Chaos Magick — Origini e principi

Chaos Magick — Origini e principi

Dalla sigillazione di Austin Osman Spare alla magia pragmatica di Carroll e Sherwin: gnosi, paradigma, credenza e sperimentazione nella corrente che trasformò l’occultismo del tardo Novecento

Sul tavolo non c’è un antico manoscritto attribuito a Salomone, non c’è una genealogia iniziatica che risalga a un tempio perduto e nessuno pretende di custodire una dottrina rimasta immutata attraverso i secoli. Ci sono invece fogli ciclostilati, piccoli libri stampati con mezzi modesti, appunti di esperimenti, diagrammi tracciati rapidamente e testi provenienti da tradizioni che fino a poco tempo prima difficilmente sarebbero state collocate nella stessa biblioteca. Crowley può trovarsi accanto a un manuale di meditazione orientale, Austin Osman Spare accanto alla psicologia, una tecnica sciamanica può essere confrontata con un rituale cerimoniale e un simbolo appena inventato può essere preferito a uno consacrato da secoli di tradizione, non perché il nuovo sia necessariamente superiore all’antico, ma perché l’unica domanda che sembra interessare davvero chi lavora su quelle pagine è diventata un’altra: che cosa, dentro tutto questo, produce effettivamente un risultato?

Nella Gran Bretagna della seconda metà degli anni Settanta una domanda simile rappresentava quasi una provocazione rivolta all’occultismo organizzato. Gran parte della magia cerimoniale occidentale continuava a presentarsi attraverso ordini, gradi, lignaggi, sistemi di corrispondenze e cosmologie complesse nelle quali la legittimità di una pratica derivava anche dalla sua appartenenza a una tradizione riconoscibile. Peter J. Carroll e Ray Sherwin appartenevano a quel mondo abbastanza da conoscerne il linguaggio, ma ne erano anche abbastanza distanti da sottoporlo a una critica radicale. Attorno alla rivista The New Equinox, alle prime attività degli Illuminates of Thanateros e, soprattutto, alla comparsa nel 1978 di Liber Null di Carroll e The Book of Results di Sherwin cominciò a delinearsi quella corrente che sarebbe stata successivamente chiamata Chaos Magick, una delle innovazioni più significative dell’occultismo occidentale del XX secolo. La ricerca storica tende infatti a collocarne la nascita proprio nell’ambiente britannico della seconda metà degli anni Settanta, riconoscendo nei due testi del 1978 il momento in cui pratiche, intuizioni e critiche già in circolazione acquisiscono una forma abbastanza riconoscibile da costituire un nuovo discorso magico.

La Chaos Magick non nasce tuttavia dal nulla e sarebbe contraddittorio attribuirle una purezza originaria che i suoi stessi protagonisti avrebbero probabilmente trovato sospetta. Le sue radici attraversano la magia cerimoniale, Thelema, tecniche meditative, alcune interpretazioni dello sciamanesimo, suggestioni provenienti dal Tantra e dal Taoismo, controculture del secondo Novecento e soprattutto il lavoro di Austin Osman Spare, dal quale vengono ripresi e trasformati temi come la sigillazione, la centralità del desiderio, la necessità di oltrepassare l’interferenza della coscienza ordinaria e una concezione della pratica profondamente individuale. Ray Sherwin avrebbe riconosciuto esplicitamente in Spare uno degli antecedenti decisivi del nuovo clima magico, mentre gli stessi documenti storici dell’IOT ricordano una genealogia immediata nella quale il suo Zos Kia Cultus, Crowley, Tantra e altre correnti vengono assunti non come autorità da obbedire, ma come depositi di tecniche da interrogare.

È proprio questo rapporto con la tradizione a costituire la prima vera rottura. La Chaos Magick non sostiene necessariamente che gli antichi abbiano sbagliato, né che ogni sistema precedente debba essere gettato via; mette in discussione il passaggio implicito attraverso cui l’antichità di un insegnamento viene trasformata in prova della sua efficacia. Una formula non funziona perché è vecchia, un simbolo non possiede automaticamente maggiore potenza perché compare in un manoscritto rinascimentale e un ordine non diventa depositario di una conoscenza superiore soltanto perché costruisce una genealogia che lo collega a maestri, templi o confraternite del passato. Colin Duggan ha individuato precisamente in questa tensione fra eredità esoterica e legittimazione dell’innovazione uno degli elementi distintivi della Chaos Magick: il movimento utilizza continuamente il patrimonio dell’occultismo precedente e, nello stesso tempo, rifiuta che quel patrimonio possa esercitare un’autorità incontestabile sul praticante.

In questo senso la Chaos Magick non distrugge la tradizione. Cambia il rapporto di potere fra tradizione e operatore.

Spare prima del Caos

Austin Osman Spare non fu un chaos magician e non conobbe un movimento che sarebbe nato molti anni dopo la sua morte. Definirlo fondatore della Chaos Magick significa quindi commettere un anacronismo, ma ignorarne l’influenza rende quasi impossibile comprendere ciò che Carroll e Sherwin tentarono di fare. Spare aveva sviluppato nei primi decenni del Novecento una pratica profondamente personale nella quale il desiderio poteva essere condensato in una forma grafica, sottratto progressivamente al linguaggio cosciente e introdotto in una regione della mente non governata dalla normale volontà discorsiva. Il sigillo diventava così meno una firma tradizionale di un’entità e più un dispositivo attraverso il quale un’intenzione veniva trasformata fino a non essere più immediatamente riconoscibile dal pensiero ordinario.

Carroll e Sherwin trovarono in questa impostazione qualcosa di estremamente fertile perché permetteva di separare la struttura tecnica dell’operazione dalla necessità di accettare un’intera cosmologia. Non era indispensabile credere in una gerarchia angelica specifica, utilizzare un alfabeto consacrato o appartenere a una determinata successione iniziatica per costruire un segno destinato a concentrare un’intenzione. La tecnica poteva essere osservata, modificata e inserita in altri sistemi.

La trasformazione è più profonda di quanto possa sembrare. Nella magia tradizionale il simbolo riceve spesso una parte della propria autorità dalla posizione che occupa in un ordine cosmico: il carattere planetario appartiene a un pianeta, il nome divino a una lingua sacra, il pentacolo a una tradizione testuale e l’immagine talismanica a un insieme di corrispondenze. Nella sigillazione derivata da Spare, invece, il simbolo può essere prodotto dall’operatore per quella specifica operazione. Il significato non deve necessariamente precedere il segno; può essere incorporato nel processo attraverso cui il segno viene costruito.

Quando la Chaos Magick recupererà questo principio, ne farà uno dei propri strumenti privilegiati, ma soprattutto ne generalizzerà la logica: se possiamo costruire un sigillo invece di riceverlo, possiamo forse costruire anche rituali, sistemi simbolici e perfino paradigmi temporanei invece di considerarli necessariamente rivelazioni intoccabili.

Da qui in poi il problema della credenza diventa inevitabile.

Quando credere diventa una tecnica

Probabilmente nessuna idea ha contribuito a definire la Chaos Magick quanto quella secondo cui la credenza può essere utilizzata come strumento.

La formulazione sembra semplice, ma le sue conseguenze sono radicali. Nelle religioni e in molte correnti esoteriche, la credenza viene normalmente considerata una convinzione riguardo alla natura della realtà: si crede che determinate entità esistano, che certe corrispondenze siano reali, che il cosmo possieda una particolare struttura e che il rituale funzioni perché interagisce con quella struttura. Il chaos magician introduce invece una possibilità diversa: possiamo utilizzare temporaneamente una struttura di credenza perché essa rende possibile una determinata esperienza o operazione, senza essere obbligati a dichiararla definitivamente vera.

Carroll svilupperà questa impostazione fino alla pratica del paradigm shifting, lo spostamento intenzionale fra sistemi interpretativi differenti. Nei suoi scritti un praticante può esercitarsi ad assumere visioni del mondo incompatibili fra loro, non perché debba ridurle tutte a un’unica dottrina segreta, ma precisamente perché deve imparare a non esserne inconsapevolmente dominato. Liber Null contiene una sezione dedicata alle “random beliefs”, nella quale prospettive religiose, ateistiche, nichiliste, superstiziose e chaotiche vengono trattate come configurazioni che possono essere temporaneamente adottate. La successiva formulazione carrolliana diventerà ancora più esplicita: nella Chaos Magick la credenza viene considerata un mezzo per produrre effetti, non un fine che deve essere difeso indipendentemente dai risultati.

Questo non equivale necessariamente ad affermare che nulla esista o che tutte le concezioni dell’universo siano ugualmente vere. Il relativismo operativo della Chaos Magick viene spesso confuso con un relativismo assoluto nel quale qualsiasi affermazione avrebbe lo stesso valore, ma la posizione è più sottile. Il praticante può sospendere temporaneamente il giudizio ontologico e domandarsi non soltanto “questa cosa esiste?”, ma anche “che cosa accade se lavoro come se esistesse?”. Carroll stesso, nelle formulazioni successive, avrebbe insistito sulla differenza fra considerare ogni credenza definitivamente vera e riconoscere invece che alcune credenze possano risultare più utili di altre in determinate circostanze.

Un’entità può quindi essere interpretata come spirito autonomo durante un’evocazione e, in un altro contesto, come complesso psicologico, personificazione dell’inconscio, costruzione simbolica o qualcosa la cui natura rimane deliberatamente indeterminata. Il chaos magician non è obbligato a risolvere immediatamente la questione metafisica prima di operare.

È qui che appare uno degli aspetti più moderni e contemporaneamente più problematici della corrente. La capacità di cambiare paradigma può diventare un esercizio straordinario contro il dogmatismo, ma può anche trasformarsi in un alibi attraverso cui ogni fallimento viene attribuito al paradigma sbagliato e ogni successo viene utilizzato per confermare retrospettivamente il sistema adottato. La stessa libertà che protegge dall’ortodossia può rendere più difficile stabilire criteri con cui correggere le proprie convinzioni.

La Chaos Magick porta quindi il problema epistemologico dentro la pratica stessa: se posso credere intenzionalmente, come distinguo una credenza utile da una convinzione che sto soltanto proteggendo dalla verifica?

La risposta classica dei chaotes sarà: attraverso i risultati.

Ma anche la parola “risultato” richiede più attenzione di quanto sembri.

Risultati, sperimentazione e il mito del “vale tutto”

La Chaos Magick viene frequentemente ridotta alla formula secondo cui “non esistono regole” e ciascuno può inventare qualunque rituale desideri. È una caricatura che coglie l’anti-dogmatismo ma perde quasi completamente il rigore che i primi autori pretendevano dal praticante.

Carroll non elimina l’addestramento; al contrario, Liber Null comincia con una disciplina piuttosto severa. Controllo dell’attenzione, concentrazione, immobilità, osservazione dei processi mentali, lavoro onirico, ritualizzazione, sigillazione e divinazione vengono presentati come abilità che devono essere esercitate. Il simbolismo può cambiare, ma l’operatore deve diventare capace di governare la propria attenzione e di produrre volontariamente determinate condizioni della coscienza. Il curriculum originario degli Illuminates of Thanateros insisteva analogamente sulla padronanza di tecniche piuttosto che sull’accettazione di misteri dottrinali.

La rivoluzione non consiste quindi nell’affermare che qualsiasi gesto casuale sia magia. Consiste nel separare ciò che viene considerato funzionale da ciò che viene mantenuto soltanto perché appartenente alla tradizione.

Una veste cerimoniale può essere utilizzata se aiuta l’operatore a entrare nello stato appropriato.

Può essere eliminata se diventa soltanto costume.

Un’invocazione antica può essere conservata quando possiede una forza psicologica o simbolica reale per chi la pronuncia.

Può essere riscritta quando è diventata una sequenza di parole recitate senza partecipazione.

Un dio egizio può essere invocato, ma anche una figura proveniente dalla letteratura contemporanea può teoricamente essere utilizzata se il praticante riesce a costruire intorno a essa una struttura simbolica abbastanza intensa. La sacralità non viene considerata necessariamente proprietà immutabile dell’oggetto, ma anche effetto del modo in cui l’operatore vi investe significato.

È precisamente questa libertà ad avere prodotto alcune delle espressioni più provocatorie della magia caotica, compreso l’utilizzo rituale di personaggi della cultura popolare, simbolismi inventati, divinità fittizie e sistemi costruiti ad hoc. L’obiettivo polemico è chiaro: se un simbolo moderno produce nell’operatore la stessa intensità, concentrazione e trasformazione di coscienza di un simbolo antico, con quale criterio possiamo sostenere che il secondo sia necessariamente più “magico” del primo?

La questione non riceve una risposta unica all’interno della Chaos Magick.

La corrente nasce proprio per lasciare aperto l’esperimento.

Gnosi: il momento in cui il pensiero ordinario tace

Il secondo grande concetto tecnico della Chaos Magick è la gnosi, termine che deve essere distinto attentamente dalla gnosis delle religioni gnostiche dell’antichità. Nei sistemi gnostici storici la gnosi indica una conoscenza salvifica riguardante la condizione divina e il destino dell’anima; nel vocabolario carrolliano indica invece una particolare condizione alterata della coscienza nella quale l’attività mentale ordinaria viene temporaneamente sospesa o concentrata fino a lasciare predominare un unico contenuto.

Carroll distingue soprattutto due grandi vie per raggiungerla: una inibitoria, fondata sulla progressiva riduzione dell’attività mentale, e una eccitatoria, nella quale l’intensità viene aumentata fino a produrre una condizione di concentrazione estrema. Immobilità, meditazione e concentrazione appartengono simbolicamente al primo polo; esperienze di forte eccitazione fisica o emotiva appartengono al secondo. In entrambi i casi l’obiettivo teorico è raggiungere quella che Carroll considera una coscienza puntiforme, abbastanza libera dal normale dialogo interno da permettere all’intenzione magica di oltrepassare l’interferenza della mente discorsiva.

Qui l’influenza di Spare diventa nuovamente evidente. Il desiderio cosciente può sabotare continuamente se stesso attraverso ansia, controllo, aspettativa e ciò che nella tradizione magica viene chiamato spesso “lust of result”, la brama del risultato. La sigillazione tenta di sottrarre l’intenzione alla ripetizione ossessiva e la gnosi crea il momento nel quale il contenuto simbolicamente condensato può essere introdotto in una regione della mente meno accessibile alla normale sorveglianza cosciente.

Da una prospettiva psicologica è possibile interpretare queste pratiche attraverso l’attenzione selettiva, gli stati di assorbimento, la regolazione dell’arousal, la diminuzione del dialogo interno e altri processi della coscienza. Esistono fenomeni psicologicamente documentabili associati a stati meditativi, trance, forte concentrazione e modificazioni dell’attenzione; ciò non dimostra però automaticamente l’interpretazione magica secondo cui un’intenzione inserita in tali condizioni possa produrre effetti causali su eventi esterni.

Anche qui è indispensabile distinguere esperienza ed interpretazione.

Che lo stato di coscienza possa cambiare è un fatto.

Che il cambiamento aumenti l’efficacia magica nel senso postulato dalla Chaos Magick appartiene alla teoria e alla pratica esoterica della corrente.

La distinzione non indebolisce il sistema; permette di comprenderne correttamente la posizione.

Il paradigma non è la realtà

La teoria della credenza conduce a un’altra caratteristica centrale: la separazione fra modello e realtà.

Un praticante tradizionale può interpretare una riuscita evocazione affermando che uno spirito oggettivamente esistente abbia risposto. Una lettura psicologica può spiegare la stessa esperienza attraverso l’attivazione di contenuti inconsci. Un modello energetico può parlare di condensazione e movimento di una forza sottile; uno informazionale può descrivere il rituale come trasformazione di strutture simboliche e probabilistiche.

La Chaos Magick tende a domandare che cosa cambi operativamente scegliendo una spiegazione piuttosto che un’altra.

Questa sospensione ontologica può assumere una forma estremamente sofisticata. Non significa necessariamente che il chaos magician non creda a nulla; può significare che riconosce il modello come modello e cerca di evitare che la rappresentazione venga identificata troppo rapidamente con ciò che pretende di rappresentare.

La posizione possiede evidenti consonanze con la sensibilità postmoderna del tardo Novecento, nella quale grandi narrazioni, sistemi assoluti e autorità tradizionali vengono sottoposti a una critica crescente. Gli studiosi hanno infatti interpretato frequentemente la Chaos Magick come una forma particolarmente postmoderna di esoterismo, capace di appropriarsi di materiali eterogenei, ricombinarli e rifiutare l’idea che la legittimità dipenda necessariamente dall’antichità. Sarebbe però eccessivo ridurre la nascita del movimento a una semplice applicazione delle teorie postmoderne alla magia: Carroll e Sherwin arrivano alle proprie conclusioni attraverso pratica occultistica, controcultura e critica delle istituzioni esoteriche più che attraverso un programma filosofico accademico.

L’ambiente culturale rimane comunque fondamentale. La prima Chaos Magick cresce nella Gran Bretagna della seconda metà degli anni Settanta e degli anni Ottanta, nello stesso spazio storico in cui punk, anarcho-punk, musica industriale e culture indipendenti mettono in discussione istituzioni, autorità e modalità tradizionali di produzione culturale. Studi recenti sulla storia della corrente hanno mostrato quanto quella “Chaos Scene” fosse intrecciata alle sottoculture musicali e a una più ampia sensibilità antiautoritaria, sperimentale e decentralizzata. Non bisogna trasformare ogni chaos magician in un anarchico o ogni rituale in un gesto politico, ma l’atmosfera nella quale il movimento prende forma è molto distante dalla rispettabilità vittoriana degli ordini magici del secolo precedente.

Il grimorio può essere fotocopiato.

Il tempio può essere una stanza presa in affitto.

La gerarchia può essere contestata.

E il simbolo può essere inventato ieri.

Non perché il passato non conti, ma perché non possiede più il monopolio della legittimità.

Il Caos che non è il caos della fisica

Il nome stesso ha prodotto uno degli equivoci più persistenti della corrente. Chaos Magick non nasce dalla teoria matematica del caos e non dovrebbe essere presentata come applicazione esoterica dell’effetto farfalla o della dinamica non lineare. La cronologia basta a mostrare il problema: il nucleo del movimento è già riconoscibile nella seconda metà degli anni Settanta, mentre la teoria del caos acquista una grande notorietà nella cultura popolare soprattutto negli anni Ottanta. Lo stesso Carroll ha successivamente riconosciuto che il collegamento con la teoria matematica del caos arrivò in seguito, quando le analogie fra imprevedibilità, sensibilità alle condizioni iniziali e concezioni chaotiche della magia sembrarono offrire un nuovo linguaggio attraverso cui interpretare la pratica.

Il “Caos” originario possiede invece significati sovrapposti. È rifiuto di una struttura dottrinale definitiva, apertura alla possibilità, fondo indeterminato dal quale possono emergere configurazioni differenti e, in Carroll, progressivamente anche un concetto metafisico. Nella Chaos Magick più tarda questo linguaggio verrà talvolta collegato alla meccanica quantistica, alla teoria della probabilità, alla teoria delle catastrofi e ad altre discipline scientifiche.

Qui è necessaria una distinzione particolarmente rigorosa.

Carroll ha effettivamente tentato per decenni di costruire modelli cosmologici nei quali magia, probabilità e fisica potessero essere messi in relazione, e queste idee appartengono alla storia intellettuale della Chaos Magick. Non costituiscono però teorie fisiche accettate dalla comunità scientifica e l’utilizzo di termini come quantistico, probabilistico o caotico in un testo magico non trasforma automaticamente un’ipotesi esoterica in una conseguenza della fisica contemporanea. Le successive speculazioni carrolliane devono quindi essere presentate per ciò che sono: tentativi interni alla corrente di elaborare una metafisica compatibile, secondo l’autore, con alcuni concetti scientifici, non risultati stabiliti della scienza.

Paradossalmente questa cautela è perfettamente coerente con lo spirito migliore della stessa Chaos Magick. Un modello dovrebbe essere utilizzato perché chiarisce qualcosa e abbandonato quando produce soltanto un prestigio linguistico privo di contenuto. Se la parola “quantistico” serve semplicemente a rendere misteriosa una teoria, è diventata esattamente quel tipo di autorità non verificata che i primi chaotes pretendevano di contestare.

La Chaosphere e il diritto di inventare simboli

Anche il simbolo più riconoscibile della corrente racconta qualcosa della sua identità. La Chaosphere, generalmente rappresentata come otto frecce che si espandono radialmente da un centro, diventa progressivamente l’emblema degli Illuminates of Thanateros e della Chaos Magick più in generale. Carroll le attribuirà nel tempo significati metafisici e magici sempre più complessi, ma la forma possiede anche una storia nella cultura fantastica moderna, soprattutto nell’iconografia del Caos elaborata da Michael Moorcock nelle proprie opere narrative.

Il dato è interessante proprio perché, per una corrente come questa, l’origine moderna di un simbolo non rappresenta necessariamente un problema. Un occultismo tradizionalista potrebbe sentirsi obbligato a retrodatare l’immagine, cercando una sua apparizione in un manoscritto medievale o sostenendo che Moorcock l’avesse inconsapevolmente ricevuta da una tradizione più antica. La logica chaos non ne ha bisogno.

Se il simbolo funziona, può essere utilizzato.

La sua provenienza dalla letteratura non lo rende automaticamente meno disponibile all’investimento rituale.

La Chaosphere diventa così quasi una dichiarazione metodologica: le frecce rivolte in molte direzioni suggeriscono possibilità, divergenza, espansione e assenza di una via obbligatoria, ma il loro valore non dipende dalla pretesa di appartenere a una sapienza immemorabile.

La modernità non viene nascosta.

Viene incorporata.

Gli Illuminates of Thanateros e il paradosso dell’organizzazione

Una corrente fondata sulla libertà individuale e sulla critica dell’autorità produsse quasi immediatamente un ordine iniziatico. Il paradosso è soltanto apparente, ma è estremamente interessante.

Gli Illuminates of Thanateros, o IOT, nascono dal lavoro di Carroll, Sherwin e dell’ambiente che li circondava. Un annuncio della nuova organizzazione comparve già nel periodo 1976-77 sulle pagine di The New Equinox e descriveva un ordine interessato soprattutto alla padronanza delle tecniche, mentre la forma più definita della corrente si consolidò negli anni successivi. L’organizzazione subirà trasformazioni, interruzioni, ricostruzioni e conflitti interni, fino alla costituzione del Magical Pact of the Illuminates of Thanateros nella seconda metà degli anni Ottanta. La pagina dedicata specificamente all’IOT potrà seguire questi sviluppi in dettaglio; qui importa soprattutto rilevare che la prima Chaos Magick non fu semplicemente una somma di praticanti solitari, ma produsse fin dall’inizio forme di lavoro collettivo e di sperimentazione organizzata.

L’ordine tentava di risolvere un problema difficile: come organizzare la trasmissione senza trasformare l’organizzazione in fonte di verità?

I gradi potevano indicare competenza e responsabilità, ma non avrebbero dovuto garantire infallibilità.

Il gruppo poteva permettere esperimenti collettivi, ma non avrebbe dovuto diventare una Chiesa.

La tradizione poteva conservare tecniche utili, ma non avrebbe dovuto impedire che venissero modificate.

La storia successiva dell’IOT dimostrerà quanto sia difficile mantenere questo equilibrio. Anche gli ambienti costruiti contro il dogmatismo possono produrre gerarchie, ortodossie, conflitti di autorità e narrazioni identitarie. Da questo punto di vista la storia istituzionale della Chaos Magick è quasi un esperimento sociologico involontario: mostra quanto sia complesso costruire un ordine che pretende di insegnare soprattutto l’arte di non essere dominati dagli ordini.

Magia, psicologia e l’errore opposto

La forte attenzione dedicata alla mente ha favorito un’altra interpretazione molto diffusa: secondo alcuni lettori, la Chaos Magick sarebbe in realtà una forma di psicologia mascherata da magia.

Anche questa riduzione è insufficiente.

Carroll, Sherwin e molti chaotes successivi utilizzano certamente concetti psicologici e spiegano parte delle tecniche attraverso subconscio, censura psichica, desiderio, attenzione, trance e modificazione della credenza. Ma non per questo rinunciano necessariamente alla possibilità che la magia produca effetti esterni alla psiche individuale. Carroll, in particolare, ha continuato a sostenere interpretazioni nelle quali l’intenzione magica potrebbe influire sulla probabilità degli eventi e ha elaborato nel tempo modelli esplicitamente metafisici e parapsicologici. Queste affermazioni appartengono al pensiero esoterico dell’autore e non costituiscono risultati dimostrati dalla scienza, ma sono sufficienti a impedire che la Chaos Magick venga semplicemente trasformata in una tecnica di autosuggestione.

La lettura psicologica rimane però estremamente importante.

Il paradigma temporaneamente assunto modifica attenzione e aspettativa.

Il rituale organizza comportamento, emozione e percezione.

La gnosi produce stati di assorbimento.

Il sigillo può sottrarre un contenuto al continuo controllo cosciente.

L’abbandono temporaneo della propria identità ordinaria può permettere l’esplorazione di configurazioni diverse del sé.

Da questo punto di vista la Chaos Magick costituisce un laboratorio straordinariamente esplicito sul rapporto fra credenza ed esperienza. Il praticante non si limita a chiedersi che cosa crede; tenta di osservare che cosa accade quando cambia deliberatamente il modo in cui crede.

Il rischio è altrettanto evidente. Se ogni trasformazione soggettiva viene interpretata come prova dell’efficacia magica, il sistema diventa impermeabile alla correzione. L’autosuggestione, il bias di conferma, la selezione retrospettiva degli eventi e la tendenza umana a riconoscere connessioni significative possono produrre la sensazione di un’efficacia molto superiore a quella che un controllo più rigoroso mostrerebbe. Per questo il diario operativo, la definizione preventiva del risultato e la registrazione anche degli insuccessi acquistano un’importanza particolare, non perché trasformino automaticamente la magia in scienza, ma perché impediscono almeno che il praticante riscriva continuamente il passato in funzione delle proprie aspettative.

La vera sperimentazione comincia quando il fallimento è ammesso come possibilità.

Senza questa possibilità, “ciò che funziona” rischia di significare soltanto “ciò che sono riuscito a interpretare come conferma”.

Libertà senza innocenza

La Chaos Magick non possiede un unico codice morale paragonabile a quello di una religione confessionale e non richiede l’adesione a una legge universale equivalente alla Wiccan Rede o a una specifica teologia del peccato. Questa assenza di una normativa condivisa viene talvolta interpretata come prova che tutto sia permesso, ma anche qui la questione è più complessa.

Separare tecnica e moralità non significa eliminare le conseguenze morali dell’azione.

Significa spostare una parte maggiore della responsabilità sull’operatore.

Una tradizione può dire in anticipo quali operazioni sono lecite e quali proibite; il chaos magician può rifiutare quella classificazione, ma deve allora assumersi direttamente il problema di stabilire che cosa è disposto a fare, perché e con quali conseguenze per sé e per gli altri. L’assenza di dogma non produce automaticamente maturità morale e può perfino offrire alibi alla manipolazione; nello stesso tempo può impedire che una norma venga considerata giusta soltanto perché antica.

Il principio più radicale della Chaos Magick non dovrebbe quindi essere letto come autorizzazione infantile all’arbitrio, ma come rimozione di una protezione: quando non esiste un’autorità esterna capace di garantire che il sistema sia vero e che il comportamento sia corretto, la responsabilità di giudicare diventa più pesante.

È un tema che le pagine dedicate a Carroll, Sherwin e agli Illuminates of Thanateros permetteranno di approfondire anche attraverso le tensioni reali sviluppatesi all’interno della corrente.

Dalla controcultura a Internet

Negli anni Ottanta e Novanta la Chaos Magick cominciò a uscire dall’ambiente relativamente ristretto nel quale era nata. Riviste, piccoli editori, incontri, gruppi indipendenti e successivamente pubblicazioni come Chaos International contribuirono alla formazione di una scena molto più ampia dell’IOT. Autori successivi svilupparono tecniche, modelli e sensibilità differenti, mentre la corrente entrava in relazione sempre più stretta con cultura industriale, fumetto, musica, cyberculture e prime reti telematiche.

Questo sviluppo era quasi inevitabile. Una magia costruita sull’idea che qualsiasi sistema simbolico possa essere utilizzato possedeva una naturale affinità con un mondo nel quale i simboli circolavano sempre più velocemente e appartenenze culturali differenti potevano essere ricombinate nello spazio di pochi minuti. L’arrivo di Internet moltiplicò questa caratteristica: rituali, sigilli, esperimenti, servitori artificiali, tecniche di paradigma e reinterpretazioni della magia potevano circolare senza passare attraverso gli ordini tradizionali o l’editoria specializzata.

La conseguenza fu contemporaneamente creativa e problematica.

La Chaos Magick contribuì a liberare l’occultismo da molte genealogie inventate e dalla necessità di fingere che ogni pratica moderna provenisse da un antico manoscritto. Ma la stessa velocità con cui permetteva di creare sistemi nuovi rendeva possibile produrre una enorme quantità di materiale poco verificato, ricombinazioni superficiali e affermazioni pseudoscientifiche.

Il paradosso è quasi perfetto.

La corrente che aveva insegnato a diffidare dell’autorità poteva diventare il terreno ideale per un’epoca nella quale chiunque poteva dichiararsi autorità.

Per questo il suo principio più prezioso rimane forse anche quello più difficile da applicare: provare.

Non credere perché una tradizione è antica.

Non rifiutare perché è antica.

Non accettare perché una pratica è nuova.

Non respingere perché è nuova.

Studiare, sperimentare, registrare, confrontare e mantenere abbastanza mobilità mentale da poter modificare il proprio modello quando l’esperienza non corrisponde alle aspettative.

È molto più faticoso del semplice “fai ciò che vuoi”.

Il vero Caos

Alla fine, il significato storico della Chaos Magick non risiede probabilmente nell’avere inventato una nuova serie di rituali. Gran parte delle sue pratiche possiede antecedenti riconoscibili: il sigillo viene da Spare, la disciplina della volontà e gli stati alterati attraversano Crowley e tradizioni molto più antiche, la divinazione precede di millenni il movimento e perfino l’eclettismo non nasce certamente negli anni Settanta.

La novità consiste nel modo in cui tutto questo viene rimesso sul tavolo.

Una tradizione non è più un edificio nel quale bisogna necessariamente entrare attraverso la porta indicata dal fondatore. Può diventare materiale di studio.

Un simbolo non è obbligato a essere antico.

Una credenza non deve necessariamente essere eterna.

Un rituale può essere smontato per capire quale funzione svolga ogni sua parte.

Un’entità può essere incontrata senza risolverne anticipatamente lo statuto ontologico.

Un sistema può essere utilizzato e successivamente abbandonato.

Perfino il proprio scetticismo può diventare una posizione da sottoporre allo stesso esperimento.

È questo che rende la Chaos Magick molto più inquietante di una semplice corrente iconoclasta. Se la sua logica viene portata fino in fondo, il praticante non può limitarsi a mettere in dubbio le tradizioni degli altri. Deve imparare a mettere in dubbio anche quella che ha appena costruito per se stesso.

Qui si trova la distanza fra il caos come confusione e il Caos come possibilità.

La confusione accumula sistemi senza comprenderli, prende un poco di Cabala, un poco di Tantra, un dio egizio, una formula scientifica e un personaggio di fantasia e li dispone insieme soltanto perché tutto sembra misterioso. La Chaos Magick, nella sua formulazione più rigorosa, dovrebbe fare esattamente l’opposto: conoscere abbastanza bene le strutture da poterle usare senza diventarne inconsapevolmente prigioniera.

Non significa che tutte le strade conducano allo stesso luogo.

Significa che nessuna strada riceve il diritto di dichiararsi l’unica soltanto perché è stata percorsa più a lungo.

Forse è proprio questa la vera eredità del movimento nato attorno a Carroll, Sherwin e agli Illuminates of Thanateros. L’occultista tradizionale riceveva un sistema e cercava di diventare capace di abitarlo; il chaos magician tenta invece di diventare capace di entrare in un sistema, lavorarvi seriamente e uscirne senza dimenticare che era un sistema.

La libertà ottenuta in questo modo non è gratuita, perché toglie al praticante molte delle consolazioni offerte dalla certezza. Se nessuna cosmologia può essere utilizzata come rifugio definitivo, resta la necessità di osservare ciò che accade, distinguere l’esperienza dall’interpretazione e ammettere che un risultato inatteso possa costringerci a cambiare ciò che pensavamo di sapere.

Il Caos, allora, non coincide con l’assenza di metodo.

Comincia precisamente nel momento in cui il metodo smette di essere confuso con una verità eterna e diventa abbastanza vivo da poter essere modificato.

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