Śiva e Śakti — Polarità e cosmologia tantrica

Śiva e Śakti — Polarità e cosmologia tantrica

Così vicini da non poter essere separati, abbastanza distinti da rendere possibile il mondo: coscienza e potenza nelle tradizioni tantriche śaiva e śākta.

La pietra li costringe nello stesso corpo. Da un lato la massa dei capelli raccolti, il terzo occhio e gli attributi di Śiva; dall’altro la curva del fianco, gli ornamenti e i segni di Pārvatī. Nessuna linea li divide davvero, perché il volto appartiene contemporaneamente a entrambi e il gesto dello scultore sembra suggerire che la separazione avvenga soltanto per permettere allo sguardo di comprendere ciò che, nella figura intera, non è mai stato diviso. È Ardhanārīśvara, il Signore che è per metà donna, una delle immagini più potenti della tradizione śaiva, attestata ben prima della piena elaborazione dei grandi sistemi tantrici medievali e successivamente reinterpretata come espressione privilegiata dell'inseparabilità fra Śiva e la sua potenza.

L'immagine è diventata quasi inevitabile ogni volta che l'Occidente parla di Tantra, ma proprio la sua efficacia simbolica ha favorito un equivoco. Śiva e Śakti vengono spesso presentati come principio maschile e principio femminile dell'universo, coscienza e materia, spirito e natura, immobilità e movimento, talvolta persino come equivalente indiano dello yin e dello yang. Queste corrispondenze possono avere un'utilità didattica molto limitata, ma diventano fuorvianti quando vengono scambiate per la dottrina originaria. Le tradizioni tantriche non formulano una teoria unica della coppia Śiva–Śakti; inoltre, nei sistemi non dualisti più sofisticati, la loro relazione non è quella di due metà complementari che, dopo essere state separate, devono finalmente ricongiungersi. Śakti non è semplicemente “il femminile” accanto a uno Śiva “maschile”: è la potenza attraverso cui Śiva è coscienza viva, capace di conoscere se stesso, manifestare il cosmo e apparire nella molteplicità senza cessare di essere ciò che è.

Non sono due sostanze.

Sono una distinzione interna all'assoluto.

Comprendere questa differenza significa entrare in uno dei punti più profondi della cosmologia tantrica e, nello stesso tempo, liberare Śiva e Śakti da molta della simbologia psicologica moderna che li ha resi familiari proprio al prezzo di renderli meno riconoscibili.

Prima della coppia cosmologica

Śiva e la Dea possiedono naturalmente storie molto più antiche delle sintesi tantriche medievali. Śiva deriva da un lungo processo religioso che attraversa Rudra vedico, tradizioni ascetiche, culti locali e progressiva formazione dello Śaivismo, mentre la religiosità legata alle dee conosce in India una pluralità straordinaria di figure e culti che non possono essere fatti derivare da una sola origine. Quando l'induismo storico assume forme più vicine a quelle riconoscibili nei periodi successivi, Śiva, Viṣṇu e la Grande Dea diventano centri di importanti tradizioni religiose, e la potenza divina femminile acquisisce una rilevanza teologica sempre maggiore.

La parola śakti significa innanzitutto potenza, capacità, energia nel senso di facoltà efficace, ciò mediante cui un'azione può essere compiuta. Il suo genere grammaticale femminile e la progressiva personificazione religiosa consentono alla potenza di una divinità di essere concepita anche come Dea, ma il processo non deve essere ridotto alla semplice idea che ogni dio possieda una “moglie energetica”. Quando lo Śāktismo raggiunge le proprie formulazioni più forti, Śakti può essere la realtà divina suprema stessa, e le divinità maschili non costituiscono necessariamente il principio dal quale essa deriva. La ricerca moderna distingue infatti le tradizioni tantriche śākta proprio per la centralità assunta dalla Potenza divina o dalla Dea nelle loro cosmologie.

Già il Devī Māhātmya, composto probabilmente fra V e VI secolo e non ancora equivalente alle successive sistemazioni tantriche, presenta la Dea come potenza cosmica capace di assumere molte forme e di esercitare una sovranità che non dipende semplicemente da un consorte maschile. Questa progressiva autonomizzazione teologica del femminile divino costituirà uno dei terreni dai quali si svilupperanno diverse tradizioni śākta medievali.

Śiva e Śakti, quindi, non cominciano la propria storia come termini astratti di una formula metafisica. Sono immersi in culti, racconti, immagini, rituali e teologie che soltanto progressivamente verranno interpretati attraverso sistemi capaci di trasformare la relazione divina in una vera spiegazione dell'universo.

È proprio il Tantra a compiere una parte decisiva di questa trasformazione.

Che cosa sarebbe Śiva senza Śakti?

La domanda sembra quasi costruita per ottenere una risposta poetica, ma nelle filosofie tantriche non dualiste diventa un problema metafisico preciso.

Se Śiva viene concepito come coscienza assoluta, che cosa permette alla coscienza di manifestare qualcosa? Se rimane completamente immobile, indifferenziato e privo di ogni capacità di autoriflessione, come potrebbero comparire mondo, soggetto, oggetto, tempo, parola e percezione? Affermare semplicemente che l'universo sia creato “da Śiva” sposta il problema senza risolverlo, perché occorre ancora spiegare attraverso quale potenza l'assoluto produca una manifestazione che non sia già completamente estranea alla propria natura.

Śakti è la risposta.

Nelle tradizioni śaiva non dualiste sviluppatesi in Kashmir, soprattutto negli ambienti Trika e Pratyabhijñā, la realtà ultima viene pensata come coscienza assoluta dotata di libertà e potenza intrinseche. Ciò che gli studiosi moderni chiamano convenzionalmente “Śivaismo del Kashmir” comprende in realtà diverse correnti non dualiste fiorite soprattutto dall'IX secolo in avanti, tra cui Trika, Krama, Spanda e la filosofia del Riconoscimento, successivamente integrate in maniera magistrale da Abhinavagupta.

All'interno di questo orizzonte, Śakti non entra in azione dopo che Śiva è già completo e inattivo.

Appartiene alla sua completezza.

Una delle formulazioni più caratteristiche della tradizione distingue prakāśa, luminosità della coscienza, e vimarśa, capacità della coscienza di riflettersi, riconoscersi e manifestarsi. La coscienza non è una luce morta che illumina senza sapere di illuminare; è presenza capace di essere presente a se stessa. La dimensione di vimarśa viene strettamente associata a Śakti, perché la Potenza è precisamente ciò che impedisce all'assoluto di essere una trascendenza immobile e sterile.

La differenza rispetto a molte semplificazioni moderne è radicale.

Śiva non è coscienza mentre Śakti sarebbe semplicemente energia materiale.

Śakti appartiene alla coscienza stessa.

La manifestazione non avviene perché un principio spirituale incontra dall'esterno una materia estranea. Avviene perché la coscienza possiede la libertà di apparire come ciò che sembra diverso da sé.

Il mondo nasce all'interno dell'assoluto.

Non Puruṣa e Prakṛti

La distinzione diventa particolarmente chiara confrontando questa cosmologia con il Sāṃkhya, perché proprio il successo delle comparazioni moderne ha spesso portato a identificare Śiva con Puruṣa e Śakti con Prakṛti.

La somiglianza superficiale è evidente. Puruṣa rappresenta nel Sāṃkhya la coscienza, mentre Prakṛti costituisce la natura dinamica dalla quale si sviluppano le componenti dell'esperienza e del cosmo. Sembra quindi naturale sostituire semplicemente i nomi: Śiva sarebbe Puruṣa, Śakti sarebbe Prakṛti.

Ma il risultato altera entrambe le filosofie.

Nel Sāṃkhya classico Puruṣa e Prakṛti sono principi realmente distinti, e i Puruṣa sono molteplici; la liberazione implica il riconoscimento della differenza fra coscienza e natura. Nei sistemi śaiva non dualisti, invece, Śakti non è una natura indipendente dalla coscienza di Śiva. La manifestazione cosmica appartiene alla potenza della coscienza stessa, e il percorso liberatorio non consiste nel separare definitivamente lo spirituale dal mondo, ma nel riconoscere la natura della coscienza che già sostiene l'intera esperienza.

Questa differenza è fondamentale perché permette di comprendere il carattere particolare del non dualismo tantrico.

Il mondo non è necessariamente l'errore che deve scomparire affinché resti il vero.

È il vero che non è stato riconosciuto mentre assumeva forma.

Spanda: il cosmo come pulsazione

Un altro termine divenuto molto popolare nella spiritualità contemporanea è spanda, generalmente tradotto con pulsazione, vibrazione o fremito.

Anche qui occorre una certa cautela.

Spanda non indica una vibrazione fisica misurabile e non anticipa le moderne teorie New Age secondo cui ogni cosa possiederebbe una frequenza in hertz. Nella tradizione śaiva non dualista associata ai testi dello Spanda, il termine serve a esprimere la dinamica fondamentale della coscienza, la sua capacità di manifestarsi senza perdere l'unità, una sorta di pulsazione che non deve essere immaginata ingenuamente come movimento meccanico nello spazio. La stessa storiografia include lo Spanda fra le principali correnti che contribuirono alla formazione di quello che in epoca moderna verrà chiamato Śivaismo del Kashmir.

L'immagine è particolarmente potente perché permette di pensare il rapporto fra immobilità e movimento senza dividerli.

Una coscienza assolutamente immobile e priva di qualsiasi potenza non potrebbe manifestare nulla.

Una potenza completamente separata dal principio cosciente produrrebbe invece un dualismo.

La pulsazione appartiene a ciò che rimane se stesso mentre si manifesta.

È quasi un movimento che non conduce altrove.

La coscienza si espande nella molteplicità, si contrae nell'esperienza individuale, appare come soggetto e oggetto e tuttavia non esce mai da sé. La creazione non costituisce quindi necessariamente un evento accaduto in un remoto passato; è il processo continuo mediante il quale la coscienza assume ogni istante la forma dell'esperienza.

Nella lettura esoterica, questo rende ogni percezione potenzialmente teologica.

Vedere qualcosa significa incontrare una modalità di Śakti.

Riconoscere ciò che vede significa risalire verso Śiva.

E scoprire che la separazione fra i due apparteneva già alla manifestazione che stavamo cercando di comprendere.

I trentasei tattva e la discesa nella differenza

Le scuole śaiva tantriche elaborarono sistemi estremamente sofisticati per descrivere il passaggio dall'assoluto all'esperienza ordinaria. Uno dei più celebri è la dottrina dei trentasei tattva, sviluppata nelle tradizioni śaiva e reinterpretata in modo particolarmente articolato nei sistemi non dualisti.

Il termine tattva può essere reso approssimativamente come principio o livello costitutivo della realtà. La sequenza non deve essere immaginata come trentasei strati materiali collocati uno sopra l'altro, ma come una maniera di analizzare le condizioni attraverso cui la coscienza illimitata appare progressivamente come esperienza finita.

La parte inferiore della struttura incorpora e rielabora i venticinque principi del Sāṃkhya, comprendendo elementi grossolani, elementi sottili, organi sensoriali e d'azione, mente, intelletto, ego e Prakṛti. Lo Śaivismo tantrico aggiunge però livelli superiori che spiegano precisamente ciò che il Sāṃkhya non intendeva spiegare allo stesso modo: come possano emergere limitazione e pluralità da una coscienza divina onnipotente.

La cosmologia parte così da Śiva e Śakti e attraversa livelli nei quali coscienza, volontà, conoscenza e azione assumono forme sempre più determinate, fino all'emergere di māyā e delle limitazioni che rendono possibile l'esperienza del soggetto finito.

Il punto più interessante consiste nel significato attribuito a questa limitazione.

L'individuo non è qualcosa che esiste fuori dall'assoluto.

È l'assoluto che appare a se stesso sotto condizioni di contrazione.

La coscienza illimitata può così sperimentarsi come qualcuno che sa soltanto alcune cose, può fare soltanto alcune cose, desidera ciò che non possiede e vive entro tempo e spazio determinati. L'apparente povertà dell'individuo diventa paradossalmente una manifestazione della libertà divina: soltanto una potenza realmente assoluta potrebbe arrivare, secondo questa teologia, fino alla possibilità di occultare a se stessa la propria infinità.

Śakti è anche questo.

Non soltanto la potenza che rivela.

La potenza che rende possibile il nascondimento.

Le cinque azioni della coscienza divina

Diverse tradizioni śaiva descrivono l'attività divina attraverso cinque funzioni: manifestazione o creazione, mantenimento, riassorbimento, occultamento e grazia o rivelazione. Le formulazioni e le interpretazioni variano fra scuole, ma lo schema consente di comprendere una caratteristica essenziale della cosmologia tantrica: la divinità non è responsabile soltanto dell'apparizione del mondo, ma anche della condizione nella quale il soggetto dimentica la propria natura e della possibilità mediante cui può infine riconoscerla.

Il nascondimento non rappresenta quindi necessariamente un errore cosmico accaduto contro la volontà del divino.

Appartiene alla sua potenza.

E la liberazione non consiste nel fuggire da un universo creato da qualcun altro, ma nel comprendere che la stessa energia responsabile della limitazione può essere riconosciuta come potenza della coscienza.

Questo rovesciamento possiede conseguenze enormi.

Il desiderio può legare, ma l'energia del desiderio non deve per questo essere considerata ontologicamente malvagia.

Il corpo può essere luogo di ignoranza, ma la corporeità appartiene anch'essa alla manifestazione di Śakti.

La parola può intrappolare nella distinzione concettuale oppure diventare mantra.

L'immagine può distrarre oppure divenire forma divina.

Il rito può essere un'azione compiuta da un individuo limitato oppure uno dei modi in cui la potenza riconosce se stessa.

Il Tantra lavora costantemente dentro questa ambivalenza.

Non sempre elimina ciò che vincola.

Talvolta ne modifica la direzione.

Śakti non è una sola Dea

Un ulteriore equivoco nasce quando Śakti viene personificata come se fosse necessariamente un'unica figura mitologica.

Nella pratica religiosa la Potenza assume moltissime forme.

Pārvatī, Durgā, Kālī, Tripurasundarī, Kubjikā e numerose altre dee possono diventare, all'interno di specifiche tradizioni, manifestazioni o forme supreme della Śakti. Alcuni sistemi collocano la Dea in relazione strettissima con Śiva; altri sviluppano un teismo propriamente śākta nel quale è la Dea stessa a rappresentare la realtà ultima e le divinità maschili vengono comprese entro la sua potenza. La centralità di Śakti come manifestazione della Dea costituisce precisamente uno dei caratteri distintivi dello Śāktismo tantrico.

Non esiste quindi una sola relazione fra Śiva e Śakti valida per tutto il Tantra.

In alcuni sistemi la coppia costituisce una struttura metafisica fondamentale.

In altri il femminile divino assume una priorità assai più marcata.

In altri ancora l'intero rapporto viene sviluppato attraverso divinità specifiche, rituali e genealogie che renderebbero fuorviante una formula astratta troppo universale.

È particolarmente importante ricordarlo quando ci si avvicina alle tradizioni Kaula e alle correnti collegate alle Yoginī. Qui la potenza femminile può assumere forme feroci, erotiche, terrifiche e liminali, e la relazione con il praticante non coincide con l'idea moderna di una rassicurante “energia femminile”. Le fonti tantriche conoscono una Śakti che genera e nutre, ma anche una potenza che divora, dissolve, inebria, sconvolge le categorie ordinarie e costringe l'iniziato a confrontarsi con ciò che la società colloca ai margini.

Il femminile tantrico non è stato progettato per entrare comodamente nelle categorie della psicologia motivazionale.

Possiede denti.

Ardhanārīśvara: l'immagine e ciò che non deve essere fatto dire all'immagine

La figura di Ardhanārīśvara sembra riassumere perfettamente tutto questo e proprio per questa ragione deve essere utilizzata con cautela. Nella sua iconografia, Śiva e Pārvatī condividono letteralmente un solo corpo, e musei e storici dell'arte riconoscono nella figura l'espressione dell'unità fra il dio e la sua potenza o consorte.

Ma Ardhanārīśvara non nasce come diagramma contemporaneo dell'equilibrio fra “maschile interiore” e “femminile interiore”.

L'immagine può certamente essere reinterpretata psicologicamente; la storia dell'arte e della religione mostra però che il suo significato appartiene anzitutto alla capacità della divinità di comprendere e trascendere la differenza sessuale, all'unità fra Śiva e la potenza femminile e alla complementarità cosmica che rende possibile la manifestazione.

Il corpo diviso verticalmente non afferma necessariamente che ogni uomo possieda cinquanta per cento di energia femminile e ogni donna cinquanta per cento di energia maschile.

Questa è una lettura moderna.

La figura tradizionale formula una questione molto più radicale: se la realtà divina precede tutte le distinzioni, allora persino la differenza sessuale, che nell'esperienza umana sembra così fondamentale, deve essere contenuta in qualcosa che non coincide interamente con nessuno dei due poli.

La divinità può quindi essere maschile e femminile senza essere riducibile alla loro somma.

Non due metà che cercano disperatamente di completarsi.

Una totalità capace di assumere la forma della differenza.

Polarità senza dualismo

La parola polarità utilizzata nel titolo richiede quindi una precisazione.

Parlare di polarità può essere utile finché non suggerisce due principi autonomi. Śiva e Śakti possono essere distinti concettualmente perché esprimono due aspetti riconoscibili, coscienza e potenza, luminosità e autoriflessione, quiete e manifestazione, ma nelle forme non dualiste del Tantra la distinzione esiste all'interno di una unità più originaria.

È come tentare di separare il fuoco dalla capacità di bruciare.

Possiamo nominarli diversamente.

Non possiamo avere davvero l'uno senza l'altra.

Una metafora tradizionale molto utilizzata nelle interpretazioni moderne considera Śiva senza Śakti incapace di manifestazione; da qui deriva anche il celebre gioco linguistico secondo cui Śiva senza Śakti diventerebbe śava, cadavere. Non occorre trasformare il gioco di parole in una definizione filologica assoluta per coglierne l'intenzione teologica: una coscienza priva di qualsiasi potenza sarebbe indistinguibile da un principio incapace di apparire, conoscere o agire.

Śakti evita questa immobilità.

Ma Śakti senza coscienza sarebbe altrettanto inconcepibile nel non dualismo, perché non esiste una potenza che operi realmente fuori dalla realtà di Śiva.

La cosmologia tantrica può così essere descritta come una metafisica della inseparabilità dinamica.

Il mondo non nasce dalla lotta fra due sostanze.

Nasce dalla capacità dell'uno di apparire come molti.

La coppia sessuale e il cosmo

A questo punto si comprende anche perché la sessualità possa acquisire, in alcune tradizioni tantriche, un valore cosmologico senza che il Tantra diventi per questo una religione del sesso.

L'unione fra un principio divino maschile e uno femminile può rendere visibile nel rito ciò che la metafisica considera già inseparabile. Il corpo umano diventa allora un supporto capace di rappresentare e, secondo la logica rituale della tradizione, attualizzare una struttura cosmica.

La coppia rituale non “crea” l'unità di Śiva e Śakti.

La manifesta.

In alcune correnti Kaula, il rapporto fra uomini e donne iniziati, fluidi corporei, desiderio e unione sessuale può essere inserito in pratiche complesse nelle quali la potenza viene mobilitata secondo regole precise. Non è però corretto estendere queste procedure a tutto il Tantra, né considerare ogni riferimento all'unione di Śiva e Śakti come un codice sessuale. Le tradizioni tantriche medievali comprendono pratiche assai diverse, e molte forme di culto e meditazione non implicano alcun rapporto sessuale rituale.

La moderna interpretazione erotica compie spesso il movimento inverso: parte dall'atto sessuale e lo riveste successivamente di simboli di Śiva e Śakti.

Storicamente, nelle tradizioni in cui il rito sessuale è effettivamente presente, è la cosmologia a precedere il gesto.

Questo ordine cambia quasi tutto.

Il corpo ripete la cosmologia

La stessa struttura verrà trasferita al corpo sottile, ed è qui che Śiva e Śakti cominciano a collegarsi direttamente con le pagine successive della sezione.

In alcune tradizioni śaiva e śākta medievali, la potenza divina viene interiorizzata attraverso sistemi di chakra, nāḍī, mantra e Kuṇḍalinī. La forza che sul piano cosmico manifesta l'universo può essere riconosciuta nel microcosmo corporeo come potenza latente e dinamica. Le formulazioni variano considerevolmente fra i testi e non esiste una sola anatomia tantrica universale, ma il principio di corrispondenza fra cosmo e corpo diventa fondamentale.

Kuṇḍalinī acquista particolare importanza proprio in ambienti śaiva e śākta, dove viene associata alla Śakti presente nell'organismo e alla possibilità di una trasformazione yogica capace di condurre verso la liberazione; le fonti medievali non presentano però sempre la stessa collocazione, lo stesso numero di centri o la stessa descrizione del processo.

La celebre rappresentazione moderna della Śakti addormentata alla base della colonna vertebrale che ascende per raggiungere Śiva alla sommità del capo nasce da specifiche tradizioni e acquisisce poi una fortuna straordinaria nella ricezione occidentale.

La struttura simbolica è potentissima.

La potenza appare separata dal principio cosciente.

Sale.

Attraversa i livelli del corpo.

Infine raggiunge Śiva.

Ma se si interpreta la scena soltanto come ricongiungimento di due realtà effettivamente separate si perde il paradosso tantrico: l'unione finale rivela qualcosa che, sul piano metafisico, non era mai stato veramente diviso.

Il viaggio serve a riconoscere una unità precedente al viaggio.

Il mondo come Śakti

La conseguenza più radicale della cosmologia non dualista appare quando si guarda nuovamente il mondo ordinario.

Se Śakti è la potenza di manifestazione della coscienza divina, allora ciò che vediamo, tocchiamo e pensiamo non si colloca completamente fuori dal sacro. Il corpo, la materia, i sensi e le emozioni appartengono anch'essi alla manifestazione.

Questo non significa che qualunque comportamento diventi automaticamente spirituale.

È uno dei fraintendimenti più frequenti delle filosofie non dualiste.

Affermare che tutto sia manifestazione divina non significa che ogni condizione della coscienza sia liberata. Una persona può vivere interamente all'interno di Śakti e contemporaneamente ignorarne la natura, proprio perché la potenza divina comprende anche la capacità di produrre limitazione, differenza e occultamento.

Il problema non consiste quindi semplicemente nell'accettare tutto ciò che appare.

Consiste nel riconoscerne la natura.

La liberazione diventa pratyabhijñā, riconoscimento.

Non acquisire qualcosa che mancava.

Non costruire un nuovo sé.

Riconoscere chi era già colui che cercava.

Questo principio, sviluppato dalla scuola del Riconoscimento e incorporato nelle sintesi dello Śivaismo non dualista del Kashmir, costituisce uno degli aspetti più filosoficamente sofisticati dell'intera tradizione tantrica medievale.

Śakti è così contemporaneamente ciò che nasconde e ciò attraverso cui il nascondimento può essere riconosciuto.

Non esiste una materia estranea da conquistare.

Esiste una potenza da vedere diversamente.

Una lettura psicologica: utile, purché arrivi dopo

L'interpretazione psicologica di Śiva e Śakti può essere estremamente fertile se viene dichiarata come interpretazione moderna.

Śiva può rappresentare simbolicamente la capacità di osservare, la stabilità della consapevolezza, quella componente dell'esperienza che sembra rimanere presente mentre pensieri ed emozioni cambiano. Śakti può diventare immagine del dinamismo psichico, dell'affettività, dell'immaginazione, della creatività e della capacità trasformativa. La loro relazione può allora essere utilizzata per pensare il rapporto fra coscienza riflessiva e vita pulsionale, forma e trasformazione, contenimento e movimento.

Nulla impedisce questo uso.

Ciò che deve essere evitato è attribuirlo retrospettivamente ai testi tantrici.

Śiva non è l'“Animus” junghiano e Śakti non è l'“Anima”.

Non corrispondono ai due emisferi cerebrali.

Non sono codici antichi per testosterone ed estrogeni.

Non dimostrano che uomini e donne possiedano energie metafisiche opposte determinate dal sesso biologico.

Queste interpretazioni appartengono a letture contemporanee nelle quali psicologia del profondo, spiritualità New Age e reinterpretazioni occidentali del Tantra si sono progressivamente incontrate.

Possono generare simboli efficaci.

Non possono essere trasformate in storia.

La distinzione diventa ancora più necessaria oggi, quando “energia maschile” ed “energia femminile” vengono utilizzate con estrema disinvoltura per spiegare personalità, relazioni e comportamenti. In un simile linguaggio Śiva diventa passività cosciente, razionalità, verticalità e struttura, mentre Śakti viene associata a emotività, sessualità, intuizione e fluidità. Il risultato può riprodurre stereotipi moderni di genere molto più di quanto restituisca la complessità tantrica.

Paradossalmente, Ardhanārīśvara è più sovversivo di molte di queste letture.

Non assegna due qualità a due persone.

Le mette nello stesso corpo.

La Dea che non ha bisogno di essere completata

Lo Śāktismo costringe infine a correggere una volta per tutte la rappresentazione di Śakti come metà incompleta di una coppia.

In alcune tradizioni la Dea è la realtà suprema e contiene in sé ciò che altre cosmologie attribuirebbero alla coppia divina. Durgā può essere sovrana cosmica, Kālī principio della temporalità e della dissoluzione, Tripurasundarī vertice di una raffinata teologia dello Śrīvidyā; differenti scuole costruiscono intorno a queste forme cosmologie, mantra, diagrammi e rituali nei quali la divinità femminile non attende un principio maschile per ricevere esistenza.

Lo Śāktismo tantrico dimostra quindi che “Śiva e Śakti” non deve diventare una formula obbligatoria per comprendere tutto il Tantra.

La stessa tradizione che ha prodotto alcune delle più potenti immagini della loro inseparabilità ha prodotto anche teologie nelle quali la Potenza viene contemplata come assoluto.

Questo non rappresenta necessariamente una contraddizione.

Se Śakti è realmente potenza assoluta, può manifestarsi anche come Śiva.

La gerarchia dipende dalla prospettiva teologica adottata.

È precisamente questo tipo di flessibilità a rendere la storia del Tantra molto più difficile, e molto più interessante, delle semplificazioni che l'hanno resa popolare.

Il movimento che non lascia mai la quiete

Alla fine rimane una tensione che nessuna traduzione moderna riesce a rendere completamente.

Śiva viene rappresentato immobile nella meditazione, ma la sua immobilità non è assenza di potere.

Śakti viene rappresentata come movimento, ma il movimento non possiede una sorgente esterna alla coscienza.

Il mondo appare molteplice, ma la molteplicità non produce una seconda realtà accanto all'assoluto.

Il praticante sembra separato dalla divinità, ma il percorso iniziatico conduce verso il riconoscimento di una condizione che, secondo il non dualismo, precedeva la stessa ricerca.

È forse per questo che la figura della polarità conserva tanta forza, purché non la si trasformi troppo presto in opposizione.

La coscienza ha bisogno della propria potenza per essere qualcosa di più di una luce senza sguardo; la potenza non può essere separata dalla coscienza senza diventare un principio indipendente e quindi rompere il non dualismo. Śiva e Śakti sono distinguibili precisamente perché il pensiero ha bisogno di due parole per analizzare ciò che l'esperienza ordinaria percepisce come attività e presenza.

Il Tantra compie però il percorso inverso.

Pronuncia due nomi per riportarli verso ciò che non è due.

Ed è probabilmente questo il dettaglio che la moderna immagine dell'“equilibrio fra energie maschili e femminili” perde più facilmente. La meta non consiste nel mettere due metà in proporzioni finalmente corrette, come se la coscienza divina fosse una bilancia da regolare. La cosmologia non dualista suggerisce qualcosa di più vertiginoso: movimento e immobilità, manifestazione e coscienza, mondo e principio non sono mai stati realmente estranei.

La separazione era già uno dei gesti di Śakti.

E la capacità di accorgersene, ancora una volta, non accade fuori da lei.

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