Ray Sherwin e The Book of Results

Ray Sherwin e The Book of Results

Sigilli, desiderio e verifica dell’esperienza nell’opera che portò Austin Osman Spare dentro la nascita della Chaos Magick

Alla fine degli anni Settanta, quando una parte dell’occultismo britannico continuava a discutere di lignaggi, gradi, corrispondenze e sistemi iniziatici ereditati dalle grandi organizzazioni del secolo precedente, Ray Sherwin scelse per il proprio libro un titolo quasi provocatoriamente semplice: The Book of Results. Non il libro della sapienza segreta, non una nuova rivelazione, non la ricostruzione di una tradizione perduta, ma il libro dei risultati. Dietro quella parola esisteva già gran parte dell’attitudine che avrebbe caratterizzato la nascente Chaos Magick, perché il problema non era più stabilire quale scuola possedesse la genealogia più antica o quale cosmologia descrivesse definitivamente l’universo, ma verificare che cosa accadesse quando una tecnica veniva effettivamente utilizzata, con quale regolarità producesse l’esito desiderato e quanto dell’apparato tradizionale fosse realmente necessario affinché l’operazione funzionasse.

Nel 1978, l’anno generalmente assunto dalla storiografia come momento simbolico della nascita della Chaos Magick, apparvero quasi contemporaneamente Liber Null di Peter J. Carroll e The Book of Results di Ray Sherwin. I due autori si conoscevano già da almeno il 1976, quando Sherwin aveva iniziato a pubblicare The New Equinox, rivista che richiamava deliberatamente nel titolo l’Equinox crowleyano e che divenne uno dei primi luoghi di elaborazione del nuovo ambiente magico britannico. Carroll contribuiva regolarmente alla rivista e, prima ancora che la definizione “Chaos Magick” acquistasse il significato che le attribuiamo oggi, i due avevano già annunciato la creazione di un nuovo ordine destinato a diventare gli Illuminates of Thanateros.

I due libri, tuttavia, non sono affatto duplicati. Carroll cerca soprattutto di costruire un curriculum, isolando capacità come concentrazione, gnosi, evocazione, divinazione e controllo della credenza; Sherwin procede invece con un tono più immediato, quasi artigianale, concentrandosi soprattutto sulla sigillazione e sul rapporto fra desiderio, coscienza, simbolo e risultato. Se Liber Null può essere letto come il tentativo di produrre una grammatica operativa generale per il nuovo mago, The Book of Results sembra partire da un problema più circoscritto ma non meno radicale: come trasformare un’intenzione in un’operazione abbastanza precisa da poter essere messa alla prova senza che il praticante la soffochi continuamente con aspettativa, dubbio e bisogno di conferma.

È proprio questa concretezza a fare di Sherwin una figura essenziale. La Chaos Magick avrebbe potuto diventare facilmente un’altra filosofia dell’occulto, interessante sul piano teorico ma poco diversa dalle molte cosmologie che pretendeva di sottoporre a critica. The Book of Results le impose fin dall’inizio un principio più severo: se parliamo di magia, prima o poi dobbiamo domandarci che cosa è accaduto.

Ray Sherwin e l’occultismo britannico degli anni Settanta

Ray Sherwin nacque nel 1952 e appartiene alla stessa generazione di Peter J. Carroll, quella che si formò quando l’eredità di Crowley, la rinascita della stregoneria moderna, Austin Osman Spare, la magia cerimoniale e la controcultura stavano ormai entrando in uno spazio culturale molto diverso da quello in cui erano nate. La sua figura rimane meno mitologizzata rispetto a quella di Carroll e, soprattutto, meno incline a costruire grandi sistemi teorici. Proprio questa differenza sembra aver contribuito al suo ruolo specifico all’interno della prima Chaos Magick: Sherwin appare continuamente interessato al momento in cui il sistema smette di essere qualcosa da contemplare e deve diventare pratica.

The New Equinox, pubblicata approssimativamente fra il 1976 e il 1979, rappresentò uno dei primi laboratori di questa sensibilità. Non era ancora la rivista ufficiale di un movimento pienamente formato e ospitava materiali provenienti da ambienti differenti, mentre Carroll contribuiva anche dai propri viaggi in Oriente. Dalle ricostruzioni storiche dell’IOT emerge un quadro molto meno ordinato rispetto alle genealogie retrospettive: prima del vero e proprio Ordine esistevano gruppi sperimentali, corrispondenze, incontri e persone provenienti da tradizioni differenti, fra cui il cosiddetto Stoke Newington Sorcerers group. Quando Sherwin e Carroll annunciarono la nascita degli Illuminates of Thanateros, il termine Chaos Magick non possedeva ancora una dottrina definitivamente stabilita e lo stesso Liber Null del 1978 non lo utilizzava nella forma che diventerà successivamente canonica.

Questa origine è significativa perché impedisce di immaginare Sherwin come discepolo di una corrente già esistente. La Chaos Magick viene costruita mentre viene praticata, e Sherwin partecipa direttamente a quel processo non soltanto come autore ma anche come editore: la Morton Press, legata alla sua attività, pubblicò la prima edizione di Liber Null oltre ai suoi lavori. Il rapporto fra produzione libraria, sperimentazione pratica e nascita dell’ordine era quindi estremamente stretto.

Nel 1982 Sherwin pubblicherà anche The Theatre of Magick, altro testo importante della prima fase della corrente, nel quale approfondirà il rapporto fra rituale, immaginazione, iniziazione e costruzione della scena magica. Tuttavia, The Book of Results rimane il libro che meglio rappresenta la sua idea fondamentale, perché porta nel titolo ciò che per lui dovrebbe costituire il criterio più difficile da aggirare: il mago può raccontarsi qualsiasi cosmologia desideri, ma alla fine deve confrontarsi con ciò che il lavoro ha prodotto.

Spare, il sigillo e la magia che non ha bisogno di un lignaggio

La figura che incombe su tutto il libro è Austin Osman Spare.

Sherwin sarà molto esplicito, anche nei suoi scritti successivi, nel riconoscere che se una singola personalità può essere considerata responsabile, sia pure involontariamente, del clima da cui nascerà la Chaos Magick, quella personalità è Spare. La ragione non consiste semplicemente nell’aver inventato una particolare tecnica grafica, ma nell’aver costruito una magia profondamente individuale, priva della pretesa che il proprio sistema dovesse essere valido universalmente. Nella lettura di Sherwin, proprio la decisione di Spare di non trasformare la propria esperienza in una nuova legge per l’umanità rappresenta uno degli elementi più moderni del suo pensiero.

Questa lettura di Spare deve essere mantenuta distinta dalla storia effettiva dello Zos Kia Cultus e dalla complessità della sua opera, perché la prima Chaos Magick seleziona alcuni aspetti di Spare e li rielabora secondo esigenze proprie. Sherwin è interessato soprattutto alla possibilità di costruire un metodo sigillare capace di tradurre il desiderio in una forma che sfugga progressivamente alla sorveglianza del pensiero conscio.

Un sigillo, in questa prospettiva, non è necessariamente il carattere tradizionale di uno spirito, la firma di un’intelligenza planetaria o un simbolo ricevuto attraverso una particolare trasmissione. Può nascere da un’intenzione individuale. Una formulazione cosciente viene trasformata, ridotta, ricombinata e infine resa graficamente abbastanza distante dalla frase originaria da non essere più immediatamente leggibile. Il significato rimane incorporato nella genesi del segno, ma la mente discorsiva perde la possibilità di ripeterlo ossessivamente.

Questa trasformazione è decisiva perché Sherwin, seguendo Spare, ritiene che il desiderio cosciente possieda un carattere ambivalente. Senza desiderio non esisterebbe l’operazione, perché è il desiderio a determinare ciò che si vuole ottenere; tuttavia, una volta che l’intenzione è stata definita, la continua preoccupazione per il risultato può diventare un ostacolo. Il praticante che controlla continuamente se “sta funzionando”, che ripete mentalmente il proprio bisogno e che interpreta ogni evento come possibile conferma o fallimento mantiene l’intenzione nella regione della mente in cui dubbio e desiderio si alimentano reciprocamente.

Il sigillo permette allora una specie di paradosso operativo: il mago deve sapere con precisione ciò che vuole quando costruisce il simbolo e deve essere capace, successivamente, di smettere di volerlo nello stesso modo.

Non significa diventare indifferenti al risultato, perché l’intera operazione nasce proprio dalla volontà di produrlo. Significa tentare di interrompere quella forma di desiderio ansioso attraverso cui la coscienza continua a riprendere possesso del processo.

Il risultato e il problema della verifica

È qui che il titolo del libro acquista il proprio significato più profondo. Sherwin non considera sufficiente aver sperimentato uno stato intenso, aver eseguito un rituale soddisfacente o aver prodotto un simbolo particolarmente suggestivo. Se l’operazione possedeva uno scopo, occorre osservare in quale misura quello scopo si sia realizzato.

Questa richiesta sembra ovvia, ma rappresenta un problema enorme per qualsiasi pratica magica. Un risultato può essere formulato in modo talmente vago da diventare impossibile da falsificare; può essere ridefinito dopo l’operazione; può essere riconosciuto in una coincidenza che in precedenza non avremmo considerato significativa; oppure può essere talmente desiderato da produrre una continua ricerca di conferme. La stessa memoria umana tende a conservare più facilmente gli eventi che sostengono una convinzione e a trascurare quelli che la contraddicono.

Sherwin non dispone della terminologia della moderna ricerca sui bias cognitivi in tutte le forme con cui oggi possiamo descrivere questi fenomeni, ma la sua insistenza sull’esito concreto nasce proprio dalla necessità di sottrarre la magia alla retorica dell’autoconferma.

Da un punto di vista psicologico, questo costituisce probabilmente uno degli aspetti più interessanti del suo lavoro. Se un rituale viene concepito soltanto come esperienza interiore, basta che produca una trasformazione soggettiva significativa perché possa essere considerato riuscito; quando invece gli viene attribuito lo scopo di modificare una situazione esterna, il criterio diventa molto più difficile. Il praticante deve distinguere ciò che ha provato da ciò che sostiene essere accaduto nel mondo.

La Chaos Magick non risolve questo problema e sarebbe scorretto affermare che Sherwin abbia trasformato la magia in una scienza sperimentale. Mancano normalmente controllo indipendente, randomizzazione, procedure cieche, criteri statistici e gli altri strumenti attraverso cui la ricerca scientifica tenta di distinguere causalità, caso e interpretazione. Tuttavia, la richiesta di annotare operazioni e risultati rappresenta almeno il tentativo di impedire che ogni esperienza possa essere dichiarata positiva soltanto perché è stata eseguita.

Il concetto di “risultato” diventa così anche un esercizio di onestà.

Se nulla di riconoscibile è accaduto, bisogna almeno considerare la possibilità che l’operazione non abbia funzionato.

Per l’occultismo, non è una concessione piccola.

Ritualizzare il sigillo

Un equivoco successivo ha trasformato spesso la sigillazione chaos in una procedura estremamente rapida: si formula una frase, si eliminano alcune lettere, si disegna un segno, lo si “carica” e infine lo si dimentica. The Book of Results, soprattutto nella forma attraverso cui è stato ripubblicato e ampliato, mostra invece un Sherwin molto meno interessato alla facilità di quanto la moderna cultura della manifestazione possa suggerire.

Il lavoro con i sigilli può essere inserito in una disciplina rituale articolata, con preparazione, concentrazione e costruzione deliberata di uno stato nel quale il simbolo assume una centralità assoluta. Le descrizioni editoriali delle ristampe sottolineano proprio questo punto: Sherwin non si limita a presentare la sigillazione, ma la sviluppa in una procedura ritualizzata e propone perfino un regime di pratica che alcuni commentatori hanno trovato sorprendentemente rigoroso per un autore associato alla successiva immagine della Chaos Magick come improvvisazione permanente.

Questa apparente contraddizione è in realtà fondamentale.

Chaos non significa disordine operativo.

Il praticante può eliminare una struttura tradizionale perché la ritiene inutile, ma non dovrebbe sostituirla con l’incapacità di mantenere una disciplina. Se una tecnica richiede concentrazione, dovrà allenare la concentrazione; se richiede il passaggio a uno stato specifico, dovrà imparare a produrlo; se necessita di interrompere l’ossessione per il risultato, dovrà trovare un modo per farlo.

La libertà dalla tradizione non libera l’operatore dal lavoro.

Lo priva soltanto della possibilità di sostenere che il lavoro sia stato svolto automaticamente perché ha ripetuto correttamente una forma ricevuta.

Il sigillo rappresenta perfettamente questa filosofia, perché la sua semplicità grafica nasconde una domanda molto più difficile: il praticante è realmente capace di modificare la propria relazione con il desiderio?

Coscienza, subconscio e linguaggio del suo tempo

Sherwin interpreta una parte del processo attraverso il rapporto fra mente cosciente e subconscio, utilizzando un vocabolario molto comune nell’occultismo e nella psicologia popolare del XX secolo. Il pensiero cosciente viene descritto come incline alla contraddizione, all’autosabotaggio e alla ripetizione, mentre il sigillo dovrebbe permettere all’intenzione di oltrepassarne in qualche modo il controllo.

Non bisogna trasformare automaticamente questo modello in una teoria psicologica scientificamente accertata. “Subconscio” viene utilizzato da differenti autori con significati estremamente diversi e non corrisponde a una singola struttura della mente riconosciuta dalla psicologia contemporanea. Sherwin sta costruendo un modello operativo esoterico, fortemente debitore di Spare e di una lunga cultura novecentesca dell’inconscio, nel quale determinate attività possono continuare a esercitare effetti senza essere mantenute nel centro dell’attenzione cosciente.

Alcuni aspetti del meccanismo possono essere letti psicologicamente senza accettare la teoria magica. L’eccessivo controllo consapevole può effettivamente interferire con alcune prestazioni; gli esseri umani sviluppano automatismi; intenzioni e aspettative possono modificare percezione e comportamento; processi mentali non consapevoli influenzano continuamente decisioni e risposte. Da questi fatti, tuttavia, non deriva automaticamente la conclusione secondo cui un sigillo inserito nel subconscio possa alterare causalmente eventi esterni.

Sherwin compie proprio questo ulteriore passaggio magico.

Ed è importante lasciarglielo.

Ridurre The Book of Results a una tecnica di autosuggestione significa cancellarne l’esoterismo; presentare invece il suo modello del subconscio come dimostrazione scientifica della magia significa confondere livelli differenti.

Il testo rimane interessante precisamente nello spazio fra queste due letture.

Il problema dell’abitudine

Fra i temi che Sherwin svilupperà anche in saggi successivamente confluiti in edizioni ampliate di The Book of Results compare quello dei “demoni dell’abitudine”. L’espressione non deve essere interpretata necessariamente come riferimento a entità spirituali autonome: descrive piuttosto quei modelli ripetitivi attraverso cui l’individuo conserva la propria identità, evita il cambiamento e riduce la quantità di attenzione necessaria per affrontare la realtà.

L’abitudine possiede naturalmente una funzione indispensabile. Senza automatismi dovremmo ricostruire coscientemente ogni gesto e non riusciremmo quasi a vivere. Ma proprio questa efficienza può trasformarsi in inerzia: ciò che viene ripetuto smette gradualmente di essere osservato, e ciò che non viene più osservato acquista una sorprendente capacità di governare il comportamento.

Per il mago questa condizione rappresenta un problema particolare. Una pratica che pretende di modificare intenzionalmente la coscienza non può essere condotta interamente da automatismi dei quali l’operatore non è consapevole; ancora meno può esserlo un sistema come la Chaos Magick, che fa della possibilità di cambiare modelli uno dei propri principi fondamentali.

L’autoiniziazione viene così collegata anche alla capacità di interrompere volontariamente alcune routine, modificando gesti, preferenze e risposte per osservare quanto della nostra identità consideriamo naturale soltanto perché non abbiamo mai provato a fare diversamente.

Sul piano psicologico, questa pratica può essere letta come esercizio di metacognizione e flessibilità comportamentale. Sul piano esoterico di Sherwin, invece, assume un valore più radicale: liberarsi dell’abitudine permette di rendere il praticante meno prevedibile perfino a se stesso, creando lo spazio mentale necessario perché la magia non venga continuamente ricondotta alle stesse configurazioni.

È uno dei punti nei quali Chaos diventa meno una teoria dell’universo e più una tecnica di destabilizzazione dell’identità.

L’azione sigillare e il passaggio dal segno al corpo

Sherwin non si ferma al sigillo disegnato individualmente. Nei materiali successivamente raccolti intorno al suo lavoro compare anche l’idea di action sigils, forme nelle quali il processo sigillare viene trasferito dal foglio all’azione collettiva e corporea. Il principio rimane quello della condensazione dell’intenzione e del suo inserimento in uno stato di forte concentrazione, ma il supporto cambia: movimento, postura, ritmo e attività del gruppo possono diventare elementi attraverso cui il simbolo viene costruito e attivato.

Questo sviluppo è importante perché mostra che il sigillo non viene considerato principalmente un oggetto grafico.

È una tecnologia dell’intenzione.

Il disegno costituisce soltanto una delle forme possibili attraverso cui quella tecnologia può essere applicata. Se ciò che conta è costruire un contenuto, trasformarlo in una struttura non ordinariamente discorsiva, portarlo dentro una condizione alterata e successivamente abbandonarlo, allora il medesimo principio può essere trasferito al gesto, alla vocalizzazione, all’immagine, alla postura o al rituale di gruppo.

La futura Chaos Magick svilupperà enormemente questa intuizione attraverso servitori, rituali improvvisati, alfabeti personali, simbolismi provenienti dalla cultura popolare e costruzioni collettive. Ma in Sherwin rimane particolarmente chiara una disciplina che alcune evoluzioni posteriori perderanno: l’innovazione ha senso quando risolve un problema operativo, non quando serve soltanto a dimostrare che il praticante è anticonvenzionale.

Inventare per il piacere di essere diversi produce soltanto una nuova convenzione.

Inventare perché una forma differente svolge meglio una funzione appartiene invece pienamente alla logica del risultato.

Sherwin e la parola Chaos

Una delle differenze più interessanti fra Sherwin e alcune formulazioni successive di Carroll riguarda il significato attribuito al Caos. Nei suoi scritti Sherwin lo utilizza come critica dell’idea secondo cui l’ordine percepito dall’uomo coinciderebbe necessariamente con una struttura definitiva della realtà. L’essere umano organizza, classifica e costruisce sistemi perché senza di essi non potrebbe comunicare né agire, ma da questo non deriva che l’universo debba possedere esattamente le stesse categorie che noi gli imponiamo.

In The Book of Results il modello del Caos serve precisamente a relativizzare la nostra pretesa di aver descritto definitivamente ciò che accade. Sherwin non utilizza il termine in senso puramente negativo, come sinonimo di confusione, ma come riferimento a una realtà considerata prima dell’ordine che l’essere umano vi sovrappone. In una delle formulazioni che meglio esprimono questa idea, l’ordine viene trattato come una comodità necessaria piuttosto che come la cosa stessa.

Anche qui bisogna evitare l’equivoco con la teoria matematica del caos, che diventerà culturalmente celebre soltanto successivamente e non costituisce l’origine della denominazione. Le analogie fra Chaos Magick, sistemi complessi, imprevedibilità e teoria del caos verranno sviluppate in un secondo momento, soprattutto da Carroll e da autori successivi, ma la posizione di Sherwin nasce dall’occultismo, da Spare, dalla critica del dogma e dalla convinzione che i sistemi siano strumenti attraverso cui il mago organizza temporaneamente l’esperienza.

Questa idea implica che anche il modello chaos possa diventare un errore se viene trasformato in nuova ortodossia.

Ed è esattamente ciò che Sherwin temeva.

L’Ordine che rischiava di diventare un altro ordine

La storia di Sherwin e degli Illuminates of Thanateros possiede quasi la forma di una parabola perfetta sul problema dell’autorità esoterica. Lui e Carroll contribuirono a creare un’organizzazione che, nelle intenzioni iniziali, doveva distinguersi dagli ordini tradizionali proprio perché i gradi avrebbero dovuto esprimere capacità e lavoro piuttosto che potere personale. La gerarchia avrebbe dovuto esistere soltanto nella misura necessaria a organizzare l’attività, evitando di trasformarsi in una struttura capace di rendere alcune persone spiritualmente superiori alle altre.

Negli anni Ottanta, tuttavia, l’IOT entrò in una fase di maggiore formalizzazione. La diffusione internazionale, soprattutto nell’area germanofona, e il progetto di costruire il Magical Pact of the Illuminates of Thanateros portarono alla definizione di gradi, incarichi e strutture più articolate. Nel 1987 Chaos International pubblicò testi di Carroll dedicati alla nuova organizzazione del Pact, mentre Sherwin espresse pubblicamente le proprie obiezioni alle gerarchie magiche, sostenendo che esse tendessero a produrre inerzia, politica interna e concentrazione del potere. Le fonti della scena chaos descrivono il suo distacco attraverso l’espressione ironica secondo cui avrebbe finito per “scomunicare se stesso”, cioè allontanarsi volontariamente da ciò che aveva contribuito a creare quando ritenne che l’Ordine stesse assumendo proprio quelle caratteristiche che la prima Chaos Magick aveva cercato di evitare.

L’episodio non dovrebbe essere semplificato in un conflitto personale fra Sherwin, il puro anti-autoritario, e Carroll, improvvisamente trasformato in gerarca. Organizzare una rete internazionale richiedeva necessariamente strutture e responsabilità, mentre lo stesso ideale di una “meritocrazia magica” conteneva fin dall’origine il problema di stabilire chi dovesse giudicare l’abilità e attraverso quali criteri. La disputa mette piuttosto in luce una contraddizione reale della Chaos Magick: come istituzionalizzare un metodo costruito contro l’istituzionalizzazione del metodo?

Sherwin scelse di proteggere l’autonomia individuale anche a costo di uscire dall’organizzazione.

La sua scelta è perfettamente coerente con The Book of Results. Se un sistema smette di produrre ciò per cui era stato costruito, non deve essere mantenuto soltanto perché siamo stati noi a costruirlo.

Il gruppo senza dogma

Sherwin non rifiuta comunque ogni lavoro collettivo. Nei suoi scritti sulla Chaos Magick riconosce esplicitamente l’utilità dei gruppi e distingue differenti forme di attività, comprese sperimentazione, iniziazione, rituali ripetuti e celebrazioni. Ciò che contesta non è l’esistenza della struttura, ma il momento in cui essa smette di essere funzionale alla pratica e comincia a riprodurre se stessa come fine.

Anche gli strumenti rituali, in questa prospettiva, possono essere recuperati senza alcun imbarazzo. La prima iconoclastia chaos aveva talvolta prodotto l’idea che vesti, maschere, armi magiche e scenografia fossero inevitabilmente residui teatrali del vecchio occultismo; Sherwin osserva invece che, se questi elementi contribuiscono realmente a creare uno stato di immaginazione e intensità appropriato al lavoro, non esiste alcuna ragione per eliminarli. Possono essere antichi oppure costruiti specificamente dal gruppo; ciò che conta rimane la funzione.

Questa posizione è molto più sofisticata della semplice ribellione estetica.

La Chaos Magick non deve sembrare moderna.

Deve essere capace di utilizzare anche l’antico senza diventarne serva.

Un mantello può essere perfettamente chaos se serve all’operazione.

Una maglietta punk può diventare dogmatica se il praticante pensa di doverla indossare per dimostrare di non appartenere alla tradizione.

La forma non garantisce mai la libertà.

La magia come arte prima che come spiegazione

Sherwin mostra inoltre una certa diffidenza verso la tendenza a costruire modelli troppo dettagliati per spiegare come la magia dovrebbe funzionare. Formula naturalmente proprie ipotesi e utilizza concetti come Caos, Kia, subconscio e stati alterati di coscienza, ma sembra molto più interessato al valore operativo del modello che alla sua trasformazione in metafisica definitiva.

Questa attitudine distingue nuovamente il suo percorso da quello successivo di Carroll. Quest’ultimo svilupperà sistemi sempre più ambiziosi, cercando di collegare magia, probabilità e concezioni della fisica attraverso costruzioni speculative complesse; Sherwin rimane generalmente più vicino all’idea che un modello sia una sorta di arte concettuale attraverso cui il mago rende praticabile l’esperienza, senza che ciò gli permetta di dichiarare di aver scoperto la vera architettura dell’universo.

È una prudenza che possiede una sorprendente modernità epistemologica.

Una spiegazione può essere utile senza essere definitiva.

Un simbolo può funzionare senza essere eterno.

Un modello può guidare una pratica e successivamente essere sostituito.

La teoria, nella prospettiva chaos, dovrebbe essere abbastanza forte da rendere possibile l’azione e abbastanza debole da poter essere abbandonata.

Il problema comincia quando ci innamoriamo della spiegazione più del fenomeno che avrebbe dovuto spiegare.

Una lettura psicologica del “libro dei risultati”

Dal punto di vista psicologico, The Book of Results può essere letto come un testo dedicato alla gestione della relazione fra intenzione, attenzione e interferenza cosciente. L’operatore formula uno scopo, lo codifica simbolicamente, cerca uno stato nel quale l’attenzione sia intensificata o modificata e successivamente interrompe il monitoraggio ossessivo dell’obiettivo. In questa sequenza possiamo riconoscere fenomeni psicologicamente intelligibili anche senza accettare la causalità magica: focalizzazione dell’attenzione, costruzione simbolica, aspettativa, priming, automatismi, modifica delle abitudini e capacità di sottrarre un compito al controllo cosciente continuo.

Questa lettura non dimostra né confuta automaticamente la magia di Sherwin. Spiega una parte di ciò che sicuramente avviene nell’operatore; rimane aperta la questione ulteriore, propriamente esoterica, se tale lavoro possa modificare eventi esterni attraverso meccanismi non riconosciuti dalla scienza.

Sherwin ritiene di sì.

La psicologia non offre attualmente una conferma di questa interpretazione.

Ma il valore storico del testo non dipende dalla possibilità di risolvere oggi la questione. Dipende anche dal fatto che Sherwin costringe il praticante a separare i livelli: ciò che hai provato, ciò che hai fatto e ciò che affermi essere accaduto non sono necessariamente la stessa cosa.

È una distinzione che molta letteratura magica contemporanea dimentica ancora.

Da Spare a Sherwin, senza trasformare Spare in un manuale

Esiste infine una sottile contraddizione nell’eredità di The Book of Results. Sherwin considera Spare fondamentale precisamente perché non impose il proprio sistema come legge universale, eppure proprio attraverso Sherwin la tecnica sigillare di Spare diventa una delle pratiche più facilmente trasmissibili dell’occultismo moderno.

Il rischio è evidente.

Una tecnica nata dentro un sistema profondamente personale può essere ridotta a una ricetta.

Si scrive il desiderio.

Si eliminano le lettere.

Si costruisce il segno.

Lo si carica.

Lo si dimentica.

E ciò che per Spare apparteneva a una complessa concezione di desiderio, credenza, Kia, Neither-Neither e trasformazione dell’identità viene convertito in cinque passaggi riproducibili.

Sherwin contribuisce certamente a questa standardizzazione, ma il suo lavoro contiene contemporaneamente l’antidoto. La lezione più profonda che ricava da Spare non è “usate questo particolare metodo”, bensì costruite un metodo che funzioni per voi e non trasformatelo in religione. È proprio questa tensione fra trasmissibilità e individualizzazione a rendere The Book of Results tanto importante per la Chaos Magick.

Una tecnica deve essere abbastanza chiara da poter essere insegnata.

Ma un mago non dovrebbe mai diventare soltanto l’esecutore della tecnica di un altro.

Ciò che resta quando si toglie il prestigio

A quasi mezzo secolo dalla pubblicazione di The Book of Results, la sigillazione è diventata così comune nell’occultismo contemporaneo da essere difficile immaginare quanto fosse insolito, nel 1978, costruire intorno a essa un intero progetto operativo. Il metodo è entrato nella Chaos Magick, nella magia postmoderna, in forme di stregoneria contemporanea e perfino in ambienti di spiritualità popolare che non conoscono quasi nulla né di Spare né di Sherwin.

Questa fortuna rischia però di nascondere il vero contributo dell’autore.

Sherwin non ha semplicemente insegnato a disegnare sigilli.

Ha aiutato a introdurre nell’occultismo moderno una cultura del sospetto verso ciò che non produce nulla se non la propria autorità.

Un rituale può essere antico e inutile per un determinato praticante.

Uno inventato ieri può rivelarsi significativo.

Un ordine può nascere per liberare gli individui e diventare successivamente troppo interessato alla propria sopravvivenza.

Un modello può essere illuminante per alcuni anni e poi trasformarsi in ostacolo.

Perfino una tecnica che ha funzionato in passato può diventare abitudine e smettere di costringere l’operatore a prestare attenzione.

In questa prospettiva, il vero “risultato” non è soltanto ottenere ciò che era stato richiesto dal sigillo. Esiste un secondo risultato, meno evidente ma forse ancora più importante: scoprire che cosa accade al praticante quando smette di affidare a un’autorità esterna il compito di decidere in anticipo ciò che è possibile.

È proprio qui che Sherwin occupa un posto diverso da Carroll. Carroll costruisce una teoria sempre più ampia della magia del Caos; Sherwin sembra ricordare continuamente che anche la migliore teoria può diventare un’altra forma di arredamento occulto se nessuno la sottopone al banco di prova dell’esperienza.

La domanda che lascia non possiede la solennità di un mistero iniziatico e, proprio per questo, è difficile eluderla. Dopo il rituale, dopo il sigillo, dopo la gnosi e dopo tutte le spiegazioni che abbiamo costruito per rendere intelligibile ciò che abbiamo fatto, resta da aprire il quaderno e guardare ciò che è stato scritto prima dell’operazione.

Non ciò che avremmo voluto aver scritto.

Non ciò che, sapendo come sono andate le cose, possiamo reinterpretare.

Ma ciò che avevamo realmente deciso di ottenere.

È in quello spazio fra intenzione registrata ed esito osservato che The Book of Results colloca il praticante, privandolo almeno per un momento della protezione offerta dalle grandi parole dell’occultismo.

Se il risultato c’è, bisognerà comprenderlo senza trasformarlo troppo in fretta in una prova universale.

Se non c’è, bisognerà essere disposti ad ammetterlo.

Per Sherwin, la magia comincia a diventare adulta precisamente lì.

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