La stanza è la stessa, il tavolo è lo stesso e anche il sigillo tracciato al centro non è stato modificato. Cambia soltanto la risposta alla domanda più elementare: che cosa sta accadendo qui? Durante una prima operazione il praticante può comportarsi come se l’entità evocata fosse un essere autonomo, realmente esistente in un ordine invisibile e capace di rispondere alla chiamata; qualche settimana dopo potrebbe eseguire un lavoro quasi identico interpretando la stessa presenza come una configurazione della psiche, una personalità parziale o un contenuto inconscio reso percepibile dal rituale; in un terzo esperimento potrebbe abbandonare entrambe le spiegazioni e trattare l’intera procedura come manipolazione di informazione, oppure come modificazione intenzionale delle probabilità. Il gesto non consiste semplicemente nel cambiare opinione, perché durante l’operazione ciascuna visione dovrebbe essere abitata abbastanza profondamente da organizzare percezione, comportamento, aspettative e significato. Terminato il lavoro, però, il praticante dovrebbe essere capace di uscire da quella costruzione e ricordare che ciò che per alcune ore ha trattato come realtà assoluta era anche un paradigma scelto.
È probabilmente qui, più che nei sigilli, nella Chaosphere o nell’estetica anticonvenzionale, che la Chaos Magick compie la propria rottura più profonda con una parte dell’occultismo precedente. Le grandi tradizioni magiche avevano spesso costruito l’efficacia dell’operazione dentro una cosmologia: determinati spiriti esistevano, certe corrispondenze appartenevano realmente alla struttura del cosmo, specifici nomi possedevano un determinato potere e il praticante imparava progressivamente a conoscere e utilizzare quell’ordine. La Chaos Magick nata nell’ambiente britannico di Peter J. Carroll e Ray Sherwin alla fine degli anni Settanta non elimina necessariamente queste possibilità, ma introduce una domanda differente: è indispensabile sapere quale cosmologia sia definitivamente vera prima di poter operare attraverso di essa? Gli studi contemporanei sulla corrente riconoscono proprio nel suo rapporto iconoclasta con la tradizione, nella possibilità di ricombinare fonti differenti e nella legittimazione dell’innovazione alcuni dei tratti che la distinguono nell’esoterismo tardo-novecentesco.
Da questa domanda derivano tre concetti che finiranno per diventare inseparabili: paradigma, credenza e gnosi. Il paradigma fornisce la struttura attraverso cui l’operazione viene interpretata; la credenza permette al praticante di entrare abbastanza profondamente in quella struttura perché il simbolo non rimanga intellettualmente inerte; la gnosi tenta di creare una condizione della coscienza nella quale l’intenzione venga concentrata oltre il normale rumore del pensiero discorsivo. La relazione fra questi elementi costituisce una delle architetture più caratteristiche della Chaos Magick, ma è stata anche una delle più banalizzate. Ridotta alla cultura contemporanea del “credi ciò che vuoi”, perde quasi tutto il proprio rigore; trasformata invece in una filosofia secondo cui qualsiasi convinzione diventerebbe oggettivamente vera nel momento in cui viene adottata, degenera in un relativismo che gli stessi autori chaos più attenti non erano necessariamente disposti a sostenere.
Il problema è molto più interessante: che cosa accade quando impariamo a distinguere ciò che crediamo dalla nostra capacità di credere?
La credenza smette di essere soltanto una conclusione
Peter J. Carroll formulò esplicitamente, anche nei suoi scritti successivi, uno dei principi divenuti più noti della corrente: nella Chaos Magick la credenza viene trattata come strumento della magia, anziché esclusivamente come fine da raggiungere. La formulazione matura è chiarissima, ma il principio era già presente nella struttura di Liber Null, soprattutto nella sezione Random Belief di Liber NOX, dove Carroll propone di sperimentare per periodi limitati sistemi incompatibili fra loro, passando attraverso paganismo, monoteismo, ateismo, nichilismo, chaoismo e superstizione. Non si tratta di un semplice catalogo di filosofie: l’esercizio intende destabilizzare l’automatismo attraverso cui una persona finisce per considerare inevitabile la visione del mondo nella quale si è abituata a vivere.
La mossa è radicale perché la maggior parte delle persone non sperimenta le proprie convinzioni come strumenti. Le vive come descrizioni della realtà. Se credo che gli spiriti siano esseri autonomi, interpreto determinati eventi secondo quella premessa; se considero ogni fenomeno spirituale un prodotto della psiche, utilizzerò invece categorie psicologiche; se parto da un materialismo rigoroso, escluderò in anticipo altre spiegazioni. Non è necessario che queste posizioni siano consapevolmente dogmatiche perché esercitino il proprio potere: proprio le convinzioni meno osservate tendono a diventare lo sfondo attraverso cui viene selezionato ciò che appare plausibile.
La pratica chaos tenta di portare quello sfondo in primo piano. Se posso accorgermi che la mia esperienza cambia quando adotto una differente struttura interpretativa, allora la credenza non è più soltanto qualcosa che possiedo; diventa anche qualcosa che opera attraverso di me. Il passo successivo consiste nell’imparare a intervenire deliberatamente su quel processo.
Questo non significa che Carroll chieda semplicemente di recitare una parte fingendo di credere. Una rappresentazione superficiale, nella quale il praticante continua interiormente a pensare che tutto sia assurdo mentre pronuncia parole alle quali non attribuisce alcun significato, difficilmente realizza l’esperimento. Il paradigma deve essere assunto con sufficiente intensità da modificare temporaneamente ciò che viene considerato possibile, significativo o reale. Terminato il lavoro, però, dovrebbe essere possibile ritornare a una posizione più distaccata e osservare ciò che è avvenuto senza essere obbligati a trasformare l’esperimento in conversione definitiva.
Questa capacità di entrare e uscire dai sistemi verrà comunemente chiamata paradigm shifting, spostamento di paradigma. Il termine diventerà sempre più caratteristico della cultura chaos successiva, ma il suo nucleo è già evidente nell’esercizio delle credenze casuali di Carroll: il mago non aspira necessariamente a raggiungere una convinzione perfettamente immobile, bensì a sviluppare una relazione più consapevole con il processo attraverso cui le convinzioni strutturano l’esperienza.
La differenza è enorme. L’eclettico raccoglie elementi da molti sistemi; il chaos magician, almeno idealmente, dovrebbe imparare a pensare dall’interno di sistemi differenti senza confonderli.
Paradigma non significa mischiare tutto
È proprio qui che compare uno degli errori più frequenti nella rappresentazione popolare della Chaos Magick. Se ogni sistema può essere utilizzato, allora sembrerebbe possibile prendere un poco di Cabala, aggiungere una divinità egizia, alcuni concetti buddhisti, un personaggio della cultura popolare, termini provenienti dalla fisica e costruire liberamente un rituale. Tecnicamente nulla impedisce una simile ricombinazione, ma questo non significa che il risultato possieda automaticamente coerenza.
Un paradigma funzionale non è semplicemente un mucchio di simboli.
È una struttura di relazioni.
Se durante una determinata operazione il praticante decide di assumere una cosmologia spiritica, deve almeno comprendere che cosa significhi lavorare in un universo nel quale le entità possiedono autonomia, intenzione e capacità di interazione. Se utilizza invece un modello psicologico, ciò che precedentemente chiamava spirito potrebbe essere interpretato come configurazione psichica, immagine personificata o contenuto dissociato; il linguaggio rituale potrà perfino rimanere quasi identico, ma il significato attribuito all’azione cambia.
L’abilità non consiste pertanto nell’accumulare simboli provenienti da più sistemi, ma nel comprendere abbastanza bene i sistemi da poterli adottare senza appiattirli.
Questo punto è particolarmente importante quando vengono utilizzate tradizioni religiose viventi. Il pragmatismo chaos non annulla la storia delle pratiche né autorizza a sostenere che una divinità, un rito o un oggetto sacro significhino esattamente ciò che il praticante decide privatamente. È possibile utilizzare una costruzione personale ispirata a una tradizione, ma bisogna distinguere quella costruzione dalla tradizione stessa. La libertà paradigmatica non elimina la necessità dello studio; se mai, la rende più severa, perché senza conoscenza non si sta realmente cambiando paradigma, ma soltanto passando da una caricatura all’altra.
Questa distinzione permette anche di comprendere perché la Chaos Magick possa essere contemporaneamente eclettica e anti-sincretistica nel senso più rigoroso. Non richiede necessariamente di fondere tutte le tradizioni dentro una verità universale nascosta; può invece utilizzarle come modelli distinti, mantenendone perfino le incompatibilità.
Non tutto deve essere riconciliato.
A volte è proprio la contraddizione a rendere visibile il paradigma.
I modelli della magia e la mappa che non è il territorio
Durante gli anni successivi alla prima formulazione chaos, altri autori cercarono di rendere più chiara questa capacità di muoversi fra spiegazioni differenti. Uno dei contributi più influenti fu quello di Frater U∴D∴, Ralph Tegtmeier, che nel saggio Models of Magic, pubblicato nel 1991, propose una classificazione in quattro grandi modelli più un quinto meta-modello. È importante attribuire correttamente questa tassonomia: non appartiene originariamente a Carroll, anche se si inserisce perfettamente nello sviluppo del pensiero paradigmatico della Chaos Magick. Frater U∴D∴ distingueva modello spiritico, energetico, psicologico e informazionale, ai quali aggiungeva il meta-modello capace di utilizzare gli altri senza considerarne nessuno come spiegazione definitiva.
Nel modello spiritico, l’operatore lavora in un universo popolato da entità dotate di una qualche autonomia: dèi, spiriti, angeli, demoni, antenati o altre intelligenze possono essere incontrati, invocati, evocati o interpellati. È il tipo di spiegazione che incontriamo in moltissime tradizioni religiose e magiche, anche se le differenze fra queste ultime sono enormi e non possono essere ridotte a un’unica teoria universale degli spiriti.
Nel modello energetico, l’accento si sposta dall’entità alla forza: il mondo sarebbe attraversato da energie, fluidi o correnti sottili che il praticante può percepire, accumulare, dirigere o trasformare. Molte concezioni moderne dell’aura, del magnetismo o dell’energia magica possono essere collocate in questa famiglia, pur provenendo da genealogie molto differenti.
Il modello psicologico interpreta invece divinità, spiriti, simboli e rituali attraverso processi della mente, dell’inconscio, dell’immaginazione o delle strutture profonde della personalità. L’evocazione può allora essere compresa come esternalizzazione di un contenuto psichico e l’invocazione come identificazione temporanea con una configurazione o qualità della personalità.
Il successivo modello informazionale tenta di descrivere la magia attraverso trasmissione, organizzazione e modificazione dell’informazione, utilizzando un linguaggio più vicino alla cultura informatica e cibernetica del tardo Novecento. Infine, nel meta-modello, la domanda “quale di questi è vero?” viene temporaneamente sostituita da “quale di questi è più utile per comprendere e condurre questa specifica operazione?”. Frater U∴D∴ insisteva proprio sulla necessità di non confondere il modello con ciò che dovrebbe rappresentare, perché una mappa può essere utile senza coincidere con il paesaggio.
La distinzione è essenziale anche per evitare un errore frequente: il meta-modello non dichiara necessariamente che spiriti, energie, psiche e informazione siano simultaneamente realtà oggettive nel senso letterale. Può limitarsi a sospendere il giudizio e utilizzare ciascuna costruzione quando essa permette di lavorare in modo più coerente.
È agnosticismo operativo, non obbligatoriamente relativismo ontologico.
La gnosi non è la Gnosi
Se il paradigma stabilisce il mondo dentro il quale l’operazione acquista significato, la gnosi riguarda invece lo stato nel quale l’intenzione viene condotta verso la massima concentrazione. Il termine richiede una precisazione storica fondamentale, perché l’uso chaos non coincide con la Gnosi delle correnti gnostiche dell’antichità. Negli gnosticismi storici la gnosi è conoscenza salvifica, rivelazione della condizione dell’uomo e della realtà divina; in Liber Null Carroll utilizza la parola per designare uno stato di coscienza caratterizzato dalla drastica riduzione della dispersione mentale e dalla concentrazione su un contenuto centrale.
Carroll considera gli stati modificati di coscienza fondamentali per l’operazione magica e divide le vie verso la gnosi in due grandi famiglie, apparentemente opposte. La prima è inibitoria e procede riducendo progressivamente stimoli, movimento e proliferazione del pensiero fino a ottenere un’attenzione estremamente raccolta; la seconda è eccitatoria e utilizza invece crescente intensità emotiva, ritmica o corporea fino a produrre una condizione nella quale l’attenzione viene ugualmente assorbita da un unico obiettivo. Nella sua teoria, quiete estrema e intensità estrema possono quindi convergere verso quello che descrive come uno stato di coscienza puntiforme.
La classificazione è uno degli elementi più caratteristici della magia di Carroll perché permette di leggere pratiche provenienti da contesti completamente differenti attraverso una medesima funzione. Meditazione, contemplazione, canto ritmico, danza, ritualità intensamente emotiva e altri metodi possono produrre esperienze molto differenti dal punto di vista religioso, ma Carroll cerca in esse un principio comune: la temporanea sospensione della normale frammentazione dell’attenzione.
Qui bisogna tuttavia evitare l’errore opposto rispetto al dogmatismo tradizionale. Il fatto che pratiche diverse possano modificare attenzione e coscienza non dimostra che siano spiritualmente, culturalmente o psicologicamente equivalenti. La ricerca contemporanea conferma che ritualità intensa, focalizzazione, canto, suggestione e altre condizioni possono effettivamente accompagnarsi a modificazioni soggettive e misurabili dell’esperienza, ma questi risultati riguardano fenomeni psicofisiologici e non costituiscono una conferma sperimentale dell’interpretazione magica attribuita da Carroll alla gnosi.
La differenza deve rimanere molto chiara. Possiamo affermare che gli esseri umani sono capaci di entrare in stati di profondo assorbimento e che aspettativa, attenzione, suggestione e contesto possono modificare significativamente l’esperienza. Non possiamo dedurre da questo, senza ulteriori prove, che un’intenzione introdotta durante quello stato possa causalmente modificare eventi esterni.
La prima affermazione appartiene alla psicologia.
La seconda appartiene alla teoria magica.
Perché la gnosi dovrebbe servire alla magia
All’interno del sistema chaos la gnosi non viene ricercata semplicemente perché lo stato alterato sia interessante o piacevole. Ha una funzione precisa: ridurre l’interferenza del pensiero cosciente nel momento in cui l’intenzione magica viene concentrata.
Qui il debito verso Austin Osman Spare diventa evidente. Spare aveva elaborato una teoria nella quale il desiderio cosciente può paradossalmente ostacolare la propria realizzazione quando viene continuamente alimentato da ansia, controllo e ripetizione mentale. La costruzione del sigillo cerca precisamente di trasformare l’intenzione in una forma simbolica abbastanza lontana dalla frase originaria da poter essere utilizzata senza mantenere il desiderio nella sua normale formulazione discorsiva. Carroll integra questa intuizione dentro la teoria più generale della gnosi e del cosiddetto psychic censor, il censore psichico che, nel suo modello, filtra e limita ciò che riesce a penetrare oltre la normale organizzazione della coscienza. La stessa struttura di Liber Null mette infatti in relazione addestramento mentale, gnosi, incantamento, credenza casuale e altre tecniche come parti di un unico percorso.
La sequenza ideale diventa allora riconoscibile. L’intenzione viene prima chiarita, successivamente condensata in un simbolo o in una forma operativa, portata dentro una condizione di attenzione radicalmente concentrata e infine lasciata andare, riducendo per quanto possibile la continua verifica cosciente del risultato.
Il punto più interessante è che la gnosi non dovrebbe produrre più pensiero, ma meno interferenza.
Il praticante non tenta di convincersi attraverso un lungo ragionamento che il simbolo funzionerà. Cerca di arrivare al momento in cui ragionamento, dubbio, aspettativa e commento interiore smettono temporaneamente di occupare il centro dell’esperienza.
Questa differenza separa la gnosi chaos dalla semplice visualizzazione positiva. Non si tratta principalmente di ripetere una convinzione fino a crederla, ma di costruire l’intenzione e successivamente portarla oltre quella parte della mente che continua a discuterla.
Che questo processo possieda realmente un’efficacia magica rimane, naturalmente, una questione interna alla pratica esoterica.
Che possa modificare profondamente l’esperienza soggettiva è invece molto meno controverso.
Credere può modificare ciò che percepiamo senza modificare necessariamente il mondo
È proprio qui che la psicologia offre un accompagnamento particolarmente importante, perché permette di comprendere quanto credenza e aspettativa possano trasformare l’esperienza senza che ciò richieda necessariamente una causalità soprannaturale.
La ricerca sulla suggestione e sull’ipnosi mostra che aspettative, contesto e indicazioni ricevute possono contribuire a modificare percezione, attenzione e sensazione di involontarietà; la risposta ipnotica non viene oggi spiegata attraverso un unico meccanismo e continua a essere oggetto di modelli differenti, ma il ruolo di aspettative e suggestione è ampiamente studiato. Allo stesso modo, studi sul rituale mostrano che condizioni ritualizzate possono accompagnarsi a stati soggettivi fortemente modificati e a cambiamenti nell’affettività, nello stress percepito e nell’assorbimento.
Questi dati producono una conseguenza epistemologica importante per il chaos magician. Se entro in un rituale credendo intensamente che una presenza sia reale, mi preparo ad aspettarla, concentro l’attenzione su segnali coerenti con la sua manifestazione e mi trovo in uno stato di elevato assorbimento, l’esperienza che ne deriva può essere estremamente convincente anche senza permettermi di stabilire immediatamente che cosa l’abbia causata.
Potrei aver incontrato una entità autonoma.
Potrei aver prodotto una personificazione psichica.
Potrei aver interpretato segnali ambigui secondo le aspettative costruite dal rituale.
Potrebbero concorrere più processi.
Oppure la natura dell’esperienza potrebbe rimanere irrisolta.
La Chaos Magick, nelle sue formulazioni migliori, non è obbligata a scegliere immediatamente. Proprio la disponibilità di paradigmi differenti permette di separare l’intensità dell’esperienza dalla certezza sull’interpretazione.
Questo è uno dei punti nei quali il relativismo operativo può diventare un vero strumento di discernimento, invece che una fuga dal problema della verità.
La fede provvisoria deve essere abbastanza forte da funzionare e abbastanza debole da finire
Il vero problema della credenza come strumento non consiste quindi nell’imparare a credere, ma nell’imparare a smettere di credere quando l’operazione è terminata.
È molto più difficile.
Un paradigma intensamente abitato può continuare a produrre conseguenze dopo il rituale. Se per settimane tratto coincidenze, sogni ed eventi casuali come messaggi di una determinata entità, la mia attenzione diventerà progressivamente più capace di individuarne altri. Ogni nuova conferma rafforzerà il sistema interpretativo, rendendo sempre più difficile riconoscere gli eventi che non vi rientrano. Carroll stesso ha sintetizzato in epoca successiva questo pericolo osservando che la credenza tende a cercare conferme; proprio per questo, nel suo ideale chaos, deve rimanere uno strumento e non diventare automaticamente il padrone dell’operatore.
È qui che il paradigma si differenzia dalla conversione.
Durante l’operazione posso aver bisogno di entrare profondamente nella cosmologia che sto utilizzando, ma successivamente devo essere capace di chiedermi che cosa sia realmente accaduto senza proteggere quella cosmologia da ogni possibile critica. Se tutte le coincidenze sono conferme, tutti i fallimenti sono “resistenze”, ogni dubbio è interpretato come interferenza e ogni contraddizione viene trasformata in una prova più sottile, il paradigma è diventato impermeabile.
Non lo sto più usando.
Mi sta usando lui.
La capacità di ritornare alla posizione meta-paradigmatica rappresenta quindi una delle forme più difficili della disciplina chaos. L’operatore deve saper entrare nella fede senza diventare incapace di uscirne, proprio come un attore può abitare intensamente un personaggio senza dimenticare per sempre di essere entrato in scena.
La metafora teatrale non deve però far pensare a una finzione superficiale. Nella pratica rituale seria, l’esperienza può essere emotivamente e simbolicamente molto intensa; proprio per questo il ritorno alla condizione ordinaria e la successiva valutazione acquistano importanza.
Il paradigma deve essere reversibile.
Il meta-paradigma e il rischio di trasformare il relativismo in dogma
La Chaos Magick incontra però a questo punto un paradosso inevitabile. Se nessun sistema deve diventare assoluto, che cosa accade quando la convinzione secondo cui “nessun sistema è assoluto” diventa a sua volta un assoluto?
Il meta-paradigma può trasformarsi facilmente nell’ennesimo dogma.
Il praticante può guardare dall’alto le religioni, le tradizioni iniziatiche e gli occultisti più ortodossi convinto di averli superati perché lui solo conosce il carattere costruito delle loro credenze. A quel punto l’antidogmatismo diventa un’altra identità rigida, forse persino più difficile da riconoscere perché si presenta come libertà.
Gli studi accademici sulla Chaos Magick hanno sottolineato proprio questa tensione fra iconoclastia e necessità di costruire una propria legittimità. La corrente rifiuta molte modalità tradizionali attraverso cui l’occultismo aveva giustificato la propria autorità, ma deve inevitabilmente produrre altri criteri per distinguere ciò che considera pratica seria da ciò che considera semplice arbitrio.
Anche la famosa flessibilità può diventare un segno identitario: “noi cambiamo paradigma, gli altri sono dogmatici”. Ma se la posizione chaos non può essere sottoposta allo stesso procedimento che applica alle altre credenze, allora ha già fallito il proprio esperimento.
Il vero meta-paradigma dovrebbe comprendere anche la possibilità che il pragmatismo stesso non sia sempre il modello più adatto.
Ci possono essere situazioni nelle quali studiare seriamente una tradizione richiede di accettarne temporaneamente i limiti, senza modificarla appena qualcosa appare scomodo. Esistono forme religiose nelle quali la fedeltà è parte costitutiva dell’esperienza e non può essere sostituita dal consumo temporaneo del sistema senza cambiarne la natura. Esistono inoltre conoscenze storiche che non diventano relative soltanto perché possiamo adottare prospettive differenti.
Il paradigma è uno strumento interpretativo.
Non è il diritto di modificare i fatti.
La gnosi e il problema dell’intensità
Un’altra distorsione della cultura chaos successiva consiste nell’aver confuso talvolta la gnosi con la ricerca dell’esperienza più estrema possibile. Se l’obiettivo è interrompere la coscienza ordinaria, sembrerebbe logico spingere eccitazione, stanchezza, emozione o stimolazione sempre più lontano. Ma questa conclusione perde di vista il principio fondamentale formulato dallo stesso Carroll: ciò che conta è la concentrazione sull’obiettivo, non la spettacolarità del metodo.
Uno stato caotico nel senso comune della parola, nel quale l’operatore perde completamente orientamento e capacità di mantenere il proprio intento, non corrisponde alla gnosi carrolliana. L’obiettivo non è diventare confusi, ma ridurre la pluralità del pensiero fino a una condizione di estrema focalizzazione. Nella terminologia di Liber Null, vie inibitorie ed eccitatorie sono interessanti proprio perché dovrebbero convergere verso la stessa qualità di attenzione puntiforme.
Questa precisazione è importante anche perché alcune tecniche storicamente elencate nella letteratura chaos comportano rischi fisici e psicologici reali e non sono necessarie per comprendere né per esplorare il principio della gnosi. Metodi basati su meditazione, focalizzazione, ritmo, canto o ritualizzazione possono già mostrare quanto profondamente l’attenzione possa cambiare senza trasformare la ricerca dello stato modificato in una prova di resistenza. La documentazione psicologica conferma del resto che assorbimento, focalizzazione e aspettativa possono produrre esperienze soggettive significative senza richiedere condizioni estreme.
La disciplina chaos, nella sua forma più matura, dovrebbe quindi distinguere intensità da efficacia.
Un’esperienza può essere travolgente e non produrre alcun risultato rilevante.
Un’altra può essere quasi silenziosa e modificare profondamente il modo in cui l’operatore percepisce o agisce.
La quantità di emozione non costituisce automaticamente una misura del valore magico.
Dal paradigma al risultato
Paradigma e gnosi rimarrebbero soltanto interessanti tecniche della coscienza se non fossero collegati al terzo elemento che attraversa la prima Chaos Magick: la verifica dell’operazione.
Ray Sherwin aveva reso questa esigenza evidente già attraverso il titolo The Book of Results. Il problema non è soltanto sperimentare un paradigma e osservare che produce un’esperienza diversa; bisogna stabilire quale risultato l’operazione si proponeva e confrontarlo con ciò che avviene successivamente. È qui che la magia pragmatica incontra il proprio limite più difficile, perché la stessa elasticità interpretativa che permette di cambiare paradigma può trasformarsi in uno strumento perfetto per salvare ogni operazione dal fallimento.
Se il risultato previsto non avviene, posso cambiare spiegazione.
Se accade qualcosa di diverso, posso reinterpretarlo.
Se non accade nulla, posso sostenere che il lavoro abbia prodotto un effetto invisibile.
Se accade qualcosa molti mesi dopo, posso collegarlo retrospettivamente all’operazione.
In questo modo il paradigma diventa invulnerabile proprio perché può essere continuamente modificato.
La soluzione non consiste nel fingere che la magia chaos possieda gli stessi criteri della sperimentazione scientifica, perché normalmente non li possiede. Consiste almeno nel definire prima dell’operazione ciò che viene considerato successo, successo parziale, risultato ambiguo o fallimento e nel registrare successivamente ciò che è realmente avvenuto senza correggere la previsione a posteriori.
Qui il diario magico diventa molto più importante di qualsiasi slogan sulla libertà della credenza.
Un paradigma che non può fallire non può essere confrontato.
Una credenza che interpreta ogni cosa come conferma non è uno strumento.
È una prigione perfetta.
Paradigma e identità
Esiste infine un livello ancora più profondo, perché non cambiamo paradigma soltanto quando passiamo da una cosmologia spiritica a una psicologica. Anche l’identità personale può funzionare come paradigma.
Crediamo di essere persone pazienti o impulsive, razionali o intuitive, religiose o scettiche, incapaci di visualizzare, particolarmente sensibili alle presenze, portate per la divinazione oppure negate per il rituale. Alcune di queste descrizioni possiedono naturalmente basi reali e possono derivare da esperienze ripetute; altre diventano profezie private che selezionano il comportamento necessario a confermarle.
La Chaos Magick ha spesso utilizzato il cambio di paradigma anche come metamorfosi dell’identità, chiedendo al praticante di assumere temporaneamente modi di percepire e agire che normalmente considera estranei a se stesso. L’idea possiede affinità con la cultura tardo-moderna dell’identità flessibile e alcuni studi antropologici sulla Chaos Magick hanno osservato precisamente come trance, possessione simbolica e costruzione di sé vengano utilizzate per rendere visibili e modificabili paure, desideri e schemi di comportamento percepiti come limitanti.
Dal punto di vista psicologico la possibilità di sperimentare ruoli differenti può favorire consapevolezza e flessibilità, ma anche qui non ogni destabilizzazione dell’identità è automaticamente utile. La capacità di ritornare a un senso coerente di sé è importante tanto quanto quella di allontanarsene temporaneamente; un paradigma efficace deve poter essere assunto senza dissolvere completamente il criterio attraverso cui l’esperienza viene successivamente valutata.
La libertà chaos non consiste nell’essere nessuno.
Consiste nel non essere costretti a confondere per sempre una singola descrizione di sé con tutto ciò che possiamo diventare.
La credenza come laboratorio
A questo punto possiamo comprendere perché paradigma, gnosi e credenza formino un’unica architettura.
Il paradigma determina il mondo nel quale stiamo operando.
La credenza rende quel mondo sufficientemente reale da permettere all’operazione di possedere intensità e coerenza.
La gnosi concentra l’intenzione riducendo l’interferenza della coscienza ordinaria.
Il risultato costringe infine il praticante a ritornare dal mondo costruito e confrontarsi con ciò che è realmente accaduto.
Se manca uno di questi passaggi, l’intero sistema cambia natura.
Senza paradigma rimangono tecniche prive di struttura.
Senza credenza rimane teatro che l’operatore osserva dall’esterno.
Senza gnosi rimane un’intenzione continuamente frammentata dal commento cosciente.
Senza verifica rimane una narrazione che non incontra mai la possibilità dell’errore.
È precisamente quest’ultimo elemento a impedire, almeno idealmente, che la Chaos Magick diventi soltanto l’arte di persuadersi di qualsiasi cosa. La credenza deve essere abbastanza forte da operare e abbastanza provvisoria da poter essere giudicata; il paradigma abbastanza coerente da organizzare l’esperienza e abbastanza leggero da poter essere abbandonato; la gnosi abbastanza intensa da modificare la coscienza senza diventare un valore in se stessa.
La libertà non nasce allora dall’assenza di disciplina.
Nasce da una disciplina rivolta anche contro le proprie certezze.
La prova più difficile è tornare indietro
Immaginiamo di nuovo la stanza iniziale. Il rito è terminato, le candele sono quasi consumate e il sigillo che un’ora prima sembrava occupare l’intero campo dell’esperienza è tornato a essere inchiostro su carta. Durante l’operazione il praticante ha agito come se una determinata cosmologia fosse reale; forse ha percepito una presenza, forse un’immagine ha assunto una forza inattesa, forse nulla di straordinario è avvenuto. Qualunque sia stata l’esperienza, il lavoro più difficile comincia adesso.
Deve essere capace di non negare ciò che ha vissuto e di non trasformarlo immediatamente in una prova di ciò che crede.
È una posizione scomoda perché rifiuta entrambe le consolazioni. Lo scetticismo dogmatico può liquidare preventivamente ogni esperienza come autosuggestione; la credulità dogmatica può trasformare ogni esperienza significativa in conferma dell’invisibile. Il paradigma chaos tenta di rimanere nel mezzo abbastanza a lungo da continuare a osservare.
Forse l’entità era indipendente.
Forse era psichica.
Forse il modello dell’energia descrive meglio alcuni aspetti.
Forse nessuno dei modelli è sufficiente.
La possibilità di non decidere immediatamente non rappresenta una debolezza del sistema.
Può essere la sua parte più seria.
Perché trattare la credenza come strumento significa infine accettare qualcosa di molto più impegnativo della libertà di credere a ciò che vogliamo: significa riconoscere che anche la convinzione attraverso cui abbiamo appena prodotto una delle esperienze più intense della nostra vita può essere deposta sul tavolo insieme agli altri strumenti.
Il coltello rituale torna nella custodia.
La candela viene spenta.
Il sigillo viene chiuso nel quaderno.
Anche la credenza dovrebbe poter essere riposta.
Non perché fosse necessariamente falsa, ma perché soltanto dopo averne allentato la presa possiamo domandarci che cosa ci abbia realmente permesso di vedere e che cosa, invece, ci abbia insegnato a vedere perché ci aspettavamo che fosse lì.
È in questa oscillazione fra immersione e distacco che la Chaos Magick trova una delle proprie intuizioni più originali. Il vero paradigma non è quello che riesce a spiegare tutto, ma quello che possiamo utilizzare senza dimenticare che stiamo guardando il mondo attraverso una lente.
La gnosi restringe lo sguardo fino a un punto.
Il paradigma gli dà forma.
La credenza gli dà forza.
Il discernimento, alla fine, deve essere capace di riaprirlo.

