Il respiro entra dalle narici, raggiunge il petto e poi scompare. Possiamo seguirne il movimento per qualche istante, sentirlo dilatare le costole, riconoscere l’aria fredda all’ingresso e più tiepida all’uscita, ma a un certo punto l’esperienza sembra separarsi dall’anatomia che sappiamo di possedere: il respiro diventa ritmo, presenza, pressione interna, talvolta calore, e la sensazione di essere un corpo non coincide più perfettamente con ciò che un atlante di medicina potrebbe mostrare. Le tradizioni indiane hanno esplorato questa discrepanza per molti secoli, costruendo mappe nelle quali il corpo respirato, percepito, immaginato e ritualizzato possiede strutture che non sono semplicemente organi nascosti sotto la pelle. Vi scorrono prāṇa e vāyu, vi si distribuiscono nāḍī, vi possono essere collocati loti, ruote, sillabe, divinità, venti e gocce; in alcune dottrine un involucro sottile accompagna inoltre l’individuo oltre la morte, portando con sé facoltà e disposizioni che il corpo fisico non potrebbe conservare.
Chiamare tutto questo corpo sottile è comodo, ma proprio la comodità può ingannare. Non esiste una singola anatomia invisibile dell’India antica che le Upaniṣad avrebbero consegnato completa al Tantra, poi allo Yoga e infine all’Occidente. L’espressione moderna raccoglie sotto un’unica categoria concezioni nate in epoche, scuole e contesti differenti: il corpo attraversato dal prāṇa delle fonti upaniṣadiche non coincide perfettamente con il liṅga-śarīra del Sāṃkhya, il corpo trasmigrante della filosofia non coincide con l’architettura rituale di cakra e nāḍī del Tantra, e quest’ultima non costituisce neppure un sistema uniforme condiviso da tutti i testi tantrici. Gli studi contemporanei sullo Yoga e sul Tantra insistono precisamente sulla pluralità di queste anatomie e sulla necessità di considerarle sistemi storici, non varianti imperfette di un’unica tavola energetica universale.
Il corpo sottile indiano è quindi meno simile a un secondo corpo trasparente nascosto dentro il primo di quanto suggeriscano molte immagini moderne. In alcune tradizioni è anzitutto il complesso psicofisico che rende possibile la continuità fra le incarnazioni; in altre diventa un territorio costruito dalla pratica, nel quale visualizzazione, respiro e mantra producono una geografia operativa; in altre ancora è il luogo nel quale le forze vitali devono essere arrestate, invertite o fatte entrare in un canale centrale affinché avvenga una trasformazione radicale della coscienza. La parola rimane la stessa soltanto nella nostra classificazione.
Le fonti cambiano corpo mentre le attraversiamo.
Prima dei cakra: respiro, cuore e vie interne
Le più antiche concezioni indiane alle quali possiamo collegare la successiva fisiologia sottile non parlano ancora del famoso sistema dei sette cakra. Parlano soprattutto di respiro, vita, cuore e vie interne.
Prāṇa possiede una storia molto antica e una gamma semantica che la traduzione moderna con “energia” tende a restringere. Può indicare il respiro, il soffio vitale e, in contesti progressivamente più elaborati, una funzione fondamentale attraverso cui la vita viene mantenuta. Nelle Upaniṣad il prāṇa viene talvolta personificato e celebrato come ciò da cui dipendono le altre facoltà dell’organismo; la Praśna Upaniṣad, per esempio, sviluppa una vera fisiologia dei diversi prāṇa e delle loro funzioni, collegando respirazione, digestione, movimento e distribuzione della vitalità.
Non siamo ancora davanti al linguaggio contemporaneo della “bioenergia”.
Il respiro è certamente più della semplice aria inalata, ma il concetto appartiene a una visione dell’organismo nella quale respirazione, vitalità e cosmo non sono separati secondo le categorie della fisiologia moderna. Tradurre automaticamente prāṇa come “energia” può aiutare a rendere intuitiva la nozione, ma rischia di suggerire una grandezza fisica misurabile che le fonti non stanno definendo in quei termini.
Accanto al prāṇa compaiono molto presto le nāḍī, termine che nelle successive tradizioni yogiche diventerà familiare come nome dei canali del corpo sottile. La Chāndogya Upaniṣad e la Kaṭha Upaniṣad conoscono vie che partono dal cuore e collegano la condizione corporea al sonno, alla morte e al destino post mortem; la celebre formulazione delle centouno nāḍī del cuore, con una via che sale verso la sommità del capo e viene collegata al conseguimento dell’immortalità, dimostra quanto antica sia l’immagine di una struttura interna attraverso cui la vita e la coscienza possono orientarsi.
Ma anche qui è necessaria una cautela decisiva. Le nāḍī upaniṣadiche non devono essere retroattivamente disegnate come Idā, Piṅgalā e Suṣumṇā che si intrecciano attraverso sette cakra colorati. Quella configurazione appartiene a sviluppi molto più tardi e, anche quando i testi medievali utilizzeranno gli stessi termini, le strutture non saranno sempre identiche.
Il cuore, inoltre, occupa in molte fonti antiche una posizione che la moderna immagine spinale del corpo sottile tende quasi a far dimenticare. Numerose concezioni upaniṣadiche collocano nel cuore il centro dell’essere, il luogo delle vie interne e della relazione con l’ātman; soltanto attraverso lunghi sviluppi yogici e tantrici il corpo sottile occidentale diventerà così insistentemente verticale da sembrare costruito quasi esclusivamente attorno alla colonna vertebrale.
La prima geografia non è ancora quella che conosciamo.
Ed è proprio da questa differenza che conviene partire.
I cinque “involucri” e un’altra genealogia del corpo
Un secondo modello, destinato a esercitare un’influenza enorme sulla moderna idea di corpo sottile, emerge dalla Taittirīya Upaniṣad. Qui l’essere umano viene analizzato attraverso una progressione che conduce dal corpo dipendente dal cibo verso livelli legati al prāṇa, alla mente, alla conoscenza e alla beatitudine. La successiva tradizione vedāntica leggerà questi livelli come i celebri cinque kośa, gli involucri o guaine che sembrano avvolgere il Sé: annamaya, prāṇamaya, manomaya, vijñānamaya e ānandamaya.
Anche questa formulazione è stata trasformata dalla modernità.
È comune rappresentare i cinque kośa come cinque corpi concentrici, quasi cinque aure sovrapposte che si estendono progressivamente oltre il corpo fisico. È un’immagine didatticamente efficace, ma non deve essere confusa con una descrizione letterale contenuta nella Taittirīya. La tradizione esegetica costruisce nel tempo una teoria degli involucri e la integra con successive concezioni dei tre corpi; la rappresentazione grafica moderna come serie di strati energetici appartiene a un’ulteriore fase di sistematizzazione.
Il principio originario è più sottile. L’esperienza umana può identificarsi con livelli progressivamente diversi: ciò che è costituito e sostenuto dal cibo, ciò che vive attraverso il prāṇa, ciò che pensa, ciò che discerne, ciò che partecipa della beatitudine. Procedere verso l’interno non significa quindi necessariamente attraversare membrane invisibili collocate anatomicamente una dentro l’altra, ma compiere una discriminazione sempre più raffinata rispetto a ciò che viene scambiato per il Sé.
La differenza rispetto all’anatomia tantrica è significativa. Nei kośa il problema fondamentale è che cosa consideriamo noi stessi; nel corpo dei cakra il problema diventerà anche come organizzare e trasformare ritualmente le potenze presenti nel corpo.
Le due mappe possono essere combinate, e in epoca moderna lo sono state continuamente.
Non nascono però come la stessa mappa.
Il corpo che attraversa le vite
Un’altra genealogia del corpo sottile si sviluppa nelle filosofie legate al Sāṃkhya e nelle successive sistemazioni vedāntiche. Qui termini come liṅga-śarīra e sūkṣma-śarīra vengono utilizzati per designare un corpo o complesso sottile distinto dall’organismo grossolano e implicato nella trasmigrazione.
La questione che deve risolvere è precisa: se il corpo fisico viene distrutto dalla morte e tuttavia il ciclo delle rinascite continua, che cosa collega una vita alla successiva?
Il puro ātman, nei sistemi che lo considerano immutabile e trascendente rispetto alle modificazioni della natura, non può semplicemente essere identificato con personalità, memoria, inclinazioni e capacità psicologiche. Occorre una struttura intermedia capace di portare con sé le condizioni che permettono al karma e alle disposizioni acquisite di continuare a operare.
Il liṅga-śarīra risponde a questa necessità. A seconda delle formulazioni filosofiche, comprende facoltà quali intelletto, senso dell’io, mente, capacità sensoriali e altri elementi sottili della costituzione psicofisica. Non è l’ātman e non è necessariamente una seconda anima: appartiene ancora alla natura condizionata, ma possiede una durata maggiore del singolo organismo e accompagna il processo della reincarnazione. Nelle elaborazioni vedāntiche e purāṇiche il corpo sottile viene perciò descritto come supporto di disposizioni, impressioni e facoltà che attraversano la successione delle esistenze.
Questa concezione è molto distante dalla moderna immagine di un corpo energetico visibile come un alone luminoso.
Il corpo sottile filosofico è anzitutto ciò che consente alla persona empirica di continuare quando il corpo grossolano non continua.
La successiva tradizione vedāntica distinguerà generalmente tre ordini corporei: sthūla-śarīra, il corpo grossolano; sūkṣma-śarīra, il corpo sottile; e kāraṇa-śarīra, il corpo causale. I cinque kośa verranno spesso distribuiti all’interno di questa tripartizione, producendo la classificazione ormai familiare nella divulgazione moderna.
Bisogna però vedere il passaggio storico che si è compiuto.
Il corpo sottile è diventato il supporto della continuità individuale prima di diventare una tavola di chakra.
Questa differenza sarà fondamentale quando l’Occidente, attraverso Teosofia e Neo-Vedānta, tenterà di far coincidere sūkṣma-śarīra, corpo astrale, aura e anatomia yogica.
Il Tantra costruisce il corpo
Con le tradizioni tantriche medievali accade qualcosa di diverso. Il corpo non è più soltanto analizzato attraverso facoltà vitali e psicologiche né utilizzato per spiegare la trasmigrazione: diventa spazio rituale.
Questa trasformazione è così profonda che parlare di una “anatomia” tantrica può essere persino fuorviante se la parola suggerisce qualcosa di già pronto, come se il praticante dovesse semplicemente scoprire organi sottili nascosti dentro di sé. Molte strutture tantriche devono invece essere visualizzate, installate, percorse e attivate attraverso la pratica. Il corpo viene sovrapposto al cosmo; mantra e divinità vengono collocati sulle sue parti; lettere possono essere distribuite lungo precise regioni; loti e centri vengono utilizzati come supporti contemplativi; la stessa divinità può essere costruita interiormente prima che il praticante si identifichi con essa.
Il corpo sottile diventa quindi tanto rituale quanto fisiologico.
L’Oxford Handbook of Tantric Studies tratta infatti i sistemi del corpo sottile come “fisiologie esoteriche”, riconoscendo quanto essi varino fra tradizioni e quanto possano comprendere non soltanto canali e centri, ma corrispondenze fra corpo, cosmo, divinità, mantra e pratica meditativa.
Questo spiega un aspetto che la ricezione moderna fatica spesso a mantenere. Il cakra non deve necessariamente essere pensato come un organo invisibile che esiste dentro ogni essere umano nello stesso modo in cui il fegato esiste indipendentemente dalla nostra conoscenza. In molti contesti tantrici il centro è anche luogo della visualizzazione, supporto rituale nel quale vengono collocati fonemi, divinità e diagrammi secondo la particolare tradizione.
L’immagine viene resa operativa.
Ed è proprio per questo che sistemi differenti possono collocare nel corpo strutture differenti senza percepirsi necessariamente come errori anatomici concorrenti.
Non esiste il sistema dei chakra
Poche affermazioni sono più necessarie per comprendere storicamente il corpo sottile indiano: non esiste un unico sistema tradizionale dei chakra.
La parola cakra, letteralmente ruota o disco e utilizzata in moltissimi contesti della cultura indiana, viene applicata nelle fisiologie tantriche a centri del corpo sottile, ma numero, posizione, simbolismo e funzione di questi centri cambiano considerevolmente.
Esistono sistemi di quattro, cinque, sei, sette, nove, dieci, dodici o più centri. Alcuni collocano particolare enfasi sul cuore, altri sulla regione della base, altri su centri superiori; alcuni associano lettere sanscrite ai petali dei loti, altri divinità, elementi, mantra o differenti livelli cosmologici. Le anatomie tantriche buddhiste possono divergere sensibilmente da quelle śaiva e śākta, e le successive tradizioni di Haṭha Yoga selezioneranno e riorganizzeranno ancora questi materiali.
Il celebre schema occidentale dei sette chakra, ciascuno associato a un colore dell’arcobaleno, a determinate funzioni psicologiche, ghiandole endocrine, pietre e frequenze, costituisce una formazione moderna. Alcuni suoi elementi provengono effettivamente da fonti tantriche, ma la struttura contemporanea nasce attraverso selezioni, traduzioni e aggiunte avvenute soprattutto nella ricezione occidentale fra XIX e XX secolo.
Persino il sistema indiano che più contribuì alla successiva standardizzazione, quello dei sei cakra più il loto superiore descritto in testi śākta relativamente tardi, rappresenta un sistema, non la tavola definitiva del corpo sottile indiano.
Questo dato modifica il modo stesso di leggere i testi.
Quando una fonte parla di un loto a un determinato livello e un’altra ne descrive un numero differente, non dobbiamo necessariamente domandarci quale delle due conoscesse la “vera anatomia energetica”. Dobbiamo prima domandarci quale pratica stesse costruendo e a quale cosmologia appartenesse.
La pagina dedicata specificamente ai chakra entrerà in queste differenze.
Qui basta riconoscere che la pluralità non è un incidente.
È parte della loro storia.
Nāḍī: vie che non sono nervi
Lo stesso problema riguarda le nāḍī.
Nei testi medievali esse costituiscono una rete di vie attraverso cui si muovono prāṇa, venti vitali o altre sostanze sottili, ma il loro numero varia enormemente. Alcune fonti parlano di settantaduemila nāḍī, altre di numeri differenti; ciò che conta nella pratica non è generalmente la possibilità di enumerarle tutte, ma la presenza di alcuni canali principali e soprattutto del canale centrale.
Con il progressivo sviluppo dei sistemi yogici diventano celebri Idā, Piṅgalā e Suṣumṇā. Le prime due vengono associate in varie tradizioni a polarità lunari e solari, mentre Suṣumṇā occupa una posizione centrale e diventa la via attraverso cui il movimento ordinario della vitalità deve essere trasformato. La successiva fisiologia yogica costruirà intorno a questi canali una parte essenziale delle proprie tecniche respiratorie e contemplative. Le fonti, tuttavia, continuano a differire nella loro descrizione e non sempre i tre canali possiedono la stessa posizione, lo stesso percorso o la stessa funzione.
Tradurre nāḍī con “nervo” è quindi particolarmente rischioso.
Le antiche traduzioni occidentali lo fecero spesso perché cercavano l’equivalente anatomico più vicino, e in epoca moderna Idā e Piṅgalā sono state persino identificate con il sistema nervoso simpatico e parasimpatico o con gli emisferi cerebrali. Queste corrispondenze possono essere utilizzate simbolicamente da scuole contemporanee, ma non costituiscono identificazioni anatomiche dimostrate.
Una nāḍī non è stata individuata dissezionando un cadavere.
Appartiene alla fisiologia interna della pratica.
La differenza non significa che sia “soltanto immaginaria” nel senso banale del termine. Significa che il suo statuto, per le tradizioni che la utilizzano, non coincide con quello di un nervo fisico. In una disciplina rituale e yogica, una struttura può essere significativa perché organizza respiro, attenzione e visualizzazione e, all’interno della cosmologia adottata, perché viene considerata realmente operante su un livello sottile.
La scienza può studiare gli effetti fisiologici delle pratiche.
Non può trasformare automaticamente la nāḍī in una struttura istologica.
Il prāṇa si divide
Nel corpo yogico il prāṇa non rimane una forza indistinta. Numerosi testi classificano le funzioni vitali attraverso differenti vāyu, letteralmente venti, ciascuno collegato a particolari movimenti e regioni corporee. Una classificazione molto diffusa distingue cinque principali: prāṇa, apāna, samāna, udāna e vyāna, ai quali possono aggiungersi ulteriori venti secondari.
Anche qui la traduzione moderna con “energia” nasconde qualcosa.
I venti sono dinamiche.
Il prāṇa tende a essere associato alle funzioni respiratorie e alla regione superiore; apāna ai movimenti discendenti, escrezione e sessualità; samāna alla regione centrale e ai processi digestivi; udāna al movimento ascendente e in alcuni contesti anche alla morte; vyāna alla diffusione attraverso l’organismo.
La pratica yogica utilizzerà queste direzioni.
Non si limita a “aumentare l’energia”, ma tenta di controllare movimenti specifici, invertire correnti, congiungere ciò che normalmente procede in direzioni opposte e infine costringere il respiro sottile a entrare nella via centrale.
Il corpo sottile appare allora meno simile a un circuito elettrico e più a una meteorologia interna.
Ci sono venti.
Correnti.
Pressioni.
Salite e discese.
Il linguaggio della fisiologia yogica conserva qualcosa dell’esperienza reale della respirazione: ciò che viene percepito nel corpo durante ritenzioni, contrazioni e pratiche intensive non è soltanto una quantità astratta di energia, ma movimento, compressione, espansione e calore.
La cosmologia organizza queste sensazioni e attribuisce loro un significato soteriologico.
Prima di Kuṇḍalinī, il bindu
La storia dello Haṭha Yoga permette di osservare quanto le anatomie sottili siano capaci di trasformarsi.
L’immagine contemporanea associa quasi automaticamente Haṭha Yoga e risveglio di Kuṇḍalinī, ma le prime tecniche che confluiscono nello Haṭha medievale non sono necessariamente costruite attorno alla potenza serpentina. Un testo fondamentale come l’Amṛtasiddhi, probabilmente composto nell’XI secolo in un ambiente buddhista tantrico, descrive soprattutto un corpo nel quale assume importanza decisiva il bindu, un’essenza vitale collegata all’immortalità e minacciata dalla propria dispersione. Le pratiche yogiche mirano a conservarla, invertire processi considerati responsabili della decadenza e controllare il rapporto fra respiro, mente e sostanze vitali.
Questo è un passaggio storico di grande importanza. Una parte delle tecniche che diventeranno caratteristiche dello Haṭha Yoga emerge da un sistema nel quale il problema centrale non è ancora necessariamente “far salire Kuṇḍalinī attraverso sette chakra”.
Il corpo yogico continua a cambiare.
Tradizioni successive incorporano sempre più chiaramente sistemi tantrici della potenza serpentina, dei cakra e della Suṣumṇā, fino a produrre le forme di Haṭha Yoga oggi maggiormente riconoscibili. Gli studi sulla storia dello Haṭha Yoga hanno mostrato precisamente questo processo di assimilazione e riorganizzazione di tecniche provenienti da ambienti differenti.
La conseguenza è metodologicamente importante. Quando due testi medievali descrivono corpi sottili diversi, non dobbiamo necessariamente pensare che uno abbia dimenticato parti dell’altro.
Stanno lavorando con tecnologie differenti.
Un corpo costruito per preservare il bindu non deve essere identico a un corpo costruito per far ascendere la Śakti.
Kuṇḍalinī: quando la potenza cosmica entra nel corpo
La nozione di Kuṇḍalinī diventerà comunque uno dei vertici della fisiologia tantrico-yogica. In determinate tradizioni śaiva e soprattutto śākta, la stessa Potenza che manifesta il cosmo viene pensata come presente nel corpo del praticante in una condizione latente o contratta; attraverso specifiche pratiche viene risvegliata e condotta lungo il canale centrale, attraversando i centri del corpo sottile fino a una condizione superiore di unione o riconoscimento.
L’immagine del serpente deriva anche dal significato della parola, collegata a ciò che è avvolto o arrotolato, e diventerà iconograficamente potentissima. Ma persino qui bisogna sottrarsi alla tavola moderna già pronta. Non tutte le tradizioni descrivono Kuṇḍalinī nello stesso modo, non tutte ne fanno il centro del proprio Yoga e non tutte organizzano la sua ascesa attraverso i medesimi cakra.
Il punto teologico è più importante dell’immagine anatomica.
Kuṇḍalinī non è semplicemente una riserva di carburante spirituale depositata alla base della colonna vertebrale.
Nelle tradizioni in cui viene identificata con Śakti, è potenza divina contratta nella condizione individuale.
La sua ascesa riproduce quindi nel microcosmo un processo cosmologico. Ciò che appare disperso e differenziato viene ricondotto verso il proprio principio; i livelli della manifestazione vengono attraversati inversamente; il corpo diventa la scena nella quale la cosmologia viene percorsa a ritroso.
La tecnica yogica non è separata dalla metafisica.
La fisiologia racconta, nel corpo, la storia del cosmo.
Il corpo tantrico è anche un testo
Esiste però un altro corpo sottile, meno presente nella divulgazione e fondamentale per comprendere il Tantra: il corpo delle lettere e dei mantra.
Attraverso pratiche di nyāsa, fonemi, mantra e divinità possono essere installati in precise regioni corporee. La mano del praticante tocca il corpo mentre formule vengono pronunciate; ciò che prima appariva come organismo individuale viene progressivamente ricostruito come corpo della divinità.
Questa pratica mostra quanto sia riduttivo identificare il corpo sottile soltanto con chakra e nāḍī.
Una fisiologia tantrica può essere fonematica.
Il sanscrito sacralizzato può essere distribuito sul corpo.
Le lettere possono corrispondere a potenze cosmiche.
Il corpo può diventare l’alfabeto attraverso cui la divinità manifesta se stessa.
Non si tratta di un ornamento aggiunto alla pratica energetica. In alcune tradizioni la struttura mantraica del corpo è essenziale quanto quella dei canali. Il corpo rituale non viene semplicemente purificato prima del culto: viene decomposto simbolicamente e ricostruito come sede adatta alla presenza divina.
Se un cakra possiede un certo numero di petali e a quei petali corrispondono determinate lettere, la relazione non nasce necessariamente da una osservazione fisiologica. Il centro diventa una forma attraverso cui cosmologia, fonetica sacra e anatomia rituale vengono fatte coincidere.
La pagina sul nyāsa renderà visibile fino a quale punto il corpo possa essere costruito dalla parola.
Il Buddhismo tantrico e un’altra fisiologia dell’interno
La storia del corpo sottile indiano non appartiene soltanto alle tradizioni hindu. Il Buddhismo tantrico sviluppò anatomie e pratiche proprie, successivamente trasmesse e ulteriormente sistematizzate in Tibet e in altre regioni dell’Asia.
Nei Tantra buddhisti più tardi diventano centrali sistemi di canali, venti e gocce, corrispondenti rispettivamente, nel vocabolario sanscrito, a categorie come nāḍī, vāyu/prāṇa e bindu. Lavorare sul corpo sottile significa controllare i venti e condurli in determinate vie, produrre calore interno, trasformare l’esperienza del piacere e della coscienza e utilizzare l’organismo come supporto per realizzare stati contemplativi descritti secondo la soteriologia buddhista.
Le somiglianze con i sistemi śaiva sono reali e dipendono anche dagli intensi scambi avvenuti fra tradizioni tantriche dell’India medievale, ma l’interpretazione finale cambia. La fisiologia viene inserita in una dottrina buddhista della vacuità, della bodhicitta, della conoscenza e della buddhità; materiali simili possono quindi assumere funzioni molto diverse.
La storia del Mahāmudrā, per esempio, testimonia l’importanza raggiunta in determinati ambienti buddhisti da pratiche avanzate del corpo sottile, nelle quali beatitudine e luminosità vengono integrate con la realizzazione della natura della mente.
È un altro caso in cui il corpo attraversa confini religiosi senza rimanere identico.
Una tecnica può migrare.
La teologia nella quale viene inserita può trasformarla.
Sottile non significa immateriale
La parola italiana sottile porta con sé un'ambiguità che merita di essere affrontata direttamente.
Per un lettore moderno, un corpo non fisico sembra quasi necessariamente immateriale. Nelle filosofie indiane la situazione è più complessa. Il corpo sottile può essere costituito da elementi o principi considerati estremamente raffinati senza per questo coincidere con il Sé spirituale. Nel Sāṃkhya, per esempio, mente e intelletto appartengono ancora a Prakṛti: sono “materiali” in un senso filosofico molto diverso da quello della materia grossolana percepibile, ma non diventano per questo Puruṣa.
Questa distinzione è essenziale.
Il corpo sottile può essere invisibile senza essere spirito.
Può sopravvivere al corpo fisico senza essere immortale.
Può accompagnare la reincarnazione senza costituire il vero Sé.
È forse uno dei punti nei quali la ricezione occidentale ha maggiormente modificato il concetto, perché parole come astrale, spirituale ed energetico sono state spesso utilizzate quasi come sinonimi.
Nelle tradizioni indiane non è necessariamente così.
Un principio può essere più sottile e tuttavia appartenere ancora alla condizione dalla quale la liberazione deve emancipare.
La sottigliezza non garantisce trascendenza.
Un corpo reale o un corpo immaginato?
La domanda contemporanea sembra inevitabile: i chakra e le nāḍī sono considerati realmente esistenti oppure sono soltanto supporti di visualizzazione?
Formulata in questi termini, la domanda può essere troppo moderna per le fonti.
In alcune tradizioni, i sistemi sottili vengono trattati con un'evidente pretesa ontologica: il prāṇa scorre, i canali possono essere bloccati, la potenza può essere fatta ascendere. In altre pratiche, tuttavia, le strutture vengono esplicitamente costruite attraverso la visualizzazione, e la loro efficacia non dipende dalla necessità di considerarle organi già presenti nel corpo esattamente nella forma descritta.
Le due possibilità non sono necessariamente incompatibili all'interno di una cosmologia rituale.
Un maṇḍala viene costruito e tuttavia rende presente un ordine considerato reale.
Una divinità viene visualizzata e non per questo viene considerata semplicemente inventata.
Un cakra può essere formato nella contemplazione e contemporaneamente appartenere a una struttura cosmologica ritenuta effettiva.
È l'opposizione moderna fra “oggettivamente presente” e “soltanto immaginato” a diventare troppo stretta.
Il Tantra conosce una immaginazione operativa.
Ciò che viene visualizzato può essere considerato capace di trasformare realmente il praticante proprio perché la visualizzazione non è pensata come fantasia arbitraria.
Questo aspetto distingue profondamente il corpo sottile tantrico dalla moderna idea popolare di una anatomia energetica fissa che un sensitivo dovrebbe semplicemente osservare.
Il praticante non guarda soltanto un corpo invisibile.
In parte lo fa accadere.
Ciò che la medicina non trova
La scienza anatomica e fisiologica contemporanea non ha identificato nāḍī, cakra o corpi sottili come strutture anatomiche separate comparabili a nervi, vasi, ghiandole o organi. Questo fatto deve essere detto senza ambiguità, soprattutto perché la divulgazione moderna tenta frequentemente di dimostrare l'antichità scientifica del sistema identificando i chakra con plessi nervosi o ghiandole endocrine e Idā e Piṅgalā con differenti componenti del sistema nervoso.
Le corrispondenze possono essere suggestive.
Non sono equivalenze dimostrate.
Un plesso nervoso possiede fibre osservabili, una storia embriologica e funzioni fisiologiche studiate sperimentalmente. Un cakra appartiene a una fisiologia rituale e yogica i cui significati cambiano secondo il testo. Se due tradizioni collocano un centro in regioni approssimativamente simili non significa che una stesse descrivendo segretamente l'organo dell'altra.
Lo stesso vale per il prāṇa. Respirazione, ritenzione e pratiche yogiche producono naturalmente effetti misurabili sul sistema cardiovascolare, respiratorio e autonomico; ciò non dimostra che il prāṇa sia una nuova forza fisica individuabile indipendentemente da questi processi.
Riconoscere la distinzione non rende il sistema meno interessante.
Lo restituisce al tipo di sapere che storicamente era.
Il corpo percepito non coincide completamente con il corpo anatomico
La psicologia e le neuroscienze offrono comunque un terreno di confronto particolarmente interessante.
L'essere umano non vive il proprio organismo come una tavola anatomica. Possiede una rappresentazione dinamica del corpo, integra informazioni provenienti da respirazione, postura, equilibrio, tatto, dolore, temperatura e segnali viscerali; attenzione e aspettativa possono modificare profondamente la percezione di queste sensazioni.
Una pratica che concentra per lunghi periodi l'attenzione su una determinata regione corporea può quindi trasformare realmente il modo in cui quella regione viene percepita. Respirazione controllata, contrazioni muscolari, ritenzioni e visualizzazioni possono produrre calore, pressione, tremore, senso di movimento interno, modificazioni dello schema corporeo e stati di coscienza insoliti.
Questo non dimostra che il praticante stia percependo una nāḍī ontologicamente indipendente.
Ma impedisce anche di liquidare l'intera esperienza dicendo che “non succede niente”.
Qualcosa succede.
La questione riguarda il modo in cui quel qualcosa viene interpretato.
La psicologia può studiare la costruzione dell'esperienza corporea.
Il Tantra può interpretare la stessa esperienza attraverso prāṇa, canali e potenze.
La fisiologia moderna può misurare respirazione, frequenza cardiaca e attività nervosa.
Sono livelli differenti di descrizione, e la precisione nasce dal non costringerli a coincidere prima del tempo.
Dal corpo ricevuto al corpo trasformato
Se osserviamo insieme queste diverse genealogie, emerge finalmente una caratteristica profonda del corpo sottile indiano.
Non è soltanto ciò che l'uomo possiede.
È ciò attraverso cui può diventare altro.
Nelle Upaniṣad il corpo vitale permette di pensare la relazione fra respiro, vita e destino dopo la morte. Nel Sāṃkhya e nel Vedānta il corpo sottile garantisce la continuità della condizione individuale attraverso la trasmigrazione. Nel Tantra il corpo diventa maṇḍala, sede di mantra e divinità. Nello Haṭha Yoga viene manipolato attraverso respiro, sigilli e posture affinché i processi ordinari vengano invertiti. Nelle tradizioni di Kuṇḍalinī la potenza contratta viene ricondotta verso il proprio principio. Nei Tantra buddhisti venti e gocce vengono utilizzati per trasformare radicalmente la coscienza.
La stessa espressione comprende quindi almeno due idee quasi opposte.
Il corpo sottile può essere ciò che mantiene la schiavitù, perché trasporta disposizioni e condizioni karmiche da una vita all'altra.
Può essere anche lo strumento attraverso cui la schiavitù viene spezzata.
La differenza sta nella pratica.
Questo è forse il punto nel quale la distanza dalla moderna anatomia energetica diventa maggiore. Nelle rappresentazioni contemporanee il corpo sottile appare spesso come qualcosa che deve essere mantenuto in equilibrio e salute: chakra aperti, energia fluida, aura pulita. Le fonti yogiche e tantriche possono perseguire obiettivi ben più radicali. Il normale funzionamento della fisiologia sottile non è necessariamente lo stato ideale da preservare; talvolta è precisamente ciò che deve essere interrotto.
Il respiro ordinario mantiene l'esistenza ordinaria.
I venti scorrono nei canali ordinari perché la coscienza continua a funzionare secondo la propria condizione abituale.
Lo yogin interviene.
Trattiene.
Sigilla.
Inverte.
Costringe ciò che normalmente si disperde a raccogliersi.
Il corpo sottile non viene semplicemente armonizzato.
Viene sottoposto a una operazione.
La geografia cambia perché cambia il viaggio
Possiamo allora comprendere perché i sistemi non coincidano.
Una mappa costruita per spiegare la reincarnazione non deve mostrare le stesse strutture di una mappa costruita per una pratica di Kuṇḍalinī.
Una tecnica fondata sulla conservazione del bindu non ha bisogno dello stesso corpo di una visualizzazione śākta.
Un Tantra buddhista può lavorare con canali e venti simili a quelli di un ambiente śaiva e attribuire loro una finalità completamente differente.
La pluralità delle anatomie non è necessariamente una debolezza della tradizione.
Dipende dal fatto che il corpo sottile è anche una tecnologia soteriologica.
Ogni sistema disegna ciò che deve essere attraversato.
La domanda moderna “quanti chakra esistono davvero?” diventa quindi meno interessante di quanto sembri.
Storicamente è molto più utile chiedere perché un determinato testo abbia bisogno proprio di quel numero di centri, quali divinità vi collochi, quali mantra distribuisca, quale movimento del prāṇa prescriva e che cosa debba accadere quando il praticante raggiunge l'ultimo livello.
La geografia acquista senso soltanto insieme al viaggio.
Quando l'Occidente vide un secondo corpo
Fra XIX e XX secolo queste diverse tradizioni cominceranno a essere tradotte attraverso categorie dell'esoterismo occidentale. Sūkṣma-śarīra verrà avvicinato al corpo astrale, prāṇa alla forza vitale, le nāḍī a canali energetici e i cakra a centri dell'aura. Teosofia, occultismo, Neo-Vedānta e successivi insegnamenti yogici globali contribuiranno a costruire il sistema che oggi sembra così naturale: un organismo fisico avvolto da corpi progressivamente più sottili, attraversato da chakra disposti verticalmente, collegati da canali lungo cui fluisce una energia universale.
La trasformazione sarà enorme e meriterà l'ultima pagina di questa sezione.
Per ora è sufficiente riconoscere un dettaglio.
L'Occidente cercava un corpo sottile.
L'India gli offriva molti corpi.
Alcuni respiravano.
Alcuni trasmigravano.
Alcuni erano fatti di facoltà mentali.
Alcuni contenevano lettere.
Alcuni dovevano essere visualizzati.
Alcuni conservavano una sostanza immortale.
Alcuni conducevano una dea serpentina.
Quando furono sovrapposti, nacque una anatomia nuova.
Il corpo che non compare quando viene aperto
Rimane infine la difficoltà più affascinante.
Se un chirurgo apre il corpo, non trova Suṣumṇā.
Non trova un loto con cinquanta petali.
Non trova una sillaba collocata nel cuore.
Eppure per secoli praticanti appartenenti a tradizioni differenti hanno costruito una parte decisiva della propria esperienza religiosa attorno a strutture simili, modificando respiro, attenzione, comportamento e percezione del corpo secondo mappe che nessuna dissezione avrebbe potuto confermare.
La conclusione più facile sarebbe chiamarle illusioni.
L'altra sarebbe sostenere che costituiscono una anatomia scientifica invisibile alla medicina.
Entrambe perdono qualcosa.
Il corpo sottile appartiene a un ordine nel quale la fisiologia è anche cosmologia, la respirazione può essere disciplina religiosa, la parola può modificare il corpo perché il corpo è stato pensato come luogo della parola, e una struttura interiormente visualizzata può essere considerata operativa senza dover essere un organo nel senso della biologia moderna.
È un corpo che esiste, innanzitutto, perché viene praticato.
Questo non risolve la questione metafisica della sua eventuale esistenza indipendente dal praticante, né la scienza dispone di evidenze che permettano di trattare nāḍī e cakra come strutture anatomiche oggettive. Ma spiega perché ridurre tutto alla domanda “è reale oppure no?” sia insufficiente per comprendere ciò che queste tradizioni stavano facendo.
Il corpo anatomico può essere osservato.
Il corpo sottile deve essere percorso.
Ed è forse qui che le diverse genealogie finalmente si incontrano senza diventare identiche. Le vie del cuore delle Upaniṣad, il corpo trasmigrante delle filosofie classiche, i loti tantrici, i venti del Buddhismo esoterico e il corpo invertito dello Haṭha Yoga condividono una convinzione che assume ogni volta una forma diversa: ciò che chiamiamo corpo non termina necessariamente là dove termina ciò che possiamo vedere.
Non perché dietro la carne debba esistere un doppio luminoso identico per tutti, ma perché l'esperienza religiosa indiana ha continuato a trovare nell'organismo qualcosa che l'anatomia da sola non era stata chiamata a descrivere: una via fra respiro e coscienza, fra vita e morte, fra individuo e cosmo.
Ogni tradizione ha tracciato quella via in modo diverso.
Soltanto molto più tardi qualcuno avrebbe sovrapposto i disegni e li avrebbe chiamati una sola mappa.

