Nome più grande” non nasce con lo Shams e appartiene a tradizioni islamiche più vaste, ma nell’esoterismo delle lettere acquista possibilità specifiche: la ricerca del nome può intersecarsi con sequenze alfabetiche, valori numerici, formule invocative e diversi gradi di disposizione spirituale. In opere del corpus buniano la questione non appare necessariamente riducibile alla scoperta di una singola parola segreta; può dipendere dal contesto dell’invocazione e dalla condizione dell’orante.

È molto diverso dall’immaginario moderno della password divina nascosta in un grimorio.

La potenza, nella logica mistica, non risiede soltanto nell’oggetto pronunciato ma anche nel soggetto capace di pronunciarlo.

Il quadrato come parola diventata spazio

Gli awfāq sono probabilmente l’elemento visivo che più facilmente viene associato allo Shams al-Maʿārif. Griglie riempite di numeri, lettere o combinazioni di segni compaiono nei manoscritti buniani e nella tradizione successiva con una varietà sorprendente. Alcune sono costruite secondo principi riconducibili ai quadrati magici matematici, nei quali valori diversi vengono disposti affinché determinate somme risultino costanti; altre funzionano come matrici alfabetiche, crittogrammi o configurazioni talismaniche senza possedere necessariamente quella stessa struttura aritmetica.

Chiamare tutto “quadrato magico” è dunque comodo ma impreciso.

Nel sistema più ampio delle scienze delle lettere, il wafq permette una trasformazione decisiva: ciò che apparteneva alla successione temporale della parola viene disposto nello spazio. Una formula pronunciata esiste nell’ordine del prima e del dopo; una griglia consente invece di vedere simultaneamente rapporti che nella lingua ordinaria sarebbero successivi.

Il significato esoterico della figura può essere compreso proprio da questa capacità di rendere coesistenti elementi differenti. Lettere che nella parola non sarebbero adiacenti possono essere poste in rapporto geometrico; valori numerici possono creare simmetrie; nomi possono essere scomposti e ricombinati. Il diagramma non illustra semplicemente un sapere espresso altrove: può diventare una forma attraverso la quale il sapere viene prodotto.

In alcuni manoscritti buniani complessi talismani e crittogrammi sono trasmessi quasi esclusivamente attraverso la loro configurazione visiva, con spiegazioni testuali ridotte. È uno dei motivi per cui la tradizione orale e la corretta copiatura erano tanto importanti: basta un errore nella disposizione delle caselle o delle lettere perché la struttura venga alterata.

Questo aiuta anche a spiegare la fascinazione esercitata dalle pagine dello Shams. Prima ancora che un lettore comprenda l’arabo, vede un ordine. L’occhio incontra simmetrie, cerchi, lettere ripetute, linee, quadrati e numeri che sembrano appartenere a una grammatica sconosciuta. La pagina stessa produce la sensazione che il testo possieda un livello al quale la normale lettura lineare non può accedere.

È precisamente questa qualità a essere stata amplificata dalle moderne riproduzioni digitali.

Una pagina separata dal manoscritto diventa un’immagine enigmatica.

Nel codice originario era una parte di un sistema.

Astri, tempi e corrispondenze

Lo Shams appartiene inoltre a una cultura nella quale la scienza delle lettere poteva incontrare l’astrologia senza dissolversi in essa. Nel pensiero occulto medievale, il momento nel quale un’operazione viene compiuta non è necessariamente neutro: pianeti, segni, ore e altre divisioni temporali possono essere considerati portatori di qualità differenti. Al-Būnī rielabora questo materiale in una cosmologia nella quale l’influenza astrale viene ricondotta a un ordine superiore della creazione piuttosto che considerata una forza indipendente.

Qui emerge una delle caratteristiche più interessanti dell’esoterismo buniano. L’astrologo può descrivere Saturno, Giove, Marte e gli altri pianeti come cause di determinate influenze; il lettrista può chiedere invece quale realtà spirituale renda possibile quella causalità e come essa si inserisca nella parola creatrice divina. Ciò che appare astrologico al livello esterno può diventare letteristico e teologico a un livello più profondo.

Ne deriva un universo nel quale lettere, astri e tempi possono essere reciprocamente coordinati.

Anche questo dato è stato facilmente banalizzato nelle letture moderne, dove le corrispondenze vengono spesso presentate come tabelle fisse: pianeta, giorno, metallo, colore, incenso, lettera. La documentazione manoscritta mostra sistemi più variabili e complessi, e non consente di immaginare una sola tabella universale segretamente posseduta dagli occultisti islamici. Tradizioni differenti potevano impiegare associazioni differenti, e le grandi compilazioni tarde finirono per accogliere materiali provenienti da più correnti.

Lo Shams non contiene quindi la chiave unica di tutte le corrispondenze islamiche.

È uno dei luoghi nei quali molte di esse vennero raccolte, trasformate e trasmesse.

Angeli, rūḥāniyyāt e jinn

È probabilmente questa parte dell’opera ad avere alimentato maggiormente la fama moderna.

Nelle redazioni e nella tradizione testuale dello Shams compaiono nomi e classificazioni di entità spirituali, rapporti con angeli, jinn e rūḥāniyyāt, oltre a configurazioni attraverso le quali determinate potenze vengono associate a lettere, pianeti, tempi e finalità. Ma l’immaginario contemporaneo commette spesso due errori simultanei: considera qualsiasi entità nominata nel testo un jinn e considera qualsiasi rapporto con il mondo invisibile una semplice evocazione demonologica.

Le fonti islamiche non permettono questa semplificazione.

Il jinn è una categoria religiosa coranica e non nasce dalla magia. I jinn sono creature dotate di volontà e responsabilità morale, distinte dagli esseri umani e dagli angeli; possono essere credenti o ribelli e la loro esistenza appartiene alla cosmologia religiosa islamica indipendentemente da qualsiasi grimorio. Il termine rūḥāniyyāt, invece, può indicare “spiritualità”, potenze spirituali o entità sottili, e nella letteratura occultistica assume significati variabili, talvolta connessi ai cieli e ai pianeti. Angeli, jinn e rūḥāniyyāt non sono quindi sinonimi.

La letteratura buniana e soprattutto le sue espansioni posteriori possono metterli in relazione senza cancellarne necessariamente le differenze.

Anche l’idea secondo cui lo Shams sarebbe innanzitutto un manuale per “controllare i jinn” rovescia le proporzioni storiche del problema. La scienza delle lettere e dei nomi costituisce la struttura intellettuale entro la quale le presenze spirituali possono essere inserite; non è un’introduzione inventata per rendere più sofisticato un libro di evocazioni.

Questo non significa che nelle redazioni tarde manchino applicazioni esplicitamente operative rivolte a entità invisibili. Significa piuttosto che esse devono essere lette nel contesto di una cosmologia immensamente più articolata.

Particolarmente importante è la questione dell’autorità. Nella religione islamica Salomone, Sulaymān, possiede per concessione divina un dominio eccezionale sui jinn. Nella letteratura magica successiva la figura salomonica diventa inevitabilmente un modello di comando spirituale, ma il punto teologico rimane scomodo: Salomone può comandare perché Dio gli ha concesso quel potere. Da dove proviene l’autorità dell’operatore ordinario?

La scienza dei nomi tenta di rispondere ricollocando l’operazione all’interno dell’ordine divino.

I suoi critici possono naturalmente rifiutare la risposta.

Sufismo o magia?

La domanda ritorna continuamente perché la modernità preferisce categorie nette.

Lo Shams al-Maʿārif è un testo sufi oppure un libro di magia?

La risposta storicamente più accurata è che la domanda separa ciò che nella tradizione buniana può essere intrecciato.

Al-Būnī appartiene a un ambiente sufi e concepisce la scienza delle lettere come sapere esoterico legato alla comprensione profonda della rivelazione. La sua formazione è collegata a ʿAbd al-ʿAzīz al-Mahdawī, uno dei maestri importanti del sufismo maghrebino, e il suo vocabolario è attraversato da temi come dhikr, ispirazione, svelamento, disciplina ascetica e differenza fra conoscenza accessibile alla generalità dei credenti e sapere riservato a un’élite spirituale.

Allo stesso tempo, alcuni suoi testi insegnano realmente applicazioni operative della scienza delle lettere. La distanza da Ibn ʿArabī è significativa: entrambi appartengono almeno in parte alla medesima costellazione del sufismo occidentale e condividono l’interesse per le lettere, ma la produzione buniana è molto più disponibile a mettere per iscritto dimensioni operative che Ibn ʿArabī riteneva non dovessero essere divulgate indiscriminatamente.

Lo Shams vive precisamente dentro questo attrito.

Da una parte esiste l’idea che la conoscenza delle lettere sia una scienza sacra capace di svelare significati nascosti del Corano e del cosmo; dall’altra quella conoscenza viene applicata a finalità che possono assumere un carattere talismanico, prognostico o operativo.

Non è necessario scegliere quale delle due sia la “vera” natura del testo.

Sono entrambe storicamente presenti.

Per un lettore devoto favorevole a questo sapere, l’operazione poteva essere pensata come utilizzo di proprietà e corrispondenze poste da Dio nella creazione, senza attribuire alcuna autonomia alle tecniche. Per un teologo ostile, proprio questo passaggio poteva apparire come una razionalizzazione religiosa di pratiche illecite.

Ibn Khaldūn, nel XIV secolo, conosceva bene la scienza delle lettere e la criticò duramente, associandola a correnti sufistiche che giudicava eccessive e trattandola come una forma di stregoneria rivestita di linguaggio mistico. La sua ostilità, tuttavia, costituisce involontariamente una testimonianza dell’importanza raggiunta dalla disciplina: non avrebbe avuto bisogno di confutarla con tanta attenzione se fosse appartenuta soltanto ai margini della cultura colta.

Il lettore non è neutrale

Uno degli aspetti più estranei alla mentalità moderna è la convinzione che un testo esoterico non abbia lo stesso significato nelle mani di ogni lettore.

Nelle opere buniane ricorrono ammonimenti contro la divulgazione della scienza delle lettere e dei nomi a persone ritenute spiritualmente impreparate. Il sapere viene descritto come pericoloso non necessariamente perché il libro stesso possieda una maledizione, ma perché una conoscenza operativa consegnata a chi non ne possiede la disciplina può essere utilizzata male oppure fraintesa.

La differenza è importante.

La leggenda contemporanea racconta che leggere certe pagine dello Shams possa attirare presenze, produrre eventi incontrollabili o contaminare spiritualmente il lettore. Il principio medievale documentabile è più complesso: esistono conoscenze che devono essere sottratte al pubblico generale, perché appartengono a un’élite formata e possono essere utilizzate per fini impropri.

Questo elitismo non è un dettaglio periferico. Al-Būnī presenta il ʿilm al-ḥurūf wa-l-asmāʾ come una conoscenza intimamente connessa alla penetrazione dei significati nascosti della rivelazione e, secondo la ricostruzione della sua prima ricezione, tale concezione influenzò concretamente il modo in cui i testi venivano trasmessi.

Il libro non è quindi pensato soltanto come deposito di informazioni.

Presuppone una gerarchia dei lettori.

La pagina che per uno rimane opaca dovrebbe diventare leggibile per chi possiede conoscenze precedenti; ciò che per il profano appare una griglia di lettere dovrebbe essere riconosciuto dall’iniziato come parte di una costruzione; ciò che il semplice copista può riprodurre materialmente potrebbe richiedere una spiegazione orale per essere interpretato.

Il segreto non consiste necessariamente nel nascondere il manoscritto in una stanza chiusa.

Può consistere nel renderlo incomprensibile a chi non possiede la grammatica necessaria.

Come il libro cominciò a crescere

Dopo la morte di al-Būnī, il suo corpus non rimase immobile.

Nei primi decenni le copie sembrano essere state relativamente rare e la circolazione circoscritta. Fra XIV e XV secolo la situazione cambia: gli scritti buniani compaiono sempre più frequentemente in ambienti colti, vengono copiati in regioni differenti e incontrano nuovi lettori. Nascono opere pseudepigrafiche, commenti e rielaborazioni; la figura del maestro comincia a diventare un’autorità sotto il cui nome può essere collocato materiale nuovo.

La crescita non avviene nel vuoto. Nel tardo Medioevo islamico le scienze delle lettere raggiungono ambienti di corte e si intrecciano con astrologia, prognostica politica, escatologia e aspirazioni enciclopediche. Autori come ʿAbd al-Raḥmān al-Bisṭāmī, vissuto fra XIV e XV secolo, studiano la tradizione buniana, la combinano con altri saperi e contribuiscono a costruire una genealogia più vasta della scienza delle lettere.

È proprio al-Bisṭāmī a diventare involontariamente una prova della natura tarda del Grande Shams. Gardiner ha mostrato che almeno due catene di maestri attribuite ad al-Būnī nello Shams al-Maʿārif al-kubrā furono ricavate da opere di al-Bisṭāmī, autore nato molto dopo la morte di al-Būnī. È un anacronismo che non può essere spiegato supponendo una semplice svista dell’autore medievale: indica che parti della compilazione furono costruite quando gli scritti di al-Bisṭāmī erano già disponibili.

Il libro che pretende di conservare una genealogia antica rivela così, proprio attraverso quella genealogia, la propria giovinezza.

L’indagine manoscritta suggerisce che lo Shams al-Maʿārif al-kubrā nella sua configurazione monumentale sia in misura significativa un prodotto dell’inizio dell’XI secolo dell’Egira, cioè del XVII secolo dell’era comune. Questo non significa che ogni sua pagina sia seicentesca: il testo incorpora materiale molto più antico, compresi elementi provenienti dal corpus buniano medievale. Significa che la forma dell’opera che li raccoglie, li organizza e li attribuisce unitariamente ad al-Būnī è assai posteriore alla sua morte.

La distinzione può sembrare filologica.

Per l’esoterismo è decisiva.

Quando una pratica compare nello Shams al-kubrā, non possiamo automaticamente concludere che al-Būnī la insegnasse nel Cairo del XIII secolo. Dobbiamo prima stabilire a quale strato della tradizione appartenga.

Quaranta capitoli e una falsa unità

Le edizioni moderne hanno contribuito a produrre l’idea di un’opera compatta attraverso la famosa articolazione del Grande Shams in quaranta capitoli. In essa lettere, numeri, quadrati, nomi divini, proprietà astrologiche, entità spirituali, talismani e altre applicazioni vengono riuniti entro un’enciclopedia dell’occulto di dimensioni molto superiori rispetto ai testimoni medievali più antichi.

Il lettore contemporaneo può così avere l’impressione di trovarsi davanti alla summa personale di un singolo maestro.

È proprio questa impressione che deve essere corretta.

La compilazione tarda non è priva di coerenza, perché chi l’ha costruita apparteneva a una tradizione che riconosceva rapporti fra quei materiali. Ma la sua coerenza è quella di una sedimentazione, non necessariamente quella di un progetto autoriale originario. Generazioni di lettori e compilatori hanno continuato a riconoscere in al-Būnī l’autorità capace di tenere insieme lettere, nomi, quadrati e scienze spirituali, fino a farne il centro gravitazionale di materiali che egli non aveva necessariamente composto.

È uno dei processi classici della letteratura esoterica.

Un autore prestigioso smette di essere soltanto una persona.

Diventa una tradizione di attribuzione.

È accaduto a Ermete Trismegisto, a Salomone, ad Alberto Magno e a molte altre figure sotto il cui nome sono circolati testi composti in epoche differenti. Al-Būnī appartiene alla stessa storia della pseudepigrafia, con una particolarità: il nucleo storico della sua opera è già sufficientemente occulto da rendere plausibili molte delle attribuzioni successive.

La leggenda non ha dovuto inventare un mago a partire da un teologo innocuo.

Ha semplicemente ampliato enormemente ciò che l’esoterista storico aveva realmente cominciato.

Il libro proibito che non fu sempre proibito

Un’altra semplificazione molto diffusa presenta lo Shams al-Maʿārif come un libro universalmente bandito per tutta la storia islamica.

La realtà è meno spettacolare e più significativa.

Le scienze praticate da al-Būnī furono certamente contestate e alcuni teologi le giudicarono illecite. Il rapporto con divinazione, spiriti, talismani e tentativi di ottenere effetti attraverso formule poteva facilmente ricadere nelle accuse di siḥr o di deviazione religiosa. Tuttavia i manoscritti buniani continuarono a essere copiati, posseduti e studiati anche da membri delle élite, e la loro circolazione fra XIV e XVI secolo mostra che non si trattava semplicemente di una letteratura clandestina perseguitata senza interruzione.

Alcune copie furono realizzate con notevole cura materiale; altre appartennero a personaggi vicini agli ambienti politici e militari. Nel XV secolo la scienza delle lettere poteva essere insegnata da figure colte capaci di attrarre studenti provenienti da regioni differenti del mondo islamico. Il corpus buniano acquistava prestigio nello stesso periodo in cui aumentavano le critiche contro di esso.

La situazione storica è quindi quasi opposta all’immagine del volume oscuro nascosto sotto il pavimento.

Lo Shams fu controverso proprio perché circolava.

E continuò a circolare proprio perché una parte dei suoi lettori non considerava automaticamente la scienza delle lettere una violazione della religione.

Le categorie di lecito e illecito dipendevano dal contenuto, dall’interpretazione dell’efficacia, dalla finalità e dall’autorità teologica chiamata a giudicare. Recitare un nome divino non equivaleva necessariamente a praticare magia; inserirlo in un dispositivo talismanico poteva invece modificare completamente il giudizio. Anche all’interno di quest’ultima zona, tuttavia, non esistette una singola posizione musulmana valida per ogni epoca e luogo.

Parlare di “libro proibito dell’Islam” fa vendere bene una storia.

Spiega male un millennio di lettori.

Dal manoscritto alla stampa

La stampa cambiò nuovamente la natura dello Shams.

Un manoscritto esiste in copie individuali che possono differire, essere incomplete, contenere annotazioni, errori o aggiunte; il lettore incontra un oggetto specifico e non necessariamente sa quali differenze lo separino da un altro esemplare. L’edizione a stampa produce invece un’impressione di stabilità: pagina uno segue pagina due, l’indice sembra certificare una struttura definitiva e il nome dell’autore sulla copertina conferisce unità a ciò che viene raccolto.

Per lo Shams questa trasformazione è stata particolarmente potente.

La compilazione tarda è diventata il libro, mentre i testi medievali più vicini ad al-Būnī sono rimasti materia per specialisti e biblioteche manoscritte. Generazioni di lettori hanno quindi conosciuto l’autore attraverso una redazione che contiene realmente tradizione buniana, ma anche secoli di crescita della stessa.

È in questa forma che lo Shams entra nell’occultismo moderno.

Il cambiamento non riguarda soltanto il testo, ma il lettore. Il principio medievale di una trasmissione selettiva viene rovesciato dalla riproducibilità industriale: ciò che un maestro avrebbe forse ritenuto materia per pochi può essere acquistato in una libreria, fotografato, digitalizzato e condiviso in pochi secondi.

L’esoterismo costruito sulla difficoltà dell’accesso incontra una tecnologia fondata sulla sua abolizione.

Il risultato è inevitabilmente una nuova tradizione.

Il Necronomicon che non esiste

Internet ha completato la metamorfosi.

Lo Shams al-Maʿārif viene oggi frequentemente presentato attraverso formule che appartengono più all’horror che alla storia delle religioni: “il libro più pericoloso del mondo islamico”, “il grimorio che non deve essere letto”, “il libro capace di evocare jinn semplicemente pronunciandone le formule”. Racconti di maledizioni, possessioni, apparizioni e disgrazie vengono associati alla sua lettura, producendo intorno all’opera una mitologia simile a quella che altre culture contemporanee hanno costruito attorno a libri immaginari o realmente esistenti trasformati in oggetti proibiti.

La tentazione di paragonarlo al Necronomicon è comprensibile e storicamente assurda.

Il Necronomicon è un’invenzione letteraria moderna di H. P. Lovecraft. Lo Shams appartiene invece a una reale tradizione manoscritta delle scienze occulte islamiche, formatasi attraverso secoli di trasmissione. Proprio perché il secondo è autentico, non ha bisogno delle qualità immaginarie attribuite al primo.

La sua vera storia è assai più inquietante per chi cerchi una semplice distinzione fra religione e magia.

Dietro le figure non troviamo un culto segreto esterno all’Islam, ma studiosi musulmani che discutono fino a quale punto la struttura della parola rivelata possa essere interpretata operativamente; dietro i nomi non troviamo necessariamente demoni camuffati, ma una cosmologia complessa di angeli, jinn e potenze spirituali; dietro il talismano non troviamo soltanto superstizione popolare, ma matematica, linguaggio sacro, astrologia e teoria della causalità.

Il libro è meno simile a un oggetto maledetto.

È più simile a un laboratorio nel quale categorie che noi consideriamo incompatibili vengono costrette a convivere.

Una possibile lettura psicologica

La psicologia contemporanea può osservare lo Shams da una prospettiva completamente diversa.

Una struttura di lettere e numeri impone ordine a elementi che, per chi non conosce il sistema, appaiono casuali. La ripetizione rituale concentra l’attenzione; il diagramma delimita un campo simbolico; l’idea di corrispondenze nascoste permette al soggetto di percepire eventi separati come parti di una forma più ampia. In questa prospettiva il talismano non deve necessariamente possedere un’efficacia oggettiva perché produca effetti sull’esperienza: può organizzare aspettative, intenzione, memoria e percezione.

Ma fermarsi qui significherebbe nuovamente cambiare oggetto di studio.

Gli autori e i lettori premoderni dello Shams non stavano deliberatamente costruendo tecniche psicologiche sotto un travestimento cosmologico. Quando parlavano di corrispondenze fra lettere, astri e livelli dell’esistenza, almeno nelle formulazioni esoteriche più forti, ritenevano di descrivere qualcosa che apparteneva al mondo e non soltanto alla mente.

La lettura psicologica può quindi accompagnare quella storica.

Non può sostituirla.

Lo stesso vale per interpretazioni contemporanee che presentano i diagrammi buniani come anticipazioni della teoria dell’informazione, della fisica quantistica o del codice genetico. L’analogia fra un universo costruito attraverso lettere e una realtà descritta attraverso informazione può essere poeticamente suggestiva, ma non costituisce una continuità storica o scientifica. Le lettere di al-Būnī appartengono a una metafisica della parola divina, non alla matematica dell’informazione del XX secolo.

Prendere sul serio l’esoterismo non richiede di trasformarlo in scienza moderna anticipata.

Richiede di comprenderne l’ambizione nei propri termini.

Che cosa rimane dello Shams

Tolte le leggende, resta un libro più difficile.

O meglio, resta una famiglia di libri.

Vi è uno Shams medievale appartenente al nucleo buniano; vi sono copie che ne modificano e trasmettono i materiali; vi sono opere della scuola di al-Būnī che ampliano la scienza delle lettere; vi è un lungo processo di attribuzione pseudepigrafica; vi è infine lo Shams al-Maʿārif al-kubrā, immenso deposito nel quale materiali di epoche differenti sono stati riuniti sotto l’autorità del maestro del XIII secolo. La forma tarda che ha conquistato la modernità è storicamente reale quanto quella antica, ma racconta una storia diversa: non soltanto ciò che al-Būnī pensava, bensì ciò che i suoi successori pensarono che al-Būnī potesse aver pensato.

Questo rende lo Shams un documento eccezionale della costruzione dell’autorità esoterica.

Ogni aggiunta non cancella necessariamente il passato; lo interpreta. Inserire una nuova dottrina sotto il nome del maestro significa affermare che quella dottrina appartiene alla stessa scienza, anche quando l’autore storico non l’ha mai formulata. Il corpus cresce perché il nome di al-Būnī è diventato abbastanza autorevole da assorbire nuove conoscenze.

A un certo punto non è più soltanto al-Būnī ad avere scritto lo Shams.

È lo Shams ad avere riscritto al-Būnī.

Il mistico nordafricano che insegnava la scienza delle lettere a una comunità selezionata di lettori diventa così, secoli dopo, l’autore assoluto di un’enciclopedia magica; la prudenza sulla trasmissione diventa fama di libro proibito; le entità di una cosmologia articolata diventano “jinn” indistinti; i complessi rapporti fra lettere, nomi e numeri diventano formule da estrarre dalla pagina.

E tuttavia qualcosa del progetto originario sopravvive perfino sotto questa sedimentazione.

La convinzione che la lettera non sia vuota.

Che il nome possa possedere un interno.

Che il numero non sia soltanto quantità.

Che una figura possa rendere visibile una relazione normalmente nascosta.

Che fra parola, cosmo e soggetto esista una corrispondenza abbastanza profonda da trasformare la conoscenza in azione.

È qui, molto più che nelle storie di maledizioni, che si trova la vera audacia dello Shams al-Maʿārif. Il libro porta alle estreme conseguenze un problema già contenuto nella scienza delle lettere: se il creato è leggibile come sistema di segni, allora chi ne comprende davvero la grammatica si limita a contemplarla oppure può intervenire su di essa?

La prima possibilità appartiene alla mistica.

La seconda apre la regione della magia.

Lo Shams non decide definitivamente dove passi il confine. Continua invece a percorrerlo, pagina dopo pagina, ed è probabilmente questa indecisione molto più della sua fama nera ad avergli permesso di sopravvivere.

Per alcuni lettori quelle figure sono preghiere trasformate in geometria; per altri sono talismani. Per alcuni i nomi sono oggetto di contemplazione; per altri strumenti operativi. Per i critici il passaggio stesso dall’una all’altra cosa costituisce il problema.

Sul manoscritto, intanto, rimane il quadrato.

Le lettere sono ferme nelle loro caselle, e dopo otto secoli la domanda non riguarda ancora ciò che vi è scritto, ma ciò che qualcuno ha creduto potesse accadere disponendole proprio in quel modo.