L’inchiostro delle novecento proposizioni è ancora recente quando Roma comincia a capire che quel giovane signore venuto dall’Emilia non ha preparato una normale disputa universitaria. Giovanni Pico della Mirandola ha ventitré anni e intende convocare filosofi e teologi perché discutano pubblicamente con lui di Aristotele e Platone, Tommaso d’Aquino e Duns Scoto, Averroè e Avicenna, Pitagora e gli Oracoli caldaici, magia, numeri, antichi sapienti e Cabala ebraica. È disposto persino a sostenere le spese del viaggio di chi vorrà affrontarlo. Sotto l’impressionante apparato di erudizione, tuttavia, si muove un’ambizione ancora più difficile da accettare: dimostrare che tradizioni apparentemente incompatibili conservano frammenti di una verità comune e che l’essere umano, proprio perché non è definitivamente inchiodato a un unico grado dell’esistenza, può utilizzare la filosofia e le discipline sapienziali per trasformare la propria condizione.
La disputa non avrà luogo.
Le Conclusiones, stampate a Roma alla fine del 1486, attireranno l’attenzione di Innocenzo VIII, una commissione esaminerà alcune proposizioni, tredici verranno giudicate problematiche e l’intero progetto precipiterà in una controversia che costringerà Pico a difendersi, fuggire e conoscere persino una breve detenzione in Francia. Il discorso preparato per aprire il confronto rimarrà inutilizzato. Soltanto dopo la sua morte verrà pubblicato e soltanto in seguito riceverà il titolo con cui diventerà uno dei testi più celebri del Rinascimento: Oratio de hominis dignitate, Discorso sulla dignità dell’uomo.
L’ironia storica è quasi perfetta. Il testo che generazioni successive avrebbero trasformato nel manifesto dell’uomo rinascimentale autonomo, padrone del proprio destino e liberato dalle gerarchie medievali, nasceva come introduzione a una disputa nella quale magia, Cabala, teurgia, filosofia scolastica e ascesa mistica occupavano un posto centrale. Separare la dignità dell’uomo da questo contesto significa ottenere un Pico più facilmente moderno, ma molto meno simile al Pico storico.
La sua domanda non è semplicemente quanto valga l’essere umano.
È che cosa possa diventare.
Giovanni Pico nacque il 24 febbraio 1463 nella famiglia dei conti di Mirandola e Concordia, in un ambiente che gli garantiva una libertà materiale e intellettuale insolita. Ancora adolescente fu indirizzato verso il diritto canonico a Bologna, ma abbandonò presto quella strada per dedicarsi alla filosofia, spostandosi fra Ferrara, Padova, Firenze e Parigi, attraversando in pochi anni alcuni dei principali centri della cultura europea. A Padova entrò in contatto con l’aristotelismo averroista e con Elia del Medigo; a Firenze incontrò il platonismo restituito alla cultura latina da Marsilio Ficino, frequentò Angelo Poliziano e il mondo mediceo; a Parigi conobbe da vicino la potenza dialettica della scolastica universitaria.
Queste esperienze non produssero in lui la scelta di una scuola contro le altre. Produssero il problema che avrebbe accompagnato tutta la sua breve vita: se uomini intelligentissimi, appartenenti a tradizioni diverse, avevano raggiunto conclusioni apparentemente incompatibili, era possibile che sotto il conflitto terminologico si nascondesse una concordanza più profonda?
Pico non cercava un semplice compromesso. La sua concordia non consisteva nel prendere qualcosa da tutti per costruire un sistema genericamente universale. Voleva mostrare che opposizioni considerate definitive, a cominciare da quella fra Platone e Aristotele, potevano dipendere da livelli differenti di discorso, da interpretazioni incomplete o da divergenze linguistiche. Il filosofo avrebbe dovuto attraversare le scuole senza diventare prigioniero di nessuna, riconoscendo in ciascuna ciò che poteva contribuire alla comprensione della verità.
Era un progetto smisurato, e Pico ne era perfettamente consapevole.
Proprio questa esigenza di concordia spiega perché nella sua biblioteca intellettuale trovino posto materiali che, per un lettore moderno, sembrerebbero appartenere a mondi separati. Filosofia aristotelica e platonica, teologia cristiana, sapienza ebraica, fonti arabe, tradizioni pitagoriche, Orfismo, Oracoli caldaici, magia e Cabala non costituiscono curiosità raccolte intorno a un nucleo filosofico più serio. Sono parti del problema stesso.
Pico sta cercando le forme attraverso le quali una verità nascosta può manifestarsi in linguaggi diversi.
L’uomo che non ricevette una forma definitiva
La pagina più celebre dell’Oratio immagina la creazione ormai compiuta. Ogni essere ha ricevuto un posto, una funzione, una natura. Le intelligenze celesti occupano i gradi superiori, gli animali possiedono le proprie qualità, ogni creatura manifesta la forma che le è stata assegnata. Quando arriva il momento di creare l’uomo, non rimane più una posizione specifica che gli appartenga esclusivamente.
Ed è precisamente questa mancanza a trasformarsi nel suo privilegio.
L’uomo non riceve una natura completamente determinata. Viene collocato in una posizione dalla quale può orientarsi in direzioni differenti. Può vivere secondo le potenze inferiori e degradarsi verso una condizione bestiale; può sviluppare la ragione e diventare autenticamente umano; può elevarsi attraverso l’intelligenza e la contemplazione fino ad avvicinarsi agli ordini angelici.
La dignità consiste dunque nella plasticità ontologica.
Il concetto è più radicale e, nello stesso tempo, meno moderno di quanto suggerisca una lettura superficialmente umanistica. Pico non afferma semplicemente che ciascuno possa inventare liberamente la propria identità. L’universo nel quale si muove rimane gerarchico, cristiano e orientato verso Dio. Esistono forme inferiori e superiori dell’esistenza, e la libertà umana assume il proprio significato pieno quando viene utilizzata per ascendere.
L’uomo è libero perché può trasformarsi, ma non tutte le trasformazioni hanno lo stesso valore.
Può diventare vegetale vivendo soltanto attraverso il nutrimento, animale seguendo esclusivamente la sensibilità, razionale esercitando la filosofia, angelico mediante la contemplazione. Nel punto più alto del percorso, persino la distinzione fra soggetto conoscente e realtà divina tende a essere superata nell’unione mistica.
La celebre immagine dell’uomo capace di farsi artefice di se stesso deve essere letta dentro questa geografia verticale.
Non siamo ancora davanti all’individuo moderno che rivendica il diritto di definire autonomamente il proprio progetto esistenziale. Siamo davanti a un essere che non possiede una posizione immutabile nella scala cosmica e che proprio per questo può intraprendere una trasformazione spirituale.
La libertà di Pico è una libertà per la metamorfosi.
Questo spiega anche perché magia e Cabala possano comparire nello stesso testo senza produrre, dal suo punto di vista, alcuna contraddizione. Se l’uomo deve trasformarsi, occorrono discipline capaci non soltanto di descrivere l’universo, ma di modificare il rapporto fra chi conosce e ciò che viene conosciuto.
La filosofia non può rimanere completamente contemplativa.
Deve diventare operativa.
Le novecento tesi e la possibilità di una filosofia totale
Le Conclusiones del 1486 costituiscono il luogo in cui questa ambizione appare nella forma più impressionante. Pico raccolse novecento proposizioni che intendeva discutere pubblicamente a Roma. Le prime 402 erano presentate in relazione a numerose autorità e tradizioni precedenti; le successive 498 esprimevano in maniera più diretta la sua elaborazione personale e comprendevano gruppi dedicati, fra l’altro, alla concordia filosofica, alla matematica, alla magia, agli Oracoli caldaici e alla Cabala.
Dentro quelle pagine compaiono Tommaso d’Aquino e Alberto Magno, Scoto e Averroè, Avicenna e al-Fārābī, Plotino, Porfirio, Giamblico e Proclo, pensatori ebrei e materiali cabalistici. La disposizione stessa delle tesi sembra voler mettere il lettore davanti a una biblioteca del sapere trasformata in campo di battaglia.
Pico non pretende che tutte le proposizioni siano contemporaneamente vere nello stesso significato. Alcune vengono presentate come posizioni da discutere, altre come interpretazioni di autori, altre ancora come conclusioni proprie. Il suo metodo rimane profondamente legato alla disputa scolastica, nella quale una tesi può essere assunta, attaccata, difesa e sottoposta a conseguenze logiche.
Eppure l’architettura complessiva suggerisce qualcosa di più.
Dietro la molteplicità delle scuole, Pico cerca un ordine.
La filosofia diventa un lavoro di traduzione fra sistemi. Aristotele può essere letto attraverso Platone, la filosofia araba può essere messa in rapporto con quella cristiana, la sapienza ebraica può essere interrogata per comprendere misteri che il cristiano ritiene già presenti nella propria rivelazione.
È qui che il progetto entra inevitabilmente nel territorio dell’esoterismo.
Perché se la verità è stata distribuita in linguaggi differenti, non tutti i livelli del significato possono essere immediatamente visibili. Esisteranno dottrine pubbliche e dottrine nascoste, interpretazioni letterali e significati segreti, forme filosofiche accessibili attraverso la ragione ordinaria e conoscenze che richiedono un metodo particolare per essere decifrate.
La tradizione esoterica diventa così una componente della concordia.
Non perché ciò che è segreto sia automaticamente vero, ma perché alcune tradizioni dichiarano di custodire un livello della verità trasmesso soltanto a pochi.
Fra tutte, nessuna affascinerà Pico quanto la Cabala ebraica.
Magia naturale e nozze segrete del mondo
Prima di arrivare alla Cabala occorre però capire che cosa Pico intenda per magia, perché anche qui il linguaggio moderno tende a confondere categorie che per lui erano decisamente differenti.
Pico distingue con forza una magia illecita, fondata sul rapporto con demoni, da una magia naturale che considera invece legittima e filosoficamente elevata.
La prima dipende da potenze spirituali ingannevoli e appartiene alla superstizione. La seconda nasce dalla conoscenza della natura.
Questa distinzione non era nuova. La cultura cristiana medievale aveva già discusso a lungo la possibilità che fenomeni apparentemente meravigliosi dipendessero da proprietà naturali non immediatamente comprensibili. Una qualità occulta poteva appartenere perfettamente alla natura anche quando la sua causa non fosse evidente. Il magnete che attrae il ferro rappresentava uno degli esempi più convincenti di una forza reale ma non spiegabile attraverso le qualità elementari immediatamente percepibili.
Pico porta questa concezione dentro una filosofia neoplatonica delle corrispondenze.
Le cose non esistono isolate. Fra i diversi livelli del cosmo esistono affinità, simpatie, analogie, tensioni e rapporti che collegano realtà apparentemente distanti. Una pianta può possedere una relazione con un astro; una qualità terrestre può manifestare una virtù celeste; elementi differenti possono appartenere alla stessa catena causale.
La magia naturale consiste nel riconoscere queste relazioni e nel renderle operative.
Nell’Oratio, Pico presenta il mago come colui che porta alla luce le forze nascoste della natura e unisce ciò che nel mondo appare separato. L’immagine utilizzata è quella delle nozze: la magia rende visibili e operative le unioni segrete attraverso cui il cosmo mantiene la propria coerenza.
È una concezione molto lontana dall’idea moderna della magia come pura imposizione della volontà individuale.
Il mago non inventa il legame.
Lo trova.
La natura contiene già le proprie simpatie; l’operatore comprende quali realtà possano essere ricondotte l’una verso l’altra. In questo senso, Pico arriva a presentare la magia legittima come parte pratica della filosofia naturale: ciò che il filosofo conosce teoricamente, il mago naturale mette in azione.
È importante, tuttavia, non trasformare Pico in un ritualista di cui possederemmo descrizioni operative dettagliate. Le fonti mostrano un uomo profondamente interessato alla teoria della magia, non un praticante documentato nel senso in cui lo saranno alcuni maghi cerimoniali dei secoli successivi.
La sua importanza è soprattutto filosofica.
La magia riceve una dignità intellettuale perché diventa la prova che conoscere la natura significa comprenderne le relazioni nascoste.
Ed è precisamente a questo punto che la Cabala entra nel sistema.
Dalla magia alla Cabala
Pico formula alcune delle affermazioni più audaci della sua carriera quando collega magia e Cabala alla dimostrazione della verità cristiana.
A suo giudizio, la magia naturale permette di comprendere i legami della creazione, ma la Cabala raggiunge un livello più elevato perché opera sul linguaggio sacro attraverso il quale Dio stesso avrebbe comunicato la propria rivelazione.
Nelle Conclusiones compaiono complessivamente 119 tesi esplicitamente cabalistiche. Quarantasette vengono presentate come derivanti dalla dottrina segreta dei sapienti ebrei; altre settantadue vengono formulate secondo l’interpretazione personale di Pico.
Il dato è importante perché mostra quanto la Cabala non fosse un’aggiunta marginale.
Occupa la parte culminante del progetto.
Per comprenderne il significato occorre però distinguere con grande attenzione la Kabbalah ebraica dalla Cabala cristiana che comincia a prendere forma attraverso Pico.
La Kabbalah ebraica è un insieme complesso e storicamente stratificato di tradizioni mistiche, teosofiche, esegetiche ed estatiche nate e sviluppatesi all’interno dell’ebraismo. Pico ne conosce alcune componenti attraverso testi, traduzioni e maestri ebrei o convertiti, ma le interpreta all’interno di una convinzione cristiana già stabilita.
Non entra nella Kabbalah per diventare cabalista ebreo.
Cerca nella Kabbalah la conferma esoterica del cristianesimo.
Questa differenza è decisiva.
Per Pico, la tradizione cabalistica sarebbe derivata da una rivelazione segreta concessa a Mosè e trasmessa oralmente attraverso generazioni di sapienti. In quanto sapienza mosaica, essa possiederebbe addirittura un’autorità superiore rispetto alle antiche teologie pagane che Ficino collegava a Zoroastro, Ermete, Orfeo, Pitagora e Platone.
Se la Cabala risale a Mosè, e se nei suoi simboli è possibile riconoscere Cristo e la Trinità, allora il cristianesimo potrebbe essere dimostrato attraverso una tradizione ebraica segreta precedente alla sua stessa formulazione storica.
È facile comprendere perché Pico trovasse questa idea irresistibile.
Ed è altrettanto facile comprendere quanto essa fosse problematica.
La biblioteca ebraica di Pico
La possibilità stessa di costruire questo progetto dipese da un incontro senza precedenti fra l’umanesimo cristiano e testi cabalistici fino ad allora quasi sconosciuti al mondo latino.
Pico studiò con diversi intellettuali ebrei e si avvicinò all’ebraico e all’aramaico. Fra le figure che ebbero un ruolo importante nel suo accesso alla tradizione ebraica si trovano Elia del Medigo, Yohanan Alemanno e soprattutto Flavio Mitridate, nome cristiano assunto dal siciliano convertito Guglielmo Raimondo Moncada, precedentemente ebreo.
Mitridate tradusse per Pico un’enorme quantità di materiale cabalistico dall’ebraico e dall’aramaico in latino, creando di fatto una biblioteca che nessun precedente intellettuale cristiano aveva posseduto in forma comparabile.
Fra le correnti cabalistiche che raggiunsero Pico ebbero particolare importanza quelle riconducibili a Menahem Recanati e Abraham Abulafia.
Recanati rappresentava soprattutto una tradizione teosofica ed esegetica centrata sulle sefirot e sui significati mistici della Scrittura. Abulafia aveva sviluppato invece una Cabala di carattere estatico e profetico nella quale combinazioni di lettere e nomi divini, meditazione e trasformazioni della coscienza partecipavano a un percorso verso l’esperienza profetica e l’unione intellettuale.
Pico riceve dunque materiale proveniente da correnti cabalistiche differenti e tenta di ricomporlo nel proprio sistema.
Il risultato non coincide con nessuna di esse.
La mediazione, inoltre, non fu neutrale. Le ricerche sui manoscritti utilizzati da Pico hanno mostrato che alcune traduzioni di Mitridate contenevano interpolazioni cristologiche assenti dagli originali ebraici. Il traduttore poteva modificare o ampliare il testo in modo da renderlo più compatibile con le aspettative cristiane del proprio committente.
Questo dato introduce una delle ironie più profonde nella nascita della Cabala cristiana.
Pico crede di scoprire all’interno di una sapienza ebraica antichissima alcune conferme del cristianesimo; almeno in determinati casi, quelle conferme erano state rafforzate proprio dal processo attraverso cui il testo ebraico veniva consegnato al lettore cristiano.
La storia è quindi assai più complessa della leggenda di un giovane genio che apprende direttamente “i segreti della Cabala”.
Siamo davanti a traduzioni, interpretazioni, adattamenti, intermediari, conversioni religiose e incomprensioni produttive.
E tuttavia proprio attraverso questo processo la Kabbalah entra con una forza nuova nella cultura cristiana europea.
Le sefirot diventano cristiane
Fra i concetti che Pico incontra nella Kabbalah vi è quello delle sefirot, le dieci modalità o emanazioni attraverso cui, in diverse correnti cabalistiche, viene articolata la manifestazione del divino.
Nella tradizione ebraica le sefirot possiedono una storia interpretativa vastissima e non possono essere ridotte a un semplice diagramma dell’“Albero della Vita” nel significato standardizzato che diventerà comune nell’occultismo moderno. Sono nomi, qualità, aspetti, dinamiche e relazioni attraverso cui i cabalisti cercano di parlare della manifestazione divina senza identificare l’essenza inconoscibile di Dio con il mondo creato.
Pico prende questa struttura e la legge cristologicamente.
Associa determinate sefirot alle Persone della Trinità, riconosce Cristo in configurazioni che la tradizione ebraica non aveva affatto formulato in termini cristiani e utilizza relazioni fra nomi, lettere e attributi divini come testimonianza nascosta della rivelazione cristiana.
Dal punto di vista interno al suo pensiero, non si tratta di una falsificazione.
Pico crede che la Cabala custodisca inconsapevolmente o segretamente verità che il cristianesimo ha portato alla piena manifestazione.
Dal punto di vista storico e comparativo, però, occorre essere molto chiari: la Cabala cristiana non è una semplice prosecuzione della Kabbalah ebraica. È una nuova costruzione religiosa nata dalla reinterpretazione cristiana di materiali ebraici.
Questa distinzione diventerà ancora più importante nei secoli successivi, quando Johannes Reuchlin, Francesco Giorgi, Agrippa e altri autori svilupperanno sistemi cabalistici sempre più autonomi rispetto alle loro fonti ebraiche originarie.
Con Pico si verifica il primo grande passaggio.
La Kabbalah smette di essere esclusivamente un discorso interno all’ebraismo e diventa, nelle mani di alcuni cristiani, una tecnologia ermeneutica attraverso la quale leggere anche il cristianesimo.
Lettere, numeri e nomi divini
La fascinazione di Pico per la Cabala non dipende soltanto dalla teoria delle sefirot.
Ancora più importante è la concezione del linguaggio sacro.
Nella tradizione cabalistica, la Scrittura non contiene significato soltanto al livello delle frasi. Le parole, le lettere, le corrispondenze numeriche e persino alcune caratteristiche grafiche del testo possono diventare luoghi di interpretazione. L’ebraico biblico, proprio perché considerato lingua della rivelazione, possiede una densità sacrale che non può essere ridotta alla funzione ordinaria della comunicazione.
I nomi divini assumono quindi un’importanza particolare.
Il Tetragramma, le quattro consonanti del Nome divino, costituisce il caso più evidente di una parola che non è semplicemente un nome fra gli altri. Per la tradizione ebraica il Nome è circondato da prescrizioni e cautele precise; nelle elaborazioni cabalistiche può diventare il centro di meditazioni, combinazioni e speculazioni sulla struttura della manifestazione divina.
Pico trasferisce parte di questo universo nel proprio progetto cristiano.
Lettere e nomi diventano strumenti per mostrare ciò che la lettura ordinaria della Bibbia non rende immediatamente visibile. La verità può trovarsi all’interno della struttura stessa del linguaggio, come se la Scrittura possedesse differenti profondità e il testo letterale fosse soltanto il livello più esterno.
È qui che esegesi ed esoterismo coincidono.
Il segreto non consiste necessariamente in un’informazione proibita conservata fisicamente lontano dagli occhi. Può trovarsi davanti a tutti, nascosto dalla stessa evidenza delle lettere.
Bisogna imparare a leggerle in maniera differente.
Questa idea eserciterà un’influenza incalcolabile sull’esoterismo occidentale. La magia cerimoniale moderna erediterà dalla Cabala cristiana e dalle sue successive trasformazioni l’attenzione per nomi divini, alfabeti sacri, valori numerici, combinazioni letterali e gerarchie spirituali.
Ma il sistema che diventerà familiare agli occultisti ottocenteschi non esiste ancora nella forma che essi gli attribuiranno.
In Pico siamo nel momento in cui i materiali vengono appena trasferiti da un universo religioso a un altro.
Le cuciture sono ancora visibili.
Magia e Cabala: due modi di attraversare il cosmo
Nelle Conclusiones Pico stabilisce un rapporto strettissimo fra magia e Cabala. La prima riguarda soprattutto le connessioni della natura; la seconda permette di operare a un livello superiore, legato al linguaggio sacro e alle realtà spirituali.
La magia naturale riconosce le simpatie del mondo.
La Cabala riconosce le strutture attraverso le quali il divino si manifesta.
Messe insieme, queste discipline offrono a Pico un modello di conoscenza capace di attraversare l’intero cosmo.
Non sorprende allora che egli arrivi a sostenere che magia e Cabala possiedano una particolare forza nel confermare la divinità di Cristo. È una delle affermazioni che meglio mostrano quanto la sua posizione sia distante sia dal razionalismo moderno sia da una facile identificazione della magia rinascimentale con il neopaganesimo.
Pico utilizza la magia per il cristianesimo.
E utilizza la Cabala per il cristianesimo.
La sua operazione è radicale proprio perché tenta di incorporare materiali potenzialmente pericolosi dentro una struttura teologica che dovrebbe renderli non soltanto leciti, ma apologeticamente preziosi.
La distinzione fra magia naturale e magia demonica diventa quindi essenziale. Se esiste una magia fondata sulla comprensione dell’opera di Dio nella natura, essa non può essere equiparata a un patto con gli spiriti maligni. Al contrario, può rivelare la sapienza con cui il creatore ha ordinato il mondo.
La Cabala compie un movimento analogo sul piano della rivelazione. Se deriva da Mosè, non è una sapienza estranea al cristianesimo, ma una testimonianza ancora più antica dei misteri che il cristianesimo porterà a compimento.
Questa è, almeno, la costruzione pichiana.
Storicamente, entrambe le genealogie sono molto più problematiche.
Ma la loro importanza non dipende dalla correttezza della ricostruzione.
Dipende da ciò che permisero di pensare.
L’ascesa dell’uomo
Quando magia e Cabala vengono ricollocate dentro l’Oratio, la famosa teoria della dignità umana acquista un significato diverso.
L’uomo non è libero soltanto di scegliere.
È libero di ascendere.
La trasformazione comincia con la purificazione delle passioni e procede attraverso filosofia morale, dialettica, filosofia naturale e teologia. Il lessico di Pico si nutre di immagini bibliche, neoplatoniche e mistiche; gli ordini angelici diventano modelli delle facoltà che l’uomo deve assumere dentro di sé.
L’ascesa non è quindi fuga dalla conoscenza razionale.
La attraversa.
Pico non contrappone il mistico al filosofo. La filosofia prepara il terreno affinché l’anima possa oltrepassare la propria condizione ordinaria.
In questa costruzione magia e Cabala rappresentano discipline particolarmente elevate perché mostrano due aspetti della trasformazione. La magia insegna che il mondo è costituito da relazioni nascoste e che comprenderle significa poter operare dentro di esse; la Cabala insegna che anche la rivelazione possiede profondità nascoste e che il linguaggio può diventare una via di ascesa.
La dignità dell’uomo diventa quindi inseparabile dalla capacità di interpretare.
L’essere umano può mutare perché può conoscere; può ascendere perché è capace di riconoscere dentro il molteplice un ordine che lo trascende.
Questo è un punto essenziale anche per comprendere la differenza fra Pico e Ficino.
Ficino pensa soprattutto in termini di armonizzazione fra anima, spiritus e cosmo, attraverso astrologia, musica e simpatie naturali. Pico possiede un temperamento intellettuale differente. Cerca il principio capace di attraversare sistemi e linguaggi, e nella Cabala trova una forma di conoscenza che sembra permettere di passare dal testo alla struttura stessa della realtà.
Se la creazione è parola divina, interpretare le parole significa avvicinarsi all’ordine della creazione.
La crisi romana
Il progetto di Pico non poteva passare inosservato.
Quando le novecento tesi vengono stampate alla fine del 1486, l’intenzione è organizzare una grande disputa a Roma nei primi mesi dell’anno successivo. Pico immagina un confronto pubblico davanti all’élite intellettuale ed ecclesiastica della cristianità.
Innocenzo VIII interviene prima che l’evento possa svolgersi.
Una commissione esamina le Conclusiones e concentra l’attenzione su tredici proposizioni, appartenenti a temi differenti. Sette vengono condannate e altre sei giudicate sospette. Pico risponde componendo rapidamente un’Apologia, nella quale difende la propria ortodossia e tenta di dimostrare che le proposizioni contestate possono essere sostenute senza cadere nell’eresia.
La difesa peggiora la situazione.
Il papa estende la censura all’intera raccolta e Pico lascia l’Italia diretto verso la Francia. Viene fermato dalle autorità francesi su richiesta pontificia e detenuto per un breve periodo, prima che l’intervento di personaggi influenti e soprattutto la protezione di Lorenzo de’ Medici contribuiscano a risolvere la situazione.
Nel 1488 Pico torna in Toscana.
La vicenda non deve essere trasformata nella leggenda troppo semplice del libero pensatore perseguitato dalla Chiesa perché possedeva conoscenze occulte. Il problema era teologico e disciplinare molto più preciso. Alcune delle sue tesi toccavano questioni sensibili relative a Cristo, ai sacramenti, alla magia, alla conoscenza e ai confini fra filosofia e teologia. La commissione non censurò Pico semplicemente perché parlava di Cabala o perché studiava autori non cristiani.
Il conflitto nasceva dalla libertà con cui attraversava confini che le autorità ecclesiastiche consideravano necessario mantenere.
Pico stesso, inoltre, non si percepiva affatto come avversario del cristianesimo.
Era convinto di difenderlo.
Questa è forse la parte più interessante dell’intera vicenda: l’eterodossia di Pico nasce non dal desiderio di uscire dalla tradizione cristiana, ma dalla convinzione di poterla estendere fino a inglobare filosofie e sapienze che altri consideravano incompatibili con essa.
Nel 1493 papa Alessandro VI lo libererà formalmente dalle conseguenze delle precedenti accuse.
Nel frattempo, però, Pico è già cambiato.
Il Heptaplus e la creazione letta sette volte
Nel 1489 pubblica il Heptaplus, un commento ai primi versetti della Genesi costruito secondo sette diverse esposizioni.
La struttura dell’opera mostra quanto l’esperienza cabalistica abbia trasformato il suo modo di leggere la Scrittura. Il testo biblico non possiede un unico significato esauribile mediante l’esegesi letterale. Può essere aperto secondo differenti livelli, ciascuno dei quali rivela un aspetto della creazione.
Anche qui la pluralità non conduce al relativismo.
I significati convergono.
Cosmo, essere umano e realtà divina possono essere letti come configurazioni corrispondenti, secondo una concezione nella quale il microcosmo umano riflette in qualche modo la struttura dell’universo.
La Genesi diventa così non soltanto racconto della creazione, ma mappa dei rapporti fra i livelli dell’essere.
Pico continua a utilizzare elementi della tradizione cabalistica, sebbene in maniera meno provocatoria rispetto alle Conclusiones. La ferita romana non lo induce ad abbandonare completamente il progetto, ma ne modifica il tono.
Il filosofo che voleva sfidare pubblicamente l’intera cultura europea comincia progressivamente a rivolgere la propria attenzione verso una religiosità più austera.
L’avvicinamento a Girolamo Savonarola contribuirà ulteriormente a questo mutamento.
Pico contro l’astrologia
Uno dei passaggi più interessanti della sua evoluzione riguarda l’astrologia.
Negli anni giovanili Pico aveva conosciuto e accettato almeno alcuni aspetti della cultura astrologica comune alla filosofia naturale e alla medicina del suo tempo. Non avrebbe potuto essere altrimenti: astrologia e astronomia appartenevano ancora a un campo disciplinare in larga misura condiviso, e l’idea che i cieli producessero effetti sul mondo inferiore era parte della cosmologia aristotelica e medievale.
Negli ultimi anni della vita, tuttavia, Pico intraprende una critica durissima dell’astrologia divinatrice, lasciando incompiute le Disputationes adversus astrologiam divinatricem.
Il bersaglio principale è il determinismo.
Se la configurazione astrale potesse determinare il carattere e le azioni umane con la precisione rivendicata dagli astrologi giudiziari, la libertà della volontà verrebbe compromessa. Merito, colpa, responsabilità morale e perfino la funzione della provvidenza divina rischierebbero di essere subordinati alla necessità celeste.
Per l’autore dell’Oratio il problema non è marginale.
L’intera dignità dell’uomo dipende dal fatto che egli non sia prigioniero della posizione nella quale è stato collocato.
Un destino astrale completamente determinato distruggerebbe il centro della sua antropologia.
Questo contrasto con l’astrologia permette anche di comprendere meglio la magia naturale di Pico. Magia e determinismo astrale non sono necessariamente alleati. La magia legittima testimonia, nella sua prospettiva, la possibilità di conoscere e utilizzare le relazioni della natura; l’astrologia divinatoria rischia invece di trasformare queste relazioni in una prigione causale.
La differenza con Ficino diventa evidente.
Ficino aveva cercato di negoziare con Saturno.
Pico, alla fine della propria vita, si preoccupa soprattutto di impedire che Saturno possa rivendicare il diritto di decidere chi sia l’uomo.
Una libertà che non assomiglia alla nostra
È qui che la lettura psicologica può diventare particolarmente feconda, purché venga mantenuta distinta dalla ricostruzione storica.
La concezione pichiana dell’uomo come essere non definitivamente determinato possiede una sorprendente capacità di dialogare con idee moderne sulla costruzione della personalità, sulla trasformazione e sul rapporto fra potenzialità e identità.
L’uomo di Pico non coincide con ciò che è in un determinato momento.
Può diventare qualcosa di diverso.
Questa intuizione può essere accostata, con prudenza, a concezioni psicologiche nelle quali il Sé non viene considerato semplicemente come una struttura già compiuta, ma come processo di individuazione, integrazione o realizzazione di possibilità ancora latenti.
La comparazione con Jung è particolarmente suggestiva quando si considera il carattere verticale dell’antropologia pichiana. L’essere umano contiene potenzialità differenti, alcune inferiori, altre capaci di condurlo verso forme più vaste di coscienza. L’individuazione junghiana e l’ascesa pichiana rimangono però processi profondamente diversi: Jung descrive una dinamica psicologica, Pico una trasformazione ontologica e religiosa.
Per Pico gli angeli non sono archetipi.
Sono realmente ordini dell’essere.
La distinzione non è un dettaglio terminologico.
Permette di utilizzare la psicologia come strumento interpretativo senza cancellare l’universo nel quale il filosofo rinascimentale pensava di vivere.
Anche la magia può essere letta psicologicamente come teoria delle connessioni. L’operatore identifica rapporti fra realtà, simboli e qualità che ordinano la percezione e rendono possibile un’azione coerente. La Cabala, allo stesso modo, può essere osservata come una disciplina di lettura capace di moltiplicare i livelli di significato e di trasformare il rapporto del soggetto con il linguaggio.
Ma Pico non crede che tutto questo avvenga soltanto nella mente.
Il cosmo possiede realmente relazioni segrete.
La Scrittura possiede realmente profondità che derivano dalla rivelazione.
L’ascesa conduce realmente verso il divino.
La nascita della Cabala cristiana
L’influenza storica di Pico supera di gran lunga la durata della sua vita, terminata a Firenze il 17 novembre 1494, quando aveva appena trentun anni.
Il progetto cabalistico verrà raccolto soprattutto da Johannes Reuchlin, che agli inizi del Cinquecento svilupperà in maniera più sistematica il rapporto fra lingua ebraica, nomi divini e teologia cristiana. Attraverso Reuchlin, Francesco Giorgi, Agrippa e numerosi altri autori, la Cabala cristiana diventerà una componente centrale della filosofia occulta rinascimentale.
Ciò che in Pico appare ancora come una scoperta sorprendente verrà progressivamente organizzato.
Le sefirot verranno integrate in sistemi cristiani sempre più articolati; i nomi divini entreranno nella magia cerimoniale; lettere ebraiche e corrispondenze numeriche verranno associate ad angeli, pianeti e gerarchie cosmiche; nel corso dei secoli la Cabala cristiana si trasformerà ulteriormente fino alla Qabalah ermetica dell’occultismo ottocentesco.
A quel punto la distanza dalla Kabbalah ebraica sarà enorme.
L’Albero della Vita utilizzato dalla Golden Dawn, le corrispondenze tarotiche sviluppate dall’occultismo moderno e molte associazioni diventate oggi familiari appartengono a una storia successiva. Non devono essere proiettate retroattivamente su Pico.
Eppure il passaggio decisivo era avvenuto.
Un cristiano aveva aperto una biblioteca ebraica e aveva deciso che al suo interno si nascondeva una chiave universale.
Il mito moderno di Pico
La storia successiva ha compiuto sul filosofo della Mirandola un’operazione quasi opposta.
Ha conservato la dignità dell’uomo e spesso dimenticato la Cabala.
L’Oratio è stata trasformata nel manifesto dell’Umanesimo rinascimentale, nella celebrazione dell’individuo libero che si emancipa dalle strutture medievali e diventa padrone di se stesso. Questa interpretazione ha avuto una fortuna enorme, soprattutto fra Otto e Novecento, perché offriva un antenato ideale alla concezione moderna dell’autonomia.
Il problema è che l’Oratio non era stata scritta come trattato sulla dignità umana e non portava originariamente quel titolo. Era il discorso introduttivo alle novecento tesi, e il suo itinerario spirituale conduceva verso magia, teurgia, Cabala e unione con Dio.
Recuperare questo contesto non diminuisce l’importanza filosofica di Pico.
La rende più strana e quindi più interessante.
La libertà umana che descrive non nasce dalla scomparsa del sacro, ma dall’immersione in un cosmo estremamente sacralizzato. L’uomo è libero non perché l’universo abbia smesso di possedere una gerarchia, ma perché egli è l’unico essere capace di muoversi attraverso quella gerarchia.
La modernità ha trattenuto il movimento e dimenticato la scala.
L’esoterismo, al contrario, ha spesso trattenuto la scala e trasformato il movimento in una genealogia iniziatica che Pico non avrebbe necessariamente riconosciuto.
Fra queste due appropriazioni rimane il personaggio storico, più difficile da addomesticare.
Il sapere come trasformazione
Forse il punto nel quale magia, Cabala e dignità dell’uomo diventano veramente una sola questione è il rapporto fra conoscenza e trasformazione.
Per Pico non basta accumulare informazioni.
Il sapere degno di questo nome modifica chi lo possiede.
La filosofia morale purifica; la dialettica ordina; la filosofia naturale rivela il funzionamento della creazione; la magia scopre le simpatie che uniscono le cose; la Cabala penetra le profondità della parola divina; la teologia conduce verso una conoscenza che tende infine a superare il discorso stesso.
Il percorso è ascendente perché anche l’uomo deve diventare adeguato a ciò che vuole conoscere.
Non si contempla il divino rimanendo identici a ciò che si era prima.
Questa idea permette di comprendere perché la sua sete di erudizione non coincida con il semplice enciclopedismo. Pico vuole conoscere quasi tutto perché ogni tradizione può contenere un frammento necessario alla ricomposizione.
Ma la ricomposizione ultima avviene nel soggetto.
La concordia delle filosofie riflette una concordia che deve essere realizzata nell’uomo.
Anche la magia assume allora un significato più profondo. Unire le cose attraverso le loro simpatie nascoste diventa immagine di un’intelligenza capace di riconoscere l’unità sotto la frammentazione. La Cabala porta lo stesso principio nel linguaggio: lettere apparentemente separate possono rivelare connessioni che il lettore ordinario non percepisce.
Cosmo, testo e uomo diventano tre luoghi nei quali si ripete il medesimo problema.
Il molteplice deve essere ricondotto a ciò che lo tiene insieme.
È questa tensione, molto più della generica celebrazione della libertà individuale, a rendere Pico una figura fondamentale per la storia dell’esoterismo occidentale.
La sua magia non promette onnipotenza.
La sua Cabala non è una collezione di segreti orientali.
La sua dignità dell’uomo non consiste nel proclamare che ogni desiderio umano possiede automaticamente valore.
Tutte e tre presuppongono una disciplina del divenire.
L’uomo può scendere o salire proprio perché non è completo. La conoscenza può trasformarlo proprio perché la sua forma non è definitivamente fissata. I linguaggi filosofici possono essere ricomposti perché nessuno di essi, isolato, possiede l’intera verità.
Dietro la sicurezza quasi provocatoria del giovane che invita il mondo colto a disputare novecento tesi, si intravede così una condizione molto meno trionfale: l’essere umano è grande perché gli manca qualcosa.
Non riceve una dimora definitiva nella creazione.
Deve costruire il proprio posto attraverso ciò a cui sceglie di somigliare.
La magia insegna a riconoscere le attrazioni nascoste fra le cose; la Cabala cerca significati oltre la superficie delle parole; la filosofia permette all’intelligenza di non arrestarsi alla prima forma del vero. Tutte chiedono, ciascuna nel proprio linguaggio, di non confondere ciò che appare con ciò che una cosa può diventare.
Anche l’uomo.

