Òrúnmìlà — Sapienza, destino e testimonianza

Òrúnmìlà — Sapienza, destino e testimonianza

Il testimone del destino nella tradizione di Ifá, tra memoria divina, scelta personale e conoscenza delle conseguenze

Quando il segno è ormai apparso e il sacerdote comincia a cercare nella memoria i versi che possono corrispondergli, Òrúnmìlà non entra nella consultazione come una voce improvvisa che detta dall’esterno il futuro di chi gli sta davanti. La sua presenza è più discreta e, proprio per questo, più difficile da rendere attraverso le categorie occidentali della profezia. Egli è colui che conosce perché ha visto, che può parlare del destino perché ne è stato testimone, che conserva memoria di ciò che l’essere umano, attraversando la nascita, non ricorda più. Nella concezione religiosa di Ifá, la sapienza non coincide infatti con l’accumulo di informazioni e neppure con la capacità di prevedere qualsiasi evento: consiste nel riconoscere relazioni, precedenti e conseguenze, nel sapere quale storia antica si sta ripetendo sotto forme nuove e quale azione possa ancora modificare ciò che non è diventato irrevocabile.

Fra gli Òrìṣà del mondo yoruba, Òrúnmìlà occupa per questo una posizione singolare. È associato alla sapienza, alla conoscenza e alla divinazione, tanto strettamente connesso a Ifá che nelle fonti e nell’uso religioso i due nomi possono talvolta avvicinarsi fino quasi a sovrapporsi. L’UNESCO, nella descrizione del sistema divinatorio di Ifá, presenta infatti Ifá o Òrúnmìlà come la figura divina collegata alla sapienza e allo sviluppo intellettuale, mentre gli studi storici sulla religione yoruba lo descrivono come il grande consulente divino delle questioni riguardanti il destino umano. Questa centralità non significa però che Òrúnmìlà sia semplicemente il sovrano di tutti gli altri Òrìṣà secondo una gerarchia rigida e universalmente accettata; il mondo religioso yoruba presenta tradizioni locali, genealogie e rapporti fra le potenze che possono variare considerevolmente, e qualunque tentativo di trasformarlo in un pantheon ordinato secondo un unico schema rischia di imporre alla tradizione una sistematicità che essa non ha mai avuto bisogno di possedere.

È molto più utile comprendere Òrúnmìlà attraverso la funzione che la tradizione gli assegna: egli rende conoscibile ciò che, senza Ifá, rimarrebbe nascosto. Gli studi dedicati alla cultura yoruba lo hanno definito il “consulente divino” nelle questioni del destino, mentre la letteratura di Ifá lo celebra come pensatore, risolutore di problemi e detentore di una sapienza che non appartiene al semplice intelletto speculativo. In questa prospettiva Òrúnmìlà non rappresenta soltanto la previsione dell’avvenire, ma una particolare forma di intelligenza religiosa, capace di leggere il presente attraverso una memoria che contiene il passato e di orientare l’azione prima che le sue conseguenze si chiudano definitivamente.

Ẹlẹ́rìí Ìpín: colui che ha visto il destino

Uno degli appellativi più importanti di Òrúnmìlà è Ẹlẹ́rìí Ìpín, generalmente tradotto come “testimone del destino” o “testimone della sorte assegnata”. La formula concentra in poche parole una concezione dell’essere umano che attraversa una parte considerevole del pensiero religioso yoruba: la vita terrena non comincia completamente nel momento della nascita, perché una componente decisiva dell’esistenza viene stabilita, scelta o ricevuta prima dell’ingresso nel mondo.

Le narrazioni sulla formazione del destino non sono perfettamente uniformi e non devono essere ridotte a un’unica versione canonica. In molte tradizioni, tuttavia, l’essere destinato alla nascita entra in relazione con il proprio Orí, la “testa” che non indica soltanto l’organo fisico ma una dimensione interiore e spirituale della persona, intimamente connessa alla sua sorte. Il termine ìpín rimanda invece alla parte assegnata, alla porzione di destino che caratterizzerà l’esistenza individuale. La relazione fra Orí, ìpín, scelta preterrena e circostanze della vita è complessa e sarà affrontata separatamente, ma per comprendere Òrúnmìlà basta osservare il punto decisivo: nella memoria religiosa di Ifá egli è presente là dove l’essere umano non può più tornare.

Per questo è testimone.

L’individuo nasce senza possedere un ricordo trasparente di ciò che precede la sua venuta nel mondo; Òrúnmìlà, invece, conserva conoscenza di quella configurazione originaria. La divinazione acquista così un significato profondamente diverso da quello di una semplice tecnica per indovinare il futuro. Consultare Ifá significa, nella prospettiva religiosa interna, accedere alla testimonianza di una potenza che conosce la relazione fra ciò che una persona è venuta a compiere e ciò che sta effettivamente facendo della propria vita. Fonti enciclopediche e studi sulla cosmologia yoruba riconoscono precisamente in questo rapporto con la scelta preterrena del destino il fondamento dell’appellativo Ẹlẹ́rìí Ìpín.

La parola “testimonianza” è quindi più precisa di “onniscienza” se vogliamo comprendere la logica specifica di Òrúnmìlà senza importare automaticamente categorie teologiche estranee. Alcune descrizioni religiose possono attribuirgli una conoscenza vastissima del passato, del presente e del futuro, e la letteratura devozionale lo presenta frequentemente attraverso formule di grande ampiezza; tuttavia il cuore della sua autorità non risiede soltanto nel sapere tutto, ma nell’aver assistito, secondo la narrazione sacra, a ciò che gli altri hanno dimenticato.

Questo elemento introduce una delle tensioni più interessanti della religione yoruba. Il destino non è qualcosa che Òrúnmìlà inventa durante la consultazione. Non è neppure un decreto arbitrario che egli impone. È una configurazione che può riconoscere e interpretare perché ne conosce l’origine.

Il divinatore diventa pertanto un interprete della testimonianza.

Òrúnmìlà e Ifá: distinguere senza separare

Chiedere se Ifá sia Òrúnmìlà oppure se Òrúnmìlà sia il dio di Ifá sembra una domanda semplice finché non si incontrano le fonti reali. Nell’uso religioso e nella letteratura specialistica le due denominazioni possono funzionare in modi differenti. Ifá può indicare il sistema divinatorio, il corpus degli Odù e degli Ẹsẹ, la sapienza oracolare oppure, in determinati contesti, la stessa entità divina attraverso cui quella sapienza è resa accessibile. Òrúnmìlà è invece il nome dell’Òrìṣà o della figura sacra alla quale la tradizione attribuisce la conoscenza e la trasmissione di Ifá.

La distinzione è necessaria, ma una separazione troppo rigida diventa artificiale.

La relazione somiglia meno a quella fra un inventore e uno strumento che a quella fra una presenza sapienziale e la modalità attraverso cui essa viene resa consultabile. Ifá non sarebbe semplicemente un codice creato da Òrúnmìlà e successivamente divenuto indipendente da lui; nella pratica religiosa, l’oracolo continua a rimandare alla sua autorità. Allo stesso modo, Òrúnmìlà non è conosciuto soltanto attraverso un insieme di miti che potrebbero essere isolati dal sistema divinatorio, perché una parte enorme di ciò che la tradizione dice su di lui vive precisamente negli Odù e negli Ẹsẹ Ifá.

Qui emerge una differenza importante rispetto a molte religioni basate su una scrittura canonica. Non esiste un unico libro antico intitolato “Insegnamenti di Òrúnmìlà” dal quale ricavare una biografia coerente e definitiva. I suoi racconti sono dispersi dentro un corpus orale immenso, organizzato attraverso i 256 Odù e trasmesso tradizionalmente dai sacerdoti di Ifá. Lo stesso episodio può conoscere varianti, nomi diversi, sviluppi locali e conclusioni non identiche. L’UNESCO sottolinea proprio il carattere vastissimo e orale di questo patrimonio, la cui conservazione dipende dalla trasmissione specialistica piuttosto che dall’esistenza di una redazione canonica definitiva.

La conseguenza è notevole: Òrúnmìlà non possiede una sola biografia.

Possiede una costellazione narrativa.

In alcuni versi appare come consigliere, in altri come viaggiatore; consulta egli stesso Ifá, affronta difficoltà, compie sacrifici, riceve indicazioni, insegna attraverso il proprio comportamento oppure attraverso i propri errori. Questa pluralità può sorprendere chi si aspetta una divinità definita esclusivamente attraverso attributi immutabili, ma è profondamente coerente con la funzione del corpus. Le storie non servono soltanto a raccontare chi sia Òrúnmìlà: mostrano come agisca la sapienza quando deve attraversare situazioni concrete.

Una sapienza che non evita l’esperienza

L’immagine moderna del dio della conoscenza rischia facilmente di produrre una figura immobile, perfetta, collocata al di sopra delle incertezze umane. Òrúnmìlà è più interessante proprio perché la letteratura di Ifá gli assegna spesso una forma narrativa della sapienza.

Egli sa, ma il sapere deve essere applicato.

Può conoscere l’importanza dell’ẹbọ, e le narrazioni mostrano le conseguenze del compierlo oppure del trascurarlo. Può essere consultato da altre potenze, ma gli Ẹsẹ possono anche rappresentarlo all’interno delle medesime strutture di problema, consiglio e conseguenza che regolano l’esperienza degli esseri umani. La sapienza di Ifá non è dunque la pura contemplazione di un ordine eterno: deve dimostrare la propria validità nel modo in cui orienta la vita.

Questa caratteristica spiega perché alcuni studiosi africani contemporanei abbiano insistito sul valore filosofico di Òrúnmìlà e del corpus di Ifá. La filosofa nigeriana Sophie Bọ́sẹ̀dé Olúwọlé, in particolare, dedicò una parte importante del proprio lavoro alla rivendicazione della filosofia yoruba contro l’idea coloniale che una tradizione orale non potesse produrre pensiero filosofico autentico; nella sua lettura Òrúnmìlà poteva essere considerato una figura di filosofo e Ifá un deposito di riflessioni sul sapere, sull’etica e sulla condizione umana. Altri studiosi hanno sottolineato come la stessa letteratura divinatoria presenti Òrúnmìlà e i sacerdoti di Ifá come pensatori chiamati a sciogliere problemi difficili.

Questa interpretazione è intellettualmente importante, ma va distinta dalla formulazione religiosa tradizionale.

Definire Òrúnmìlà un filosofo può essere un modo legittimo per mostrare che la cultura yoruba possiede forme elaborate di riflessione concettuale indipendentemente dai modelli filosofici europei; diventa però problematico quando la parola “filosofo” viene utilizzata per sostituire quella di Òrìṣà, quasi fosse necessario ridurre la dimensione religiosa per riconoscere dignità al pensiero.

La tradizione non obbliga a scegliere.

Òrúnmìlà può essere sapienza divina proprio perché il sapere religioso non viene separato da ciò che noi chiameremmo filosofia.

Conoscere non significa fissare

Il rapporto di Òrúnmìlà con il destino conduce inevitabilmente a una domanda: se il destino è già stato stabilito prima della nascita e Òrúnmìlà lo conosce, che cosa resta da decidere?

La risposta non è semplice perché le concezioni yoruba del destino non sono completamente uniformi e hanno prodotto un vasto dibattito anche nella filosofia africana contemporanea. Alcune formulazioni attribuiscono un peso molto forte alla scelta preterrena; altre insistono maggiormente sull’intervento del carattere, dell’azione e delle circostanze. In molti contesti, tuttavia, la tradizione di Ifá non tratta il destino come una sceneggiatura nella quale ogni singolo evento sia già irreversibilmente scritto.

Se così fosse, la consultazione stessa avrebbe poco senso.

Un avvertimento non serve a nulla se nulla può essere evitato. Un sacrificio non ha funzione se l’esito non può mutare. Un consiglio morale sarebbe inutile se il comportamento non producesse alcuna conseguenza.

Ifá opera invece continuamente attraverso possibilità condizionali: se una determinata struttura continua senza correzione, un certo esito può manifestarsi; se viene compiuto ciò che l’oracolo prescrive, il rapporto fra persona e circostanze può cambiare. La nozione di destino convive quindi con una concezione della responsabilità nella quale il modo in cui l’individuo vive la propria parte assegnata conta realmente.

È qui che Òrúnmìlà diventa più di un conoscitore dell’avvenire.

È interprete delle biforcazioni.

Gli studi sulla concezione yoruba del destino mostrano infatti come successo, insuccesso, carattere e sorte vengano discussi attraverso un linguaggio nel quale la predestinazione non elimina interamente l’azione umana. Il destino offre una struttura, ma l’esistenza concreta rimane esposta alla condotta, alla negligenza, alle relazioni e alle forze che intervengono nella vita.

Questo permette di comprendere il tono spesso pragmatico degli Ẹsẹ Ifá. La domanda non è soltanto “che cosa mi è stato assegnato?”, ma “che cosa sto facendo della configurazione che mi appartiene?”.

La differenza è enorme.

Il sapere delle conseguenze

La divinazione contemporanea viene spesso immaginata come uno sguardo lanciato oltre il presente. Una persona pone una domanda, l’oracolo apre per un istante il futuro e il consultante riceve l’informazione che cercava.

Ifá possiede certamente una dimensione predittiva, ma la conoscenza attribuita a Òrúnmìlà appare più ampia. Egli sa riconoscere configurazioni perché conserva memoria dei precedenti contenuti nel corpus. La relazione fra Odù ed Ẹsẹ produce infatti una struttura nella quale una situazione presente può essere interpretata attraverso episodi mitici, sociali e rituali nei quali qualcosa di analogo è già accaduto.

Quando un Odù appare, il sacerdote non pronuncia semplicemente una definizione.

Richiama storie.

In una di esse qualcuno ricevette un consiglio e lo ignorò. In un’altra fece l’offerta prescritta e attraversò un pericolo. In un’altra ancora un comportamento apparentemente vantaggioso produsse una conseguenza inattesa. Il passato narrativo diventa quindi uno strumento per leggere il presente.

Questa caratteristica avvicina la sapienza di Òrúnmìlà a ciò che potremmo chiamare conoscenza delle conseguenze.

Non perché ogni evento sia prevedibile con precisione matematica, ma perché il corpus conserva strutture ricorrenti del comportamento e della relazione. Orgoglio, impazienza, avidità, lealtà, generosità, rifiuto del consiglio, capacità di attendere, rispetto delle reciprocità: gli stessi problemi attraversano esseri umani e Òrìṣà, uomini ricchi e poveri, sovrani, commercianti, viaggiatori e animali parlanti.

La sapienza non consiste nel sottrarsi a questa complessità.

Consiste nel riconoscerla prima che sia troppo tardi.

Da una prospettiva psicologica contemporanea, il meccanismo è straordinariamente interessante. Un individuo coinvolto emotivamente in un problema tende spesso a percepirlo come unico e privo di precedenti; il racconto oracolare lo ricolloca invece dentro una struttura narrativa esterna, permettendogli di osservare il proprio comportamento attraverso ciò che accade a qualcun altro. L’identificazione non è necessariamente diretta: una vicenda di Òrúnmìlà, di Èṣù o di un animale può diventare lo specchio indiretto di una situazione familiare, economica o affettiva.

Ma questa lettura psicologica è moderna.

All’interno della tradizione religiosa, l’Ẹsẹ non è soltanto uno strumento proiettivo costruito dalla mente del consultante. È parte del sapere di Ifá e la sua pertinenza è stata rivelata attraverso un processo divinatorio considerato reale.

Ridurre l’uno all’altro significherebbe perdere precisamente ciò che rende Ifá diverso da una tecnica terapeutica narrativa.

Òrúnmìlà, Èṣù e una conoscenza che deve circolare

La sapienza di Òrúnmìlà non opera da sola. Nel mondo religioso yoruba, conoscenza, comunicazione ed efficacia rituale sono distribuite fra diverse potenze, e la relazione con Èṣù è particolarmente importante.

Èṣù non è l’opposto malvagio di Òrúnmìlà. L’identificazione missionaria fra Èṣù e il diavolo cristiano ha prodotto una delle deformazioni più persistenti delle religioni yoruba e diasporiche. Nella logica di Ifá, Èṣù è legato alla comunicazione, alla circolazione, allo scambio e alle conseguenze; la sua presenza presso gli strumenti divinatori e nei racconti del corpus ricorda che la conoscenza deve attraversare una rete di relazioni perché possa diventare efficace.

Òrúnmìlà comprende.

Èṣù mette in movimento.

La formula è necessariamente semplificata, ma permette di intravedere una complementarità importante. Sapere quale sacrificio sia necessario non equivale ad averlo compiuto; ricevere un messaggio non garantisce che venga trasmesso correttamente; conoscere una possibilità non significa automaticamente realizzarla. L’universo rituale di Ifá non è governato soltanto dalla conoscenza, ma dalla capacità di far passare qualcosa da uno stato all’altro.

Questo aiuta anche a comprendere perché l’àṣẹ, la capacità di far accadere e rendere efficace, non possa essere identificato semplicemente con il sapere. Òrúnmìlà possiede una forma suprema di sapienza, ma la cosmologia yoruba non riduce tutte le funzioni divine a lui. Gli Òrìṣà non sono attributi intercambiabili di un’unica mente; entrano in rapporti nei quali ciascuna potenza possiede competenze, storie e modalità operative proprie.

La divinazione è precisamente uno dei luoghi in cui queste relazioni diventano leggibili.

Il maestro che consulta

Una delle immagini più sottili che emergono dagli Ẹsẹ Ifá è quella di Òrúnmìlà stesso inserito nel mondo delle consultazioni.

Se lo immaginassimo soltanto come una divinità onnisciente nel senso più rigido del termine, sarebbe difficile capire perché le narrazioni possano mostrarlo coinvolto in situazioni nelle quali vengono prescritti rituali, offerte o condotte. La contraddizione si attenua quando comprendiamo che il linguaggio narrativo di Ifá non mira a costruire un trattato sistematico sugli attributi divini, ma a trasmettere sapere attraverso precedenti.

Òrúnmìlà diventa allora anche il modello di colui che sa ascoltare.

Non è un dettaglio secondario.

Il vero sapiente non viene presentato soltanto come colui che possiede la risposta, ma come colui che riconosce quando una situazione richiede consultazione, disciplina e adeguamento. L’autorità di Ifá non deriva dal privilegio di chi non può mai trovarsi in difficoltà, ma dalla capacità di leggere correttamente la difficoltà.

È una sapienza molto diversa dall’onnipotenza.

Questa caratteristica ha contribuito a fare di Òrúnmìlà una figura centrale nella riflessione contemporanea sulla filosofia yoruba. La letteratura di Ifá non mette il sapere al riparo dall’esperienza; lo sottopone alla prova delle conseguenze.

Per questo i racconti in cui qualcuno rifiuta il consiglio sono così importanti. La conoscenza può essere disponibile e restare inutilizzata.

Il problema non è sempre l’ignoranza.

Talvolta è non voler ascoltare.

Ìwà: quando il sapere diventa carattere

Fra i temi più profondamente legati alla sapienza di Ifá vi è quello di ìwà, il carattere, concetto tanto importante nella cultura yoruba da non poter essere ridotto alle nostre categorie della moralità individuale.

Le narrazioni associate a Òrúnmìlà insistono sulla qualità della condotta, e alcune tradizioni lo collegano in modo particolarmente significativo alla figura personificata di Ìwà. La letteratura religiosa e filosofica yoruba utilizza spesso ìwà pẹ̀lẹ́ per indicare un carattere equilibrato, paziente, misurato, capace di vivere correttamente dentro le relazioni.

Il punto è decisivo perché impedisce di separare sapienza e comportamento.

Si può conoscere un Odù e agire male.

Si può ricevere un consiglio corretto e ignorarlo.

Si può possedere un destino favorevole e deteriorarne le possibilità attraverso una condotta distruttiva.

Òrúnmìlà non rappresenta quindi una conoscenza esoterica che permetta di aggirare l’etica. Al contrario, il corpus associa ripetutamente il destino alla qualità con cui l’individuo attraversa le relazioni e risponde alle circostanze.

La concezione è molto più severa della formula moderna secondo cui “sapere è potere”.

Sapere aumenta la responsabilità.

Se una persona è stata avvertita, la conseguenza del suo rifiuto non può più essere trattata come completamente cieca. Numerosi Ẹsẹ costruiscono il proprio insegnamento esattamente su questo meccanismo: qualcuno riceve un’indicazione, la accetta oppure la respinge e scopre successivamente che la decisione aveva un peso molto maggiore di quanto immaginasse.

La sapienza di Òrúnmìlà non protegge quindi l’essere umano dalle conseguenze delle proprie decisioni.

Gli permette di vederle abbastanza presto.

Sacrificio, correzione e il limite della conoscenza

Il rapporto fra Òrúnmìlà e l’ẹbọ introduce un altro elemento fondamentale. Se il compito della divinazione fosse soltanto informativo, il sacerdote potrebbe terminare la consultazione dopo aver interpretato l’Odù. Nella pratica religiosa, invece, la conoscenza può condurre a una prescrizione rituale.

L’ẹbọ rappresenta il momento in cui l’oracolo chiede che qualcosa venga fatto.

Le forme dell’offerta e del sacrificio sono numerose e dipendono dal contesto, dall’Odù e dalla tradizione sacerdotale; verranno esaminate in una pagina specifica. Qui interessa soprattutto la struttura concettuale. Òrúnmìlà non offre sempre una rivelazione destinata a essere contemplata. La sua sapienza identifica un problema e può indicare il modo rituale, etico o pratico attraverso il quale intervenire.

Ciò implica che esistono situazioni conoscibili ma non correggibili attraverso il solo conoscere.

È un’idea che l’esoterismo occidentale moderno dimentica facilmente. La scoperta della causa viene spesso trattata come se fosse già la trasformazione della causa. In Ifá, diagnosi e correzione rimangono invece distinte.

Sapere che un determinato comportamento sta producendo disordine non significa averlo interrotto.

Sapere quale relazione è compromessa non significa averla riparata.

Sapere quale obbligo rituale è richiesto non significa averlo compiuto.

La sapienza di Òrúnmìlà è dunque una sapienza che conduce verso l’azione e, proprio per questo, mantiene un rapporto stretto con il destino senza trasformarsi in fatalismo.

Òrúnmìlà nella storia e Òrúnmìlà nel mito

Quando si passa dalla teologia alla storia, la figura diventa più difficile da afferrare.

La tradizione religiosa colloca Òrúnmìlà nel tempo sacro delle origini, facendone un testimone della creazione e della scelta dei destini. Alcune narrazioni lo descrivono però anche con caratteristiche fortemente umane: viaggia, insegna, possiede relazioni familiari, abita luoghi, affronta problemi. Da questa duplicità sono nate interpretazioni che hanno cercato di vedere dietro l’Òrìṣà la memoria di un personaggio storico, forse un grande maestro o fondatore successivamente divinizzato.

La ricerca storica non dispone tuttavia delle prove necessarie per trasformare questa ipotesi in certezza.

Una recente e stimolante lettura filosofica ha persino proposto una datazione approssimativa di Òrúnmìlà come pensatore yoruba medievale, ma una simile ricostruzione appartiene alla discussione contemporanea e non costituisce un fatto storicamente stabilito. La documentazione disponibile non permette di separare con sicurezza un eventuale individuo storico dal processo mitico e religioso attraverso il quale Òrúnmìlà è diventato la figura che conosciamo.

Questa cautela è importante perché esistono due riduzioni opposte.

La prima sostiene che Òrúnmìlà sia “soltanto un mito”, come se il carattere mitico privasse automaticamente una figura religiosa di storia e significato sociale. La seconda afferma con sicurezza che sia esistito un uomo preciso, in un’epoca precisa, dal quale sarebbe derivato l’intero sistema di Ifá.

La documentazione non autorizza nessuna delle due semplificazioni.

Dal punto di vista storico possiamo studiare il culto, la letteratura, gli oggetti rituali, la diffusione geografica, le trasformazioni della pratica e le testimonianze raccolte negli ultimi secoli. Dal punto di vista religioso, Òrúnmìlà appartiene a una temporalità che non coincide con quella della storiografia.

Confondere questi piani non rende il racconto più vero.

Lo rende soltanto meno preciso.

Il volto di Òrúnmìlà e l’arte di rappresentare ciò che sa

A differenza di alcune divinità la cui iconografia è immediatamente riconoscibile attraverso colori, armi o forme standardizzate, Òrúnmìlà non possiede un’unica immagine canonica universalmente diffusa.

La sua presenza nell’arte yoruba emerge spesso indirettamente attraverso gli strumenti di Ifá, soprattutto gli ọ̀pọ́n divinatori, gli ìróké Ifá, i contenitori per gli ikin e altri oggetti scolpiti destinati alla pratica sacerdotale. L’importanza artistica di questi oggetti ha attratto a lungo l’attenzione dei musei e degli storici dell’arte, ma separarli dalla parola che li accompagna significa perdere una parte essenziale del loro significato.

Rowland Abiodun ha insistito in particolare sull’impossibilità di comprendere pienamente l’arte yoruba senza la lingua, gli oríkì, i proverbi, gli Ẹsẹ e i concetti che le conferiscono senso. Il capitolo da lui dedicato a Òrúnmìlà mostra precisamente quanto il sapere di Ifá, la parola e la forma artistica siano intrecciati.

Un ọ̀pọ́n può essere magnificamente scolpito e nello stesso tempo restare incompleto come oggetto religioso finché non viene utilizzato.

La superficie diventa significativa quando riceve l’ìyerosùn.

L’ìyerosùn diventa significativo quando vi compare un Odù.

L’Odù diventa significativo quando viene riconosciuto.

Il segno diventa parola quando il sacerdote ricorda gli Ẹsẹ.

La parola diventa consiglio quando entra nella vita del consultante.

La sapienza di Òrúnmìlà attraversa dunque una catena di trasformazioni senza risiedere completamente in nessuno dei suoi singoli passaggi.

È proprio questo a rendere Ifá molto più di una collezione di simboli.

Da Òrúnmìlà a Orula

La tratta atlantica degli schiavi non trasportò semplicemente simboli africani nelle Americhe; trasportò persone che possedevano lingue, genealogie sacerdotali, tecniche rituali e memorie. Fra queste memorie vi era Òrúnmìlà.

A Cuba il suo nome divenne comunemente Orula oppure Orúnla, mentre il sistema di Ifá sviluppò una delle più importanti tradizioni diasporiche sopravvissute. La relazione fra l’Òrúnmìlà yoruba e l’Orula della Regla de Ocha-Ifá è profonda ma non deve essere rappresentata come una semplice identità immobile. Secoli di trasformazioni linguistiche, sociali e rituali hanno prodotto particolarità cubane che meritano di essere comprese nel proprio contesto.

L’autorità di Orula sul destino rimane centrale.

Cambiano però repertori, terminologie, istituzioni sacerdotali e in alcuni casi interpretazioni rituali. Il rapporto con altri Òrìṣà, diventati orichas nella lingua rituale cubana, si inscrive in una religione diasporica che ha attraversato schiavitù, colonialismo spagnolo, cattolicesimo, società segrete e trasformazioni moderne.

Per questo non avrebbe senso utilizzare automaticamente una pratica cubana per spiegare ciò che “i Yoruba hanno sempre fatto”, così come sarebbe improprio trattare le forme africane contemporanee come se fossero le uniche versioni autentiche di una tradizione che ha sviluppato ormai una storia atlantica pluricentenaria.

La diaspora non è un errore di trasmissione.

È una nuova storia.

Fra tradizione religiosa e Òrúnmìlà filosofo

Il XX e il XXI secolo hanno aggiunto un ulteriore strato interpretativo alla figura di Òrúnmìlà. Con la crescita della filosofia africana accademica, la decolonizzazione degli studi religiosi e il recupero intellettuale delle tradizioni yoruba, Ifá è stato sempre più letto come archivio di epistemologia, etica, metafisica e filosofia sociale.

Questo movimento ha avuto un valore storico enorme.

Per molto tempo gli studiosi europei avevano utilizzato categorie nelle quali le forme religiose africane venivano collocate in una posizione inferiore rispetto alla filosofia e alle grandi religioni scritturali. Definire il corpus di Ifá un sistema di pensiero complesso significa contestare quella gerarchia.

Ma la riabilitazione può produrre a sua volta un nuovo impoverimento se, per dimostrare che Òrúnmìlà è un filosofo, si sente il bisogno di smettere di considerarlo un Òrìṣà.

La sua figura è interessante precisamente perché obbliga a mettere in discussione la separazione moderna fra sapere religioso e sapere filosofico.

Gli Ẹsẹ riflettono sulla natura della conoscenza senza diventare un trattato di epistemologia.

Interrogano il destino senza trasformarsi in un sistema metafisico scritto.

Parlano del carattere attraverso racconti.

Discutono la responsabilità mostrando che cosa accade a qualcuno.

La filosofia non viene isolata dalla narrazione perché la narrazione è il suo veicolo.

È in questa forma che la sapienza di Òrúnmìlà rimane viva.

La lettura esoterica: memoria, segno e corrispondenza

Per un lettore interessato all’esoterismo, Òrúnmìlà presenta una struttura particolarmente affascinante perché mette in relazione tre elementi che ricompaiono, sotto forme completamente diverse, in molte tradizioni operative: il destino invisibile, il segno mediante il quale esso diventa leggibile e l’interprete capace di riconoscerne il linguaggio.

Il paragone può essere utile, ma richiede disciplina.

Gli Odù non sono archetipi junghiani africani.

Òrúnmìlà non è un equivalente yoruba di Hermes Trismegisto.

Ifá non è una Cabala nera né una forma africana di I Ching.

Somiglianze strutturali possono suggerire confronti, ma le equivalenze cancellano precisamente ciò che dovrebbe essere studiato.

La lettura esoterica più rispettosa comincia invece dalla specificità del sistema. In Ifá il segno possiede autorità perché appartiene a un corpus religioso e a una genealogia di trasmissione. Il suo significato non viene prodotto liberamente dall’immaginazione del consultante. La conoscenza non deriva dal simbolo isolato, ma dal rapporto fra Odù, Ẹsẹ, sacerdote, Òrúnmìlà e situazione.

La dimensione occultata non è quindi semplicemente “il futuro”.

È la trama delle cause che l’esperienza ordinaria non riesce a vedere.

In questo senso Òrúnmìlà può essere definito il signore di una conoscenza nascosta solo se comprendiamo correttamente che cosa rimanga nascosto: non necessariamente un catalogo di segreti soprannaturali, ma il rapporto fra destino, carattere, circostanza e conseguenza.

La consultazione rende visibile una configurazione.

La sapienza decide che cosa farne.

Il testimone non sostituisce chi deve vivere

La grandezza religiosa di Òrúnmìlà emerge forse nel punto in cui termina il suo potere più evidente.

Può conoscere.

Può testimoniare.

Può permettere a Ifá di indicare una direzione.

Ma non vive la vita al posto della persona che consulta.

Questa distinzione preserva il rapporto fra destino e responsabilità. Se Òrúnmìlà eseguisse automaticamente ciò che è necessario, il carattere umano sarebbe irrilevante. Se ogni problema venisse rimosso dalla semplice consultazione, non esisterebbe bisogno di ẹbọ, di disciplina, di cambiamento della condotta e neppure della capacità di sopportare ciò che non può essere evitato.

Il sapere di Ifá è più esigente.

Dopo che il sacerdote ha parlato, qualcuno deve decidere se ascoltare.

In questa decisione si concentra un tema che attraversa continuamente il corpus: conoscere il cammino e percorrerlo non sono la stessa cosa.

È qui che una lettura psicologica può nuovamente affiancare, senza sostituire, la prospettiva religiosa. La vita umana è piena di conoscenze che rimangono sterili perché non riescono a diventare comportamento. Sappiamo che una relazione ci danneggia e continuiamo a riprodurla; riconosciamo un difetto di carattere e lo difendiamo; comprendiamo la conseguenza probabile di una decisione e troviamo comunque il modo di convincerci che questa volta sarà diversa.

Gli Ẹsẹ conoscono molto bene questa creatura.

L’hanno raccontata per generazioni.

La chiamano con nomi differenti, la trasformano in re, animale, Òrìṣà, commerciante o viaggiatore, ma il problema rimane sorprendentemente riconoscibile: qualcuno ha ricevuto la possibilità di sapere e deve decidere che cosa fare di quella conoscenza.

La tradizione religiosa attribuisce a Òrúnmìlà la memoria che rende possibile questo incontro.

Non perché egli sottragga l’essere umano al proprio destino, ma perché può ricordargli che un destino non è soltanto qualcosa che accade.

È anche qualcosa che deve essere portato.

Quando il segno di Ifá viene infine cancellato dalla polvere dell’ọ̀pọ́n, Òrúnmìlà non ha lasciato sul vassoio una fotografia dell’avvenire. Ha restituito, attraverso un Odù e le storie che gli appartengono, una parte di ciò che l’uomo non riusciva più a vedere da solo.

Il testimone ha parlato.

Rimane la vita, che dovrà verificare quanto sia stato ascoltato.

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