Martinès de Pasqually e gli Élus Coëns

Martinès de Pasqually e gli Élus Coëns

Caduta, reintegrazione e teurgia nell’Ordine dei Cavalieri Massoni Eletti Coëns dell’Universo

La stanza era stata preparata molto prima che cominciasse l’operazione. Sul pavimento erano tracciate figure e circonferenze, determinate parole occupavano posizioni precise, luci e fumigazioni contribuivano a separare quello spazio dalla vita ordinaria, mentre l’operatore vi entrava dopo una preparazione che non riguardava soltanto il gesto rituale, ma il corpo, la preghiera e la disposizione morale con cui avrebbe tentato di compierlo. Non cercava denaro, non chiedeva di conoscere il futuro e non stava celebrando una variante più segreta della normale ritualità massonica. Attendeva piuttosto un segno, qualche manifestazione abbastanza precisa da permettergli di credere che la distanza fra l’uomo decaduto e le potenze rimaste fedeli all’ordine divino fosse stata, almeno per un istante, attraversata. Gli Élus Coëns chiamavano passes alcune di queste apparizioni, spesso descritte come rapide manifestazioni luminose, caratteri o forme attraverso le quali l’operatore riteneva di riconoscere la presenza di un’intelligenza spirituale. All’interno del loro sistema, ricevere un simile segno non significava aver realizzato un prodigio da esibire, ma aver ottenuto una conferma: il lavoro di riconciliazione stava procedendo e la strada della reintegrazione non era soltanto una dottrina appresa, ma qualcosa che poteva essere sperimentato attraverso l’azione teurgica.

È difficile trovare nel Settecento europeo un ordine che renda più evidente la distanza fra massoneria iniziatica e semplice sociabilità massonica. L’Ordre des Chevaliers Maçons Élus Coëns de l’Univers adottò strutture, gradi e linguaggi provenienti dalla massoneria del proprio tempo, ma li utilizzò come supporto per un progetto assai più radicale: ricondurre l’essere umano verso la condizione spirituale perduta attraverso una disciplina che univa teosofia cristiana, interpretazione esoterica della Scrittura e magia cerimoniale. Il suo centro non era l’edificazione morale dell’uomo attraverso il simbolismo del mestiere, per quanto questa dimensione non fosse assente, ma la convinzione che l’intera creazione si trovasse coinvolta nelle conseguenze di una caduta primordiale e che alcuni uomini, adeguatamente preparati, potessero cooperare alla sua restaurazione.

Al centro di questo sistema compare una figura ancora oggi circondata da lacune documentarie, Martinès de Pasqually, forse uno degli uomini più enigmatici dell’illuminismo esoterico francese. Proprio questa scarsità di informazioni ha favorito nel tempo la proliferazione di genealogie immaginarie, origini iberiche o sefardite presentate come certezze, missioni iniziatiche provenienti dall’Oriente e trasmissioni segrete di cui non esistono prove sufficienti. La ricerca storica consente di affermare molto meno e, proprio per questo, qualcosa di più interessante. La sua data di nascita non è definitivamente stabilita: una parte della letteratura più antica la collocava intorno al 1710, mentre documenti successivamente emersi rendono plausibile una nascita intorno al 1727, forse a Grenoble. Anche le sue origini familiari rimangono controverse e le ipotesi relative a ascendenze spagnole, portoghesi o ebraiche non possono essere trasformate in fatti acquisiti. La sua attività iniziatica diventa invece documentabile dalla metà degli anni Cinquanta del XVIII secolo, quando comincia ad apparire negli ambienti massonici della Francia meridionale e a costruire progressivamente il sistema che prenderà il nome di Élus Coëns.

Questa incertezza biografica non è un elemento secondario. Pasqually sosteneva di non essere semplicemente l’inventore arbitrario della dottrina che insegnava e parlava di un deposito ricevuto, di predecessori e di una missione che sembrava concepire come anteriore alla forma massonica assunta dall’Ordine. Dal punto di vista storico, tuttavia, non disponiamo di prove che dimostrino l’esistenza degli Élus Coëns nella loro forma riconoscibile prima della sua attività. L’Ordine appare piuttosto come una costruzione progressiva, sviluppata nel corso di circa vent’anni, mai completamente stabilizzata e sottoposta a modificazioni rituali e gerarchiche mentre Pasqually era ancora in vita. La stessa Bibliothèque nationale de France colloca prudentemente la nascita dell’Ordine intorno al 1754, mentre gli studi più attenti mostrano come il reclutamento e l’organizzazione si consolidino soprattutto durante gli anni Sessanta.

Fu in questo periodo che Pasqually trasformò la massoneria da ambiente di appartenenza in veicolo di una teurgia cristiana destinata, almeno nella sua intenzione, a restituire al rito una funzione cosmica.

Un ordine massonico che voleva superare la massoneria

Il nome completo, Ordine dei Cavalieri Massoni Eletti Coëns dell’Universo, contiene già parte del programma. Il vocabolo Coën richiama l’ebraico kohen, sacerdote, e nella particolare interpretazione martinésista l’eletto non è semplicemente colui che ha ricevuto un grado superiore, ma qualcuno chiamato a recuperare una funzione sacerdotale perduta dall’umanità. Non si tratta di sacerdozio nel senso ecclesiastico ordinario, e Pasqually stesso si dichiarava cattolico, si sposò secondo il rito cattolico e fece battezzare i propri figli; la sua dottrina, tuttavia, non coincide con la teologia cattolica del XVIII secolo e sviluppa una cosmologia estremamente personale, costruita attraverso Genesi, numerologia sacra, gerarchie spirituali e un’interpretazione della storia biblica come racconto delle operazioni attraverso cui l’uomo può riconquistare il rapporto con il divino.

L’inserimento nella forma massonica permetteva a Pasqually di cominciare da un linguaggio già riconoscibile. L’adepto attraversava gradi, riceveva istruzioni, incontrava simboli e procedeva verso livelli nei quali il significato dell’Ordine diventava progressivamente più chiaro. La gerarchia conobbe variazioni nel corso della sua formazione e non è prudente presentarla come un sistema immutabile, ma sopra i normali gradi simbolici si sviluppavano classi propriamente coëniche che conducevano attraverso funzioni sempre più sacerdotali e operative, fino al grado supremo di Réau-Croix, nel quale la responsabilità teurgica raggiungeva il proprio livello più alto. Jean-Baptiste Willermoz, uno dei principali discepoli di Pasqually, ricevette i gradi dell’Ordine negli anni Sessanta e fu iniziato Réau-Croix; Louis-Claude de Saint-Martin seguì a sua volta il percorso coënico e raggiunse il grado superiore poco prima della partenza del maestro per Saint-Domingue.

Ma ciò che veniva trasmesso nei gradi non era semplicemente una collezione crescente di segreti. Il sistema iniziatico serviva a ricostruire gradualmente una storia cosmica. Per comprendere perché fosse necessario operare bisognava prima comprendere che cosa, secondo Pasqually, fosse accaduto alla creazione; e per capire che cosa fosse accaduto alla creazione era necessario tornare a un momento precedente non soltanto alla storia umana, ma alla stessa esistenza del mondo materiale.

È qui che comincia la dottrina della reintegrazione.

Prima dell’uomo, la caduta degli spiriti

Il Traité de la réintégration des êtres dans leurs premières propriétés, vertus et puissances spirituelles et divines, rimasto incompiuto e circolato manoscritto prima di essere pubblicato soltanto nel 1899, costituisce il grande testo dottrinale associato a Pasqually. La sua composizione appartiene agli ultimi anni dell’attività del maestro e fu legata anche al lavoro dei suoi segretari, fra i quali Pierre Fournié e successivamente Louis-Claude de Saint-Martin. Non è un manuale sistematico di magia cerimoniale e neppure una semplice esposizione dei rituali dell’Ordine: è piuttosto una gigantesca rilettura esoterica della storia sacra, soprattutto della Genesi e delle vicende veterotestamentarie, attraverso cui Pasqually tenta di spiegare perché esista la materia, quale sia il posto dell’uomo nell’universo e in che cosa consista la redenzione.

All’origine vi è Dio, unità assoluta e principio dal quale vengono emanati esseri spirituali dotati di libertà. Pasqually utilizza il linguaggio dell’emanazione, ma non costruisce per questo un sistema neoplatonico nel senso rigoroso del termine. Gli esseri spirituali rimangono distinti dal Creatore e ricevono da lui funzioni e potenze determinate. Alcuni di essi, però, utilizzano la propria libertà in maniera contraria all’ordine ricevuto: invece di esercitare le facoltà loro assegnate secondo la volontà divina, desiderano appropriarsi di una potenza creatrice autonoma. Questa è la prima prevaricazione, il gesto originario attraverso cui una parte degli esseri spirituali si separa volontariamente dall’ordine divino.

Il male non nasce quindi come sostanza eterna opposta a Dio. Nasce dall’uso deviato della libertà.

La conseguenza della rivolta è la creazione di un universo temporale e materiale destinato, nella cosmologia martinésista, a contenere e limitare le potenze ribelli. La materia assume così un significato molto diverso da quello della moderna concezione fisica: è contemporaneamente struttura della creazione temporale, luogo dell’esilio e condizione derivata da un dramma spirituale precedente. Non è eterna, non appartiene alla natura più alta dell’essere e non rappresenta la destinazione definitiva della creazione.

È all’interno di questo cosmo già segnato dalla caduta spirituale che compare l’uomo.

Adam, l’uomo-Dio e il primo compito sacerdotale

Pasqually attribuisce ad Adam una dignità originaria enorme. L’uomo primordiale non è inizialmente il fragile essere biologico che conosciamo, ma un minore spirituale investito di poteri e collocato in una condizione gloriosa. Il termine “minore” non indica inferiorità morale, ma appartiene alla particolare classificazione martinésista degli esseri: l’umanità viene dopo le prime gerarchie spirituali e riceve una funzione specifica all’interno della creazione.

Quella funzione è sorprendente.

Adam non viene creato semplicemente per abitare il mondo, godere dell’Eden e obbedire al Creatore. Deve esercitare un’autorità sulle potenze spirituali ribelli e contribuire, attraverso la propria fedeltà, alla restaurazione dell’ordine che esse hanno infranto. In altre parole, l’uomo nasce già con una missione teurgica e sacerdotale. Deve mantenere il legame fra il divino e la creazione temporale, dominare ciò che ha scelto la separazione e partecipare alla futura reintegrazione degli esseri.

Ma Adam ripete, a un diverso livello, la prima colpa degli spiriti.

Sedotto dalle potenze ribelli, tenta di esercitare autonomamente una capacità che avrebbe dovuto rimanere subordinata alla volontà divina. La seconda prevaricazione riproduce così la struttura della prima: il problema non consiste semplicemente nel trasgredire un comandamento arbitrario, ma nel volere possedere per sé una potenza che può essere esercitata correttamente soltanto nell’ordine divino.

La conseguenza è la perdita della condizione gloriosa.

L’uomo viene legato al corpo materiale, alla generazione, alla mortalità e alla necessità di vivere proprio nel mondo che avrebbe dovuto governare da una posizione spiritualmente superiore. La caduta biblica diventa quindi molto più di un racconto sull’origine del peccato morale: spiega la condizione ontologica dell’umanità, la sua prigionia nella materia e, soprattutto, l’amnesia della funzione per cui era stata creata.

L’essere umano non deve imparare a diventare qualcosa di completamente nuovo.

Deve ritrovare ciò che ha perduto.

Da qui il termine fondamentale di tutto il sistema: reintegrazione.

Reintegrare non significa semplicemente tornare indietro

La reintegrazione è spesso descritta superficialmente come “ritorno a Dio”, ma in Pasqually il concetto è molto più preciso. Gli esseri devono essere restaurati nelle loro primitive proprietà, virtù e potenze spirituali divine, secondo il titolo stesso del Traité. Ciò implica recuperare l’ordine originario alterato dalle successive prevaricazioni e dissolvere progressivamente le conseguenze della separazione.

L’uomo occupa una posizione decisiva perché la sua caduta non ha cancellato completamente la funzione ricevuta. Pur vivendo nella materia, conserva la possibilità di riconciliarsi con il Creatore e di riprendere almeno in parte il proprio lavoro primitivo. La vita umana diventa così un territorio intermedio nel quale la restaurazione può cominciare.

È importante distinguere riconciliazione e reintegrazione, termini che nel linguaggio martinésista possono indicare momenti differenti di un processo più vasto. La riconciliazione riguarda il ripristino del rapporto dell’uomo con il divino dopo la prevaricazione; la reintegrazione indica il compimento finale, il ritorno degli esseri alla condizione spirituale originaria e, in prospettiva cosmica, il superamento della stessa creazione temporale che era stata resa necessaria dalla caduta.

Non si tratta quindi soltanto della salvezza individuale.

L’operatore lavora su se stesso, ma il dramma nel quale è inserito riguarda l’universo intero.

È questo uno degli elementi più potenti e meno compresi del sistema degli Élus Coëns. L’iniziato non cerca semplicemente l’illuminazione personale. Tenta di recuperare la funzione che Adam avrebbe dovuto esercitare e, attraverso quella funzione, partecipare alla restaurazione della creazione. La teurgia non diventa così un metodo per ottenere poteri, ma un’estensione operativa della cosmologia.

Da questo punto di vista il Traité non è la parte teorica di un sistema accanto alla quale esiste separatamente una parte magica.

La teurgia è la conseguenza logica della dottrina.

Se l’uomo è caduto da una funzione sacerdotale, la reintegrazione deve comportare il recupero effettivo di quella funzione.

Cristo come Réparateur

La cosmologia di Pasqually rimane profondamente cristiana, ma il suo cristianesimo utilizza categorie molto distanti dalla normale catechesi del Settecento. Cristo occupa una posizione decisiva come Réparateur, il Riparatore attraverso cui la relazione interrotta fra umanità e ordine divino può essere restaurata. Le differenti formulazioni presenti nel materiale martinésista richiedono cautela quando si tenta di ricondurle alle categorie della cristologia confessionale, perché Pasqually utilizza un proprio linguaggio di emanazioni, spiriti, missioni e funzioni che non coincide semplicemente con quello della teologia cattolica o protestante.

Ciò che rimane chiaro è che la reintegrazione non viene pensata come impresa autonoma dell’adepto. L’uomo non si salva perché ha scoperto una tecnica superiore e non può ripristinare con la sola magia la condizione adamitica. Cristo rappresenta il principio della riparazione e l’azione teurgica può avere senso soltanto dentro un processo di pentimento, riconciliazione e subordinazione alla volontà divina.

Questa dimensione spiega perché definire gli Élus Coëns semplicemente “maghi cerimoniali” sia tanto riduttivo quanto definirli semplicemente “massoni cristiani”. Il loro operare appartiene a una particolare forma di teurgia salvifica: l’azione rituale dovrebbe rendere nuovamente possibile una collaborazione fra essere umano e potenze spirituali fedeli, non sostituire Dio con il potere dell’operatore.

Il centro rimane la reintegrazione.

La magia è uno degli strumenti.

Entrare nella camera teurgica

La pratica degli Élus Coëns costituisce uno dei casi più espliciti di magia cerimoniale cristiana del XVIII secolo. I manoscritti rituali sopravvissuti, la corrispondenza fra Pasqually e i suoi discepoli e le istruzioni conservate permettono oggi di ricostruirne molti elementi, anche se l’Ordine non raggiunse mai una forma perfettamente uniforme e diverse procedure furono modificate nel tempo. Gli studi contemporanei mostrano inoltre che il corpus operativo conserva contatti con tradizioni precedenti della magia angelica occidentale, comprese forme rituali rinascimentali e materiali riconducibili alla famiglia dell’Heptameron, rielaborati però all’interno della cosmologia specifica di Pasqually.

L’operazione richiedeva una preparazione che poteva comprendere preghiera, astinenza, digiuno, purificazione e osservanza di determinati tempi. Lo spazio rituale veniva organizzato mediante cerchi, settori, simboli, caratteri, nomi spirituali, luci e fumigazioni; il calendario, i giorni e in alcuni casi le relazioni con tempi astronomici o stagionali contribuivano a determinare il momento dell’azione. Le figure tracciate non costituivano semplice decorazione simbolica, ma delimitavano funzioni, posizioni e relazioni fra l’operatore e le potenze chiamate a manifestarsi.

Il termine evocazione può essere utilizzato, ma richiede una precisazione. L’obiettivo non era chiamare indiscriminatamente qualsiasi spirito disponibile e neppure utilizzare entità per soddisfare desideri materiali. Pasqually costruiva una distinzione radicale fra esseri spirituali fedeli e potenze prevaricatrici; l’operatore doveva stabilire rapporti con i primi, riceverne assistenza e opporsi all’azione disordinatrice dei secondi. Le operazioni potevano quindi includere un linguaggio di comando e di esorcismo, ma l’autorità dell’adepto non proveniva dal proprio ego: doveva essere esercitata in quanto restaurazione temporanea dell’autorità affidata originariamente all’uomo.

Ai livelli superiori, soprattutto nel lavoro del Réau-Croix, la pratica assumeva una forma ancora più esigente. L’operatore entrava nella camera preparata secondo istruzioni molto precise e attendeva determinate manifestazioni, quelle passes che le testimonianze descrivono come segni rapidi, spesso luminosi, talvolta associati a caratteri o geroglifici attraverso i quali si riteneva possibile identificare la qualità della presenza spirituale. Nell’interpretazione interna dell’Ordine, simili manifestazioni potevano confermare che l’operatore era stato riconciliato abbastanza da entrare in rapporto con le gerarchie benevole.

Storicamente possiamo documentare che gli Élus Coëns cercavano e registravano tali segni.

Non possiamo stabilire storicamente che le apparizioni avessero davvero origine angelica.

Questa distinzione è fondamentale perché preserva contemporaneamente il dato documentario e la natura religiosa dell’esperienza. Per il praticante del XVIII secolo il passe poteva essere prova di una presenza spirituale; per lo storico è una manifestazione riferita e interpretata attraverso il sistema teurgico degli Élus Coëns; per la psicologia può diventare oggetto di studio nell’ambito della percezione, dell’aspettativa, delle immagini luminose spontanee e degli stati di intensa concentrazione rituale.

Nessuno di questi livelli deve essere sostituito automaticamente con l’altro.

La teurgia come verifica

Questo punto conduce a uno degli aspetti più affascinanti della pratica martinésista. Gli Élus Coëns non consideravano necessariamente sufficiente credere che la propria dottrina fosse vera. La manifestazione teurgica poteva assumere il valore di una conferma sperimentale interna al sistema.

La parola “sperimentale” va naturalmente maneggiata con attenzione, perché non stiamo parlando del metodo sperimentale delle scienze naturali moderne. Le condizioni non erano pensate per neutralizzare aspettative, suggestione o interpretazioni personali; al contrario, l’intera operazione era costruita dentro una cosmologia già accettata. Tuttavia, dal punto di vista dell’iniziato, qualcosa doveva accadere. Una luce, un carattere percepito, una forma, un segno riconoscibile potevano essere confrontati con repertori e interpretati come risposta.

Questa esigenza distingue il sistema da una teosofia puramente speculativa.

Pasqually non vuole soltanto spiegare l’universo.

Vuole che l’iniziato entri nuovamente in rapporto con esso.

L’operazione rituale diventa quindi una soglia fra dottrina ed esperienza e, proprio per questa ragione, la sua assenza o il fallimento nel ricevere manifestazioni potevano produrre frustrazione e dubbio. Jean-Baptiste Willermoz, pur rimanendo profondamente legato alla dottrina della reintegrazione, sembra avere sperimentato proprio questa tensione: aderì alla teurgia coënica, cercò le manifestazioni promesse e conservò per tutta la vita il deposito dottrinale ricevuto da Pasqually, ma progressivamente separò quella dottrina dalla necessità di riprodurre integralmente il sistema operativo del maestro.

In questa differenza fra dottrina e operazione si trova già il seme delle due grandi eredità che nasceranno dagli Élus Coëns.

Una passerà attraverso Willermoz.

L’altra attraverso Saint-Martin.

Willermoz: conservare la dottrina cambiando il tempio

Jean-Baptiste Willermoz incontrò Pasqually nel 1767 e divenne rapidamente uno dei suoi discepoli più importanti. Era già profondamente coinvolto nella massoneria lionese e possedeva un talento organizzativo che al maestro mancava in parte; Pasqually gli affidò responsabilità per lo sviluppo degli Élus Coëns nella regione di Lione e fra i due si sviluppò una fitta corrispondenza che costituisce oggi una delle principali fonti per la conoscenza dell’Ordine.

Willermoz ricevette non soltanto i gradi, ma la dottrina della reintegrazione, e questa non lo abbandonò più.

Quando l’Ordine cominciò a disgregarsi dopo la partenza e la morte di Pasqually, egli cercò di preservarne il nucleo all’interno di una diversa costruzione iniziatica. Nel processo che porterà alla formazione del Régime Écossais Rectifié, soprattutto attraverso il Convento delle Gallie del 1778 e quello di Wilhelmsbad del 1782, Willermoz rielaborerà elementi della massoneria templare della Stretta Osservanza, introducendo però nel proprio sistema una dottrina cristiana profondamente segnata dall’insegnamento martinésista.

Non trasferì semplicemente le operazioni degli Élus Coëns nel nuovo rito.

È questa la distinzione decisiva.

Il Régime Écossais Rectifié non è gli Élus Coëns sotto un altro nome. La dimensione teurgica operativa viene sostanzialmente separata dal percorso massonico pubblico, mentre la dottrina della caduta, della natura originaria dell’uomo, della riconciliazione e della reintegrazione viene custodita e trasmessa in forme differenti, soprattutto nelle classi più interne sviluppate da Willermoz. La ricerca storica ha mostrato quanto profondo sia il debito dottrinale senza per questo autorizzare a identificare i due sistemi.

Willermoz salva quindi Pasqually modificandolo.

Saint-Martin compirà un gesto ancora più radicale.

Saint-Martin e il tempio che si sposta all’interno

Louis-Claude de Saint-Martin incontrò l’ambiente degli Élus Coëns mentre prestava servizio militare a Bordeaux e divenne uno dei discepoli più vicini a Pasqually. Lasciò progressivamente la carriera militare, lavorò come suo segretario, partecipò alla redazione del materiale dottrinale e raggiunse il grado di Réau-Croix nel 1772. La profondità dell’influenza esercitata dal maestro non verrà mai realmente cancellata, anche quando Saint-Martin prenderà le distanze dalla pratica cerimoniale.

La differenza fra i due non riguarda tanto il fine quanto la via.

Saint-Martin accetta il dramma della caduta, la necessità della rigenerazione, il rapporto fra uomo e divino e la centralità della reintegrazione, ma diventa progressivamente meno convinto che la restaurazione debba passare attraverso una costruzione rituale complessa fatta di cerchi, nomi, tempi e manifestazioni esteriori. La sua ricerca si orienterà verso ciò che verrà successivamente definito la via interiore o cardiaca, un lavoro nel quale il vero tempio deve essere ricostruito nell’uomo e la relazione con il divino deve diventare sempre meno dipendente dalla mediazione cerimoniale.

È importante, tuttavia, non trasformare retrospettivamente il rapporto in una ribellione semplicistica dell’allievo spirituale contro il mago cerimoniale. Saint-Martin conservò documenti coënici, continuò a riconoscere Pasqually come primo maestro e non rinnegò il nucleo della dottrina ricevuta. La trasformò, soprattutto dopo l’incontro con l’opera di Jacob Böhme, in una teosofia dell’interiorità che avrà una propria storia indipendente.

La pagina successiva sarà precisamente dedicata a questa trasformazione, perché senza comprenderla non si può capire la differenza fra martinésismo e martinismo.

Martinésismo non significa ancora Martinismo

Una delle confusioni più frequenti nella letteratura esoterica consiste nel raccogliere Pasqually, Saint-Martin, Willermoz e Papus sotto un’unica etichetta chiamata “Martinismo”, come se fossero semplicemente quattro generazioni dello stesso ordine.

Storicamente la situazione è molto diversa.

Il termine martinésismo viene utilizzato per indicare soprattutto la dottrina e l’eredità proprie di Martinès de Pasqually e degli Élus Coëns. Il saint-martinismo o la teosofia di Louis-Claude de Saint-Martin rappresentano la trasformazione interiore e filosofica di una parte di quel deposito. Il willermozismo riguarda la particolare assimilazione della dottrina martinésista nell’opera massonica e cristiana di Jean-Baptiste Willermoz. Il Martinismo organizzato, infine, nel senso dell’Ordine Martinista fondato alla fine del XIX secolo soprattutto attraverso Papus e Augustin Chaboseau, nasce più di un secolo dopo Pasqually e costruisce una nuova sintesi che rivendica la filiazione spirituale da Saint-Martin, incorporando progressivamente anche elementi martinésisti e willermoziani. Gli studi specialistici insistono proprio sulla necessità di mantenere distinte queste tre eredità settecentesche prima di seguirne le ricomposizioni moderne.

Pasqually, dunque, non fondò l’Ordine Martinista di Papus.

Saint-Martin non fondò un ordine chiamato Martinista.

E gli Élus Coëns non possono essere semplicemente rinominati “primi martinisti” senza perdere la specificità del loro progetto.

Il loro era un sacerdozio teurgico inserito in una struttura massonica.

Ed è proprio questa specificità a renderli irriducibili a ciò che verrà dopo.

Saint-Domingue e un ordine lasciato senza il suo centro

Nel 1772 Pasqually lasciò la Francia e partì per Saint-Domingue, ufficialmente per occuparsi di questioni legate a un’eredità. Da quel momento la guida dell’Ordine divenne molto più difficile. Le comunicazioni attraversavano l’Atlantico, molti aspetti del sistema erano ancora in fase di organizzazione e l’autorità del maestro non poteva essere facilmente sostituita da una struttura amministrativa stabile.

Pasqually morì a Saint-Domingue nel 1774, probabilmente a Port-au-Prince, lasciando incompiuti sia il Traité sia, in un certo senso, lo stesso edificio rituale che aveva costruito. Le incertezze che circondano alcuni dati della sua vita hanno coinvolto persino la data della morte in vecchie fonti, ma la documentazione moderna ha reso il 1774 la data generalmente accolta.

L’Ordine gli sopravvisse per qualche tempo, ma senza ritrovare una vera unità. Armand-Robert Caignet de Lestère gli succedette per breve tempo e morì nel 1778; successivamente Sébastien de Las Casas contribuì piuttosto alla progressiva cessazione delle attività. Alcuni templi continuarono a lavorare più a lungo di altri e quello di Tolosa rimase attivo fino agli anni della Rivoluzione, ma alla fine del XVIII secolo il sistema originario poteva considerarsi sostanzialmente estinto come organizzazione storica continua. Gli studi sul tempio coën di Tolosa documentano infatti una sopravvivenza fino al 1792.

Questo dato è particolarmente importante quando si affrontano le numerose rinascite moderne degli Élus Coëns. Nel XIX e soprattutto nel XX secolo differenti organizzazioni martiniste e iniziatiche hanno tentato di restaurare o ricostruire il sistema teurgico di Pasqually attraverso manoscritti, rituali sopravvissuti e filiazioni spirituali. Alcune rivendicano linee di trasmissione più o meno complesse; altre dichiarano apertamente di lavorare attraverso ricostruzioni documentarie. Dal punto di vista storico, la continuità rituale ininterrotta dall’Ordine settecentesco alle organizzazioni moderne è problematica e non può essere semplicemente presupposta. La continuità dottrinale e documentaria, invece, è indiscutibile: possediamo manoscritti, corrispondenza, catechismi, diagrammi, istruzioni e testimonianze che permettono di ricostruire una parte considerevole del suo pensiero e della sua pratica.

Il tempio storico è scomparso.

Il deposito non è scomparso con lui.

Che cosa cercavano realmente gli Élus Coëns?

Visti da fuori, cerchi, fumigazioni, nomi angelici, segni luminosi e gerarchie iniziatiche possono suggerire l’immagine di una società impegnata nella ricerca di fenomeni soprannaturali. Se però si rimane a questo livello, si perde proprio ciò che teneva insieme l’intero sistema.

L’Élu Coën non avrebbe dovuto cercare la manifestazione spirituale per provare a se stesso di possedere un potere.

Doveva cercarla perché non possedeva più il potere originario dell’uomo.

L’operazione cominciava da una mancanza, non da una superiorità.

L’essere umano era caduto, viveva in una condizione che non corrispondeva alla sua origine e portava dentro di sé le conseguenze di una volontà che aveva scelto la separazione. La conoscenza della dottrina non bastava a cancellare quella distanza, così come il grado ricevuto non trasformava automaticamente l’iniziato in un essere reintegrato. Preghiera, disciplina, purificazione e teurgia tentavano di ricostruire progressivamente una relazione.

La magia degli Élus Coëns assume quindi una forma profondamente diversa dalla caricatura del mago che ordina all’universo di soddisfarne i desideri. Il loro ideale non consiste nell’affermare la volontà individuale, ma nel ricondurre la volontà individuale dentro un ordine dal quale si è separata.

Proprio qui emerge anche la più interessante lettura psicologica possibile, purché venga mantenuta come interpretazione successiva e non trasformata nella spiegazione di ciò che Pasqually “intendeva realmente”. Il mito della prevaricazione può essere letto come immagine della volontà che si chiude nella propria autosufficienza; la caduta come perdita di una relazione più ampia; la materia come esperienza di separazione e la reintegrazione come processo di ricomposizione. Ma Pasqually non stava costruendo una psicologia simbolica: riteneva che spiriti, cadute, gerarchie, Cristo e operazioni teurgiche appartenessero alla realtà.

La psicologia può mostrarci perché queste immagini possiedano ancora forza.

Non ha il diritto di cancellarne l’ontologia originaria.

Il segreto lasciato da Pasqually

La figura di Martinès de Pasqually rimane paradossale proprio perché ciò che sappiamo con maggiore certezza non è chi fosse prima di comparire negli ambienti massonici, ma ciò che produsse dopo esservi entrato. Le sue origini restano in parte oscure, la provenienza esatta della sua formazione iniziatica non è documentata e lo stesso sistema degli Élus Coëns venne costruito progressivamente, senza raggiungere una forma definitiva prima della sua morte. Eppure da quell’esperienza incompleta nacquero tre linee destinate a incidere profondamente sull’esoterismo europeo: la teurgia martinésista, la via interiore di Saint-Martin e la rielaborazione massonica di Willermoz.

È difficile immaginare un’eredità più grande per un ordine la cui vita effettiva fu così breve.

Forse la ragione sta proprio nel problema che Pasqually aveva posto al centro della propria dottrina. Non chiedeva semplicemente che cosa l’uomo dovesse credere, ma che cosa fosse accaduto all’uomo perché avesse bisogno di essere salvato. E non si accontentava di rispondere con una colpa morale ereditata: costruiva una cosmologia nella quale la condizione umana era il risultato di una rottura fra livelli dell’essere, una rottura che coinvolgeva volontà, libertà, materia e mondo spirituale.

Dentro quella storia, il rito acquistava inevitabilmente un altro peso.

Tracciare un cerchio non significava proteggersi genericamente dalle “energie negative”.

Pronunciare un nome non era un espediente per ottenere un effetto.

Attendere una manifestazione non significava collezionare fenomeni.

Ogni gesto avrebbe dovuto ripetere, su scala umana, il tentativo di ricostruire un ordine infranto.

È per questo che, quando Saint-Martin comincerà progressivamente a dubitare della necessità di tutta quella architettura cerimoniale, non abbandonerà davvero la domanda ricevuta dal maestro. La sposterà.

Pasqually aveva costruito un tempio nel quale l’uomo tentava di richiamare la propria funzione originaria attraverso la teurgia.

Saint-Martin finirà per chiedersi se quel tempio non dovesse essere cercato altrove.

Non fuori dall’uomo, ma nel suo centro più profondo.

Ed è da quel passaggio che nascerà la via interiore.

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