Johannes Trithemius — Segreto, scrittura e comunicazione angelica

Johannes Trithemius — Segreto, scrittura e comunicazione angelica

Quando il messaggio scompare dentro il linguaggio degli spiriti: crittografia, magia naturale e gerarchie celesti nell’opera dell’abate di Sponheim

Un lettore apre il manoscritto e trova qualcosa che non dovrebbe trovarsi nella biblioteca di un abate benedettino. I capitoli parlano di spiriti, indicano nomi incomprensibili, stabiliscono modi per convocare messaggeri invisibili e promettono che una comunicazione possa raggiungere qualcuno molto lontano senza lettera, corriere o segno apparente. Le parole sembrano appartenere a un libro di evocazioni e, lette superficialmente, non concedono molte alternative: Johannes Trithemius deve avere composto un trattato di magia spirituale mascherandolo appena dietro un titolo abbastanza enigmatico, Steganographia, l’arte della scrittura nascosta.

Il problema è che il libro nasconde davvero qualcosa.

Solo che ciò che nasconde non è necessariamente ciò che il lettore crede.

Dietro molte delle invocazioni apparentemente rivolte agli spiriti si trovano messaggi cifrati; dietro sequenze che sembrano formule barbariche si celano operazioni crittografiche; persino il terzo libro, rimasto per secoli il principale argomento di chi sosteneva che Tritemio avesse scritto un autentico trattato di magia angelica, ha rivelato alla fine del Novecento strutture cifrate sfuggite ai lettori per quasi cinquecento anni. La scoperta ha risolto un problema e ne ha aperto uno più interessante: se la Steganographia è realmente un libro di crittografia, perché un abate che conosceva perfettamente il rischio di essere accusato di magia avrebbe scelto di esporre i propri sistemi attraverso angeli, spiriti, invocazioni e gerarchie celesti? E soprattutto, possiamo concludere che quell’apparato sia soltanto un travestimento letterario, quando altri suoi scritti mostrano che Tritemio considerava realmente le intelligenze angeliche, le influenze astrali e la magia naturale parti legittime di una cosmologia cristiana? La decifrazione moderna ha dimostrato il carattere crittografico dell’intera Steganographia, ma non ha cancellato la questione del significato che il linguaggio magico possedeva per il suo autore.

È in questa ambiguità che Johannes Trithemius occupa un posto singolare nella storia dell’esoterismo occidentale. Marsilio Ficino aveva cercato il rapporto fra anima, astrologia e spiritus mundi; Pico della Mirandola aveva trasformato magia e Cabala in vie verso una conoscenza superiore; Agrippa avrebbe costruito una filosofia occulta capace di attraversare natura, cielo e intelligenze. Tritemio lavora invece sul punto in cui sapere e segreto diventano quasi indistinguibili, come se la conoscenza non consistesse soltanto nel possedere una verità, ma anche nel sapere come mostrarla, a chi mostrarla e sotto quale forma renderla invisibile a chi non è preparato a riceverla.

La sua magia, quando compare, non ama l’esibizione.

Preferisce il codice.

L’abate circondato dai libri

Johannes Trithemius nacque a Trittenheim, sulla Mosella, il 1º febbraio 1462 e morì a Würzburg il 13 dicembre 1516. Il nome con cui sarebbe entrato nella storia deriva dalla latinizzazione del luogo d’origine; nelle fonti compare anche con forme legate al cognome Heidenberg o Heidenberger. Dopo gli studi a Heidelberg e il contatto con l’ambiente umanistico, entrò nel monastero benedettino di Sponheim, del quale venne eletto abate nel 1483, quando era ancora giovanissimo. Rimase alla guida dell’abbazia fino ai primi anni del Cinquecento e dal 1506 fu abate di San Giacomo a Würzburg, incarico che mantenne fino alla morte.

Il Tritemio mago ha oscurato spesso il Tritemio monaco, storico, bibliografo e riformatore, ma separarli produce un personaggio che non è mai esistito. La disciplina monastica, la conservazione dei testi, l’esercizio della memoria e la selezione dei lettori appartengono alla stessa concezione del sapere che renderà possibile la Steganographia.

A Sponheim costruì una delle biblioteche più note della Germania del suo tempo, portandone il patrimonio a oltre duemila volumi secondo le ricostruzioni disponibili. La biblioteca attirò umanisti e studiosi, mentre Tritemio compilava cataloghi di autori ecclesiastici, cronache, opere di spiritualità e testi dedicati alla disciplina monastica. La sua attività bibliografica non fu un interesse marginale: per un uomo che vive nell’età in cui la stampa sta trasformando radicalmente la circolazione del sapere, sapere chi abbia scritto un testo, conservarlo, classificarlo e stabilirne l’autorità significa intervenire sulla struttura stessa della memoria culturale.

Questa posizione rende particolarmente significativo un breve trattato composto negli anni Novanta del Quattrocento, il De laude scriptorum manualium, l’Elogio degli scribi. Tritemio difende il lavoro del copista proprio quando il libro stampato sta mostrando la propria capacità di produrre copie in quantità inconcepibili per lo scriptorium medievale. La scelta potrebbe sembrare semplicemente conservatrice, ma contiene qualcosa di più profondo: la scrittura manuale non è per lui soltanto un mezzo tecnico per riprodurre informazioni, ma esercizio spirituale, disciplina della memoria e forma di presenza.

Scrivere significa trasformare chi scrive.

Questa convinzione prepara in maniera inattesa il problema della crittografia.

Se una scrittura può disciplinare il monaco, conservarne la memoria e orientarne l’anima, allora le lettere non sono soltanto contenitori trasparenti di un messaggio. Il modo in cui un testo viene scritto, trasmesso e nascosto diventa parte del suo significato.

L’interesse di Tritemio per il segreto nasce in una cultura dove i libri non sono ancora oggetti neutri.

Il segreto non è semplicemente ciò che viene taciuto

L’esoterismo occidentale utilizza spesso la parola “segreto” come se indicasse un contenuto proibito custodito da qualcuno che si rifiuta di divulgarlo.

Per Tritemio il problema è più complesso.

Un segreto può essere fisicamente nascosto, ma può anche essere presente davanti agli occhi senza essere riconosciuto.

La crittografia crea precisamente questa situazione. Il messaggio continua a esistere nella pagina, ma la forma che lo contiene impedisce al lettore impreparato di accedervi. Il segreto non dipende più dalla distanza materiale fra il testo e il pubblico; dipende dalla differenza fra chi possiede e chi non possiede la chiave.

È un cambiamento enorme.

Un manoscritto chiuso in una stanza può essere rubato.

Un testo cifrato può essere copiato, pubblicato e distribuito senza cessare necessariamente di essere segreto.

L’informazione diventa invisibile non perché sia assente, ma perché è stata trasformata.

Questa logica coincide sorprendentemente bene con una delle strutture fondamentali dell’esoterismo: l’idea che alcune conoscenze possano essere esposte pubblicamente e tuttavia rimanere inaccessibili a chi non possiede il metodo corretto di interpretazione.

Il segreto diventa ermeneutico.

Non si trova necessariamente dietro una porta.

Può trovarsi dentro una frase.

È proprio questo rapporto fra occultamento e rivelazione che rende la Steganographia molto più interessante di un semplice manuale di cifratura.

La nascita della Steganographia

Tritemio cominciò a comporre la Steganographia intorno al 1499 e lavorò al progetto nei primi anni successivi. L’opera, organizzata in tre libri e rimasta incompiuta nella parte finale, circolò a lungo in manoscritto e non venne stampata durante la vita dell’autore; la prima edizione a stampa apparve soltanto nel 1606. La sua forma contribuì immediatamente alla reputazione magica che avrebbe accompagnato Tritemio per secoli.

Il titolo deriva dall’idea di una “scrittura coperta” o nascosta, ma ciò che il lettore incontra non assomiglia ai moderni manuali di crittografia.

Le istruzioni vengono presentate attraverso una scena spirituale.

Un messaggio dovrebbe essere affidato a un determinato spirito, spesso identificato mediante un nome artificiosamente costruito, e raggiungere un destinatario lontano. Invocazioni, formule e serie di nomi accompagnano procedure che sembrano richiedere la collaborazione di entità invisibili.

Se un lettore del primo Cinquecento avesse aperto il testo senza conoscere la chiave, avrebbe avuto ottime ragioni per concludere di trovarsi davanti a un manuale di comunicazione magica.

Ed è esattamente ciò che accadde.

La reputazione di Tritemio divenne problematica ancora prima che l’opera venisse stampata. Copie e descrizioni della Steganographia circolarono abbastanza da alimentare il sospetto che il rispettato abate stesse lavorando con demoni sotto la copertura della ricerca intellettuale. La storia della ricezione mostra quanto il suo sistema mettesse in crisi i confini fra magia, naturalismo e tecnica della comunicazione.

Tritemio affermava invece che le proprie tecniche fossero naturali.

E qui comincia il gioco.

Se chiama uno “spirito” ciò che in realtà costituisce una componente del sistema di cifratura, il linguaggio demonologico funziona come copertura.

Ma perché scegliere precisamente quella copertura?

Quando l’invocazione contiene un altro messaggio

I primi due libri della Steganographia rivelarono abbastanza presto il proprio carattere crittografico. Nell’edizione del 1606 venne resa disponibile una chiave che permetteva di comprendere che molte sezioni apparentemente magiche nascondevano procedimenti di cifratura.

Il terzo libro rimase invece un problema.

La sua struttura era più complessa, la parte conservata era incompleta e il testo sembrava abbandonare progressivamente la crittografia per entrare in una cosmologia angelica e astrologica molto più esplicita. Per buona parte della storiografia novecentesca, questo elemento forniva l’argomento decisivo a favore di una lettura doppia dell’opera: Tritemio avrebbe utilizzato la crittografia nei primi libri, ma il terzo avrebbe finalmente mostrato l’autentico contenuto magico del progetto.

Poi i cifrari vennero trovati.

Thomas Ernst pubblicò nel 1996 una soluzione del terzo libro; Jim Reeds raggiunse indipendentemente conclusioni analoghe e pubblicò i propri risultati nel 1998, riconoscendo successivamente la priorità della ricerca di Ernst. La scoperta dimostrò che anche la parte apparentemente più magica della Steganographia conteneva messaggi cifrati e sistemi crittografici. Reeds arrivò così a descrivere l’opera come il primo trattamento europeo di ampiezza libraria dedicato alla crittografia, piuttosto che come uno dei primi grandi trattati demonologici dell’età moderna.

La conclusione sembra definitiva.

La Steganographia è crittografia.

Ma non risolve tutto.

Dimostrare che una formula nasconde un messaggio significa stabilire che quella formula possiede una funzione crittografica. Non significa automaticamente dimostrare che Tritemio considerasse privo di significato il linguaggio angelico nel quale l’ha inserita.

È qui che la questione diventa veramente esoterica.

Il codice può essere contemporaneamente tecnica e simbolo.

Magia finta o crittografia magica?

Due letture opposte hanno accompagnato l’opera per secoli.

Secondo la prima, Tritemio sarebbe stato un mago che utilizzava il linguaggio della crittografia per dissimulare pratiche spirituali pericolose. Secondo la seconda, sarebbe stato un crittografo razionale costretto a utilizzare un apparato fantastico per nascondere tecniche di comunicazione segreta.

La decifrazione del terzo libro rende la prima interpretazione, presa in senso esclusivo, molto difficile da sostenere.

Ma anche la seconda rischia di essere troppo semplice.

La cultura nella quale Tritemio vive non possiede ancora la nostra distinzione netta fra una tecnica razionale della comunicazione e una cosmologia popolata da intelligenze. Un procedimento può essere perfettamente naturale senza appartenere al naturalismo moderno; una comunicazione può essere spiegata tecnicamente e nello stesso tempo collocata dentro una teologia della conoscenza.

Gli studi contemporanei sulla cultura del segreto hanno insistito proprio su questo punto: la Steganographia presenta la crittografia attraverso una cornice magica che non può essere liquidata soltanto come decorazione, perché il rapporto fra conoscenza nascosta, potere intellettuale e natura invisibile era parte del modo rinascimentale di concepire le arti segrete.

La domanda corretta non è quindi se Tritemio “credesse davvero agli angeli” oppure “credesse soltanto nei cifrari”.

Sappiamo da altri testi che attribuiva agli angeli e alle intelligenze celesti una funzione reale.

Il problema è comprendere perché abbia voluto far parlare la crittografia attraverso di loro.

Le sette intelligenze che muovono la storia

Una delle prove più chiare dell’autentico interesse angelologico di Tritemio si trova fuori dalla Steganographia.

Nel De septem secundeis, composto intorno al 1508, sviluppa una filosofia della storia governata dalle sette intelligenze planetarie. Il titolo stesso allude alle “sette cause seconde”, intelligenze o spiriti che, subordinati a Dio, presiederebbero al movimento dei cieli e a grandi cicli della vicenda umana.

Ciascuna intelligenza planetaria governerebbe un periodo di circa 354 anni e quattro mesi, dopo il quale il dominio passerebbe alla successiva. La storia universale può quindi essere letta come successione di reggenze celesti, secondo un modello nel quale astrologia, angelologia e provvidenza cristiana vengono fatte convivere.

Il dettaglio è fondamentale per comprendere la Steganographia.

Tritemio non introduce gli angeli soltanto quando ha bisogno di nascondere un cifrario.

Li utilizza anche quando sta realmente interpretando la struttura del cosmo e della storia.

La sua cosmologia rimane cristiana: le intelligenze planetarie non sono divinità autonome e non possono sostituire Dio. Sono cause seconde, potenze create che ricevono la propria funzione dal principio superiore.

Questa posizione appartiene a una lunga tradizione filosofica.

Il cielo può essere mosso da intelligenze senza che ciò comprometta l’onnipotenza divina, perché la causalità creata opera soltanto in dipendenza dalla causa prima.

La struttura è molto vicina a quella che incontreremo in Agrippa.

Anche qui il mondo è gerarchico.

Dio non deve intervenire direttamente in ogni movimento della materia perché l’universo è organizzato attraverso intermediari.

Gli angeli diventano parte della causalità cosmica.

Il messaggero celeste e il messaggero cifrato

A questo punto la scelta linguistica della Steganographia appare meno arbitraria.

Che cosa fa un angelo nella cosmologia cristiana?

Trasmette.

La stessa parola greca angelos significa messaggero.

Che cosa fa un sistema crittografico?

Trasmette un messaggio proteggendolo durante il passaggio.

Il rapporto non dimostra che Tritemio considerasse realmente gli angeli necessari al funzionamento dei propri cifrari, ma spiega perché il simbolismo angelico fosse straordinariamente adatto a pensare la comunicazione nascosta.

Un messaggio parte da un’intelligenza, attraversa una distanza e raggiunge un’altra mente.

Fra le due esiste un intermediario.

La crittografia costruisce artificialmente ciò che la teologia attribuisce all’angelo.

Il codice diventa una forma di messaggero incorporeo.

Questa interpretazione è in parte inferenziale, ma nasce dalla sovrapposizione documentata fra la funzione tecnica della Steganographia e la cosmologia angelica sviluppata altrove da Tritemio.

È una delle ragioni per cui la sua opera sfugge così facilmente alle categorie moderne.

Per noi una lettera cifrata e un messaggio angelico appartengono a domini inconciliabili.

Per Tritemio possono essere pensati attraverso una stessa metafora strutturale: qualcosa attraversa lo spazio senza mostrarsi direttamente.

L’invisibilità diventa la condizione della trasmissione.

La Polygraphia: il segreto senza gli spiriti

Negli anni successivi Tritemio sviluppò un secondo grande progetto crittografico, la Polygraphia, composto nel primo decennio del Cinquecento e pubblicato postumo nel 1518.

Qui la dimensione tecnica emerge con maggiore chiarezza.

L’opera presenta alfabeti, sistemi sostitutivi, tabelle e procedimenti destinati a trasformare un testo in un altro testo apparentemente innocuo o incomprensibile. La Polygraphia viene generalmente riconosciuta come il primo libro stampato specificamente dedicato alla crittografia e costituisce una tappa fondamentale nello sviluppo europeo delle cifre polialfabetiche.

La differenza rispetto alla Steganographia è istruttiva.

Il meccanismo del segreto può essere separato dalla messinscena spirituale.

La scrittura nascosta non ha bisogno dell’angelo per funzionare.

Eppure Tritemio continua a trattare il problema della cifratura come qualcosa di più di una curiosità matematica.

Il codice riguarda il potere.

Permette a sovrani, diplomatici, funzionari e uomini di Chiesa di comunicare senza consegnare il proprio pensiero a chi intercetta il messaggio. Nell’Europa delle corti, delle guerre, delle alleanze instabili e della crescente burocratizzazione politica, questo possiede un valore immediatamente strategico.

Il segreto diventa tecnologia dello Stato.

È una delle trasformazioni più profonde che avvengono fra Medioevo e prima età moderna.

Il sapere occulto e il segreto politico cominciano a condividere strumenti.

Il codice come doppio linguaggio

Fra i procedimenti associati alla tradizione tritemiana troviamo sistemi nei quali un testo apparentemente pio può nascondere una comunicazione completamente differente.

Il principio è semplice nella concezione e destabilizzante nelle conseguenze.

Una frase può significare due cose simultaneamente.

Il lettore ordinario vede una preghiera.

Il lettore dotato della chiave vede un messaggio.

Non si tratta più soltanto di rendere incomprensibile una sequenza attraverso caratteri strani.

La scrittura può rimanere perfettamente leggibile e tuttavia nascondere ciò che sta realmente comunicando.

La steganografia differisce qui dalla crittografia nel significato moderno del termine.

La crittografia tende a nascondere il contenuto del messaggio rendendolo indecifrabile.

La steganografia cerca di nascondere persino il fatto che un messaggio segreto esista.

Il miglior testo segreto non appare segreto.

Sembra qualcos’altro.

Questa idea possiede conseguenze culturali che superano enormemente la tecnica.

La pagina diventa una superficie.

Sotto può esserci un’altra pagina che nessuno vede.

Per l’esoterismo è quasi una dichiarazione di poetica.

Ciò che si mostra per poter essere nascosto

La Steganographia introduce quindi un paradosso: per nascondere efficacemente qualcosa bisogna spesso mostrare qualcos’altro.

Un messaggio completamente assente non può essere trasmesso.

Occorre un corpo sostitutivo.

La parola visibile diventa contenitore della parola invisibile.

È difficile non riconoscere in questa struttura qualcosa di profondamente affine alla concezione rinascimentale del simbolo. Anche nella magia naturale una cosa sensibile può manifestare una qualità che non coincide con il proprio aspetto esterno; nell’astrologia un evento visibile può essere segno di una configurazione invisibile; nella Cabala una lettera può contenere profondità che la lettura ordinaria non raggiunge.

Tritemio trasferisce un problema simile nella comunicazione.

La superficie non mente necessariamente.

Semplicemente non esaurisce ciò che contiene.

Questo rende la sua opera particolarmente importante per comprendere la cultura esoterica senza ricorrere alla caricatura del “segreto iniziatico”.

Il segreto più sofisticato non è quello che vieta la lettura.

È quello che consente una lettura incompleta.

Segreto, autorità e selezione

La cultura del segreto implica inevitabilmente una gerarchia fra lettori.

Chi possiede la chiave vede qualcosa che gli altri non vedono.

Questa differenza produce potere.

Tritemio vive in un’epoca nella quale la stampa sta moltiplicando la possibilità di diffondere informazioni; contemporaneamente, tecniche di cifratura sempre più raffinate permettono di controllare chi possa comprenderle.

Apertura e occultamento crescono insieme.

Non è una contraddizione.

Più facilmente un testo può circolare, più importante diventa stabilire chi possa realmente leggerlo.

La crittografia permette di pubblicare il segreto senza divulgarlo.

Questo meccanismo si avvicina alla concezione esoterica secondo cui una dottrina può essere resa disponibile senza essere consegnata interamente.

L’iniziato non riceve necessariamente un testo diverso.

Riceve la chiave.

È uno dei motivi per cui Tritemio eserciterà tanta fascinazione sugli occultisti successivi.

Il suo segreto non dipende dal silenzio.

Dipende dalla struttura.

Tritemio e Agrippa: la conoscenza non va data a tutti

Nell’inverno fra il 1509 e il 1510, Heinrich Cornelius Agrippa raggiunse Tritemio a Würzburg. I due trascorsero alcuni giorni discutendo di magia naturale e dei problemi teorici che Agrippa stava cercando di organizzare in un’opera ancora giovane.

Poco dopo Agrippa gli inviò la prima redazione del De occulta philosophia.

Tritemio ne riconobbe immediatamente l’importanza e lo incoraggiò a continuare, ma accompagnò l’apprezzamento con una raccomandazione destinata a diventare quasi programmatica per l’esoterismo moderno: ciò che è pubblico può essere comunicato pubblicamente, mentre ciò che appartiene ai misteri più elevati deve essere trasmesso soltanto a coloro che siano capaci di comprenderlo. L’incontro e l’approvazione di Tritemio ebbero un peso importante nella formazione della filosofia magica di Agrippa.

Il consiglio non esprime semplicemente paura della persecuzione.

Nasce da una concezione etica della conoscenza.

Una tecnica potente nelle mani di qualcuno incapace di comprenderne il fine può diventare dannosa.

Il problema non riguarda soltanto la magia.

Vale per la crittografia.

Un codice destinato alla comunicazione diplomatica può essere utilizzato per il tradimento; una tecnica capace di proteggere un messaggio può servire anche a nascondere un crimine.

Il segreto non è quindi automaticamente nobile.

Dipende da ciò che protegge.

Questa ambivalenza attraversa tutto il pensiero di Tritemio.

La stessa arte può custodire la sapienza o occultare la corruzione.

La chiave non garantisce la virtù di chi la possiede.

Magia lecita e magia illecita

Il fatto che Tritemio studi testi magici non significa che approvi indistintamente ciò che vi trova.

Nel Antipalus maleficiorum e in altri scritti dedicati alla demonologia prende sul serio l’esistenza della magia dannosa, delle operazioni demoniache e della stregoneria secondo le categorie religiose del suo tempo. La sua posizione appartiene pienamente alla cultura cristiana tardo-medievale e rinascimentale che distingue fra fenomeni naturali, intervento angelico e azione demoniaca; Tritemio non è quindi un occultista moderno che considera tutte le tradizioni spirituali equivalenti.

Questo elemento impedisce una lettura romantica del personaggio.

Tritemio poteva essere affascinato dalla magia naturale e dalle intelligenze celesti senza considerare innocua la magia demonica.

Il confine, però, era difficile da tracciare.

Se un libro utilizza nomi di spiriti, come stabilire se lo faccia per rivolgersi ad angeli o a demoni?

Se un’operazione produce un effetto apparentemente straordinario, come sapere se dipenda da una proprietà naturale sconosciuta oppure dall’intervento di un’entità spirituale?

Se un autore utilizza una formula di evocazione per mascherare un cifrario, il testo deve essere classificato fra le opere tecniche o fra i grimori?

Tritemio vive precisamente dentro queste domande.

Non può semplicemente separare scienza e magia perché le categorie che utilizziamo oggi non sono ancora disponibili nella stessa forma.

Può però distinguere fra un sapere ordinato a Dio e una pratica che ritiene demoniaca.

È questo il suo criterio ultimo.

La comunicazione angelica non è spiritismo

L’espressione “comunicazione angelica” rischia oggi di evocare pratiche molto diverse da quelle che appartengono al mondo di Tritemio.

Non siamo nel moderno angelismo New Age e neppure nello spiritismo ottocentesco.

L’angelo rinascimentale appartiene a una cosmologia gerarchica.

È un’intelligenza creata, collocata in un ordine preciso della realtà e subordinata a Dio. Può governare astri, trasmettere influenze, mediare conoscenza o svolgere la funzione di messaggero, ma non è semplicemente una presenza benevola disponibile alla richiesta individuale.

Quando Tritemio utilizza linguaggio angelico nella Steganographia, lo inserisce dentro questo universo.

Per questo l’equivalenza moderna “angelo = guida personale” sarebbe fuorviante.

Anche l’idea di ricevere messaggi deve essere collocata nel proprio contesto.

La conoscenza superiore non discende perché l’individuo desidera una risposta.

Richiede disposizione, disciplina e, soprattutto, appartiene a un ordine che non viene creato dalla volontà umana.

In questo senso, il pensiero di Tritemio resta molto più vicino alla teologia angelica medievale e alla filosofia delle intelligenze che alla spiritualità contemporanea.

Dal messaggio invisibile alla magia angelica di John Dee

La Steganographia continuò a circolare manoscritta durante il XVI secolo e raggiunse lettori che ne avrebbero interpretato le possibilità ben oltre le intenzioni documentabili dell’autore.

Fra questi il caso più importante è John Dee.

Dee possedette e studiò la Steganographia con grande attenzione; una trascrizione del 1591 conservata nella National Library of Wales testimonia direttamente il suo interesse per l’opera. Per un uomo che avrebbe dedicato anni alla ricerca di una comunicazione con gli angeli attraverso le sessioni visionarie condotte soprattutto con Edward Kelley, Tritemio offriva un precedente straordinariamente suggestivo: un sistema nel quale intelligenze spirituali, numeri, linguaggio e trasmissione a distanza sembravano appartenere allo stesso problema.

Non bisogna però trasformare Tritemio nel padre diretto del sistema enochiano di Dee.

Le differenze sono profonde.

Dee sviluppa un corpus visionario, un linguaggio angelico e una struttura rituale che non possono essere semplicemente ricavati dalla Steganographia. L’influenza consiste soprattutto nell’avere mostrato che comunicazione, matematica, segreto e intelligenze spirituali potevano essere pensati insieme.

Il libro di Tritemio forniva una possibilità.

Dee avrebbe portato quella possibilità in un territorio molto diverso.

È uno degli esempi più chiari di come funziona la tradizione esoterica.

Un testo non trasmette soltanto ciò che contiene.

Trasmette ciò che rende immaginabile.

Il libro sull’Indice

Quando la Steganographia venne finalmente stampata nel 1606, Tritemio era morto da novant’anni.

Tre anni dopo l’opera venne inserita nell’Index Librorum Prohibitorum. La condanna rifletteva precisamente l’ambiguità che aveva accompagnato il manoscritto fin dall’inizio: le invocazioni, i nomi spirituali e l’apparato apparentemente demonologico rendevano difficile accettare l’affermazione secondo cui il testo fosse semplicemente un’opera di comunicazione segreta.

Il caso possiede qualcosa di quasi tritemiano.

Un libro costruito per nascondere il proprio significato viene condannato perché il significato apparente viene preso sul serio.

La copertura ha funzionato troppo bene.

Anche quando autori successivi dimostrarono la presenza dei cifrari, la reputazione magica dell’opera non scomparve.

Questo dimostra che nella storia di un testo il significato non appartiene più completamente all’autore.

Una volta entrata nella cultura europea, la Steganographia divenne contemporaneamente trattato di crittografia, libro sospetto di magia, fonte per occultisti, oggetto di polemica teologica e problema per gli storici.

Ogni lettore possedeva una chiave diversa.

Forse nessun destino sarebbe stato più coerente con il libro.

Tritemio non fu il maestro di tutti quelli che gli vengono attribuiti

La leggenda occultista ha progressivamente trasformato Tritemio in una sorta di patriarca segreto della magia rinascimentale, attribuendogli rapporti iniziatici diretti con numerosi personaggi.

Il caso di Agrippa è storicamente documentato.

Quello di Paracelso, frequentemente presentato come suo discepolo personale, è molto più problematico e non deve essere ripetuto come certezza. L’influenza tritemiana sulla cultura magica e paracelsiana può essere discussa, ma la costruzione di una linea diretta maestro-discepolo appartiene soprattutto alla genealogia occultistica successiva.

Questa precisazione non diminuisce Tritemio.

Lo restituisce alla storia.

La sua influenza non ebbe bisogno di una confraternita segreta capace di collegare tutti i maggiori maghi del Cinquecento.

Gli bastarono i libri.

È forse la conclusione più adatta per un uomo che dedicò la propria vita a capire come la scrittura possa superare la distanza.

Una possibile lettura psicologica

La psicologia contemporanea può avvicinarsi a Tritemio da un punto particolarmente fertile: la distinzione fra ciò che la coscienza vede e ciò che un testo contiene.

Un messaggio steganografico presenta alla mente una superficie coerente che nasconde una seconda struttura.

L’analogia con i processi psichici è evidente.

Un comportamento può comunicare qualcosa di diverso dalle ragioni dichiarate; un sogno può presentare immagini che acquistano significati differenti a seconda del livello interpretativo; un sintomo può essere percepito come evento isolato e contemporaneamente appartenere a una configurazione più vasta.

La psicoanalisi e la psicologia del profondo hanno costruito una parte importante del proprio metodo proprio sull’idea che il contenuto manifesto non esaurisca il contenuto possibile.

Da questo punto di vista la steganografia offre una metafora particolarmente precisa.

Non tutto ciò che è nascosto è assente dalla coscienza.

Talvolta è presente in una forma che impedisce di riconoscerlo.

La chiave interpretativa non aggiunge necessariamente un nuovo oggetto.

Modifica il modo in cui viene letto quello che era già davanti agli occhi.

La comparazione può spingersi fino a Jung, soprattutto quando si pensa al simbolo come forma che non viene esaurita da un’unica interpretazione. Ma anche qui occorre evitare la sovrapposizione. Tritemio non sta elaborando una teoria dell’inconscio.

Sta costruendo sistemi reali per nascondere e trasmettere informazioni.

L’analogia psicologica nasce da noi.

Non deve essere attribuita retroattivamente all’abate.

La lettura esoterica del segreto

Per la tradizione esoterica, invece, Tritemio offre un problema ancora più sottile.

Se la Steganographia possiede effettivamente cifrari sotto un linguaggio spirituale, è possibile che il sistema operi simultaneamente su due livelli?

La risposta storicamente prudente è che possiamo dimostrare il livello crittografico, mentre non possiamo dimostrare che l’efficacia della cifratura richiedesse realmente l’intervento degli spiriti descritti.

Ma questo non impedisce al lettore esoterico di interrogare il secondo livello.

La struttura angelica può essere considerata un dispositivo simbolico attraverso cui l’operatore colloca la comunicazione dentro una cosmologia ordinata; i tempi, i nomi e le gerarchie possono avere per il praticante un valore che eccede la funzione strettamente cifrante.

È una distinzione importante.

Una cosa può non essere necessaria tecnicamente e tuttavia essere significativa ritualmente.

Il codice funziona senza l’angelo.

Ma ciò non dimostra che per chi lo utilizza l’angelo sia irrilevante.

È precisamente qui che la storia deve fermarsi e la lettura esoterica può cominciare, dichiarando però di avere cambiato piano.

Il linguaggio degli spiriti dopo Tritemio

Nei secoli successivi, l’idea di linguaggi spirituali e alfabeti segreti crescerà enormemente.

Scritture angeliche, caratteri planetari, alfabeti cifrati e segni occulti entreranno nei grimori, nelle compilazioni magiche e nella magia cerimoniale. Agrippa contribuirà a sistematizzare molte di queste tradizioni; John Dee porterà il problema della comunicazione angelica verso un sistema visionario estremamente complesso; l’occultismo ottocentesco riorganizzerà ancora una volta alfabeti, nomi, sigilli e corrispondenze.

Tritemio rimarrà in una posizione particolare.

Non è semplicemente uno dei tanti autori che aggiungono un nuovo alfabeto segreto alla collezione.

È colui che mostra quanto sia difficile stabilire dove finisca l’alfabeto e cominci lo spirito.

La stessa sequenza può funzionare come codice, evocare una cosmologia e produrre una reputazione demonologica.

Il significato cambia secondo la chiave.

La differenza fra occultare e mentire

La scrittura segreta solleva anche un problema morale.

Nascondere non equivale necessariamente a mentire.

Un testo cifrato non afferma il falso; impedisce semplicemente l’accesso al proprio contenuto a chi non possiede la chiave.

La distinzione è essenziale nella cultura del segreto.

Il sapere può essere nascosto per proteggerlo.

Può essere nascosto per proteggere qualcuno.

Può essere nascosto perché pericoloso.

Ma può essere nascosto anche per ingannare.

Tritemio sembra perfettamente consapevole dell’ambivalenza.

La sua stessa opera rende difficile stabilire dove finisca la protezione e cominci la provocazione.

Nascondere tecniche crittografiche dietro formule di spiriti può impedire al lettore comune di comprenderle, ma inevitabilmente attira l’attenzione proprio di coloro che cercano testi di magia.

La copertura seleziona un pubblico.

Ma forse non quello previsto.

È uno degli aspetti più ironici della Steganographia.

Per proteggere un segreto tecnico, Tritemio utilizzò il linguaggio più adatto a renderlo immortale.

Scrivere contro la distanza

Esiste infine un elemento che riunisce il monaco, il bibliografo, il crittografo e l’esoterista.

Tritemio è ossessionato dalla possibilità che qualcosa sopravviva alla distanza.

Lo scriba permette a una voce di attraversare il tempo.

La biblioteca permette a un autore morto di continuare a parlare.

La crittografia permette a un messaggio di attraversare uno spazio ostile senza consegnarsi a chi lo intercetta.

L’angelo attraversa la distanza fra mondi.

Sono attività diverse, ma possiedono la stessa struttura.

Qualcosa deve passare senza perdersi.

In questa prospettiva, la Steganographia smette di sembrare un incidente eccentrico nella carriera di un abate storico e bibliografo.

Diventa quasi la conseguenza naturale del suo lavoro.

Chi trascorre la vita a conservare testi inevitabilmente incontra il problema della trasmissione.

Chi riflette abbastanza a lungo sulla trasmissione incontra il problema dell’intercettazione.

E chi vive dentro una cosmologia cristiana popolata da messaggeri celesti possiede già l’immagine perfetta per pensare un messaggio che viaggia senza essere visto.

L’angelo era la chiave o la serratura?

La decifrazione moderna della Steganographia avrebbe potuto chiudere definitivamente il caso Tritemio.

Non è accaduto.

Sappiamo oggi molto più chiaramente che i tre libri mantengono un’intenzione crittografica e che persino passaggi un tempo utilizzati come prova della sua demonologia nascondono procedure cifrate. Sappiamo che la Polygraphia colloca Tritemio fra le figure decisive della prima storia europea della crittografia. Sappiamo anche, però, che il De septem secundeis e altri testi non permettono di trasformarlo retrospettivamente in un razionalista moderno che utilizzava angeli soltanto per divertire o confondere il lettore.

L’ambiguità rimane perché appartiene alla sua epoca prima ancora che al suo stile.

La tecnica può essere naturale e il cosmo può essere angelico.

La scrittura può essere matematica e il segreto può avere una funzione spirituale.

Una formula può mascherare un cifrario e contemporaneamente richiamare un ordine metafisico che l’autore considera reale.

Non dobbiamo scegliere necessariamente un Tritemio contro l’altro.

L’abate, il crittografo e lo studioso delle intelligenze celesti abitano lo stesso uomo.

È proprio questa sovrapposizione a spiegare l’influenza che esercitò su Agrippa e sulla magia occidentale successiva. Tritemio non consegnò soltanto tecniche di occultamento. Contribuì a trasformare il segreto in una forma della conoscenza.

Dopo di lui, una pagina può contenere molto più di ciò che mostra.

Una sequenza di parole può avere un destinatario che chi la legge non conosce.

Un nome angelico può essere insieme simbolo, copertura e chiave.

E il lettore si trova davanti alla domanda che la Steganographia continua a porre dopo cinque secoli: quando crediamo di avere finalmente decifrato un testo, siamo certi che il messaggio nascosto fosse l’ultimo?

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